Appunti insostenibili #2: Neogrigio

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velo99999, house, sweet house (Risograph 2022)

(Come una distanza a cui dare una risposta al ritmo di stantuffi spezzati sotto scarponi chiodati il gatto guardava tremare le mie mani sudare e piangeva miagolii strozzati che sembravano parole che non potevo non ascoltare era l’ora che di solito lui usciva e noi a turno nel cortile controllavamo che non si facesse del male o sparisse oltre il cancello che dà sulla strada oltre il muro di cinta che dà sui vicini oltre i tetti che danno sull’altro lato dell’isolato ero quasi pronto per uscire avevo già telefonato in mezz’ora potevo raggiungerlo in stazione non avevo altro tempo da perdere e in un’ora sarei andato e tornato se appena scesa la discesa che dà sui binari il trenino passava subito ci mettevo pure un quarto d’ora ad andare pensavo già mi sentivo correre sembravo le mie gambe in movimento perché sapevo che non mi avrebbe aspettato nella tua posizione non puoi permetterti di fare tardi non sarei mancato troppo e tornando avrei cercato di tirare su due monete per comprargli da mangiare che in fondo mi dicevo forse urla per tutto il giorno che non ha mangiato dal pomeriggio del giorno prima non era mai successo fino ad allora che non avessi che quei soldi e nient’altro e i cuccioli non sono abituati a non mangiare era la prima volta mi infilavo le scarpe e poi il cappotto mentre gratta la porta che vuol dire fammi almeno uscire e allora ho pensato di lasciare la finestra aperta che tanto in un’ora ce la facevo e se il trenino passa subito anche tre quarti d’ora e intanto lui almeno esce è l’ora di uscire e io torno subito con da mangiare non può succedere niente in effetti la paura che gli accada qualcosa e di conseguenza un controllo costante e una costrizione fisica innaturale è un moto irrazionale che col passare del tempo e degli anni dovremo saper correggere mi dicevo affinché cresca bene e felice e con un nome che al più presto dovremo trovargli ha già due mesi è bene che impari che si chiama ma per ora non riuscivamo a decidere Siberia avevamo pensato come il freddo che faceva quando lo abbiamo trovato sporco di fango e grasso e insanguinato in un tombino incastrato ma ogni nome ci sembrava poco originale o per meglio dire calzante ci sembrava che il nome dovesse affermare in una parola il modo in cui era non solo fisicamente tutto affusolato magrissimo e nero con come un neo grigio tra la bocca e il naso ma anche caratterialmente un nome sintonizzato sulle sue frequenze le più profonde il problema era che ancora non lo sapevamo com’era perché due mesi non ci sono bastati anche perché di giorni interi passati con lui quasi niente molto pochi io ero sempre fuori casa quando tornavo a notte fatta allora anche per questa ragione probabilmente ora mi sembra che certe insistenze e forti pianti non fossero soltanto ragione della sua infanzia ma anche in qualche modo perché primancora trascurato per dire la verità ora si può dire è passato tanto tempo non è più il caso di incolparci la ragione era nella buonafede dell’azione dunque oggi possiamo sentirci sollevati ora per tornare alla storia io mi ricordo che a un certo punto per strada ero appena uscito di casa e la schiena mi esplose cioè sentii proprio nagasaki un’esplosione sulla lunghezza dei reni come fossero accartocciati su loro stessi e poi saltati in aria come una bomba in testa ma nei reni come vuoti tutto è crollato e si è ribaltato su di sé era come vedersi allora la pelle ha preso a pulsare dolorosamente questi brividi che già albergavano in me dal mattino decisero di contarsi e si agitarono più che poterono sudando il mio corpo sull’intera superficie di pelle ora acida e bollente così da puzzare acre e potente faceva schifo sinceramente ma io non ci badavo preso da improbabili conte temporali pronosticavo il finale nel giro di cinquanta minuti giustificati dal ritardo del trenino bilanciato dalla fretta che tornando mi sarei imposto mentre sulla panchina alla fermata svernavo il trenino è arrivato e ci ha ci ha caricati ma eravamo troppi sentivo puzza di gente e odore di sigarette spente le vecchie signore occupavano tutti i posti e allora mi reggevo all’obliteratrice e piano cercavo di stendere la schiena i reni mi stendevo e piegavo il mio corpo così da sembrare una V abbracciando la macchinetta senza biglietto e delle lacrime di sudore sono cadute per terra dalla fronte e dai capelli bagnati a ogni fermata saliva altra gente ho guardato fuori oltre il finestrino per capire dove eravamo e ho visto l’entrata del sert avevamo passato una sola fermata da che ero salito io pensavo ne mancassero solo due o tre e invece eravamo appena all’inizio e questa cosa mi è davvero dispiaciuta perché non potevo più a stare così in piedi e poi mi pareva passata un’eternità e avevo paura che se ne andava mica aspettano tanto anzi di solito se non sei lì non aspettano proprio per sicurezza e paura dei motobinieri e perché sono paranoici si sentono sempre seguiti o per loro ogni macchina con un antennino è una macchina borghese e a volte ti fanno aspettare anche un’ora finché non sono sicuri che non ci sono macchine sospette e tu stai un’ora ad aspettare neanche fermo ma a girare mille volte gli stessi palazzi e isolati con lui che cammina poco più veloce di te e ti sta davanti per non dare nell’occhio diceva ma a me avrebbe insospettito un codazzo di persone in fila indiana che girano i palazzi a vuoto perché a volte non ero solo ad aspettare ma c’erano altri ognuno per conto proprio ma tutti lì per lo stesso motivo dalla stessa persona una volta ho provato a dirgli di quella processione losca e lui si è quasi offeso io so fare il mio lavoro non devi insegnarmelo tu pensa ai cazzi tuoi e se non ti sta bene e io lì a sperticarmi di scuse e suppliche di perdono non accettando il dissenso questo soggetto che faceva parte di una rete che faceva del dissenso una colonna identitaria della propria composizione si caratterizzava come un elemento spurio più simile a quelli che il dissenso lo combattevano dandogli la caccia e questa era la seconda cosa che mi faceva ridere di lui oltre alla sua paranoia però alla fine tante storie non le potevo mica fare questi qua non sono mica parrucchieri che te li scegli a seconda del taglio da questi il taglio o ti va bene e speri che non sia troppo ma non era mia intenzione a me andava bene lui andava bene tutto e così quando siamo arrivati alla stazione ho aspettato che tutti scendessero dal treno e mi sono seduto sul primo sedile liberatosi anche se avrei dovuto alzarmi pochissimo dopo mi sono disteso ancora un po’ ho dato dei pugni sui reni sebbene finalmente arrivato incredibilmente non volevo scendere cioè non riuscivo perché i movimenti mi costavano troppo sforzo e allora non sapendo cosa e come farla ho pensato di star fermo finché una massa ha preso a salire e mi pareva di essermi incastrato in un equivoco giacché dovevo scendere e avanti avevo un muro spesso di corpi che difficilmente avrei scavalcato la prima cosa che ho fatto è stata alzarmi e subito tre quattro persone si sono lanciate per assicurarsi quello che doveva essere l’ultimo posto libero sul trenino che io avevo appena liberato la maggior parte dei viaggiatori scendeva al capolinea o a centocelle ciò nelle migliori delle ipotesi voleva dire un’ora di viaggio o mezz’ora per centocelle e anche se il trenino era più veloce perché correva sui binari quindi non subiva il traffico pauroso della casilina comunque era scomodo e stancante perché era pieno così che una similitudine non ti veniva in mente di solito si diceva di un luogo o di una situazione eccessivamente affollata sembra il trenino della casilina e dunque il trenino della casilina non sembrava nulla se non se stesso ricordo ancora la fatica che fu riemergere da quella ammucchiata di corpi bagnati e sudati e lingue africane sovietiche e asiatiche presi in sequenza una serie di gomitate una delle quali sulla bocca dello stomaco che mi riempì la bocca di bile e dal naso mi filava della bava verde e grumi rossi con dei peli neri attaccati era una pappetta che mi colava dalle narici sulla giacca solo più tardi pensai che forse era stata una gomitata a colpirmi per capire il sangue che non cessò di versarsi dal mio naso creandomi diversi problemi che in quel momento valutavo tuttalpiù di ordine estetico e di conseguenza non valorizzai sebbene in realtà fosse piuttosto una questione di opportunità evitare di girare sanguinante nel posto più centotredicizzato della città ma sentivo davvero mancare un passo alla fine di tutto e già avevo archiviato il trenino come un ricordo del passato e lo stesso mi apprestavo a fare per il senso di morte che sentivo mi sto morendo pensavo ma ce l’ho quasi fatta mi dicevo perché poi sul serio non ho mai immaginato la mia vita senza di me non ho mai avuto in testa un pensiero quale se muoio che faccio in quei momenti non ho mai creduto per davvero di poter morire anche se questo lo sento a posteriori passati gli attimi peggiori e comunque sapevo cosa mi avrebbe fatto morire meno velocemente o diversamente motivo per cui ero lì ai balconi finalmente mi guardo attorno cercando il mio uomo che mi pare non esserci mi sono fermato al solito posto tra la boutique cinese e l’internet point senegalese fermo sullo scalino della serranda da sempre chiusa tra i due negozi c’è poca gente e riconosco a pelle una sgradevole sensazione di tensione molto forte che appesantisce l’atmosfera e irrigidisce gli sguardi i movimenti i lineamenti i segnali la comunicazione non verbale normalmente fluida è la tensione di giorni di retate e arresti in effetti non riconosco nessun viso noto a parte laggiù alla discesa vicino all’albergo nero di gente che ha solo la bianca che a me non serve provo a richiamarlo ma ha il telefono spento o non raggiungibile allora snervo mi alzo e faccio il giro del palazzo mi agito verso la trattoria senegalese dove di solito si nascondono ma è chiusa neanche lì c’è nessuno allora ho pensato che non ricordavo di averla mai trovata chiusa e questo pensiero mi ha preoccupato abbinato alla constatazione della desolazione dei balconi ma per un attimo mi sono rallegrato perché mi son detto che potevo capitare lì proprio durante magari è successo tutto da dieci minuti e allora mi è sembrata una nota di colore ho addirittura sorriso mentre tornavo a poggiare il culo sul solito marmo e mentre le mie labbra sorridevano mi sono come guardato da fuori mi sono visto camminare e sorridere come se fossi a villa ada o al tagliamento e mi sono incazzato perché sorridere degli arresti era come mettere un dito in un frullatore era davvero fuoriluogo per quanto stavo male e tremavo e sudavo tutto bianco e bagnato e così pensando mi ha preso uno scoramento profondo un’ansia bastarda che quasi mi faceva piangere non sapevo proprio che fare mi sono seduto e sono rimasto immobile abbracciando le mie gambe tutto rannicchiato e mi muovevo sul posto come una frana prima di precipitare ora i balconi erano davvero vuoti non c’era più nessuno improvvisamente la puzza di piscio e di piccioni è diventata insopportabile come se qualcuno avesse alzato il volume ma dalle casse non usciva musica ma puzza di merda e di vomito di vecchio e di muffa di vuoto e di ossa rotte di viscere e bilancia crudele inseminato di roba le mie narici si sono riempite di odore di roba di taglio di termini l’odore di roba mi ha sommerso fortissimo tanto che mi sono alzato e ho guardato prima a destra e poi a sinistra o viceversa non ricordo più bene giù per terra e sulla strada sull’asfalto e mi sono messo a camminare testa in giù a cercare come quella volta Guasconi ha trovato un busta e venti euro così almeno ha detto faceva freddo e le lacrime agli occhi i lampioni non si accendevano così era ancora tutto grigio mi sono mosso verso la stazione ho provato a chiamarlo di nuovo ancora spento sono andato verso i bagni di fronte al camper di villa maraini vicino al bar dei rumeni senza una direzione né decisione senza di lui che se ne era andato non avevo intenzioni chiare ho aspettato davanti all’edicola di fronte che passasse qualcuno che avrei potuto riconoscere c’era come una fila un po’ dietro di me davanti al retro dell’edicola davanti a una tendina verde pesante dietro la quale erano impilati giornali e dvd porno il traffico era mutato e i sanpietrini non gorgheggiavano più ora erano autobus a bullicarli pesanti e lenti in curva sbilanciavano la coda che reggeva faticosa i lampioni dipingevano di luna le pozzanghere trasparenti su marciapiedi bassi consumati come suole di scarpe le narici piangevano la nube di macdonald come una coltre spessa avviluppava lo spazio il naso sbatteva ferito contro quel muro di fritto e immaginavo piccioni strisciare e americani gettare patatine bollenti e salate e giapponesi fotografare e brufoli scontrinare e vecchi uomini costretti berrettino rosso in testa a sparecchiare e svuotare i cestini per poter mangiare ma non mi immaginavo io mangiare e poi ho visto uno famoso entrare in farmacia con un ragazzo maghrebino molto giovane già visto altre sere in piazza poi dal bar dei rumeni era aperto ma vuoto ho visto uscire due gambe ma una non funzionava si trascinava sulla strada sulle strisce bianche zoppicava con metodo senza fatica e veloce devo averlo fissato e lui mi ha visto in questo stato di evidente snervo sudato e mentre la gamba buona remava verso destra la sinistra ha puntato sulla mia attesa e un attimo ho capito quel che sarebbe successo ma come per non prendere una decisione ho aspettato che fosse mi ricordo che non l’avevo mai visto prima ma ci aveva addosso come tatuato come un vestito da sempre indossato l’aura della stazione e la bocca stupefacente marcia sdentata e poi avrei notato le mani gonfie di fuori vena epici e la parlata sbiascicata romanesca nonché le palpebre festive sempre chiuse coperte da lenti scure di plastica marrone scheggiata al centro vestiva una tuta nera e una giacca di jeans chiusa con delle scarpe da ginnastica bianche senza lacci ma strappi di feltro molto sporche che calzavano piedi piccoli i capelli neri mario schifano lunghi rigati sulla destra unti come fusi sulla fronte la pelle ricoperta da una giallo patina epatopatica e senza barba gliene cresceva pochissima si vedeva e mille piccole bolle bianche sparse sull’intera lunghezza del viso mi si è davanti fermato parlato presentato spogliato sgamato sputato miliardi di rassicurazioni e un attimo ho capito quel che sarebbe successo ma come per non prendere una decisione ho aspettato che fosse in fretta ci siamo spostati verso il camper e lui ha scelto il sottopassaggio e mi ha cennato di seguirlo e mentre scendeva ha cacciato dalla tasca della giacca una pompa da due e mezzo già pronta e mentre camminiamo si tira su la manica e poi si ferma improvviso io li vado contro ché sono dietro di lui ma non fa niente e poi io dietro di lui si fa su due piedi in piedi scesi il sottopassaggio che collega la tangenziale che è giù al marciapiede che è su come in un tunnel e le macchine si vedono solo strisce colorate delle loro forme che bolidano una volta ho letto da qualche parte che un autobiniere in borghese o qualcuno me l’ha raccontato passava in macchina la tangenziale e sapendo questa uscita dove si fanno i tossici si fermava improvviso e sceso dalla macchina che lasciava là in mezzo alla tangenziale ti inculava tanti di quei pugni e schiaffi e calci nel culo che speravi ti arrestasse che allora doveva finirla almeno per ammanettarti bastavano pure quei secondi là fatto sta che non è passato quella volta lì che io ero sotto con ingamba che si è fatto e ha voluto pure accendersi una siga mentre io un po’ cercavo di farmi capire di fretta e soprattutto arrotolato ma lui gli aveva preso di parlare quanto era buona la sua roba che di solito se te lo dicono anche solo una volta è la formula empirica che postula scientificamente la certezza di un pacco a vederlo come stava però gli avresti dato retta perché barcollava non si reggeva neanche sulla gamba buona e gli occhi non gli apriva più tre dita destre fumavano la sigaretta si stava addormentando a quel punto non mi ricordo più bene ho le immagini confuse come un vhs smagnetizzato è passato tanto tempo non è successo niente di impressionante a un certo punto forse si è svegliato lui o l’ho strattonato io o la sigaretta ha bruciato e lui ha sentito come un pizzico bastato ad alzare le serrande dagli occhi sul prezzo mi ricordo che è stato troppo elastico e questa fu una circostanza che mi preoccupò molto e indubbiò e ora questo che non ho mai visto mi dice vabbene quello che hai epperò non ho fatto tante storie lì per lì perché volevo andare via subito e poi appena vista la busta le mie braccia pompano il desiderio le mie vene pulsano i miei reni urlano il mio retto esplode in definitiva sono pronto e il mio corpo intuisce il momento e il movimento da fare in piazza come unica precauzione mi sono avvicinato al camper a prendere le pompe e farmi vedere da rocco che mi abbraccia co gli occhi e mi propone un tè caldo che rimando a più tardi gli dico dove vado ai cespugli verdi nel parcheggio dietro il camper come faccio sempre il camper è una unità mobile che offre tè caldo e distribuisce gratuitamente preservativi siringhe fiale aghi soltanto ti chiedono di restituire la siringa usata per non gettarla in strada dicono né scambiarla ma in realtà per intercettarti parlarti assicurarsi che è andata bene e stai bene e sondare stanchezza e crepe nella tua dipendenza gli operatori sono molti e cambiano periodicamente se qualcuno si fa male intervengono prontamente mi ha detto una volta rocco ne salvano almeno due ogni sera che è una media altissima se pensi che così evitano sessanta morti al mese infatti a me sembrava esagerata poi ci sono periodi dice in cui ne sono di più secondo certe partite che girano dice ancora rocco tutto dipende ad esempio dai talebani e dagli americani perché l’eroina arriva dritta dall’afghanistan e quando a volte i soldati americani per simulare un controllo militare territoriale politico virtuale bruciano i campi d’oppio ciò crea pesanti ripercussioni sui rifornimenti e allora l’eroina scarseggia e quella che c’è la tagliano per farla durare come se non ne mancasse una delle conseguenze è una assuefazione e una tolleranza alla sostanza di segno negativo per cui quando a volte gira un’eroina buona tagliata di meno o molto poco l’overdose diventa inevitabile anche per i più vecchi com’è andata alla fine non me lo ricordo dopo che sono andato ai cespugli ho aspettato che non ci fosse nessuno l’unico che non andava via era aziz il parcheggiatore ho tolto la giacca e mi sono seduto sul marciapiede grigio e bianco di piccioni ho scartato l’insulina e la fiala e la busta inzuppata nel palmo destro sudato ho assaggiato granelli bianchi amarissimi disgustosi quasi già svenivo gioivo la forza immaginavo che botta ho messo da parte una sigaretta l’ho appoggiata per terra ho fatto un filtro ho tirato su la manica del maglione e ho stretto la cinta attorno al braccio all’altezza del gomito e ho cominciato a pompare pompare pompare pompare non mi fido di nessuno nelle stazioni quando li guardo e mi ricambiano e mi seguono e mi mentono già ansimo io lo so so già tutto so distinguere fischi da fiaschi mentre mi gratto le braccia mi prudono pericolosamente le mani come forme continenti gonfie ancora da ieri ogni volta temo il veleno ma umilio il terrore per assassini sdentati non sempre colposi ai russi non accordo mai la mia ingenuità nemmeno agli esti in generale ho saputo rilassare la mia sfiducia nei confronti dei nordafricani ma i romani giammai le romane talvolta le mature romane che combattono dai primi Settanta in casi come questi vuota ogni strada e nessuno ai balconi funziona che mi aggiro inquieto e sudato tra queste vie che hannome solito di padri di patria torvo il mio sguardo e indurisco i lineamenti non indosso giacche di velluto e panni sofisticati per non parere l’ultimo degli appena arrivati e vagheggiare un contatto empatico co loro giro a vuoto isolati e edifici sporchi e oscuri e belli e bruttissimi fumo seimila sigarette su autocofanomobili che si ritirano sotto il mio peso d’altronde io qui potrei aspettare lamiara gazza o qualcuno dei miei colleghi con cui normalmente come si fa mi appuntamento qua dove le celeri volanti parcheggiano di casa anche i celeri lo sanno che può essere lo sanno ma poi ci sono giorni che è successo qualcosa e se anchè passato abbondantemente il tramonto sappi deluderti ché sicuro non c’è più nessuno perché ci si incontra alla luce dei soli le umanità le più disparate le bocche stupefacenti che mosaicano questi posti hanno paura del buio solo al sole e così resto fermo a tremare e fumare aspettare malvestito qualcuno mi scambia per una puttana la ragione è il mio viso che costretto all’infuori d’un’incipiente paura genera l’equivoco continuo a girare mentre si è fatta una certa maledetta dalle parole che sguinzaglio quasi cadavere dal freddo ma come potrei tornare a casa e mentirmi che lascio stare e dirmi stasera no non posso non è possibile e allora è inutile che ci provi noiosa signorina rinuncia mentre sto rimorchiando miss persevera che in tutto mi si para davanti in forme romane al maschile come posso lasciar stare magari questa volta posso rilassarmi magari non è detto che andrà male non è detto che non ci si possa mai fidare e quando questo ennesimo cesare mi promette i colori più cangianti del cielo e le stelle nei miei occhi nella mia testa nelle mie braccia non ho altra scelta non mi sembra ma io non voglio morire rocco dalle braccia fino al cuore non ora noninquestigiornino nvoglio rocco mi teneva la testa in su e mi strillava piano era tutto sudato ma non come me che luccicavo mi si erano appiccicati tutti i capelli sulla fronte e avevo come dei riquadri bianchi sugli zigomi il riflesso delle luci sulla pelle bagnata mi ha tirato su come dopo un’immersione al mare quando i polmoni non hanno più aria e non ce la fai più ero steso per terra sul marciapiede davanti al camper in camicia sbottonata e faceva freddo e rocco sorrideva e mi sentivo tutto appiccicato e c’era un casino attorno a noi un capanello di gente la prima cosa che ho sentito è stato il freddo ero tutto sudato e ci avevo solo la camicia aperta sul petto e i peli arricciati nerissimi il maglione e la giacca erano spariti allora rocco ha chiesto se nel camper c’era una coperta mentre uno arancione con una pila in mano mi ha puntato un fascio di luce fortissimo nell’occhio e la pupilla ha girato rivoltandosi io non lo sapevo ma avevo appena risposto a uno stimolo che attestava la mia vitalità allora era tutto finito pure che era andata male ma era bello stare così faceva quasi bene rocco mi teneva la testa e chiara mi portava il te caldo con la faccia preoccupata ma sorridente da inzuppare mangiare guardare e basta e manco mi rompevano le palle a dirmi allora hai visto ma perché che hai fatto come stai rocco mi ha salvato in due iniezioni di narcan e mi sentivo già di poter tenere gli occhi aperti è andata bene finché mi hanno fatto alzare la prima cosa che ho chiesto è stata una sigaretta che pure quelle mi avevano fregato e dopo tre tiri mentre già camminavo è stato allora che ho sentito gli stessi dolori ai reni alla schiena come prima e mi sembrava impossibile rocco mi guardava con su la faccia ma che non lo sapevi mentre la schiena urlava come una febbre senza mal di gola come una morte breve nelle stanze d’albergo a quel punto ho realizzato una disperazione profonda e inattaccabile mai intonata fino ad allora che soprattutto invalidava qualsiasi intenzione volontaria peggio che morto replicavo le ultime ore di dolore che speravo superate ho urlato a rocco di fottersi la prossima volta quel cazzo di narcan che maveva risucchiato la over ma ripedalato la ruota addosso che tutto quello sbatto doveva fermare almeno fino alla sera e ciò chiaramente voleva significare essere di nuovo in astinenza è stato un colpo assolutamente non previsto sembrava uno scherzo crudele su uno schermo freddo distante e proprio non sapevo cosa fare come orizzontarmi cosa pensare come cominciare come muovermi dove andare era già tardi e soprattutto non avevo soldi avendomi rubato tutto neanche il telefono per chiamare qualcuno in quella occasione forse per la prima volta il meccanismo di identificazione cui ero preda ha cominciato a mostrare delle crepe e quel processo identitario che fino ad allora mi aveva fatto sentire al sicuro all’interno di un tessuto cui io sentivo pienamente di appartenere con un ruolo e una missione definita fu messo in discussione dall’assurdità spietata di una realtà desolata ma questo probabilmente posso dirlo ora dopo il tempo che è passato e dopo tutto quel che mi è successo e dal punto in cui sono ora fatto sta che era la prima volta che mi sentivo completamente solo e mi pesava tanto perché fino ad allora la solitudine la consideravo una scelta cosciente ma ciò che voglio dire è che la dipendenza si accompagna a un senso di appartenenza percepita fortemente perché senti di far parte di un gruppo umano più o meno vasto di soggetti accomunati e ti appoggi a una consolazione che non si realizza mai o solo superficialmente e comunque di per certo il tuo stato quello che vivi diventa una identità precisa e definita in cui ti ritrovi per quanto discutibile messa in discussione e marginalizzata che sia e ciò comporta il processo identitario di cui sopra con le sue dinamiche e i suoi meccanismi che allora in quella occasione mi si svelarono per quel che erano tutto questo castello immaginifico che col tempo mi ero costruito per formalizzare le mie resistenze e annullare certe tendenze centrifughe che a volte esplodevano in me stava crollando improvvisamente o meglio ero io a rivalutare in un attimo qualsiasi mia posizione non mi rimaneva che un umiliante rancore nei confronti di una persona che mi aveva salvato perché ora mi toccava ricominciare terrorizzato a causa dei dolori e sporco sudato puzzavo tutto tirato piegato in due sono entrato in metropolitana che è uno scenario usuale se non da manuale per rubare un portafogli che allora mi sembrava la via più semplice e veloce non è una rapina in banca e non abbisogna di armi né maschere alla prontezza di spirito avrei abbinato rapidi riflessi e con la velocità avrei indossato la naturalezza della vaghezza fisso la prima necessità che è discernere un turista giapponese non è un ambulante pakistano e un doppiopetto non rassomiglia a un fuorisede pugliese ho metodo giudizio e le perle sulla fronte non sono il calore angusto della metro e i brividi sulla schiena non sono il primo freddo dolente che fa dall’esterno sembro necessitare tuttalpiù di unaspirina mentre conto di prendere al più presto uninsulina dopo almeno un borsello capiente i documenti li avrei imbucati in cassetta e il portafogli gettato dalla finestra il treno oscilla e trema vistosamente e ho paura che tutti mi guardino spaventati ho paura di dare nell’occhio cedo il posto a una nonnina e non mi mostro sofferente non mi appoggio né mi storco sono dritto e composto come un palo tanto che qualcuno mi si potrebbe appoggiare non mi scompongo perché sento in me risorse inedite da sfruttare mi muovo per linee verticali dentro i vagoni della metro e guardo finché non trovo cerco finché non mi fermo un turista tedesco non è un operaio calabrese e magari ha pure il nonno nazista ma bardato com’è è poco ammazzabile non ho intenzione di assaltarlo mi metto dietro di lui per sfilare le carte che poi più tardi ho idea di barattare col primo che passi a via marsala per un attimo penso che potrei non trovare nessuno pure con i soldi potrebbe essere tardi o magari ribadire l’incidente di prima e oltretutto sospetto che a quel punto rocco non si muoverebbe avevo in mente che non avrei vissuto tutte quelle difficoltà se avessi lavorato come per un po’ ho fatto allora era bello calcolare meno ansia e più facilità ad ogni galoppata tra assassini e matti in piazza della sostanza ma poi finii a sfilare le carte dalla cassa che le mie non mi bastavano più non era mai abbastanza è stato un gioco che mi è sfuggito di mano e mi ha licenziato il germanico mi pareva prendesse molto sul serio tutte le raccomandazioni metropolitane scritte e orali a proposito dei borseggiatori che chiaramente chiunque immaginava bambine zingare e ragazze in cinta rumene cosa che al limite poteva favorirmi il turista prendeva a rilassarsi e io al suo fianco felinavo discreto non poteva andare bene non avrebbe funzionato non era solo i vagoni pieni la metro in viaggio io impaziente la borsa per un attimo mi è sembrata più lenta spalancata lontana da lui forse potevo forse e poi avrei dovuto lasciar parlare la mia corsa ascoltare le mie gambe fidarmi delle mie danze correre scappare andare ora andare subito andare via un mese dopo l’arresto le cose sembrano prendere un’altra piega la legge mi obbliga alle cure di un sert cui vengo assegnato e per la prima volta ricopro un ruolo inedito che non avevo mai sperimentato ora sono un paziente anche quando non sono in astinenza né ho la febbre con infermiere e infermieri e dottoresse e dottori che mi ascoltano e seguono senza dimostrare palesemente la loro indifferenza e la loro sfiducia nei miei confronti come parte di un tutto una volta la settimana incontro uno psicologo con lui mi rilasso e riesco a parlare liberamente è la prima volta che di fronte a una autorità una figura istituzionale e di potere cade uno steccato e mi ritrovo con nulla da recriminare ed è ciò che all’inizio mi crea imbarazzo e confusione che a lui non esprimo ma che mi dilemmano fortemente quando poi in seguito deciderò di parlarne lui non si stupisce e sottolinea come non sia un problema o non più nella misura in cui l’ho già affrontato senza bisogno della sua mediazione pone l’accento su questo e mi spiega come il suo compito il suo intervento sia proprio quello di offrire una mediazione e questa dinamica vale in generale non solo in questo caso lui riflette lucidità e elabora alcuni punti che in effetti si snodano e gli sembra dice lui riportino i motivi per cui ho sviluppato questa dipendenza in queste forme va avanti per ipotesi non sempre esattamente dimostrabili e un giorno mi dice che ha sempre considerato l’eroina una scelta coraggiosa nel senso che ho fatto una scelta di automedicamento che avrebbe dovuto guarirmi e l’ho fatta perché volevo guarire credendo di potere e si trattava di una scelta coraggiosa perché rischiavo il mio corpo e la mia conservazione però sbagliata perché non efficace in quanto col passar del tempo questo automedicamento è diventato il dolore al sert incontro gli stessi personaggi che incontravo fuori in stazione per le strade ma lo scenario diverso abbatte la veste che ammantava quelle circostanze anche i visi sono diversi in queste stanze nel silenzio di telefoni che squillano non risposti ed esprimono una sacralità rispettata in superficie come in una chiesa turistica i pazienti del sert sono per lo più stranieri migranti dell’est russi ed ex sovietici rumeni ma ci sono anche senegalesi algerini tunisini marocchini e asiatici turchi afghani e iracheni come passati da una guerra all’altra una volta ho conosciuto un coreano e una giapponese gli italiani sono studenti fuori sede o giovani lavoratori del sud pugliesi calabresi siciliani oltre ai vecchi guerrieri romani ormai cinquantenni e pure sessantenni a mantenimento vitalizio di metadone incontro tante persone che mi stupiscono qualcuno anche mi attrae ma con le quali non lego vale per tutti tranne che per roberta ci vediamo anche fuori all’inizio sporadicamente poi sempre più spesso ci aiuta il fatto di avere storie simili la stessa età e gli stessi dottori in breve facciamo coppia sento maggiore controllo sulle cose e gli avvenimenti quei giorni sono lontani ma ancora vivi sappiamo regolarci più di prima viene a casa mia una volta a settimana non ricadiamo negli schemi che ci vorrebbero alienati e senza controllo i dottori non legittimano questo nuovo rapporto con la sostanza ma lo sanno che una volta a settimana o due se proprio capita è niente rispetto alle quattro al giorno di prima appena svegli pomeriggio sera e prima di dormire in quei momenti non ho bisogno di niente e non c’è niente che mi preoccupi roberta vuole che io ripensi al gatto che in quei giorni mi faceva compagnia roberta dice che sarebbe andata diversamente se quella sera fossi tornato a casa è stato triste accorgersi di avere tanto sbagliato roberta dice che dovrei prenderne un altro ma io non le ho risposto perché e non gliel’ho detto spero ancora un giorno che torni ora che anche a un nome per lui ho pensato Neogrigio come quello che aveva tra la bocca e il naso)  

 

 

Linda Vomitani

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