Jurodivye #2: Maratoneti senza futuro (Griffi)

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Claudia D’Angelo, Maratoneti (2022)

Dice Andrea Zandomeneghi che Gian Marco Griffi ha scritto il libro più chiacchierato della bolla della litweb AKA LA SCENICCHIA, romanzo “poderoso, fiume, veloce, cadenzato, tumultuoso, pregevole e stiloso”, e avrebbe dovuto dirlo Andrea questa sera al Pasto Nudo, dove La Nuova Verde dirà delle Ferrovie del Messico in presenza dell’autore alla sua prima romana. Noi siamo entusiaste e non vediamo l’ora, cioè le 21 (qui tutti i dettagli).
Jurodivye è una rubrica di racconti che almanacca sulla radicalità eteroclita e di smarginamento: testi mistici, pornografici, aberranti, equivoci, deformi. Indulgendo alla psichedelia, all’irregolarità, al degrado erotico e mentale, alla pneumatologia, all’anfibologia, alla psiconautica, alla teratomorfia.
Il mese scorso si è letta l’introduzione programmatica di Zando e si erano promessi a venire nomi pazzeschi, impegno che si mantiene con Maratoneti del futuro, un pezzo clamoroso scritto da Griffi medesimo. Sicronicità? Se ne dirà tra le altre cose questa sera. Evento dell’anno, state avvisate, chi non viene, come dicono quelle, è pazzo.
La copertina è di Claupatra, di cui un giorno si dirà in saggi e libri.

[Colpo di pistola] – È uno splendido pomeriggio estivo anche se il cielo è di un azzurro strambo e artefatto, ciano pastello come le zampe di una sula piediazzurri nella stagione dell’amore, la Corale alpina savonese strazia l’introito Jubilate Deo crudelmente (pompandolo a mille neanche fosse Immigrant song) e un gargantuesco sole che pare fotoscioppato brucia il mondo senza tregua, arrostendo a puntino podisti, spettatori e semplici curiosi; trattandosi della maratona più importante dell’anno sono tutti presenti: dai minchioni delle borgate il cui solo scopo è quello di spiluccare un tramezzino al salmone alla Classe politica, grassa come un dio grasso thailandese, quivi rappresentata da emissari e portaborse, venuti ad ammirare la nuova voga ecological-chic della nostra beneamata terra.
E poi ci siamo noi, i figli di puttana che dovranno correre.
Un tizio col pettorale settecentocinquantasei mi guarda e dice di sentirsi in forma; saltella sul posto, soffia, pesticcia l’asfalto sbuffando come un mulo smorto. Mi chiede se sono in forma. Io sono in forma splendida, ma non glielo dico. Guardo la linea di partenza e ripercorro mentalmente i quarantadue chilometri e spicci del percorso.
Il centro commerciale dove è posta la partenza è una bizzarria architettonica, quello sì, un enorme edificio a forma di coleottero, epperò si inserisce armonicamente nel paesaggio. Lo fa notare un tizio con il pettorale milletrentanove. Un biondo col numero milletré mi si avvicina canticchiando. Dicite Deo quam terribilia sunt opera tua. Voce aguzza e irritante. Scaracchia sull’asfalto. Mi fissa. Ha occhi verdi a sfilacci nocciolati e giallognoli che paiono l’avanzo di un’esplosione stellare. Mein rechtes Bein ist kürzer als das linke. Mi scappa una smorfia. Verstehen sie? Si indica le gambe. Gli fisso quelle goffe gambette macilente. Scaracchia. Verstehen sie? Faccio no con la testa. Scaracchia ancora, un filo di saliva gli finisce sulla punta della Adidas Adizero Adios blu consumata da centinaia di chilometri percorsi. Si tocca la gamba destra. Kürzer. Als. Das. Andere. Indica la gamba sinistra. Porta calzettoni neroverdi e canticchia l’introito Jubilate Deo. Gamba destra più corta di sinistra, verdammter Teletubbyzurückwinker. Scaracchia. Continua a crocidare l’introito anche facendo stretching. Date gloriam laudi ejus: alleluia, alleluia, alleluia. Mi volto dall’altra parte, provo a concentrarmi. Doppio nodo alle stringhe. Mi spalmo la vasellina sui capezzoli, sotto le ascelle, all’interno delle cosce. Inghiotto due pasticche di OxyContin da ottanta milligrammi.
Poi lo starter spara, e via. Il tedesco mi tocca una spalla con la sua. Fiatata di cipolla. Gute Reise, Evolutionsbremse.

[Km tre virgola due] – il corpo risponde a meraviglia, la suola delle scarpe morde l’asfalto, il battito cardiaco è accettabile; seguo il tedesco storpio col pettorale milletré lungo la strada che costeggia un aranceto. Per avere una gamba più corta dell’altra corre abbastanza bene. All’angolo di Mc Donald’s un omarino in completo nero e lobbia nera tiene in mano un tulipano giallo e domanda a tutti i partecipanti se sono mai stati felici. Sei mai stato felice? Connard. Sei mai stato felice? Enfoiré. Sei mai stato felice? Un dito medio. Sei mai stato felice? Vaffanculo. Sei mai stato felice? Il tedesco che mi precede sputacchia tra le zampe del nanerottolo col completo nero. Sei mai stato felice? Mein Arschloch.
Io non sono mai stato felice. Neppure un momento. Tornare a casa, da bambino, era terribile. Pregavo la maestra che mi tenesse con lei. Ma non c’era verso. Non mi teneva, quella troia. Devi andare a casa dai tuoi genitori. Non gli vuoi bene? Gliene voglio. Ma loro a me? Mi detestano. Quegli occhi cattivi che hanno. Pregavo una Calipso che mi tenesse sette anni a Ogigia. Mi sarei accontentato di una Circe. C’era un sottopassaggio, accanto alla mia scuola, speravo finisse nell’oltretomba. Invece finiva dall’altra parte della strada, dove stavano quattro barboni tossici che si facevano tra le dita dei piedi. E così tornavo a casa. Navigavo a largo per ritardare il momento. Imploravo Poseidone. Detestavo i feaci. Ma poi tornavo a casa. Non c’era niente di più terribile di quell’odore di aceto, bicarbonato, gesso e limone che mi pigliava il cervello appena aprivo la porta e trovavo i pavimenti lavati. Togliti le scarpe. Amore. Amore? Fatti baciare. Apro ancora quella porta ogni mattina, alzando le palpebre. Lo stesso odore di aceto, bicarbonato, gesso e limone. Impregna il mondo. Mio figlio. Mia moglie. Eppure non li odio. Semplicemente, non mi hanno reso felice. Neppure un momento. Ma oggi l’odore è diverso. Ecco gli orti slavati dalla bava del sole. Odore di rosmarino. Salvia. Basilico. Quando lo innaffi ti ringrazia effondendo il suo profumo di basilico. Quando non lo innaffi e crepa, pertanto, dovrebbe lanciare zaffate di merda. Un vecchio contadino accatasta orci d’olive. Mi sta salutando? O si ripara gli occhi dal sole? Sarei lieto se mi stesse salutando. Nel dubbio fingo indifferenza e non rispondo al saluto.

[Km sette virgola quattro] – caldo insopportabile. I muscoli bruciano, il sudore filtra attraverso il tessuto della bandana e penetra negli occhi, l’andatura è ancora buona. Un negro con pettorale numero tremilaquarantadue mi supera arrancando, un calvo sulla cinquantina è fermo a bordo strada con le mani sulle ginocchia; rigurgita, sputacchia filamenti di vita, gli ultimi scampoli di lui al mondo. Ancora il tedesco. Mi affianca. Arschgeige. Che significa? Violino. Da culo. Che significa violino da culo?
Ho pensieri che si accavallano, si deformano e si scompongono. Sono insiemi di parole confuse. Una seccatura in più. Perché per quanto mi riguarda potrei anche smettere di pensare e continuare solo a correre lasciandomi schiacciare dal peso delle mie responsabilità. Un tram ventotto strombazza la buccina scarriolando lungo lo snodo dei binari. Quasi investe il tedesco. Nutzloser Sohn eines Bauernhundes! Una chioma di scintille divampa dal pantografo. Forse arrivato a un certo punto ogni uomo dovrebbe confrontarsi col peso delle proprie responsabilità, dovrebbe pregare, o qualcosa del genere. Trovare il grumolo della propria anima e vomitarlo fuori, in terra. Calpestarlo fino a distruggerlo.
Sarebbe un conforto, credo. O forse no.

[Km nove virgola tre] – decine di landò per turisti nello slargo ai piedi del castello. Gotti di vino. Botti di grappa. I fiaccherai ubriachi canticchiano cori sconci alle orecchie di cavalli irrequieti. Eppure quelle povere bestie sono più contegnose dei loro capatazzi, paghi di sguazzare nel brago della vita. Un cocchiere sfromba la patta delle brache e tira fuori l’arnese. Pisciata contemplativa. Un altro tira gli stoppioni dei baffi e se li liscia imprecando al vento. C’è un lezzo di paglia e avena misto al piscio dei cavalli e io non ricordo neppure una preghiera. Non ricordo neppure l’oggetto delle preghiere. Forse una medicina, un dottore? Forse Dio? Si potrà accontentare Dio delle nostre preghiere? Potrà? Ve lo dico io: no. Non s’è mai visto un dio capace d’accontentarsi. Neppure le divinità ugaritiche, neppure le chippewa; non ci si accontenta quando si è avidi. E le divinità sono avide. Vogliono tutto. Si è forse accontentato il mio dio quando di notte chiedevo che non succedesse questo? Cosa credete che facciano le vecchie in chiesa dalla mattina alla sera? Cosa credete che facciano i preti, i rabbini, i muezzin, i bramini, gli sciamani? Chiedono. Sacrificano agnelli, vergini, buoi, galli e galline. Postulano, mendicano, supplicano che non succeda a loro ciò che succede a ogni essere umano. Non hanno idea di chi stiano pregando; ma intanto supplicano, invocano. E uccidono, squartano, ungono, incensano, battezzano, sposano, delirano, circoncidono, singhiozzano, bollono, peregrinano, s’inginocchiano. E il risultato?

[Km quindici] – sono in gruppo con tredici corridori, tutti africani di diverse etnie che si scozzano e si confondono; di fianco alla Cattedrale di San Gottardo un porco d’un diacono avvinazzato con un crocifisso in mano domanda a tutti: sei cattolico? A chi annuisce appiccica sulla schiena un Post-it giallo.
Seduto sul marciapiede, schiena contro la base di un lampione, uno spilungone spedato bestemmiando spalma gel verde in mezzo alle dita dei piedi.
Cinquanta metri dopo un secondo prete mormora preghiere e procede alla confirmatione in periculo mortis di tutti quelli con il Post-it giallo sulla schiena.
Io non ho annuito, e ho un Post-it azzurro. Non so che significa, ma non ho diritto all’unzione. Ancora il tedesco. Ha un Post-it fucsia. Digerisce rumorosamente, lurco e svergognato. Scheisse. Mi si accosta senza guardarmi. A diciott’anni mi sono innamorato di una chellerina di Costanza. Sbuffa, ansima, tossisce. Il figlio di mignotta parla italiano. Tossisce, soffia. Meglio che risparmi il fiato. Gira il naso verso di me per una frazione di secondo. È morta annegata tre giorni dopo, nel lago, mentre le giuravo amore eterno. Ewige. Liebe. Scoppia a ridere. Zoppica come un cane con tre zampe, come un ubriaco. Canticchia un motivetto idiota. Schwarz, schwarz, schwarz sind alle meine Kleider. Vorrei distanziarlo, mollarlo lì, sgambettarlo, levarmelo dai coglioni; ma per quanto mi sforzi di accelerare il passo, lui continua a zoppicarmi penosamente accanto canticchiando come un ebete. Schwarz, schwarz, schwarz ist alles was ich hab. Un marinaio con corna e coda me la rubò, un cucchiaio da moccio la raccolse tra le acque lutulente dello Schwäbisches Meer un giorno di aprile. Un giorno di maggio. Un giorno di giugno. Rotzlöffel. Era la migliore chellerina del Baden-Württemberg. Ma anche le migliori chellerine del Baden-Württemberg annegano. Annegano giù. Annegano glù. Giù giù giù / glù glù glù. Scoppia a ridere. Come fa a correre e allo stesso tempo a cianfrugliare come un’ostessa? Taci, brutta bestia immonda. Niente da fare; canticchia come se fosse sotto la doccia, il krampus maledetto. Canticchia! Darum lieb ich alles, was schwarz ist, Weil mein Schatz ein Schornsteinfeger ist. Che significa il Post-it azzurro?
Su viale Indipendenza ci accoglie un branco di ballerini nudi. Danzano nel silenzio. Danzano una povera danza amaramente demodé. Il lamento nebbioso dei gabbiani sulle balconate misere incornicia la solitudine degli uomini. Noto alcuni enormi cazzi che sbattono sulla pelle glabra delle cosce con piccoli schiocchi simili a schiaffetti. Mi eccito, ma forse non dovrei. Scivolo via superando un negro pelato di due metri che rappresenta lo spettacolo più bello e armonioso visto in vita mia. Il tedesco ha smesso di canticchiare, adesso mi abbaia contro rabbioso. Angst vorm schwarzen Mann, du Schwuchtel? Andiamo, frocio, andiamo. Ripete la parola frocio. Schwuchtel. Ripete la parola andiamo. Gehen wir! Inspiro, allungo il passo per tenere quello dello storpio tedesco. Corri, frocio, corri. Scoppia a ridere. Ride ride ride. Il suo cachinno rimbomba e risplende nel silenzio della città vuota, e quando termina non resta che un’umanità imbarazzata.

[Km ventitré virgola sei] – sul Lungotanaro bambini festanti agitano bandierine italiane. Mi salutano! Ciao, ciao, ciao. Fanno ciao con manine delicate, italiane. Abbiamo mani delicate, noi italiani. Le abbiamo? Mica vero. Siamo sporchi. Cenciosi. Maleodoranti. Negri di fuliggine. Spazzacamini. Almeno dentro. Dal fiume in secca affiora la carcassa di una lavatrice. Carogne di cani. Un marcantonio sotto un albero striminzito agita un campanaccio e avvisa, con voce splendidamente monotona e imperturbabile, che stiamo finendo. Stiamo finendo. Singhiozza. Stiamo fi. Nendo. Singhiozzo. Stia. Mo. Finend. O. Voglio bere. Il fiume arido come il mio cuore mi ha messo sete. Attraversiamo il ponte Carlo Magno, il tedesco e io. Mi guarda un momento, me ne accorgo con la coda dell’occhio mentre piglio tutta l’aria che posso nei polmoni indolenziti. Lasciati andare, Kotzbrocken, corri. E non generalizzare. Mi legge nel pensiero? Tutti gli italiani sono sporchi cenciosi maleodoranti dentro? Non generalizzare, brutto stronzo. Forse lo sono tutti gli esseri umani. Guasti. Sta parlando di peccato originale? Finiamola di raccontarci favolette. Provo a rammentare un italiano o un essere umano che non sia sporco cencioso maleodorante dentro. Conoscevo un tale, sì. Era affetto da un male incurabile, non ricordo il nome. Amore? Bontà? Delicatezza? Morì presto, senza lasciare tracce di sé.
Mi vengono in mente versi disordinati di vecchie poesie. Cerco di ordinarli, ma un asiatico con pettorale quattrocentotrentadue mi supera. Abbandono la poesia e cerco di tenere il passo di pettorale quattrocentotrentadue fino all’angolo con il Caffè Cocchi; l’insegna è un po’ scrostata e mette in moto tutto quell’ambaradàn proustiano coi ricordi d’infanzia. Ecco immagini confuse della mia giovinezza. Il calcio balilla. I primi mozziconi di sigaretta fumati col pene duro. Un cane bianco e marrone. La vendemmia sotto la pioggia. Ragni e cimici. Forfecchie. Un uomo che mi sussurra all’orecchio: solo quando soffrirai troverai la pace. Gli credetti, e andai fino in fondo. Mi spaccai due denti davanti con un sasso. Un’onda di sangue al volto, un abbarbagliamento improvviso. Cecità. Il gusto buono del sangue. La pace? Non c’è pace per gli uomini come me, umbratili e disorientati. Una bambina con le trecce mi porge una bandierina dell’Italia. L’afferro, ma mi scivola dalle mani. La lascio dov’è. Mi sento irrigidito. Pesante. Sto calpestando il terreno. Sento la voce del mio allenatore nel cervello. Pensa di correre sulla superficie della terra nella quale è sepolta tua madre. Devi accarezzarlo, il terreno, non calpestarlo. Rispetto e amore. Rispetto. E amore. L’amore mi ha devastato troppo a lungo, troppo a lungo. Molto meglio la collera. Il rancore. L’ira selvaggia. Per un attimo godo di un silenzio innaturale. Ho una voce nella cucurbita. Una voce che mi ammonisce. Mi definisce. Sei una mezzasega. Sei un omiciattolo. Un pigmeo. È così. Sono precisamente un nonnulla, una bagattella, un purparlé senza progetto, l’abboccamento per un colloquio fasullo con un dio inesistente. Uno stormo di effe-trentacinque saetta sulle nostre teste meritando le maledizioni di una vecchia con un cagnetto al guinzaglio e le imprecazioni del tedesco che mi corre accanto.

[Km ventotto virgola cinque] – fa caldo, e le strade del centro sono screpolate come labbra d’asino. Giovani donne sculettano tremando come ciglia mentre salutano qualcuno, chissà chi. Comincio a sentire la fatica. Mi ci vorrebbe un oppiaceo qualsiasi, ma non ho altro che delle fottute barrette e le capsule di OxyContin. Mangio una barretta con le maltodestrine sul viadotto che sormonta la ferrovia. La zona industriale è adornata da capannoni-magazzini-depositi in rovina, fabbriche stabilimenti stalle e copertoni che bruciano mandando pennacchi di cenere nera nel cielo alto e gracchiante. Mi ci vorrebbe del Pervitin. Lungo la bordura erbosa, in bilico sull’abisso dei fossi guastati da cartacce e rimasugli e sacchi e mozziconi, stanno seduti su sedie pieghevoli gli scrittori, gomito a gomito. Ce n’è a dozzine. Picchiettano sulle tastiere dei loro portatili. Scrivono. Hanno fazzoletti sulla bocca per respirare. Nelle strade immerse di luce azzurra, nell’aria illuminata dai bianchi riflessi delle facciate delle case, le menti strette negli angiporti popolati da poveracci, scrivono di guerre che non hanno mai visto o vissuto, tratteggiano gli angoli dei palazzi del potere, rivestiti da bugne scabre e sbozzate. Wichser, maledette mezzeseghe! Alzate il culo e venite a correre anche voi. Scansafatiche, inutili vermi, venite a combattere. Restano dove sono, le chiappe sprofondate nelle sedie pieghevoli. Osservano i campi di bestiame nella calura argentata. Pacciame di stallatico. Se solo gli scrittori fossero capaci di infilarci le mani dentro e rancare via lo stronzo perfetto, lo stronzo fossile, lo stronzo crocifisso. Libro sacro con la copertina di letame. Manifesto: il nostro dio è un coprolite di bestia selvatica, uno stronzo fossile di dinosauro. Preghiamo. Stronzo nostro che sei sottoterra, sia violato il tuo nome, venga il tuo regno, bla bla bla e coglionate simili. Noi lo chiameremo il regno dello stronzo divino.
Tiro dritto nella morta e lunare tundra urbana offuscata da un sole eternamente a picco, provando a pigliare tutta la merdosa aria guasta. Tossisco. Un chilometro dopo sono nella zona residenziale. L’aria ha un odore di donna, le colline hanno l’aspetto di bastimenti scuri sullo sfondo di un mare finto. Una nube prende a coprire il sole. Lenta. I portoni delle case basse, gli occhi delle bambine e le nuvole hanno il colore verde delle ceramiche di Tamegroute, macchiano il cielo pallido sopra gli alberi grigiastri. Un vecchio con baffi a manubrio color biacca suona la Cucaracha con l’ocarina. Mi ricorda, chissà perché, che ho da sempre qualcosa di amaro che mi stagna dentro, come un rancore triste che non trova il modo di sborrare, cova e bulica nell’umido dell’anima schiavizzandomi duro come un aguzzino crudele o un amante disperato.
I cannoni sulle mura del castello, sostenuti da affusti di legno marcio, sparano a salve al passaggio dei corridori. Quattro colpi. I numeri pari sono buoni per il lutto.
Seduto in un’aiuola, il culo bagnato dalla guazza e le dita dei piedi luride che spuntano dai sandali, un mendicante tiene un cartello per i due angoli col pollice e l’indice, a distanza dalla faccia, con le braccia tese, come se fosse qualcosa di disgustoso. Sul cartello c’è scritto Die Hölle wird kommen und wird Deutsch sprechen.

[Km trentasette virgola due] – prendo gli zuccheri al postoristoro senza neppure fermarmi. Il mio fisico è perfettamente allenato e la mia mente cerca di assuefarsi a una condizione di dolore sublimandola con immagini apparentemente piacevoli. Iniziano le scommesse con la propria resistenza. Giro l’angolo tra piazza della Repubblica e il parco del Futurismo letterario e sfreccio sull’asfalto senza badare alle persone in strada. Sto ripensando ossessivamente al discorsetto del mio allenatore: il percorso della maratona è come il percorso della vita, ha detto, e io sono qui che sto pensando che allora ogni cosa è come la vita, anche cuocersi una bistecca è come la vita, ogni cosa che ha un inizio e una fine è come la vita, ogni sofferenza e ogni malattia sono come la vita.
Sento un gusto orribile in bocca, qualcosa di sanguigno, sputo sull’asfalto ma la saliva è pesante e mi si appiccica al mento, ho bisogno di passarmi un braccio sulle labbra. Sono in un gruppetto composto da cinque corridori, gli altri mi sembrano molto più indietro, i primi due sono ormai troppo avanti, non riesco neppure più a vederli nel lungo rettilineo di corso Federico II. Prima del monumento al Re giriamo a destra, una carraia polverosa segnata dalle impronte delle suole di altri esseri umani, cavalli, cani. Ancora il tedesco. Sbruffa acqua dalle froge e coglionate dalla bocca. Canticchia. Addio, terra amata. Addio, belle signore. Addio mie giovani speranze. Addio, addio.
Avrei bisogno di una pristina bellezza, di una diaconessa con le giarrettiere intorcigliate nelle calze che mi baciasse sulla fronte e mi salvasse da questo mondo di morenti.

[Km quarantuno] – mi sento terribilmente bene. Eppure è come se una vecchiezza inattesa mi incrostasse addosso una cappa di sale. L’aria caliginosa mi tribola le narici. I miei anni sono un tarassaco spazzato dal vento. Una nonna enorme, alta come un palazzo, pone impiastri sugli occhi dei nipoti di tutti e grida: cecità! cecità! Meglio non vedere! Questa pornografica vita umana giace in equilibrio sul filo dello scandalo. Pornografi di merda! Strepiti a est. Strilli. Arriva un temporale? No. Soltanto vento e fulmini distanti. I miei pantaloncini verdi sbrendolano nella tempesta promessa. Un acquitrino guasto e starnazzante: mille maschi di sula piediazzurri ballano all’unisono un comico tip-tap alla moviola per esibire le zampe e accaparrarsi le femmine migliori. Qualunque cosa, pur di conservare la specie. A cinquanta passi dal grattacielo ancora gli effe-trentacinque. Bombardano? S’ode un fischio che racchiude in sé tutto il terrore degli ultimi giorni. Una sirena antiaerea si sforza di salvare il salvabile. Eppure non cadono bombe. Non servono più, le bombe. Sono volantini colorati come le caramelle Baratti & Milano. Volantini dappertutto. In my end is my beginning? No. Ci fu chi disse che desiderare l’immortalità è desiderare la perpetuazione in eterno di un grande errore, ma non so chi. In our end is our end. Nessun inizio. La fine, per questi poveri diavoli figli di troia che siamo diventati, è solo un’eterna, indeterminabile, fine. Neppure un’anima su cui fantasticare, ci resta. Reincarnazione? Ruttiamo. Metempsicosi? Scatarriamoci su. Salvezza eterna? Scoreggiamo, petiamo, che sia un peto tonitruante, che giunga alle orecchie di tutti gli dei e li stordisca per sempre. Ecco il panteismo! Das ist Pantheismus! Neppure un inferno, ci tocca. Nada de nada. Saremo solo una serie di modi di dire, il niente di che, il niente di fatto, il niente di niente. Non è niente, amore mio, sto solo morendo. Nel parcheggio del centro commerciale ai piedi del grattacielo donne inturbantate si spogliano e si rasano i capelli. Ancora l’aranceto. Migliaia di arance marcite sulla terra bruciata. Chi le poteva cogliere? La tempesta arriva? Non arriva. Non c’è altro che un sole infuocato in un cielo bianco. Galleggia come un tuorlo nell’albume. Ite, missa est.

[Km quarantadue virgola uno, tetto panoramico del grattacielo Tubosider] – dall’alto la città è ricoperta di merda. Merda, merda. Guano, cacca, cacatine, meconio, feci. Escrementi. Sterco. Popò. L’armageddon del coprolite sacro. Tutti gli stronzi risorgeranno e si ricongiungeranno alle loro anime. Saranno un solo pastone, che ricoprirà il mondo e ammanterà i peccatori. Fine dei tempi! Alziamoci e camminiamo, dunque. Squillino le trombe, si squarcino le tombe, crollino le bombe! Giro il secondo angolo del palazzo, le ginocchia non rispondono più agli ordini provenienti dal cervello, le caviglie fanno un male cane. Il firmamento è una sterminata gramaglia che spenzola luttuosa sopra le nostre teste. Mia moglie è nuda. Si liscia il naso ricoperto da quelle meravigliose efelidi che mi fecero innamorare. Ora sulla pelle ha le macchie giallognole del tabacco. Lunghi capelli frusti che ricadono su sgraziate poppe ballonzolanti, simili alle mammelle delle capre. Urla qualcosa, ma tutto è ovattato, ho il volto ricoperto di sudore, la vista annebbiata, le braccia indolenzite. Il vento mi abbarbaglia e mi sussurra una canzone malinconica. Mio figlio spalerà la merda che ricopre il mondo? I suoi occhi supplici splendono, rischiarati da torreggianti ceri di sego. Resteranno almeno gli animali? Sembra di no. Le vacche avanzano in fila per due verso l’eucarestia di senape e salsa tartara. Un chiodo in testa et voilà, benvenute nell’oltretomba. L’aldilà delle vacche è uno stomaco umano confortevole. Il tedesco è ancora al mio fianco. Ti aspetto, Seckel. Coglione. L’ultimo sforzo che chiedo al mio corpo è quello necessario per scavalcare il parapetto con un balzo. Non è alto, lo supero senza problemi, brillantemente. Ottantasette metri più sotto c’è il traguardo. Sciape voci moribonde mi berciano in testa. Il Coro della confraternita di Gavi attacca casca il mondo casca la terra tutti giù per. Mentre precipito le gambe ondeggiano leggere il sudore risale dal torace il vento frizzante delle montagne mi culla e io mi piscio addosso controllo i battiti stoppo il cronometro una sula piediazzurri emette un fischio lamentoso lanciandosi in picchiata da una nube a forma di donnola e il tedesco accanto a me ride ride ride vorrei tanto ridere anch’io ma non c’è più

Gian Marco Griffi

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