5 INGANNEVOLI SENSI: IL FISCHIO/IL LAVORO

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Erica Monzali, Gocce di pioggia sul finestrino (tecnica mista: lente convessa, foto, rielaborazione digitale)

Il 22 marzo scorso al Caffellatte di Firenze Simone Lisi ha letto cinque racconti inediti dedicati ai 5 ingannevoli sensi. Ne abbiamo proposto uno a settimana per tutto il mese di aprile, concludiamo oggi con Il fischio e Il lavoro  che avrei fatto se non fossi stato uno scrittore.
Fotografia di Erica Monzali (Gocce di pioggia sul finestrino).

Il fischio

«Nonno, lo senti questo fischio?»
«Fischio, dici?»
«Si, questo suono di sottofondo, questa nota continua che ci accompagna da mattina a sera, e anche di notte quando dormiamo».
«Lo sento, ma non è bene parlarne».
«Ah no? E per quale motivo?»
«È così. Ci sono cose di cui non si parla».
«Tipo?»
«Ad esempio non si parla dei nei, che sono come simboli in codice che spuntano sulla nostra pelle e indicano cose ben precise, ognuno di loro è un messaggio. Ci sono centinaia e centinaia di cose di questo tipo, di cui non è il caso di parlare».
«E il fischio?»
«Il fischio non fa eccezione. Lo si sente meglio al mattino, quando ti svegli e nella casa tutti dormono ancora. Il fischio e il canto di qualche uccello, ma non ti devi allarmare», ha detto mio nonno.

Poi è rientrato nella stanza mio padre per preparare il pranzo e noi abbiamo smesso di parlare immediatamente.

«Di che parlavate?», ha chiesto lui.
«Di niente», ho risposto io.
«Il nonno ha tirato di nuovo fuori i discorsi sulla guerra, dimmi la verità».
«No no per niente, parlavamo del campionato di calcio. Ma dimmi invece, che ci hai preparato di buono oggi?»
«Lo chef ha cucinato lingua d’oca. A tavola, è pronto».

Il lavoro che avrei fatto se non fossi stato scrittore

«Calciatore» è la risposta secca che ho dato ai giornalisti che mi hanno chiesto cosa avrei fatto di lavoro se non fossi stato uno scrittore.
C’è chi non ha insistito su questo punto, perché la risposta breve andava bene per il loro tipo di articolo, ma c’è chi è andato avanti, e ha chiesto: «Perché da bambino eri bravo? Avevi una carriera promettente? Hai mollato perché il tuo talento nella scrittura lo richiedeva? Perché sentivi l’esigenza di chiuderti in casa a scrivere come descrivi nel tuo secondo romanzo, e mettere da parte tutto il resto?»

«No», è quello che ho risposto a chi mi ha chiesto così. «Non ho mai giocato a calcio a livello agonistico, se è questo che intendi con promettente carriera, ma solo nei parchi pubblici, in un giardino che si chiamava Area Pettini Burresi, ma niente di più. Mia madre e mio padre non hanno mai permesso che mi iscrivessi a una scuola di calcio, perché lo trovavano diseducativo. Pensavano fosse paradossale che esistessero scuole di calcio».

«Ah», è quello che hanno detto gli intervistatori venuti da Roma e Milano per scrivere i loro articoli a quattro colonne degli inserti culturali delle loro riviste, e molti hanno capito, con questa mia risposta, che il loro era un filone tematico bell’è morto, una giacimento di parole esaurite prima ancora di nascere. Li ho visti tracciare con i loro porta-mine e penne stilografiche una riga obliqua sui loro blocchi di appunti su tutto il paragrafo appena scritto, come a dire: di qua non si va.

«In che senso?» Mi ha domandato invece un giornalista di una testata minore, uno sempre lì lì per essere mandato via dalla sua rivista, uno di rimpiazzo, preso per sostituire qualcun altro in maternità o in malattia (se solo qualcuno potesse mai essere sostituito): «In che senso saresti stato calciatore, se non hai mai giocato a calcio, ma solo ai giardinetti da bambino? Saresti semmai diventato un giornalista di infima categoria tipo me, e avresti illuminato con il potenziale delle tue parole quei paragrafi destinati al macero prima ancora di venir letti», ha aggiunto sfacciatamente l’intervistatore. «Come puoi pensare veramente che saresti diventato un calciatore?»

«Calciatore», ho ripetuto io, «e non pensare, amico mio», ho detto con aria buona, lasciando da parte i suoi modi e il suo risentimento, «non pensare che l’avrei fatto per i soldi, per i milioni che avrei ricevuto giocando, al pari dei milioni che ho guadagnato con i miei romanzi amati dal pubblico e dalla critica. Non è per i soldi che sarei stato calciatore, e non è nemmeno per le donne».

«Ah no?» Ha detto l’intervistatore, a questo punto spiazzato dalle mie risposte, con una luce negli occhi come a dire: ci siamo, ho trovato un filone narrativo che è oro, da qui ci tiro fuori non un articolo, ma un racconto da concorso. Con questo ci vinco un premio da mille o duemila euro, vai avanti mio prezioso amico scrittore, dimmi del gioco del calcio, raccontami tutto quanto, spiegami un po’ perché saresti stato calciatore, inventati qualcosa che abbia senso e io sarò salvo con te.

Allora io ho ripetuto l’incipit dell’intervista: «Calciatore è il mestiere che avrei fatto se non fossi diventato scrittore. Mi sarei impegnato tantissimo e sono sicuro che alla fine ce l’avrei fatta, sarei stato un calciatore professionista. Perché amo le linee diagonali presenti nel calcio, perché prima di dormire penso sempre a linea rette e curve, perché il gioco del calcio, pur non seguendolo in televisione né dal vivo, né praticandolo da oltre vent’anni, mi sembra rassicurante, nella sua geometria piana. Perché lascia del tempo libero, e perché si va in pensione molto presto. Questi sono i motivi».

L’intervistatore mi ha guardato allora con aria abbattuta, accorgendosi che l’argomento non era così buono come aveva sperato, che quel tema non gli avrebbe fatto vincere nessun premio letterario, ma solo scriverci un penoso articolo di giornale pagato cinque euro, per giunta lordi, da cui togliere un ulteriore venti per cento a causa del pagamento tramite notula.
Il giornalista a quel punto l’ha capito che se non fossi stato uno scrittore, sarei diventato un calciatore veramente eccezionale.

Qui tutti i sensi ingannevoli

Simone Lisi

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