Dinamica della famiglia

Luca Marinelli – Lo sto facendo minimalista. È uno stile

Oggi leggiamo il gradito ritorno di Lucariello Nostro alla forma che l’ha reso celebre in quanto abile imitatore dell’Asperger. Attraverso il “seguito” di Dinamica della folla possiamo misurare scientificamente i suoi progressi come penna e affabulatore. L’illustrazione è essa stessa prodotta dalle sue manine sante. Signore, signori e signoru, ecco Dinamica della Famiglia. Ma prima…

Inauguriamo con queste parole un nuovo settennato di Verde Rivista: quello che resta del Faraone Ramses II Pierluca D’Antuono (ben poco: un cervelletto, un’ipofisi, un tetto d’ipotalamo, un’area di Broca pesantemente attaccata da formazioni bolaniane metastatizzate, una bocca enorme per non parlare della lingua, e un paio di stomaci) è stato rieletto Commissario di queste pagine elettroniche. Così Frau, commentatore ufficiale del processo di rinnovamento redazionale: “Cambiare tutto per non cambiare niente, ma soprattutto cambiare casa per non incontrare il vicino pazzo del piano di sopra, vi aspetto nel nuovo trivano ad Assemini!”. Quara e Claudia raccolgono il meglio di queste parole e occhieggiano già la porta del coworking, se non altro per studiarsi bene la sua ubicazione nel momento in cui decideranno di mettersi a correre. Unici soddisfatti Luca Marinelli e Alessio “Doc” Mosca: “Una vittoria della scienza questa che ci permette di avere ancora il Faraone come capo e sul nostro capo – come resuscitare il cadavere politico di un Mattarella o tenere ancora in vita il nostro beneamato Cavalier Berlusconi – ottenuto attraverso un complesso sistema di rizomi fungini, blockchain e fritture miste. 

Che altro dire? Per Aspera ad Dispera.

 

Se gli esperti pensano che la Cina possa aver scavato di proposito la voragine non lo pensano certo a torto, dice la radio – appena una settimana dopo la grande rivolta della frutta – l’intera regione di Hong Kong è stata letteralmente risucchiata dall’Oceano Pacifico. È il caso di dire che l’evento ha sprofondato l’intero globo nello sconforto. Si tratta di una tragedia di dimensioni incommensurabili, ha affermato oggi in una conferenza presenziata dai rappresentanti delle nazioni unite il presidente del…

L’uomo spegne la radio. Ha amato l’altro come si amano i concetti più incontaminati e avulsi dalle sfere della ragione pratica, l’ha amato dell’amore gelido ma esplosivo del cosmo.

Scarta una caramella, stende l’incarto strofinandolo sul cruscotto delicatamente, lo graffia con l’unghia del pollice per delimitare due metà perfette e lo piega facendo aderire completamente i bordi, primo teorema di congruenza: se due triangoli hanno rispettivamente congruenti due lati e l’angolo tra essi compreso, sono congruenti, secondo teorema di congruenza: se due triangoli hanno rispettivamente congruenti due angoli e il lato tra essi compreso, sono congruenti, di fatto ha amato l’altro di un amore cieco, l’amore che non necessita della comprensione dell’altrui mondo, che lo suppone troppo distante, inconciliabile, l’amore che ogni uomo prima o poi, in questo o quell’altro momento della sua esistenza, sente la necessità di riservare a qualcosa di esotico per ristabilire un contatto con il proprio spirito di esplorazione, più primitivo tra i fantasmi che ci muovono, una curiosità nostalgica per la bizzarria che contamini l’abitudine depotenziandola.
Così l’amore per l’esotico è come la febbre alta. La matematica – invece – non è semplice o difficile, ha pensato l’uomo ogni volta che l’altro gli ha manifestato una difficoltà con la comprensione di un concetto o con un calcolo, la matematica è l’unica cosa reale che abbiamo. Chi non intuisce questa differenza non può essere della mia razza.

Tra le cose che l’uomo pensa si possano definire difficili nel mondo, ad esempio, c’è la Storia. L’uomo non ritiene di essere propriamente uno stupido, tuttavia non ha mai capito la guerra dei Trent’anni. Un principe cattolico vieta il culto protestante in una provincia di slavi resi ascetici dalla morfologia montuosa e isolata del loro territorio; sotto l’influenza di un colonnello boemo che aveva l’aspetto di uno di quei vecchi navigatori del nuovo mondo, alcuni aristocratici lanciano dalla finestra del castello di Praga due tirapiedi dell’imperatore su un mucchio di letame e scoppia la guerra. Ecco, l’altro, è colui che spesso sembra credere che ci possa essere un episodio del genere alla base della guerra dei Trent’anni. La verità è che, secondo i suoi calcoli, alcune delle persone che possono credere ci possa essere un episodio del genere alla base della guerra dei Trent’anni non solamente lo credono essendo suoi contemporanei che conoscono dalla storia dei libri la guerra dei Trent’anni, ma lo credono essendo contemporanei della guerra dei Trent’anni e finanche concause e protagonisti della guerra dei Trent’anni stessa. Questo rende il problema di una complessità insormontabile, e ogni volta che l’uomo si trova di fronte al concetto di complessità insormontabile, sente il bisogno fisico, lacerante, di uccidere un ragno.

L’uomo vive da solo, in un appartamento nuovo in una nuova periferia della città in cui tiene, sopra tavoli pieghevoli di alluminio, le teche con i suoi ragni.

I suoi ragni l’uomo li ha acquistati nel giro delle esibizioni clandestine di anfibi e di rettili. Durante queste esibizioni clandestine, che si svolgono con cadenza episodica nelle ville vacanza di certi imprenditori e industriali della città, ci sono gare per la rana freccia che secerne il veleno più potente e scontri mortali tra serpenti a sonagli. L’uomo non conosce bene le persone che frequentano questo genere di eventi, d’altronde non gli interesserebbe conoscerle meglio, e tuttavia alcune di queste persone sanno sull’uomo ciò che basta per fidarsi della sua discrezione, ovvero che egli non è un megalomane, è senza dubbio un individuo silenzioso e che paga in contanti.

Il giro delle esibizioni clandestine, l’uomo l’ha conosciuto tramite un ex ragazzo della sorella, un figlio di papà che aveva un serpente corallo del Messico. Il primo ragno che l’uomo ha acquistato è stata un’avicularia rosa dell’Ecuador. Il pelo chiaro sull’opistosoma di quell’avicularia formava il disegno di una lisca di pesce.

In un primo momento, l’uomo acquistava i ragni per un motivo che egli non avrebbe saputo spiegare e che, se avesse dovuto razionalizzarlo, a lui stesso non sembrava di riuscire a comprendere. Un giorno, poi, ha rischiato il carcere. Il carcere l’uomo l’ha rischiato non per azioni da lui architettate, ma per essersi trovato al posto sbagliato nel momento sbagliato. Il carcere l’uomo l’ha scampato essendo riuscito a dileguarsi in tempo. Il giorno in cui l’uomo ha rischiato il carcere, all’ultimo piano di un palazzo molto alto del centro della città, nel corso di un’esibizione clandestina di anfibi e di rettili, un vecchio aristocratico che faceva la televisione aveva procurato un ragazzo da uccidere.
Da quando l’uomo, quel giorno, ha visto il serpente scagliarsi contro il ragazzo e mordere, il ragazzo accasciarsi e contorcersi, la vita scivolare via dal ragazzo con gli occhi spalancati, il volto viola e tremante, il corpo del ragazzo annerirsi e rimanere immobile, egli ha capito di essere in qualche modo affascinato dall’idea di procurare la morte.
Ogni volta che l’uomo ha bisogno di uccidere un ragno, prima stacca i cavi del telefono, spegne il cellulare, chiude il computer, chiude a più mandate la porta blindata e gli scuri delle finestre, poi apre la teca del ragno, con una pinza lo preleva e lo deposita su un tavolo sgombero, perché chiunque deve avere la possibilità di difendersi. Per uccidere i ragni l’uomo utilizza una pietra con la base piatta, una pietra delle dimensioni del palmo di una mano e pesante.

Passa l’unghia del pollice sulla metà della metà e divide ancora una volta l’incarto della caramella. Poi lo separa delicatamente in due parti. Quando le sovrappone e sta separando ancora una volta, qualcuno bussa al finestrino ghiacciato della macchina parcheggiata ai piedi del palazzo.
L’uomo è colto di sorpresa e il foglietto si strappa. L’uomo guarda oltre il finestrino ghiacciato e dietro c’è la sagoma di un individuo, infila la mano nella sacca e tira fuori la pistola dal manico, apre il finestrino con la manovella. Il finestrino stride per il ghiaccio, fa fatica, e, quando scende del tutto, l’uomo dall’altra parte si trova l’occhio della pistola a fissarlo.
Mi hai fatto strappare la carta della caramella. Dice. Per un attimo considera l’ipotesi di sparare all’altro, che conosce. Poi abbassa l’arma. Sei almeno di due ore in anticipo.
L’uomo non ama particolarmente le armi. Per logica si dovrebbe dire che arma è ciò che il suo utilizzo determina, ma egli sa che la realtà è diversa. Infatti le armi non ti danno la possibilità di difenderti.
Te l’ho detto, gli dice l’altro. Pagamento per intero, in contanti, subito.
L’uomo conta le tre mazzette, con la coda dell’occhio si assicura che il furgone da lui richiesto sia parcheggiato lì davanti, guarda l’altro. Ha deciso che non scapperebbe con i soldi. Glieli allunga.
L’altro li conta di nuovo, se li infila in un marsupio di una marca di birra, si guarda intorno. Gli chiede, hai anche una sigaretta?
L’uomo non lo degna di una risposta.
Mi hai sentito? Hai una sigaretta?
L’uomo gli punta la pistola contro.
D’accordo, non ce l’hai ma stai calmo.
Ti faccio un favore. Solo una scimmia potrebbe inalare quella roba lì.

La casa del collega dell’uomo è a un piano alto, un grande appartamento in un palazzo moderno.
Di tutte le cose che si possono pensare sulle case degli uomini, quella sulla quale egli si trastulla con maggior godimento riguarda gli sforzi inutili che la maggior parte delle persone compie per far sembrare le stanze della propria abitazione il più diverse possibile dalle camere di un obitorio. A questo pensa l’uomo dopo aver suonato il campanello, immobile di fronte alla porta, con la sacca di tela lunga poggiata tra le gambe, e cioè al fatto che se si dovesse pensare all’idea di stanza, all’essenza iperuranica di ogni camera di ogni edificio, questa sarebbe molto più vicina alla stanza di un obitorio che non a un salotto, che sarebbe come a dire – evidentemente – che in qualunque casa è annidata la morte.

L’uomo aspetta immobile. Il collega è un individuo assolutamente non interessante, e tuttavia egli ha deciso di presentarsi proprio da lui.
Quando il collega apre la porta, si direbbe che sia stupito di quella visita. Vero è che la sera della Vigilia nessuno si aspetta visite nel bel mezzo della cena. L’uomo rimane immobile, senza dire nulla. Una voce di donna chiede, chi è alla porta, la moglie, pensa lui. Il collega è in evidente imbarazzo, si gira verso casa, sembra per rispondere qualcosa, poi ci ripensa, guarda di nuovo l’uomo, gli dice, cosa fai ancora lì fuori, entra, Claudia, aggiungi un posto, c’è un amico che si ferma a cena.

L’uomo e il collega non si conoscono quasi per nulla. L’uomo ignora il modo in cui il collega sia finito a lavorare per la sua stessa azienda e il collega a sua volta ignora il modo dell’uomo, entrambi non conoscono dell’altro le ambizioni e le paure, per giunta anche il più superficiale dei sogni dell’uno, che si confessa con leggerezza in una pausa caffè, è stato ignorato o dimenticato dall’altro.
A tavola, l’uomo mangia in silenzio, e una sorta di imbarazzo atmosferico si impadronisce dei commensali. La tavola è imbandita a festa, c’è un albero illuminato nell’angolo della stanza e le finestre sono agghindate con festoni e grappoli di biancospino di plastica. A tavola pasta con il pesce in una pentola e un piatto con gli avanzi degli antipasti per l’uomo. Le persone sedute sono cinque, il suo collega, la moglie, la figlia di tredici o quattordici anni, un vecchio che la moglie chiama papà e infine lui. Quando, entrando, il collega gli ha proposto posare la sacca cilindrica l’uomo ha risposto di no, così il collega ha insistito e l’uomo ha alzato la voce, facendo azzittire la famiglia che parlava nell’altra stanza. Così adesso l’uomo ha la sacca tra le ginocchia. Scava un’oliva con coltello e forchetta fino a quando non rimane solo l’osso, poi la porta alla bocca e passa alla successiva.
A un certo punto dice, Hong Kong è stata risucchiata dall’Oceano Pacifico.

Tutta la famiglia si gira a guardarlo. L’uomo prende un’oliva dal piatto con la forchetta e, lentamente, la scava fino a quando non rimane solo l’osso, poi la porta alla bocca e passa alla successiva.
La moglie, seduta di fronte al collega, gesticolando lo incita a fare qualcosa. Il collega si stringe nelle spalle, la moglie insiste, il collega alla fine cede. Tossisce. Dice, ma… c’è qualcosa che non va? Stai. Stai bene?
L’uomo ha lo sguardo sospeso, perduto, diritto in direzione della figlia. La figlia è una ragazzina che sta diventando donna, ha il seno sviluppato, la corporatura esile, il volto sporcato da una traccia di acne, dei gradevoli capelli ricci. L’uomo pensa, la sua prima volta è stata con una ragazzina che aveva quell’età. Lui, aveva in più appena uno o due anni. La prima volta dell’uomo è stata bella, l’uomo non sentiva le pressioni a cui spesso sono sottoposti i suoi coetanei e dopo gli è sembrato di stare al massimo. Il sesso è fatto della stessa sostanza di cui sono fatte le droghe, pensa. È incredibile quanto non sia caratteristica di uno stato razionale la scelta di delegittimare l’utilizzo delle droghe e non impedire anche il sesso a fini non riproduttivi.
Walter, stai…
La moglie guarda l’uomo guardare la figlia. Guarda il marito. Lentamente, si alza, si avvicina alla figlia, le dice sottovoce amore, forse è meglio che.
Cosa pensi, chiede l’uomo con lo sguardo vacuo, immobile, delle pressioni cinesi sull’amministrazione provinciale durante la seconda settimana della rivolta della frutta?
Tutti fissano l’uomo in silenzio. Noncurante, l’uomo, continua a fissare la figlia.
Per favore Ubaldo, dice la moglie, digli che ne pensi.
Io.

Improvvisamente interviene il vecchio. La Cina, dice, si alza scosso da un fremito, ha tra i più bei casinò che io abbia mai visto, potrei giurarci che lì un vecchio non ha nessuna intenzione di andarsene in un altro paese, ah, no, e intanto la moglie tira via la figlia e se la trascina verso la porta del salotto.
Lo vedi, dice l’uomo, il vecchio ha una sua opinione. La domanda è semplice. Qual è la tua.
La moglie passa accanto all’uomo. Il collega dice, Io. Io… Non credo di avere un’opinione in merito.
L’uomo prende la pistola dalla sacca e spara un colpo al soffitto.
La madre grida, buttandosi a terra si trascina con sé la figlia, il collega si tira indietro con la sedia, rischia di cadere, una pioggia d’intonaco tintinna nei bicchieri da prosecco.
Non è il caso di spaventarsi per così poco, dice l’uomo. Adesso è il vecchio ad avere lo sguardo perso nel vuoto, mentre la moglie e la figlia provano a strisciare via verso la porta.
Non ho intenzione di farvi soffrire, aggiunge. Carica la pistola, la punta contro la figlia e spara. Il proiettile perfora le labbra, strappa via i denti e da qualche parte incontra il midollo spinale. Da qualche parte si accende una televisione che trasmette un conto alla rovescia. Il grido della moglie rimane forse incagliato nel proiettile che le raschia la gola. Il collega si è messo in piedi, trema, piange, ha il coltello del pane in mano.
L’uomo dice, non essere ridicolo.
Il collega non è un violento. L’uomo non sa dire se saprebbe usare il coltello, ma sa che è in stato di shock. L’uomo pensa, ho risparmiato una notevole quantità di sofferenza alla sua famiglia. Lo soddisfa pensare che è stata la matematica a permetterglielo. Calma, dice abbassando la pistola, non è contro di me che devi combattere. Si abbassa verso la sacca e tira fuori una scatola. Intanto il collega è come paralizzato. Il vecchio persiste a guardare nel vuoto. L’uomo apre la scatola, e dalla scatola esce un grosso ragno. L’uomo sa che è un ragno dei cunicoli. Prende il piatto in cui ha mangiato le olive e con quel piatto colpisce e lancia il ragno verso il collega. Il ragno volteggia in aria e cade nel vassoio dove c’erano gli antipasti.
Guardarlo da così vicino risveglia nel collega un istinto primordiale, un meccanismo di difesa che più del massacro della sua famiglia lo fa muovere. Il collega si sposta all’indietro e, senza pensarci, sferra un colpo con il coltello contro il ragno, che per poco non prende. L’uomo allora scuote la testa. Dice, sono sicuro che mi darà ragione anche il vecchio. Dice, così è impari, tutti hanno il diritto di difendersi. L’uomo alza la pistola, il collega si butta in terra, accovacciandosi. Scuotendo la testa l’uomo fa il giro, si abbassa sul collega e gli spara su un ginocchio. Si sente l’odore di bruciato e l’uomo immagina il rumore del frantumarsi dell’osso. Il collega urla di dolore. Ecco, insiste mettendogli il ragno di fronte, per terra, a pochi centimetri. Adesso la lotta è pari, da una spintarella al ragno col piede e dice al collega che si contorce, usa pure il coltello, non c’è niente di male a difendersi con un coltello.

Il collega mugola. L’uomo si alza e guarda il vecchio. Mi rendo conto che non è come lanciarlo dalla finestra, dice, mentre l’altro continua a guardare nel vuoto come se niente esistesse. Ma se fosse davvero la tua famiglia, intendo, mettiamo ad esempio che io fossi Hong Kong e tu fossi la Cina, questo sarebbe sufficiente per scatenare una guerra?
Dalla bocca del vecchio sta uscendo un lungo tentacolo oscuro. Il vecchio ha già iniziato a ritrasformarsi.

Luca Marinelli

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