Per funghi

Under the tree

Alessia Arti, Under the tree

Seratone ieri a Bologna: Simone ha letto, Betta ha disegnato, con Vinicio hanno chiacchierato attorno a Un’altra cena (lo state leggendo?), che se fosse uscito nel 2017 sarebbe stato nel nostro listone, dove c’è SuperDio di Franco SardoPer funghi per Verde. L’illustrazione è di Alessia Arti, nota tra le altre cose per la collaborazione con Narrandom, gran litblog e/o rivista (cfr puntate precedenti) a cui noi, da stronzetti della polemichetta, soffiamo disegnatori (ne abbiamo bisogno come si evince da qui).
Quarant’anni oggi e questo è un libro molto importante. Ciao.  

Radiosa e generosa di luce feconda, come maggiorata, quella giornata all’aria aperta era stata una splendida idea. La schiera di minuscole schiene dei fili d’erba rifletteva manipolata dal mite vento accenti d’argento, come fossero i denti di una balena vegetale che ancheggiava lenta presso la riva del bosco. Cespi infiorescenti esplodevano a intervalli irregolari alla vista, ora fra i tronchi in penombra, ora nel bel mezzo del prato, ora dietro un sasso squamato di muschio, ora sopra un fango ancora lucido e molle dall’ultima pioggia. Di funghi neanche a parlarne.

Eppure le condizioni meteo avrebbero dovuto favorire lo spuntare, in quella stagione, di finferli bitorzoluti, di tozzi cardoncelli o almeno di pinaroli appesantiti e gonfi come pagnotte. Ma niente. Beh, poco male, pensava, l’ossigeno fresco della boscaglia ripagava già da solo la fatica per raggiungere a piedi le colline, e i profumi acri di quelle terre avevano potenti effetti balsamici sui suoi polmoni casalinghi. I funghi, lo sapeva, erano solo un pretesto. E dopo aver consegnato il romanzo sentiva di meritarsi un giorno di stacco totale, un ozio che avesse nell’inutilità il suo profitto, e la solitudine degli sfaccendati come compagnia. E fu così dunque, che passeggiando assorto nel silenzio della radura, sforzandosi appena, emise un tonitruante peto. Tanto fragoroso, in maniera inaspettata persino per se stesso, che ne riuscì distintamente a sentire l’eco, rifratta tra gli alberi e i granitici frontoni.

Quel suo volgare gesto tanto ampollosamente amplificato lo divertì al punto da venire preso da un riso convulso e sconvolgente. Irrefrenabile, gli provocò dei singulti che lo costrinsero a mollare il cesto, accasciarsi a terra, sudato e paonazzo, mentre la sua sconcia ilarità si spandeva in tutta la vallata, risonante. Ne approfittò per abbandonarsi all’abbraccio di suolo e clorofilla, mentre lentamente si rilassavano i suoi satirici spasmi, supino, ché negli occhi non aveva che cielo.

Fu da quella posizione, raggiunta la calma, che sentì una voce transitare fioca nell’aria, come abbracciata ad un salvagente, parole disperse di cui non concepiva l’origine, né il senso.

Se non fosse stato per l’inconfondibile modulazione umana, l’avrebbe potuto dire un verso di selvaggina. Dapprima stupito, si levò in piedi e si mise a camminare nella direzione che pareva… forse… ma oppure… anzi no… in sostanza a casaccio, rispondendo, scagliando monosillabi e sondaggi al di sopra delle chiome tiepide. «Oooh! C’è qualcuno?»
Correva, si spostava, chiamava, tendeva l’orecchio in cerca di una rotta come l’ago di una bussola, si decideva risoluto per una direzione e poi cambiava idea, scandagliava, si fermava e ripartiva. Passavano i minuti e lo scambio continuava, senza alcuna soluzione.

Le parole gli erano sempre incomprensibili, troppo lontana la loro fonte, arrivavano deboli e sfiancate. Sarebbe di certo bastato prendere la strada giusta, ma l’eco di quei boschi era labirintica, lo frastornava e quel poco che arrivava il vento lo mescolava. Più di una volta gli era baluginato in mente si trattasse solo di suggestione. Ma poi di nuovo limpido e chiaro, giungeva l’indecifrato segnale. Gli restavano solo i regolari tempi di risposta a suggerirgli che ad ogni modo si trattava di una conversazione. Ma con chi? E da dove? Gridava le sue difficoltà, preso dallo sconforto e da una montante sensazione di pericolo, ma, lo deduceva, anche le sue parole arrivavano confuse e inarticolate all’interlocutore, come fossero alieni nello spazio profondo di una boscaglia in un soleggiato meriggio d’autunno.

Gli venne infine un’idea: se avesse camminato a spirale dal suo punto di partenza prima o poi si sarebbe certamente avvicinato. Voleva dire percorrere molta strada inutile, ma era anche l’unico modo, e così convinto si mosse. Urlava, sempre cauto e con brevi vocalizzi, per non coprire l’altra voce. Passò prati, scalò costoni, riprese boscaglia e discese declivi. Passarono le ore e

La voce si schiarì: «Aiuto!» Era un uomo.
«Dove si trova?» gridò lui.
«In un fosso!»
La ricerca dunque non era finita, ma almeno adesso si parlavano, seppur a lunghi intervalli:
«Sono qui!»

«Cos’è successo?»

«Sono caduto!»

«Come si chiama?»

Nessun nome arrivò mai alle sue orecchie. La voce per un momento era tornata quel fragile filo di ragno invisibile che l’aveva portato a inoltrarsi per il bosco. Poi era sparita. Improvvisamente non rispose più. Inutili gli ulteriori richiami, sempre più lancinanti. La sera calò in un baleno, nel cielo prima si rovesciò un livido tramonto e poco dopo l’intera notte. Il cellulare era scarico, la strada perduta. Il vento addietro mansueto e tiepido si trasformò in un gelo inferocito, che sferzava fra gli alberi come un branco di lupi, e lo assalì coi denti umidi del sottobosco. Si preparava altra pioggia.
Tentò di fuggire, al buio, cadde in un fosso. Si ruppe entrambe le gambe. Rimase lì, ad aspettare, sul fondo sporco, mentre pioveva.

In quella zona di bosco, dove non crescono funghi, può capitare di sentire una voce, un grido d’aiuto, che si arrampica fra i fili d’erba. Se ne avverte solo l’eco, senza poter dire da dove né da quando provenga.

Franco Sardo

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