Jurodivye #8: Maktub ovvero Prolegomeni a una storia della bisessualità popolare e mediterranea islamica (Gianni De Martino)

La Nuova Verde deve pubbliche scuse a La Nuova Carne. Gli INSELf, involuntary self-published esuli picchiatelli della rosichella editoriale, ce li avevamo in poltrona e pantofole (chi ha capito ha capito) in redazione (perdonaci Kresta, sono cose che “Capitano” dal 2019). L’agnizione conduce “Il simpatico Faraone ©” a una istanza di conciliazione davanti al giudice di Pace Andrea G. Zandomeneghi. Il sogno bagnato è Pedretta al Pasto Nudo (AJÒ!). Il conciliatore introduce Gianni De Martino in Jurodivye: Maktub ovvero Prolegomeni a una storia della bisessualità popolare e mediterranea islamica, e preambola quanto segue*:

Tempo fa mi misi a scrivere un raccontino che parlava di un ragazzo ebreo con cui ebbi una relazione, Guido si chiamava. Volevo soprattutto ricordarlo – trattenerlo dallo scivolamento nell’oblio – a seguito d’una notizia funesta: era morto, mi dissero, era morto di overdose. Mi torna oggi in mente il lavoretto narrativo in questione perché conteneva questo passaggio: «Credo mi attraessi perché mi stuzzicava l’idea di inculare un giovane quadro di Forza Italia, come anni addietro ai magrebini stuzzicava l’idea di inculare gl’europei, per una sorta di spirito di rivalsa, per una specie di ribaltamento dei ruoli, per capovolgere il divario economico-culturale.» Quest’immagine del magrebino penetratore (e in quanto penetratore, attivo, comunque maschio, in una cultura che non consente vie intermedie tra quella maschile e quella femminile) non è antica nel mio immaginario, è anzi abbastanza recente, e la devo, come molte altre cose, a Gianni De Martino che verso la fine degli anni ’80 scrisse un romanzo dal titolo Hotel Oasis pubblicato nella collana Mouse to mouse curata da Pier Vittorio Tondelli per Mondadori. Hotel Oasis è un testo stilisticamente sopraffino («L’abilità dell’autore è proprio nella sua ambiguità di giocoliere della lingua, della parola» scrisse Corrado Augias su Panorama) ma mai formalmente iperbolico e funambolico, è esplosivo senza essere pirotecnico – il pirotecnico: tipico rifugio (o deriva?) narcisistico dell’autorialità italica che esangue contenutisticamente si sforza di perseverare se stessa nell’esistente attraverso dubbi canali di sfavillante decomposizione retorica. È un testo schietto, senza nascondimenti e orpelli – la medesima cosa si potrebbe dire della scrittura di Tondelli – che tratta dei comportamenti omosessuali in Marocco («Affronta con buon esito narrativo e diretta efficacia espressiva un argomento troppo spesso trattato con improprio lirismo e superflua spavalderia» scrisse Alberto Moravia sul Corriere della Sera) che coinvolgono occidentali e autoctoni nella seconda metà del ‘900, argomento a me sconosciutissimo sino ad allora. Ricordo che lessi questo romanzo con ampie digressioni saggistiche di stampo etnografico e linguistico in preda all’eccitazione (anche fisica) e scrissi un post su Facebook appena terminato, sono andato a ricercarlo, dice così: «Hotel Oasis m’ha regalato suggestioni conturbanti ed estatiche, ha ingravidato prepotentemente la mia immaginazione e le mie fantasticherie, ha arricchito le figure del mio eros.» In verità Hotel Oasis aveva fatto di più e non lo aveva fatto da solo, perché alla sua lettura era seguita quella di una prima versione de La città dei jinn, ultimo romanzo di De Martino, che fruga e restituisce lo stesso panorama tematico e narrativo con un’attenzione – questa la peculiarità – al fenomeno della possessione – De Martino ama dire che si tratta del «seguito stilistico» di Hotel Oasis, ma il collegamento tra i due testi è tutt’altro che solo formale. Dicevo che però, al di là dell’immaginario erotico arricchito e galvanizzato, la lettura dei due romanzi aveva «fatto di più» anche se non me ne accorsi subito, non ne fui immediatamente consapevole. Questo «di più» consisteva nell’assimilazione della prospettiva antropologica (nello specifico dell’antropologia erotica magrebina) e nel suo utilizzo come strumento di scardinamento (tramite relativizzazione) del paradigma della normalità. Me ne accorsi durante lo scorso autunno, mentre stavo preparando un intervento per un raduno letterario organizzato in un castagneto sacro dalla rivista Terranullius, avevo da poco iniziato a tenere una rubrica dal titolo Jurodivye (gli stolti in Cristo, i folli sacri, che imperversano nelle pagine di Dostoevskij) su Verde Rivista, una rubrica che si riproponeva di «almanaccare sulla radicalità eteroclita e di smarginamento: testi mistici, pornografici, aberranti, equivoci, deformi», e i ragazzi di Terranullius mi avevano chiesto di parlarne. Non ho mai letto quell’intervento perché per una serie di circostanze non potei partecipare al raduno, ma iniziava così: «La normalità è fatta di limitazioni. Il pudore e il decoro ad esempio. Uno steccato entro cui il normale è circoscritto. Nel mio percorso letterario ad un certo punto mi sono detto: proviamo a sfondare questi due limiti per accedere a un umano più ampio, per quanto a prima vista solo sul versante estetico. Poi ho capito che era la normalità stessa a dover essere sovvertita per accedere alla integralità estetica e questo può procedere per quattro vie che ci vengono in parte indicate proprio dallo sfondamento del decoro e del pudore: il mistico, il popolare, lo psichedelico e l’etnografico. Sovvertita la normalità l’umano esperibile aumenta vertiginosamente, e così anche la dicibilità – ciò che può essere espresso – dell’umano. Un umano integrale.» Ecco, per «etnografico» intendevo l’antropologia sessuale magrebina e dovevo questa alla lettura di De Martino. Penso che in fondo la sua scrittura vada nella stessa direzione della mia, alla ricerca dello «umano integrale».

*Il breve testo qui riprodotto e anteposto ai Prolegomeni di Gianni De Martino figura come postfazione al romanzo (del medesimo autore) La città dei jinn, volume di prossima uscita per La Nuova Carne Edizioni.
Lo schizzo d’autore in copertina è di etere____.

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Jurodivye #7: Alternatività conflagrante (Esposito)

Jurodivye è una rubrica di racconti che almanacca sulla radicalità eteroclita e di smarginamento: testi mistici, pornografici, aberranti, equivoci, deformi. Indulgendo alla psichedelia, all’irregolarità, al degrado erotico e mentale, alla pneumatologia, all’anfibologia, alla psiconautica, alla teratomorfia. La cura, bimestrale circa sempiterna invero, è di Andrea Zandomeneghi, che oggi propone Alternatività conflagrante, un testo di Gabriele Esposito illustrato da etere____.

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Jurodivye #6: Il baratro sotto la pelle (Frau)

Che fai, ragazzo sullo schermo, con quel rasoio? Pubblico Jurodivye numero sei. Il primo redattore a rispondere alla chiamata di A.G.Z, non poteva essere altrimenti, è Andrea Frau, “più valente redattore della storia di Verde, colui che questa storia ha scritto e che ha contribuito a farvi leggere” (cit. imperitura). Mancava da un anno, ne sono sembrati dieci. Il baratro sotto la pelle: la tua opera qui non è conclusa, Capitano, noi vogliamo continuare a leggerti e così speriamo di te.
Schizzo d’artista di  etere____.

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Jurodivye #5: I Ragazzi Silvestri (A.E. Fornari)

Una volta a mese o giù di lì AKA quanno ce pare, Jurodivye, rubrica di racconti che almanacca sulla radicalità eteroclita e di smarginamento: testi mistici, pornografici, aberranti, equivoci, deformi. Indulgendo alla psichedelia, all’irregolarità, al degrado erotico e mentale, alla pneumatologia, all’anfibologia, alla psiconautica, alla teratomorfia.
Dovremmo spendere due parole sull’inventore di questo spazio, e almeno una sull’autore del giorno, ma “come è noto” Verde affoga l’individualità e da affogate possiamo soltanto condividere liste di rovinosità e annunciare
Alex Ezra Fornari con I Ragazzi Silvestri. Di buono c’è che non siamo sole, sapete chi altri affoga con noi? Il Collettivo Montag. Nessuno sa quante sono, chi sono, come sono, perché sono e soprattutto dove sono. Sabato 21 saranno al Pasto Nudo a parlare tra le altre cose di Aperiaffogamenti a partire da questo testo.
Lo schizzo di autrice è della Dottoressa (prego)
 etere____.”Scrive da demone e dipinge da dea”: sommersa anche lei.
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Cover #10: Bevatrone sulfureo-scatologico

Riunione straordinaria del consiglio di redazione bierdiano stanotte alle due, con l’accortezza di non parlare troppo ad alta voce per non svegliare il Royal Baby Marinelli. All’ordine del giorno: stravolgimento totale dei programmi di Verde per il 2021 allo scopo di mettere in modo il Grande Fottuto Kraken Pazzo di Verde, ovvero la scomposizione poliedrica delle forme della qui presente rivista vostra amata. Anticipazioni? Per ora solo una: da questa settimana, l’annunciata rubrica INDIFFERENZIATA in cui saranno pubblicati, uno alla volta, TUTTI I RACCONTI RICEVUTI A DICEMBRE DALLA REDAZIONE, SENZA LETTURA, VALUTAZIONE ED EDITING DA PARTE NOSTRA. Maggiori informazioni in un post dedicato.

Oggi leggiamo la decima Cover della serie celebrativa avviata nel 2020: i migliori racconti della storia di Verde, riscritti da penne amiche. Questa è di nuovo la volta di Simone Bachechi con una cover del compianto Vinicio Motta e del suo Mercuriale sulfureo-scatologico (prima parte della famosa Trilogia fecale).

Il collage è di etere____. 

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Sodomo & Gomorro

La notizia giunge facendo saltare per aria la cornetta del telefono in bachelite del Commissario D’Antuono: Francesco Mila, Jimbo Gullit, alias, Jimbo Rodriguez, alias, das Wunderkind, il nostro ex-stagista, è stato pubblicato da Fandango. Piperita lo trovate qui. Per festeggiare, ieri il piccolo Jimbo è fuggito dalla zona arancione laziale per rifugiarsi con l’amico Lucignolo nel Paese dei Balocchi. 

Oggi invece leggiamo il nostro caro stalker redazionale Alberto Ravasio e al suo Sodomo e Gomorro. Le perle di Alberto impreziosiscono il catalogo di Verde Rivista con quel gusto naif politicamente “incorretto” e bonario che fa tanto anni Novanta. Alberto è qui per ricordarci che sotto la durezza delle parole, c’è sempre l’amore.

Il collage è di etere____

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Vertmoire Revue

Era la fine del 2019, il Coronavirus era solo un miraggio nei “wet dreams” degli estinzionisti e Pierluca D’Antuono telefonava a Francesco Quaranta per domandargli “un racconto che possa piacere a Valentina Maini, Alfredo Zucchi, Simone Ghelli, Ippolita Luzzo, Giovanna Giordano e Riccardo Meozzi, contemporaneamente”.
Due mesi dopo, nel giorno della consegna, il Commissario rifiutava il testo sulla base dell’unico pretesto possibile per lui: “È troppo lungo e non si parla abbastanza del sottoscritto”. Non l’aveva letto. 

Il Quaranta spendeva i mesi successivi a bussare alle porte di ben ventidue riviste e blog letterari, le quali prontamente rifiutavano il racconto perché “troppo breve come romanzo e si parla troppo del D’Antuono”. Rileviamo con piacere che quindici di quelle ventidue riviste hanno nel frattempo chiuso i battenti.
Il Quaranta rientrava stamattina nella redazione di Verde Rivista, si impossessava dei mezzi di pubblicazione approfittando degli uffici deserti (causa festività e presentazioni di Francesco Spiedo) e scriveva la presente.

Questo racconto s’intitola Vertmoire Revue ed è un omaggio alla storia mai avvenuta della redazione di una Rivista Verde mai esistita.

Il collage è di etere____.

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Lascivus

Diciamoci la verità: non sappiamo più cosa scrivere negli editoriali, da quando Andrea Frau ha accettato di passare a lavorare per Malgrado le Mosche. In tema di mosche: il nostro Doc Alessio Mosca non risponde alle telefonate dall’inizio di dicembre, giorno in cui ci promise un racconto che parla di “amici a quattro zampe in situazioni buffe”. Parlando di cani: Luca Marinelli è scomparso dopo aver mandato una serie di vocali in cui leggeva ad alta voce i messaggi criptati contenuti in Timidi messaggi per ragazze cifrate di Ferruccio Mazzanti. Parlando di ragazze cifrate: Claudia D’Angelo, sa va sans dire, risponde alla chat solo tramite sottili vocali di quindici secondi in cui si prodiga in pernacchioni da record. In tema di record mondiali: Federica Sabelli ha deciso di tenere a digiuno Stefano Felici per battere il Guinness e Felici ha contattato il telefono azzurro. Restano solo il D’Antuono e il Quaranta a reggere una baracca che non vuole essere retta.  
 
Oggi abbiamo un esordio pazzesco: Paolo Ceccarini (Viterbo, 1983) è cofondatore di Fabula Agenzia Letteraria. Ha pubblicato due romanzi con piccoli editori, l’ultimo dei quali è Sinola (Prospero, 2017), e racconti su riviste letterarie come SPLIT, Risme e Kultural. Il suo primo racconto su Verde è Lascivus.
 
Il collage è di etere____
 
Disclaimer: i fatti e le persone presenti nel racconto sono frutto della fantasia dell’autore, tranne Luciana.
 

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