Appunti insostenibili #1: Il leccio contiene il leccio

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velo99999, You’re not ugly because of what’s outside, you’re ugly because of what’s inside you (risograph, 2022)

Si sente una donna gridare aiuto più volte. Sembra che la voce provenga da un palazzo. In quel palazzo non si trova nessuna donna. Si finge che nessuno abbia chiesto aiuto e si prosegue con le proprie incombenze quotidiane. Non è che si cerca di là da un muro. E l’assassina se ne va indisturbata dopo un paio di ore.
Quando qualcuno grida aiuto non ci si ferma finché non si trova chi ha urlato. E se è uno scherzo si fa passare la voglia di fare scherzi. Non lo insegnano alla scuola di polizia?

la bambina non ha fatto niente mi ha fissato e mi ha chiesto mamma ma tu non te le lavi le mani dopo che vai a bagno? ho lasciato la porta aperta come faccio sempre e quando lei è entrata non me ne sono accorta è rimasta sulla soglia a guardare mi sono cercata con lo sguardo nello specchio mi tremava il labbro e la palpebra ballava una luce negli occhi aveva le braccia incrociate sul petto nel modo in cui io le incrocio quando le parlo aspettava che rispondessi e lo ha ripetuto io non volevo farle male è stato un attimo e non ho capito più niente di notte mi succede mi succ spesso di svegliarmi perché il cane abbaia o piange e di alzarmi e picchiarlo a sangue e un momento dopo non ricordo più niente e mi ritrovo ad accarezzarlo e abbracciarlo o mi addormento per terra e se il mattino non ci fossero da ripulire le macchie sul pavimento tutto è cominciato circa quindici anni fa quando l’ho incontrato avevo venticinque anni e una vita davanti ero appena arrivata a roma non mi ci faccia pensare

Lasciai Elena nel 1996, era al terzo mese. L’ultima notte la passammo a Termini a cercare Farid, Ali, Mali e gli altri. La trattoria senegalese era chiusa e ai balconi non c’era nessuno. Era chiaro che l’asfalto sotto di noi bruciava ancora di scudi e manganelli ma per un qualche tipo di ragione l’evidenza ci sfuggiva. Tornammo a casa alle quattro del mattino, Elena trovò sei toradol in un cassetto, li cucinò in una fiala e se li sparò sul piede. La dottoressa Calleri ci aveva spiegato che l’eroina avrebbe danneggiato il feto ma una violenta crisi di astinenza avrebbe causato un aborto spontaneo. Non c’era che il metadone, per cui comunque la bambina sarebbe nata dipendente e avrebbe dovuto disintossicarsi scalando gradualmente per almeno un anno. Ma Elena il metadone non lo voleva, arrangiava con i minias o gli halcion. Quella notte non avevamo più niente. I toradol non servirono a un cazzo. Era luglio, la stanza era bollente e puzzava di sudore ma non potevamo aprire la finestra perché Elena tremava dal freddo. 

La prima volta l’ho incontrato nel bar dell’università ero appena arrivata e lui lavorava lì era dolce e simpatico anche se capii subito che faceva così con tutte trattava ognuna nello stesso modo tanto per fare per essere gentile perché erano clienti mi facevo trovare quando lui era di turno e spendevo tanti soldi prendevo e offrivo tutto ma sempre una cosa per volta così avevo più occasioni per guardarlo e parlargli aveva un’aria claustrofobica sembrava disinteressato era distratto non rideva mai si dicevano cose tremende su di lui ma a me non importava anzi è per questo che mi fissai se sono qui stanotte lo devo a lui è stata la mia rovina e invece lui sono convinta che abbia sviluppato la capacità di trasmettere il male alle persone che lo circondavano e liberarsene soprattutto alle donne capitava a chiunque lo conoscesse poi faccia conto che io sono stata l’unica in questi quindici anni a stargli sempre vicino se penso alle altre morte impazzite suicidate scomparse bruciate vive non se n’è salvata una io sono quella a cui è andata meglio e ho fatto quello che ho fatto mi dica lei 

Per qualche mese fui ospite di Andrea che abitava in un monolocale senza bagno e finestre in Via della Lega Lombarda, dietro l’università. Insistette molto perché Marta lo aveva appena lasciato e non riusciva a stare solo dopo sei anni di convivenza. I primi tempi fu perfetto perché non ci incontravamo mai, io passavo le mattine fuori casa, lui si svegliava dopo le cinque del pomeriggio e usciva di notte. Ma poco ci volle perché un senso insostenibile si abbattesse su di noi e ogni cosa per oscurarla. Fu quando cominciammo a parlare di ciò che gli stava accadendo. Intanto trovai lavoro al bar dell’università e fu allora che conobbi Lucia ma cominciai a uscire con Marta.

Io lasciai Andrea perché non lo amavo più, ancora oggi mi sembra una cosa facile da capire, fu chiaro a tutti tranne che a lui, non riusciva ad accettarlo. Quello che è successo dopo è stato un caso. Se potessi tornare indietro evidentemente non lo rifarei, è una domanda stupida, ma Andrea non c’entra. All’epoca io e il suo grande amico non ci frequentavamo. Quando ci siamo incontrati io stavo benissimo e ad Andrea già non ci pensavo più. È normale che volessi sapere come stava ma era una semplice curiosità. Lui ha giocato su questo e ci provò quasi subito. Io sono sempre stata molto ingenua e in quel periodo volevo sentirmi libera, fatto sta che presto le cose presero un’altra piega, anche se lui contemporaneamente frequentava un’altra. Poi si trasferì a casa mia, Andrea lo cacciò da un giorno all’altro. Si sentì pure in colpa, non poteva immaginare cosa accadeva tra noi. proprio quando cominciammo a vederci regolarmente apparve marta e quello fu il mio primo grosso errore avrei dovuto chiarire subito che non mi stava bene e invece ci cascai anche perché ormai ero cotta e lui non poneva alternative e così stavamo tutto il giorno insieme ma la notte lui dormiva da lei e non mi ha mai spiegato perché soltanto una volta disse che lei così sperava di ingelosire il suo ex ma non aveva senso visto che non c’era modo che lui venisse a saperlo allora sospettavo che non volesse dormire con me ma era molto peggio ho capito troppo tardi quanto mi sbagliavo 

Quando mi trasferii da Marta le cose cominciarono ad andare bene. Non lavoravo più perché mi aiutava lei e mi iscrissi a lettere. La mattina scrivevo al bar dell’università, là dove fino a pochi mesi prima avevo lavorato. Poi di solito Lucia mi raggiungeva e pranzavamo insieme sul prato di fronte al CIAO. Passavamo il pomeriggio insieme, stavamo bene. La sera tornavo da Marta. Le leggevo quello che avevo scritto durante il giorno e a lei piaceva sempre Era tutto così bello in quel periodo, ma non durò molto. Presto Lucia cominciò a lamentarsi, non le andava più che io mi dividessi tra lei e Marta, anche se la metteva in un modo che non corrispondeva alla realtà. Io ho cercato di proteggerla e tenerla distante da tutto ma lei questo tipo di discorso non voleva capirlo. Io non mi accorsi mai dell’evolversi precipitoso della nostra condizione. Eravamo sempre più uniti. E a quel punto non potevo più evitare certe cose e certi discorsi. Non potevo più mentire. 

A me non dispiaceva questa situazione, voglio dire questa informalità non era male, stavamo insieme ma anche no all’epoca i miei amici la consideravano una situazione patetica ma io no. In fondo con Andrea era finita davvero da poco e in quel periodo volevo più che altro divertirmi. Non dico che non mi piacesse, questo no, e poi, il punto, io praticamente lo mantenevo, lui non lavorava, viveva a casa mia e addirittura decise di iscriversi all’università, ma non ne ha mai approfittato e non me l’ha mai fatta pesare. Per me non era un problema, potevo permettermelo. Per un po’ mi sono sforzata di credere che avesse talento, con il lavoro che faccio avrei potuto aiutarlo, lui si sentiva pronto per pubblicare. Parlava di questo progetto che considerava grandioso un romanzo malefico e violentissimo che girava attorno alla scoperta dell’assassino che sarebbe stata sconvolgente come dispositivo tecnico narrativo, ma la bravura nel restituire questa invenzione, diceva lui, si sarebbe colta a un livello profondo che non credeva alla portata di chiunque. Era convinto che sarebbe stato un capolavoro ma una operazione editoriale fallimentare e pericolosa, qualcuno poteva rimanerci male per quel finale e al limite mi diceva anche incazzarsi di brutto. Allora avrei fatto di tutto per lui e oggi pensandoci bene posso dire con certezza che il mio interesse nei suoi confronti non era artistico o professionale, mi piaceva si, ma non come scrittore. Magari col tempo saremmo diventati una vera coppia o lui avrebbe imparato a scrivere o avrebbe smesso. Ma occorreva appunto del tempo. Considera che all’epoca non avevamo rapporti sessuali, per via del fatto che lui si rifiutava di averli. All’inizio mi pareva se posso dire una faccenda bizzarra, una esigenza eccentrica e al limite anche interessante, chiaramente mi attraeva ancora di più. Verso la fine subentrò un senso di frustrazione molto stancante, era già tardi perché Lucia impazzì per la prima volta e intanto stava per riapparire Elena. A mio avviso la questione non si poneva, avevamo a che fare con una eroinomane sieropositiva sbandata e incinta, al limite un caso umano, ma davvero nulla che potesse riguardarci direttamente, se non in linea teorica. Non mi preoccupavo più di tanto, sapevo che lui avrebbe fatto qualcosa e presto o tardi lei se ne sarebbe andata. Se poi mi chiedi della bambina, che senso aveva farla nascere condannandola alla sieropositività e alla tossicodipendenza a causa della madre, è una opinione personale, fatto sta che Elena non mollava. Si era fissata che essendo io “ricca” avrei dovuto provvedere economicamente alla bambina e aiutare anche lei, perlomeno trovarle una sistemazione e metterle a disposizione un mensile fisso per le sue “esigenze”, ma non mi chiese mai un lavoro, che d’altronde non avrebbe potuto mantenere essendo invalida civile al 67% a causa dell’epatite C. io ero pronta a denunciarla se non fosse stato per l’incidente della benzina. Dopo che ci incendiò l’automobile sotto casa e rimase ustionata, dovemmo ospitarla per qualche notte e una mattina la trovammo nella vasca da bagno con la siringa infilzata nell’interno coscia. Andò in coma e non si risvegliò più, credo che stia ancora così. Ero sconvolta perché lui non aveva fatto niente non andò a trovarla in ospedale non chiese mai della bambina mi faceva paura e per un po’ faticai a vederlo ma non resistetti molto volevo delle spiegazioni tentai di metterlo alle strette fu allora che qualcosa cambiò perché si rese conto che nessun’altra gli sarebbe stata vicina come me

La prima volta che ci rivedemmo mi disse che voleva fare l’amore io ero felicissima da quanto aspettavo eravamo in università giuro che  lo avrei fatto subito lì sotto la segreteria lui però era strano era più triste del solito tentai di ravvivarlo ma lui mi fermò, per poter fare quello che ti ho chiesto, disse così, doveva parlarmi seriamente doveva spiegarmi delle cose mi spaventò molto che senso aveva non riuscivo a capire non potevo immaginare che quello sarebbe stato il momento preciso in cui la mia vita cambiò per sempre

Tutto quel che fino ad allora era accaduto non era niente rispetto a ciò che stava per abbattersi su di noi. Elena era in coma da una settimana, tentarono di salvare la bambina con un cesareo, era settimina e dissero che c’era qualche possibilità. Ma dopo un nubifragio l’incubatrice in cui passò dieci giorni folgorò la bambina a Marta e Lucia dissi che era stata adottata. Non sentivo più niente, tutto stava capitando attorno a me e mi sentivo al di fuori di una corrente che scorreva e trascinava via tutto Un mese dopo arrivò una lettera di Andrea. non avevamo più sue notizie da mesi e io non avevo quasi più pensato a lui e a quello che era successo. La sua calligrafia era incerta e irriconoscibile, uno stampatello infantile e irregolare, due righe in un inchiostro rosso scuro che ricordava la densità del sangue. C’era scritto sto male non voglio morire perché mi piace vivere in questo preciso momento vorrei non essere più qui perdono tutti tranne la mia famiglia. All’interno della busta trovammo la fotografia di una donna bionda sconosciuta, sui quarant’anni, e sul retro un numero di telefono, un nome maschile e una nota incomprensibile: “è lui il male?” La lettera era firmata ma la firma non segnava il suo nome, bensì quello, a noi sconosciuto, trovato dietro la fotografia: Ernesto Wilson. Non c’era nessun elemento, continuavano a ripeterci in questura, che poteva indurre a pensare che Andrea conoscesse effettivamente quelle due persone, e almeno nel caso dell’uomo che esistesse davvero. Andrea avrebbe potuto aver trovato per caso quella fotografia e probabilmente il nome era inventato. Sembrava avessimo a che fare con dei fantasmi inesistenti. Ma sei mesi dopo arrivarono dei messaggi a Marta dal numero di telefono segnato sulla fotografia, che la polizia aveva completamente trascurato, firmati Ernesto Wilson, con riferimenti a vicende strettamente personali, che solo Andrea e Marta potevano conoscere. E un mese dopo casa di Andrea, disabitata dalla sua sparizione, si allagò. I vicini di casa chiamarono i vigili del fuoco, che in bagno trovarono due cadaveri affogati nella vasca piena d’acqua, un uomo e una donna. Lei era la donna della fotografia, mentre il cadavere di lui era stato decapitato, evirato e mutilato, ed era senza mani. Avremmo continuato a non sapere nulla di Andrea

Il romanzo finiva così:

A Sulmona la bambina non si vede.
La bambina non si vede perché è nascosta da un’ombra.
L’ombra è assetata perché è arrivata l’estate.
L’estate è arrivata come gli Accordi di Schengen.
Il commissario trasporta il suo passeggero nel bosco.
Il bosco assomiglia a sua moglie.
Se avete fame mangiate una donna.
La moglie è una coda di topo.
La coda di topo è distesa su un foglio.
Il passeggero è una fossa comune.
Il commissario cerca la bambina.
Le mani del commissario tremano.
Le mani del suo passeggero non sudano.
Il silenzio del passeggero contiene la bambina.
Le mani della bambina sono viola.
Il viola ha un centro che non è viola.
Le mani della bambina pendono da un leccio.
Il leccio contiene il leccio.
Il leccio contiene il leccio.
Il leccio contiene il leccio.
Il leccio contiene il leccio.
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Linda Vomitani

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