Nel paradiso delle ragazze senza nome

Emanuela Cocco, drammaturga, ha scritto monologhi, atti unici e drammi in cinque atti. Con la compagnia Franz BiberkOff Teatro ha messo in scena i suoi spettacoli, scritto e realizzato audiodrammi e reading-spettacolo sulla narrativa e la poesia del Novecento italiano. Ha lavorato come operatore in unità di strada in progetti dell’educativa minori e famiglia del privato sociale, riguardanti il disagio giovanile e le donne vittime di violenza domestica. Cura come docente laboratori di drammaturgia teatrale e di animazione alla lettura in progetti finalizzati alla prevenzione, la riduzione e il contenimento del disagio nei minori e nei nuclei familiari a rischio. Nel 2015 ha dato vita a Dr Script, un progetto itinerante di animazione alla lettura e biblioterapia narrativa. Sul blog spaccia farmaci letterari.
Con Nel paradiso delle ragazze senza nome è per la prima volta su Verde. L’illustrazione è di Cristiano Baricelli.

Jungla è Obelix. Questa è la sua categoria. Jungla la sente vibrare nel suono che dalle cuffie pulsa negli occhi sillabe sonore. Obelix. Posizionata al centro esatto della lista. Sopra di lei: Sciattona, Stucca filetti, Mejo den’carcio alle palle, Se me paghi può esse. Poi c’è la serie delle buste: Busta de Cocce de Fave, de Piscio, de Vomito, de Cocce de fave andate a male. Obelix arriva subito dopo Cesso. Ma comunque prima di: Rigurgito, Sacco di Letame, Saccoccia de vermi, Sbocco de fogna, Buco di culo di ratto, Silos di pus, Pelata della Piazza Neri, Manco cor cazzo, Manco se me paghi, Aborto uscito male, Roito Anale, Porta aerei, e ultima, a chiudere: ANCESTRALE.

Un giorno, a due mesi dall’inizio dell’anno scolastico, i maschi compagni di classe di Jungla scoprono la lista. Qualcuno l’ha compilata nel tentativo di dare un ordine e catalogare le gerarchie del loro desiderio. Esistono femmine non scopabili. Lo strano fenomeno è causato da difetto di avvenenza declinato in: sgradevolezza diffusa, bruttezza esteriore, disarmonie fisiche, sproporzioni corporee, deformità visibili e altre porcherie estetiche o della condotta. Subito dopo averla letta quattro di loro decidono di verificarne l’attendibilità. Dominio dell’indagine: le femmine che conoscono in città, figlie dei vicini di casa e dei negozianti del quartiere, ragazze della compagnia, bariste o cameriere dei locali in cui sono soliti passare il tempo e soprattutto quelle che girano a scuola. Una mattina i giovani ricercatori fanno irruzione nella classe di Jungla, subito dopo la campanella dell’intervallo. Armati di foglio e penna considerano le tredici femmine. Uno di loro, fermo davanti a Jungla, le attraversa il viso con sguardo dubbioso. Incapace di condensare in una parola la vista del corpo imperfetto della quindicenne che gli sta davanti lancia una muta richiesta di aiuto ai colleghi che galoppano da una parte all’altra dell’aula, impegnati a braccare le femmine, rosse in viso e spaventate, per poi trafiggerle con i loro sguardi. A lui è toccata questa ragazza enorme, alta più della media, pesante senza essere grassa, compatta, robusta, con i capelli biondi lunghi e aggressivi ora che li vede come in fuga dalla coda di cavallo per la quale l’ha afferrata; capelli spessi come corda e del colore del fieno. Questa ragazza, che ora lo fissa, come sul punto di comandare al corpo e alle mani possenti di colpirlo, pelle marmorea venata di rabbia e sguardo siderale, questa ragazza non brutta eppure non scopabile perché enorme e non addomesticata, lontana dalle altre e dalle altre, tranne rarissime eccezioni, tenuta alla larga, ragazza strana e doppia, dal carattere mansueto e arrendevole, taciturna e quieta ma soggetta a repentini scatti d’ira, come la volta in cui ha lanciato un banco contro uno dei suoi compagni, questa ragazza non è una Busta, perché in lei non c’è altro di ripugnante se non la statura eccessiva e l’imponenza estrema. Il ragazzo indeciso e scorato da quella traccia di bellezza che comunque inizia ad affacciarsi dal suo viso di ragazza, rinuncia a scrivere il verdetto: pe questa ce vò nantra kategoria.

Il giorno dopo, come tutte le sue compagne, Jungla, leggendo la lista affissa a una bacheca nell’atrio scolastico, viene a sapere che il suo metro e settantotto centimetri di altezza, che mai si è preoccupata di misurare, per ottantacinque chili di peso, comprensivi di treccia bionda e fienosa, rientrano nella definizione di OBELIX. Sopra e sotto la sua categoria, i nomi di altre ragazze, anche loro catalogate con perizia tremendamente oggettiva dall’imperscrutabile desiderio di adolescenti maschi. La medietà della sua posizione non le dispiace. Si tratta, inoltre, di una medietà di posizione comunque solitaria e unica, che in un certo senso la inorgoglisce. Se alcune delle altre categorie vantano anche più di due esemplari, lei è l’unica a potersi fregiare del nome di Obelix. La sua specie è stata inventata a sua immagine e somiglianza. Unico esemplare: Jungla.

La lista definisce il bello per esclusione. Solo sette ragazze in tutta la scuola sono state risparmiate. Perché piacevoli, abbordabili, scopabili o già scopate o accoppiate, sono state tratte fuori dal cerchio giudicante che inchioda le altre alla percezione della loro poca avvenenza. Sette di loro sono immuni. Il silenzio avvolge i loro nomi e pone sul loro capo, per esclusione, una corona inviolabile fatta di assenza. Jungla, che mai ha incontrato il bello nella sua vita, ora trova nelle escluse un punto di riferimento certo per definire ciò su cui mai ha riflettuto. Il bello ora le appare, per cominciare, come una sorta di immunità. La lista definisce chiaramente ciò che il bello non è e quello che il bello evita di suscitare. Osservando le compagne, i cui nomi sono stati denunciati accanto al suo su un doppio foglio a quadretti vergato in brutti caratteri d’inchiostro nero, Jungla lo identifica come disagio, attenzione molesta, imbarazzo, corpo possente, cattivo odore, volto segnato dall’acne, carattere mite e soccombente. Per sapere cosa il bello sia decide, allora, di osservarne il modello, replicato sette volte nel corpo delle ragazze che sono state risparmiate. Legge così sui loro corpi, sul volto e sui vestiti che indossano, i requisiti necessari affinché il bello possa manifestarsi su un corpo umano di donna quindicenne. Alcuni caratteri sono di una medietà facilmente riscontrabile di volto regolare e occhio chiaro, capello lungo e vaporoso, labbra ben disegnate, il tutto accompagnato da una sfrontatezza nell’andatura e un tono di voce sostenuto a tratti aggressivo, oppure da una silenziosità compresa e poco esibita, ma sicura e certa. Il bello è magro, di vita stretta ma anche di seno definito che denuncia la sua presenza sotto maglie aderenti e scollature generose. Il bello nei capelli è liscio e lucido, ben intagliato, piastrato e strutturato o ridefinito a colpi di gel lisciante. Il bello nella pelle è, oltre a una discreta uniformità, anche una doratura artificiale che evoca paesaggi marini, sabbia chiara e bikini colorati. Il bello nelle labbra va dallo scarlatto al cremisi al glassato avorio al brillante incolore, emancipato da ombre sospette e scure intorno a tutto ciò che è destinato a dischiudersi nel segreto di un bacio. Niente peli. Niente di ossigenato. Un niente di niente cerettato, epilato, trattato con laser, che però non deve lasciar traccia del suo passaggio cruento lungo i bordi di un sorriso bianco e senza incertezze. Questo il bello nelle labbra. Negli occhi, invece, va declinato in chiarezza, o scura brillante nerezza ma sottolineato da un pergolato di ciglia spesse con nero tratteggio di eyeliner e passata di rimmel. Questi i dati, che pure immettono nella sua ricerca una variabile di indefinito. L’iride può essere scura ma anche chiara, la voce aggressiva o mite, il seno pronunciato o anche solo accennato, la magrezza è determinante, ma con larghi margini. Di tutti questi mutevoli caratteri uno solo accomuna tutte loro: il bello indossa un paio di Nike Air Jordan.

Ora Jungla sta per incontrarlo, il bello. L’ingresso del tempio è sormontato dal suo vessillo, un baffo innevato in controluce su superficie scura. Il negozio, addossato alle mura serviane, in parte visibili oltre l’imponente teca vetrata che lo circoscrive, si affaccia nell’atrio principale della stazione di Roma Termini con una lunga vetrina, nella quale sono disposti corpi tonici, decapitati e perfettamente abbigliati. Seni grandi e fianchi stretti in materiale plastico sono accomodati nello spazio scenico di un pomeriggio estivo in una località marina. Braccia e gambe espanso flessibili dorate dal sole sono allineate lungo una riva immaginaria tratteggiata dalla luce, come sul punto di gettarsi in acqua. Senza averne intenzione i decapitati abitanti dell’estate inesauribile escono vincitori dal confronto con i viaggiatori che inavvertitamente si specchiano nelle superficie specchiata riflettendovi corpi approssimativi, fasciati dalle ombre, vestiti più o meno a caso, ancora troppo coperti e soggetti alla volubilità del tempo. Ritto davanti all’entrata si erge il guardiano in abito scuro. Ammonimento vivente assicura che nulla esca dal tempio senza che sia stata lasciata un’offerta. Gli idoli, hanno il loro prezzo, che Jungla non può saldare, ma è possibile entrare anche solo per adorarli; perché tu possa farne una fede. Jungla si muove accorta tra gli scaffali stretti e le teche luminose che contengono leggings in poliestere color rubino e tomaie lunari. Sfila le cuffie e il suo cuore sembra cedere al silenzio che il contatto con il bello richiede. Ripone il telefono, cuore fatto di musica e immagini, nel minuscolo zaino di tela nera, che poggia in terra, accanto ai divanetti di prova. Siede in attesa della vestale, che subito le consegna un destino calzante il suo numero; Jungla lo afferra, con devozione appena trattenuta. E il bello nel suo sguardo si fa miniatura dipinta dal desiderio, che dagli occhi le trapassa il cuore; come in una poesia che lei non conosce ma che ora sperimenta: meravigliosamente. Seduta sul divanetto sotto il quale riposa esiliato il minuscolo zaino incustodito, che contiene il suo cuore, Jungla allenta i lacci consunti degli scarponcini pietrosi e se ne libera spingendoli via. Infila al loro posto un paio di Air Jordan e il gesto di intima fusione con il bello è compiuto. Appena pochi passi verso lo specchio verticale appeso alla parete di fronte e l’esperienza del piede calzato nelle Air Jordan la sovrasta. Il bello innominabile la attraversa e sembra spingere il suo culo enorme verso le altre posizioni della classifica, che Jungla inizia a scalare pigiando sui corpi fatiscenti delle ragazze nominate. Si arrampica sui seni cadenti di Manco per un cazzo, conficca la punta delle scarpe nella bocca oscena di Stucca filetti, sfonda il cranio della Pelata di Piazza Neri, svetta sopraelevata sulle Air Jordan oltre le cosce tumefatte delle Buste fino ad assestare un colpo definitivo all’orifizio impuro di Ancestrale e da lì il grande salto nel paradiso delle ragazze senza nome, immersa in un esaltante jogging lunare. L’esperienza sta per concludersi ma prima che questo accada Jungla desidera immortalare se stessa nei piedi connessi al bello. Ora che il distacco è imminente desidera che la musica torni a sbalzarla oltre la realtà deprivata, in uno spazio in cui il bello possa comunque seguirla. Ma quando torna a riprenderlo capisce che il suo cuore le è stato sottratto. Il minuscolo zaino è scomparso. Restano solo, irridenti, i grossi scarponcini pietrosi che la fissano indispettiti. Con ancora indosso le Air Jordan a sostenerla nei gesti e con voce ferma, Jungla richiama quel pezzo di sé che contiene tutta la sua vita, tutto ciò che lei ama, tutto ciò di cui si vergogna. Una penosa sensazione di nudità totale la invade. Jungla, corpo senza testa ma con le Air Jordan ai piedi, investe gli scaffali del tempio, fracassa le mensole che vanno a infrangersi contro le teche illuminate e corre via tra gli espositori sacri in frantumi.

Nella vetrina di un negozio riconosce il suo cuore, in svendita.
Jungla legge il prezzo scritto su un cartoncino verde e arancio, nella vetrina blu e rossa dello store di telefonia, al piano rialzato della galleria di Roma Termini, dove è sbucata dopo la precipitosa fuga dal tempio. Ora lo tiene tra le mani una ragazza mezza nascosta dentro una felpa arancio. Jungla la osserva togliere il suo cuore dalla vetrina e ficcarlo in una scatola. Dietro di lei una signora sui cinquanta con la borsa floscia similpelle, due banconote in una mano. La ragazza consegna alla donna dalla borsa floscia la scatola, che contiene il cuore di Jungla. La donna si avvicina all’uscita, ma sulla porta trova una ragazza che le blocca il passo. È alta, una ragazza spettinata, con la pelle chiara e gli occhi trasparenti, occhi fissi sulla busta con dentro la scatola che all’interno contiene il suo cuore. La donna chiede alla ragazza di lasciarla passare. Jungla sbarra l’uscita con il suo corpo. La ragazza arancio, che ha seguito la scena domanda se c’è qualche problema. La donna spinge con irritazione la ragazza spettinata dalle spalle larghe, ma questa, ferma al suo posto, afferra la busta e la tende perso di sé, quasi a strapparla via. La donna tira dalla sua parte, ma qualcosa depositato nello sguardo della ragazza la fa desistere, le toglie ogni forza. Jungla riceve la scatola dalle mani della donna. La apre, estrae il suo cuore. Lo accende. Ma ora è vuoto e silenzioso. Specchiandosi nella vetrina, le Air Jordan fuori dall’inquadratura, Jungla vede l’inganno di questo sopra bello non più visibile agli occhi, che le è costato il suo cuore. La rabbia la invade. Ora è una montagna spoglia di alberi che sta per essere inondata dalla collera e dalla paura. Alza un braccio, la mano stretta in un pugno. La donna si chiede se capita a tutti quelli che vengono colpiti, di leggere una paura così grande nel volto dei loro assalitori, tanto da spingerli ad accettare la giustizia di quel gesto, senza cercare riparo. Chiude gli occhi. Jungla resta ferma, il pugno alzato sul viso della donna. Per tutta la vita le è sembrato di star ferma dietro una porta chiusa, ad aspettare che la facessero entrare. Anche ora se ne sta ferma davanti alla porta: entrare non le interessa più, chi vuole uscire deve vedersela con lei.

Emanuela Cocco

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