Gioventù Etrusca #15: Fanfiction

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Claudio Parentela, Untitled 41

Gioventù Etrusca è il modello sincretico de La Nuova Verdə in cui convergono le scenicchie già inconciliabilə, confederate nella grande dodecapoli della Litweb: non un genere, né una tendenza, ma una dimensione di autrici e autori lazialə, toscanə, umbrə, campanə, dal gusto ellenico, praticamente etruschə. Gabriele Esposito ha scritto il romanzo sperimentale “Giocattolosa”, pubblicato in venti puntate dalla rivista letteraria “Malgradə ə moschə” (qua). Altri suoi racconti sono o saranno su “Malgradə ə moschə”, “Sullə quartə cordə”, “Micorrizə”, “Pastrengə”, “Narrandomə”, “Altrə Animalə”, “Rismə”, “Bomarscə” ed “efemerə”. La Nuova Verdə aveva in lettura suoi testi dal 31 marzo 2020, Fanfiction dal 13 novembre 2020. Il tempo è un bastardo, diceva quella, e aveva ragione. Nel 2022 Gabriele pubblicherà un romanzo per una nota casa editrice della bolla e verosimilmente altri racconti per “la peggiore rivista su cui pubblicare, escluse le altre” (cit.).
La copertina è di
Claudio Parentela.

La gitana me l’aveva detto: prima dei trent’anni ti beccherai una pallottola nel cranio e morrai. Me l’aveva detto che ancora andavo all’asilo, eppure la mamma me lo ricordava sempre che con gli sconosciuti non si parla, e anche che con le zingare non si parla; ma io, all’epoca, non lo sapevo che quella signora era una zingara. E probabilmente ignoravo il concetto di sconosciuto: troppo assuefatto dalla conoscenza in sé per poter pensare al suo contrario. Come tutti i bambini.  

Nella testa è ancora qui davanti a me, la tipa. La gonna rossa, enorme; c’avrei potuto stare persino dentro; e poi quelle tette, mai nemmeno immaginate prima d’allora. Anche la mamma la ricordo, in panico, che diceva proprio così, dando voce ai miei pensieri. Urlava alla gente quella mia tentazione irrefrenabile: il bimbo è sparito dentro l’ampia gonna della mendicante! Sbraitava quello che forse era l’incubo generale degli anni Ottanta e primi Novanta, insieme ai palloncini di merda di It nei trailer della TV e alla droga nelle figurine distribuite davanti a scuola. La mamma piangeva, e poi lo schiaffo, e poi piangeva di nuovo, e piangevo io. Alla fine, piangevamo insieme. E invece niente, quella donna mi aveva solo preso la manina per poi piantarci dentro l’unghia fino a farne uscire una goccia di sangue, chiaro, zuccherino: latte e miele. Fico, avevo pensato, o piuttosto wow, forte, ganzo, ero piccolo: cinque, massimo sei anni. La donna si era quindi messa il dito in bocca, e la goccia le era finita sulle labbra come un rossetto color ruggine. Prima dei trent’anni ti beccherai una pallottola nel cranio e morrai, con quel sorriso giallastro macchiato di schifo, indimenticabile, la saliva a colpirmi una guancia per le troppe consonanti sorde occlusive pronunciate. La stessa guancia poi colpita dalla mamma, incredibile. Era la prova che mi serviva: la donna sapeva prevedere il futuro con una certa precisione. Prima dei trent’anni, un buon margine di manovra per lei: fosse successo ai ventotto o anche ai quindici, o perfino il giorno dopo, avrebbe avuto ragione. E anche ai trentadue, a volerle attribuire un certo margine d’errore: mi sarei sentito al sicuro solamente raggiunta la quarantina. Ciarlatana, già lo sapevo.  

Anni dopo, però, questo fatto – di certo il più saliente della mia vita – mi era tornato vivo in mente. Quinta elementare, o giù di lì. Allora calcolavo di avere ancora il doppio dei miei anni da trascorrere prima del fatale incontro con il pistolero sanguinario, là nel mezzo del crocevia del mio destino: davvero molti, una doppia vita. Avrei potuto fare ancora tantissime esperienze, e magari inventarne di nuove, così da recuperare gli anni perduti a causa di quella vecchia troia. Ancora vent’anni reali e altrettanti finti, tutti da trascorrere nell’età dell’oro: chissenefrega degli anni oltre ai trenta, quando si è vecchi, le cosce gonfie, i pettorali morbidi, la pelle smagliata. Gli umori maleodoranti.   

Sul quadernone a quadretti mettevo giù le fanfiction della mia vita. A rivederlo, al liceo mi veniva da sorridere: c’erano le Tartarughe Ninja e i Masters a dividere il banco e le merendine con me; alle medie invece mi andava già meglio: c’era Sailor Mercury, quella con i capelli blu, l’intellettuale del gruppo (che comunque andava bene), seduta con me in ultima fila. Il resoconto puntuale indicava  ogni settimana tutte le carezze ai genitali che mi somministrava, di solito ogni martedì, durante l’ora di musica. Il diario di quei giorni era martoriato da disegni stilizzati di falli con la sigla SM: S in mezzo alla palla sinistra, M in mezzo alla destra. Poche altre indicazioni, a parte forse l’episodio delle mutande bagnate, quando SM aveva fatto il lavoro per bene e senza pietà: quel giorno avevo preso la pagina dell’agenda e scritto uno stenografico ancora più preciso, la vibrazione del perineo a solleticare l’organo preposto, la macchia oleosa a propagarsi, l’odore che dopo qualche ora veniva su e lì restava, nelle narici, fino alla doccia serale. Ce l’avevo ancora – pagina strappata – sembrava scritta da pochi mesi, con l’inchiostro nero conservato al meglio. Tutti questi anni rimasto nascosto al buio, nel cassettone dei segreti. 

Al liceo invece ero una rockstar, e facevo quello che facevano le rockstar e cioè pensare alla fica direttamente, fica più genuina di quella di un’eroina fittizia dei cartoni animati giapponesi, fica di scuola, fica d’ogni giorno, pelosa: banale ma efficace. Il mio immaginario era quindi concentrato in maniera esclusiva al modo migliore per imbandirla alla mia tavola, magari con cocaina e polvere da sparo al posto di sale e pepe.

La polvere da sparo. Avrebbe davvero causato la mia morte? All’epoca non lo sapevo, ma la causa scatenante di tutto – il vaticinio – mi permetteva davvero di divertirmi, i temi che scrivevo per i miei soli occhi rendevano questa vita un capolavoro. Il festino notturno con Bepi Lussu, l’idolo locale – si diceva che dieci anni prima aveva suonato il basso per Vasco Rossi in un disco e anche in un paio di concerti. Bepi conosceva il mondo e la coca la sniffava direttamente dai culi delle sue puttane ancor prima dei film di Scorsese: quella volta con me aveva offerto tutto il necessario. Devo dire, a discolpa della mia immoralità da sedicenne, che non trovavo sempre molto comodo fare uguale a come faceva lui. Eppure il solo guardare mentre operava – sapeva osare per davvero – era il piacere che io andavo cercando. Ricordo che nel tema svolto quel giorno, per i miei soli occhi ingordi e curiosi, c’era tutto un capitolo sul piacere di Bepi: cose che immaginavo lui mi avrebbe detto e consigliato: istruzioni di vita, edonistici comandamenti per crescere, perfino qualche noiosa tecnica per migliorare lo slap sulle quattro corde. In un tema avevo messo il decalogo di Bepi – ormai mio mentore ufficiale – con tutte le migliori marche di whisky corredate di etichetta originale incollata sulla carta, così, a riprova del reale assaggio; e tutto attorno mille cuoricini, tvb, tvttb, e cazzi scappellati, perché in fondo i disegnini di cazzi in quelle pagine non mancavano mai. Ero molto, molto immaturo. 

Una volta diplomato con onore e giunto all’università mi mancavano, pallottoliere alla mano, solo dieci anni di vita al massimo: e allora perché sprecarla. Avrei deciso che nelle mie fanfiction io l’accademia non la frequentavo, no. E però lì, in quel mondo, pesavo di più, molto di più: mi divertivo a descrivermi come un ciccione stempiato con il codino, un vero boss di quegli ambienti: tutti i miei spunti immaginari convergevano verso cinematografiche discese agli inferi del personaggio. Stavo sempre sul palcoscenico: le gambe divaricate, la presenza punk. Il basso ignorante a picchiettare le toniche dei power chords di canzonacce scritte solo per spingere la fica altrui a tirare su la maglietta e lanciarmi contro quarte misure di reggiseno. 

E poi la voglia sempre più poderosa di provare alla zingara di essersi sbagliata: far morire l’obeso bassista lì, nel suo ecosistema, tra gli amplificatori Marshall e le groupie mezze nude, troppo nude, così nude da procurargli un’occlusione da qualche parte nel sistema cardiovascolare, troppe patate fritte, troppe patate e basta, una morte dei giusti, una morte gaudente e felice. A ostacolarmi, da qualche parte tra i miei neuroni, la paura di accelerare la fine per davvero: la pallottola non sarebbe arrivata comunque prima dell’infarto, se avessi davvero cercato di ipotizzarlo e concretizzarlo sulla carta?

E più pensavo e più bevevo e mangiavo, così da tendere all’iperuranio dei personaggi da me immaginati e immedesimati. La laurea poco a poco arrivava, il matrimonio si avvicinava, un lavoro, una famiglia, qualche soldino, le comodità tutte della vita. 

Ricordo i miei scritti dell’epoca, tutti concentrati sui pochi anni ancora rimasti a disposizione: le fanfiction sulla morte di David Bowie che sarebbe potuta avvenire lo stesso giorno della mia, così da oscurarla. Scrivevo tutti i titoli dei giornali: io in prima pagina, un po’ migliorato nel fisico, niente six pack sia chiaro ma i pettorali belli tonici e soprattutto la culatta allenata dagli stacchi da terra sempre più carichi; lui – David – nelle notizie dello spettacolo, destino beffardo, una vita dedicata alla grande musica per poi finire dimenticato perché qualcuno di più grande muore nello stesso momento, proprio lo stesso giorno. L’incubo dei dietro le quinte: un ultimo sipario  macchiato, perduto per sempre. 

A pochi giorni dall’inizio del 2016, anno in cui avrei finito i miei primi trent’anni, David Bowie accettava la mia sfida da vero uomo e se ne andava per sempre.

Sarei stato all’altezza della situazione, come un pigro gentiluomo ottocentesco che affronta un duello contro un ufficiale dell’esercito, o come Ozzy Osbourne che per dar prova di carattere beve la piscia di Nikki Sixx sul bordo di una piscina. L’Ottocento e gli anni Ottanta: il romanticismo tedesco e l’immaginario colorato del glam e delle infanzie perfette, temi della mia vita intera.

 La pistola del nonno poliziotto funzionava ancora, una pulita e via: l’indomani non avrei potuto vedere i quotidiani. Ma già sapevo che cosa avrebbero narrato.

Gabriele Esposito

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