A COLPO SICURO #13: QUANDO LE BELVE ARRIVERANNO

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Praticamente questo

Domenica sera due redattori di Verde afflitti da Tsundoku hanno assistito alla presentazione di Quando le belve arriveranno presso la libreria Bookstorie in Montesacro, Roma. Sono tornati in redazione con due copie peraltro dedicate impeccabilmente dall’autore, Alfredo Palomba, con eleganza rara per gli standard della bolla. I due redattori, depositate le copie intonse sul secrétaire di Luca Marinelli, hanno consegnato questo resoconto della serata per A colpo sicuro, la rubrica dei libri mai letti da Verde:

In Teoria della prosa Piglia ci dice che non è perché una cosa sia vera che viene creduta, anzi. Proprio il contrario. Poiché viene creduta, allora diventa vera. Perché questa citazione? Credo sia necessaria per sgomberare il campo da possibili equivoci. Non è perché Alfredo Palomba sia un mio amico che sto scrivendo questa recensione, anzi. Proprio il contrario. Poiché Palomba scrive cose che vorrei recensire, che leggo con interesse, che trovo stimolanti, allora diventa mio amico. Dopo aver letto Teorie della comprensione profonda delle cose decisi di incontrare Alfredo, mi sembrava uno che sapeva il fatto suo. Qualcuno che avrei voluto come amico. Mettiamola così: non tutti i miei amici scrivono, ma quelli che scrivono devono scrivere come si deve. È un rischio, citando Carmelo Bene, perché se poi quell’amico scrive qualcosa che non è all’altezza dovrai togliergli il saluto. Allora per non correre il rischio, di tutti gli amici e amiche scriventi ho prima letto i libri. Questo per evitare ogni fraintendimento: non stiamo qui a farci i pompini a vicenda, per dirla alla Tarantino. Ora che il preambolo è finito, iniziamo.

Quando le belve arriveranno è una storia che mi ha stupito per molti aspetti, che mi ha provocato un senso di nausea a ondate, come il mal di mare. Non nascondo d’aver provato un malessere quasi fisico in alcuni passaggi, questo a dimostrazione di quanto P. non si sia trattenuto nell’essere onesto. È un libro che punta dritto nell’abisso che vive dentro di noi e pregare che finisca presto credo sia un effetto necessario, quasi voluto. Poi probabilmente è soltanto la mia avversione alla lettura digitale che mi fa parlare così, ma lo escluderei.

Se dovessi dipingerlo con qualche colore, ruberei la tavolozza a Lynch per riprodurre quel senso di surreale nel normale, quella distorsione interpretativa, quella perversione costante, progressiva, subdola che si insinua nelle pagine e ti lascia il dubbio: è tutto vero? Sta accadendo sul serio oppure è un incubo? C’è l’impostazione di Cronenberg alla regia, però si nasconde qualcosa che mi ha ricordato il primissimo Moresco nella corporalità de La cipolla – che tra le altre cose appare a p. 175 – e nella paranoia de Clandestinità. Un senso di oppressione, di incubo quotidiano a occhi aperti – un meccanismo percettivo – che avrei attribuito anche ad alcuni racconti di Cortázar se le tinte non fossero state così cupe.

La claustrofobia di una stanza che si restringe ha il sapore della foresta viva, maledetta, viscida di Lapenna in Latitudine 0°, dove alle ambientazioni fantasy, agli spazi esotici sostituiamo il quotidiano, la sicurezza del perimetro di casa, il riconoscibile reticolo stradale di una città. Quando anche la casa diventa un luogo infernale, non più l’ultimo rifugio, allora la situazione non può far altro che precipitare. Ma come può procedere una storia se il protagonista appare inadatto alla vita? Emotivamente piatto, indolente, ossessionato. La storia progredisce perché il demone che vive in lui – e negli altri – non viene scisso, ma coesiste. Siamo di fronte a tanti Frankenstein e non a mille dottor Jekyll. La prima persona, così pregiudicante, rende l’enigma della storia irrisolvibile: è una situazione onettiana, non è possibile rispondere alla domanda con certezza né P. in alcun modo spinge per una o per l’altra visione. Il mondo si sta davvero disgregando? La violenza, il fallimento, la disperazione, il disgusto, la mancanza di comprensione sono reali? Siamo di fronte a un incubo lucido, a un horror, a un romanzo psicologico? Tutto è vero, tutto è falso.

Citerei altri tre autori prima di andare più in profondità e interrogare direttamente le pagine. Golding con il suo Il signore delle mosche è stato sicuramente uno specchio per l’autore: non è un caso se è presente una citazione nell’esergo e se l’atteggiamento nei confronti dei ragazzi, poco più che bambini, non è per nulla accomodante, giustificante, consolatorio. Come gli adulti anche i ragazzi sono perversi, malvagi, sono pronti a diventare – o forse già lo sono – delle bestie. In quest’ottica possiamo leggere anche le Bambinate di King, che restituiscono le stesse atmosfere di sottile e perenne inquietudine. E nella metamorfosi che alcuni personaggi compiono, metamorfosi progressive, veri e propri processi di bestificazione, ho ritrovato la protagonista di Giorni Felici, graphic novel di Zuzu. Perché tutti questi riferimenti? Tutti questi autori, autrici, nomi, libri. Perché un romanzo appena uscito di un autore meno conosciuto di quanto meriterebbe ha bisogno di collegamenti, quelli che tutti i giorni chiamiamo link. E vale in fondo per tutti i romanzi. Se ti restituisco sensazioni note, familiari, che hai apprezzato oppure odiato, potrai decidere in modo autonomo se questo libro fa per te o meno. Senza che il critico – e con questa definizione mi escludo in automatico dai giochi – possa decidere per te.

In realtà ho mentito, sapendo di mentire. Ho ancora alcune cose da dire prima di lasciar parlare il testo. Un riferimento importante, altrimenti l’autore non avrebbe fatto in modo che il protagonista trovasse il libro su una panchina, è Il nano di Lagerkvist. Chi è il nano? È un punto di vista laterale, è l’emarginazione, è colui che viene considerato cattivo e perverso soltanto perché è nano, appunto. Durante la lettura ci viene da chiederci se anche il protagonista di P. sia cattivo di natura o lo sia diventato o se siano i nostri occhi a renderlo tale. Un punto di vista deviato che aiuta l’autore a disseminare visioni grottesche, laddove il grottesco è certamente il trade union tra questo romanzo e il precedente. E con questa riflessione entrerei appieno nella storia.

Sembra quasi che i vari toni e linguaggi con i quale P. ha giocato nel suo esordio ritornino qui in una forma più controllata, equilibrati in un’unica voce che è tante voci a seconda dei momenti della storia. Coesistono delle gradazioni di tono leggermente diverse, sottese e alimentate da differenti sfumature d’ironia, perversione, terrore. È come se P. dopo essersi disperso nelle tante storie di Teorie abbia voluto ricomporsi, scegliendo una linea chiara e riconoscibile senza rinunciare all’esplosività della sua lingua e dei suoi interessi. È evidente che l’autore conservi le sue ossessioni e non se ne voglia privare. Palomba è passato dalla teoria alla pratica.

Ancora per citare Piglia ci sono dei tratti che nelle varie opere di un autore si conservano perché non appartengono ai testi, non alle storie, ma alla personale prospettiva dell’autore: cito l’episodio del krokodile in incipit, il video di Ferdinando, la storia di Phineas Gage o ancora gli incel con quei contenuti snuff che potrebbero appartenere tranquillamente al blog di Teorie; al barbone che somiglia a don Pagnotte; a Giannino, ragazzino con sindrome di Down ma di un’intelligenza ruffiana, che pare essere la perversione del bambino prodigio di Teorie. Potrei continuare, gli esempi sono molti, ma a differenza dell’esordio questi personaggi sono un’unica commedia umana, una sola storia.

A proposito di incipit, citato e poi sorvolato, c’è qualcosa che mi ha ricordato La ferita di Lucio Leone e quell’elemento irrazionale, nello scricchiolio della casa, nei gesti del personaggio che sembrano impossibili, quasi quelli di un automa. Il tutto immerso in una realtà che fin da subito si dimostra malata, putrescente in qualche modo, tutt’altro che vitale. Una vita che non è vita quella della nonna che somiglia a una pianta, della madre, degli insegnanti, dei padroni di casa, della casa stessa. Il protagonista pare l’unico ad accorgersi di questa deriva, l’unico a farsi scrupoli, eppure resta inattivo, passivo, quasi rassegnato sebbene terrorizzato. Quando noto di non essere del tutto invisibile agli altri, provo un enorme disagio – dichiara a p. 43 e questo potrebbe essere il suo testamento. È come un ipocondriaco che non fa nulla per prevenire la malattia, ma quasi ne è attratto, la attende. Una contrapposizione costante tra bene, destinato alla sconfitta, e male dilagante, che si ripropone a ogni passaggio: se una donna si innamora di lui, il protagonista immagina l’amico suicida perché la fidanzata l’ha tradito; se un uomo si salva miracolosamente da un incidente d’auto, a centinaia di chilometri di distanza la nonna muore. Sembra si rispetti una legge universale dell’equilibrio, dove se qualcuno nasce e qualcuno muore, dove se qualcuno si salva qualcun altro deve sacrificarsi.

A salvarsi è Haochen, il meno umano di tutti, un ragazzino distante per un’infinità di ragioni: è cinese, è bloccato sulla sedia a rotelle, ha un deficit mentale gravissimo. È a tutti gli effetti un alieno, al di fuori dell’umano e proprio per questo è immune al decadimento costante. È l’unico corpo sul quale non compaiono macchie, è l’unico essere vivente per il quale il protagonista finisce – consapevolmente o meno – per provare empatia. Sebbene sia il solo con il quale è impossibile comunicare, il protagonista vi costruisce l’unico contatto reale – o forse è proprio per questo che ci riesce. C’è qualcosa di antifunzionale, confermato anche da come il protagonista gioca a un videogame, una delle poche distrazioni, attività che gli permette di simulare una vita: non si progredisce, non si compete, non si completa, ma si osserva. Antifunzionale anche nella finzione, e per questo più umano. Takkar – protagonista del videogame – e Haochen sembrano due illuminati, due angeli rispetto al degrado degli uomini, e possono esserlo perché il primo si trova dietro uno schermo e il secondo in uno stato quasi catatonico.

La struttura episodica del romanzo aiuta a generare quel senso di accumulo, quel progredire del dolore, quelle visioni e quei pensieri intrusivi che si fanno sempre più presenti. E più si accumula, più la stanza si restringe. C’è un paradosso: più cose, meno spazio. Il piano inclinato della realtà non si riesce mai a risolvere, in questo P. è stato furbo: l’unico personaggio che potrebbe farlo è Francesca, ma stranamente questo viene sempre evitato. Fortuna? Coincidenza? Forse nulla è reale? Anche la questione Cristina, p. 106, crea un paradosso senza risposta: nella città vi sono delle scritte che solo il protagonista sembra vedere, però la vicenda è vera e riesce addirittura a trovare una copia di un libro che ne parla. Se le scritte ci sono perché gli altri dicono di non vederle? Se non ci sono, allora perché il protagonista è andato in libreria e ha trovato un libro sull’argomento? Nella vicenda coesistono un horror e un racconto di cronaca nera, due visioni diverse, che semplificano o complicano la storia, ma che in ogni caso non possono risolverla. È un loop logico dal quale non si esce.

Che cosa può capitarci di peggio, ormai, che restare quali siamo?, scrive P. e in questo ritrovo qualcosa di Sottomissione di Houellebecq o di Grottesco di McGrath. Dell’autore francese riecheggia il contesto educativo, l’inerzia del protagonista, le scene grottesche collegate anche al mondo di YouTube. Si comportano come se non fosse successo niente, scrive Houllebecq e poco più avanti insiste: ebbi l’impressione che potesse succedere qualcosa; che il sistema si stava palesemente incrinando. Non so esattamente cosa mi diede questa impressione. Sono citazioni che potrebbero appartenere a Palomba. In McGrath ritroviamo altri spunti: l’atmosfera, l’assurda situazione iniziale, il protagonista invalido che somiglia a Haochen – in cinese significa stantio  un’esistenza vegetale, ma ontologicamente viva. L’ironia che pervade queste pagine è la stessa, un po’ macabra, grottesca appunto, di P. e del suo romanzo. Forse è questa predisposizione all’inazione che permette di vedere le assurdità del mondo, ma lo stesso non agire provoca ulteriori assurdità: non si reagisce, non si fa nulla per evitarle. E questo è un effetto comico altrettanto valido dell’eccesso di azione, il troppo muoversi che invece di ridurre aumenta il caos, il paradosso, il grottesco.

A uscirne distrutto è anche il mondo della scuola, il falso mito dell’insegnante devoto, dei ragazzi come potenzialità: neppure ammazzandosi, scrive P., è riuscito a farsi notare, e il tema del bullismo e del suicidio torna forte, reale, concreto come nelle pagine di Densità di Notaro. Internet, i video, YouTube, sono la porta sfondata sul reale: proprio in uno di questi video, in un elenco di personaggi malati, spunta Johnny che afferma non credo di essere del tutto umano. Con questa affermazione potremmo aprire una discussione su cosa sia l’umano, ma non lo faremo. Piuttosto la indichiamo come possibile chiave di lettura di un finale aperto, allusivo, nel quale l’autore usa il futuro e ci lascia soli. È un suggerimento, neppure P. conosce la verità, figuratevi se posso darvela io.

Vi lascio con un’ultima citazione dal romanzo, a p. 72: io sono per gli altri, senza che se ne accorgano, la loro stessa solitudine. La seconda prova di Alfredo Palomba è un ottimo libro in prima persona, dove chi racconta quasi scompare, lascia la sua visione sulle cose, diventa una macchina da presa: io, io, io è il miglior stratagemma per scomparire.

Una nota pandemica.

Quando le belve arriveranno nasce da un racconto lungo, scritto qualche anno fa da P., eppure non si può non considerare l’impatto che la situazione mondiale ha avuto sulla sua riscrittura. La struttura della storia è precedente, ma la peste che a un tratto compare, la paura del contagio, la claustrofobia che si percepisce in ogni pagina, non può non essere in qualche modo collegata con quanto l’autore ha vissuto. Il contesto influenza la sensibilità di chi scrive e la situazione ha aiutato indubbiamente P. nel mettere a fuoco la paura. La paura e il suo meccanismo, che sono il cuore pulsante di questa storia. In questo senso potrebbe essere interessante interrogarsi su come la pandemia abbia influenzato la scrittura – romanzi, film, musica – non tanto nei contenuti quanto proprio nella forma, nel linguaggio, nel sentimento. Cosa ci ha aiutato, e ci sta aiutando ancora, a mettere a fuoco.

Alfredo Palomba, Quando le belve arriveranno, Wojtek Edizioni 2022, qui e qui

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