#1000: L’ultimo alimentari del pianeta Terra

velo999_Everybody has his own Mr. Hyde

velo99999, Everybody has his own Mr. Hyde, (risograph, 2022)

Contando da qui, 8 giugno 2015, Verde ne fa 1000: L’ultimo alimentari sul pianeta Terra è la millesima storia che pubblichiamo sul blog. Luca Marinelli non esiste, è un nome collettivo coglione che inventammo oggi nel 1992. Trent’anni di racconti coglioni come questo, questo e questo. Auguri al nostro nome coglione collettivo e almeno altri cento di racconti come questo.

Un uomo con una valigetta entra nell’ultimo alimentari del pianeta.

Il pianeta è la Terra, l’uomo è distratto da una leggerissima, leggerissima sensazione di nausea che l’odore del surimi a mollo nella vaschetta di plastica dietro al banco gli provoca in memoria ereditaria di un salmastro quasi annegamento che la potenza assoluta del trauma ha inciso con puntello di chimica nei geni di un suo discendente, nell’alimentari siede su uno sgabello alto La Signora, donna delle donne del paese, figlia della madre delle madri dalla robustezza vigorosa e immortale – esteticamente sbilanciata, donna cassaforte, pregiata ricchezza da figlio al sicuro nel grembo.

I cartoni della pasta e le buste di biscotti confezionate in plastica grezza con un nastro stretto a mano dalle dita della moglie del fornaio locale si affacciano torve e minacciose nella penombra dalle mensole riflettendo sottilissime chiazzette di luce sparse, come piccole creature annidate nella tenebra dell’opportunismo di riflesso, feroce, che anche in natura non manca mai nelle specie a rischio – la marcia dell’estraneo con la valigetta attraverso quel valico della vergogna, e se lui, l’uomo con la valigetta, non fosse annebbiato malcelato e vessato dall’ago sottile elettrico virale dell’anestesia moderna un già fiacco senso del passato relativo che altrimenti addomestica l’uomo a rassegnarsi a qualsiasi assedio, quel bambino fantasma che ne abita alcune ormai vaghe estremità dello sguardo e dell’occasione come ad esempio la luce del lampadario che raddoppia guardando a due occhi con una mano al centro o il modo in cui si appallottolano le pellicine tra le dita dei piedi sentirebbe già insopportabile il giudizio nel giudizio terribile della corte suprema che è la somma degli ingredienti di ogni pasto preparato per l’uscita dalla scuola dalla madre figlia delle madri di tutte le madri e quindi schiacciato svergognato distrutto non potrebbe che attivare quel riflesso primordiale semi-involontario che assomma alla furbizia di natura un’ingenuità di mondo e consiste nel provare a nascondersi lontano e pensare di cancellare selezionate parti del presente.

Se le faglie e le mai stanche bocche diaboliche dei vulcani del pianeta sempre pronte a ricordare all’uomo il suo stato di peccato naturale e irrimediabile avessero spiriti e parole per abbracciare la natura infernale del tremore, della scossa infame che la valigetta scatena nel momento in cui viene appoggiata sul banco, proemi in esametro e versi soavi sarebbero decantati e brucianti amori di rispetto consumati sulla sola potenza punitrice di quel fremito, di quello strutturale profetico fisico brivido di spavento.

Ma La Signora, che Signora lo è anche per la sua fuori dal mondo capacità di sopportazione e resistenza, mulo eroico della vita umana sulla Terra, protettrice dell’illusione della prospettiva di un’eternità coniugale sulla morte, sacerdotessa della pertinenza ontologica della pratica metafisica del credo ma credo immanente non sembra accusare niente, e nell’ipostasi dalla sacra perentorietà del suo sorriso abbondante afferra l’intimidatorio arnese da affétto e lascia che la prospettiva di sicurezza cominci a brancolare come un pipistrello senza ultrasuono in una caverna stalagmitica.

«Non firmo» dice la donna.
«Cara, carissima Signora. Si dà il caso che lei non abbia il privilegio di scegliere». Dall’aspetto da burocrate emerge come un arto rigettato questa voce venusiana, maligna, voce trionfo dell’informatica sulle distanze siderali e voce da nuovissimo ultramondo.
«Oh, se posso scegliere. Non sai neanche quanto posso scegliere»

Il gesto dell’arnese da affétto è rapido quanto il lampo con il quale l’uomo estrae dal taschino la penna. La lama e la punta si incrociano ed entrambi al contatto compiono un balzo indietro. Nello scontro La Signora è una pigra gatta killer dall’istinto felino che potente riemerge, l’uomo un ragno. Shuriken di pane carasau si piantano sul retrobottega, questo spazio dinosauro inaccessibile estinto nel deserto di assenza del suo fronte, la Signora si rialza, gli sguardi si incrociano, chissà nell’infinita sconfinata fecondità degli universi quanti altri i duelli consumati e che si consumeranno come questo.

Lucariello

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...