QUAERELE #4: Un racconto di Luca Ricci

“Per aver saputo perdere con grazia la sfida impari tra racconto su carta e racconto online”: con questa motivazione ufficiale gli organizzatori di Firenze Rivista mi avevano invitato a un incontro sull’attualità della narrazione breve, il che era abbastanza comico visto che si parlava deliberatamente di una sconfitta, di uno scacco, di una Waterloo. Venivo invitato, insomma, perché avevo saputo perdere meglio di chiunque altro con grazia, dicevano loro, facendomi passare addirittura per uno scrittore delicato, ma la cosa non mi faceva ridere neanche un po’. A dirla tutta quando uscì la notizia me ne rattristai. Innanzitutto Firenze Rivista non aveva quasi mai invitato i grandissimi. Vanni Santoni e non Filippo Tuena, tanto per intenderci. I primi della classe, i secchioni, ma mai i geni al di là del bene e del male, gli unici su cui si potesse davvero scommettere a occhi chiusi. Ma tutto sommato questo non c’entrava niente con la mia malinconia: non avevo mai sperato di intervenire a Firenze Rivista e a dirla tutta non sapevo neanche chi avesse avanzato la mia candidatura. Francesco Quatraro o il bambino dell’Ircocervo? Se ne parlava ormai da qualche anno, era vero, ma pensavo si trattasse di quelle voci messe in giro per alimentare ipotesi stravaganti, nomi funzionali a rendere il festival un po’ più mondano e chiacchierato. Tuttavia mi obbligai a tirare avanti come se nulla fosse, tant’è che la mattina dell’invito avevo appena ricevuto una escort a cui stavo praticando un ispirato quanto minuzioso cunnilingus. Avevo deciso di adottare in tutto e per tutto il metodo Girimonti Greco: cercare di liberarsi del sesso appena sveglio, il prima possibile, preferibilmente dopo la colazione, per poi dedicarsi alla scrittura a mente sgombra. Il telefono di casa squillò una prima volta, poi una seconda, poi una terza. Era insistente, e io mi dissi che doveva trattarsi per forza di cose di Silvia Costantino, anche perché gli orari combaciavano: tra poco avrebbero diramato il programma ufficiale. Avrei potuto andare a rispondere e cadere dalle nuvole: «Io invitato a cosa? Io a parlare di cosa? Io L’Ircocervo cosa?» Riguardo ai festival indipendenti un mucchio di scrittori aveva scelto la modalità Stronzo Snob in Servizio Permanente: c’era persino chi aveva costretto l’organizzazione a lasciare un messaggio in segreteria. Ricordo questa grandinata di chiamate e a ogni squillo la consapevolezza che mi sarei dovuto precipitare a rispondere o quantomeno degnarmi di aprire i social, perché era ovvio che avessero invitato me, che fossi stato condannato a una sovresposizione di bolla senza precedenti. Ricordo di aver alzato la bocca dalla fica della escort, premurandomi di continuare a tenere scostata la mutandina con il pollice e l’indice, e di aver esclamato: «Qui bisogna organizzare una diretta Instagram!»

A settembre di quell’anno andai a Firenze. Mi accolse un clima da cani, scudisciate di vento e pioggia torrenziale. Per di più Le Murate erano tristi, la sala degli Archi così soffocante e spopolata da sembrare la quinta scenica di una rappresentazione che non aveva avuto successo. Mi sorbii tutto il rituale senza battere ciglio: l’attesa del pubblico frustrata, l’introduzione incomprensibile del bambino dell’Ircocervo, l’intervento vacante del giovane co-relatore pelato, la contestazione isolata in sala, l’aperitivo al bar, il tripudio mondano della scenicchia locale, un gruppetto di editoriali con sorriso tirato, scarpe bucate e camicie sgualcite niente male. In generale non mi sentivo affatto sapiente, come si presume e si pretende che un invitato debba sentirsi, e anzi non la smettevo di pensare a cose triviali del tipo: “Qui dentro un tricologo specializzato in trapianti di capelli e un chirurgo estetico appena rinomato per mastoplastiche additive farebbero una fortuna”.

Per un’ora ascoltai vaneggiamenti da cui mi sentivo lontanissimo sul “ruolo cruciale delle riviste online”, svolto da giovani fuori sede meridionali che non lavoravano e pretendevano di pubblicare racconti non pagati su blogghini che non facevano che aumentare il rumore di fondo e il disorientamento di chi come me desiderava continuare a leggere testi di qualità senza l’infezione di voci incontrollate e strillanti che non avevano nulla da dire.

Io, dissi oziosamente giocherellando con una matita parte del merchandising di Black Coffe, per meno di 250 euro un racconto da una cartella non lo do via a nessuno. Voi, proseguii scarabocchiando piccoli cazzetti stilizzati su carta intestata L’eco del Nulla, siate come me. Avete voglia di fare filtro editoriale, palestra di scrittura, bungee jumping carrieristico? Sobbarcatevi il rischio d’impresa, pezzenti, o andate a lavorare per una casa editrice vera. Applausi in sala, contestazione isolata di un gruppetto di patetici wannabe tardo futuristi, occhi sbarrati sul bambino dell’Ircocervo in attesa della parola fine. 

Quell’anno Firenze Rivista aveva scelto autori di seconda e terza fascia, gente che con le rispettive “opere” aveva sospinto indietro di due secoli, con l’illusione demente della spinta propulsiva, la letteratura tutta. Com’era possibile che io fossi invitato alla loro stregua semplicemente per aver “perso con grazia”? A pensarci la cosa mi faceva scompisciare dal ridere, oltre a farmi provare un fondatissimo senso di superiorità. Che c’entravo io con quelle mezze calzette? Sì, ok, forse erano terribilmente spiritosi e si comportavano come se facessero già parte di una palestra esclusiva del cazzo, ma sempre peggio di me. Io ero il solo homme de lettres che aveva rinnovato le possibilità del racconto tra carta e web e scardinato la bolla di sapone architettata dai miei presunti colleghi, i quali peraltro non erano giunti a nessuna verità empirica, comprovata esteticamente. Forse per questo mi sembrava di essere l’unico scontento della combriccola. E poi non c’è niente che deprima uno scrittore quanto ricevere un plauso incondizionato. Vedere tutte quelle teste pelate annuire cariche di una commossa approvazione mi annichiliva: la benzina dell’arte è l’indignazione, e anche sentirsi incompresi gioca una parte importante nei processi creativi. Nel cuore di quella notte fiorentina, il punto più basso della mia carriera letteraria lo consumai masturbandomi freneticamente sul letto, gli occhi sbarrati al soffitto e le mutande usate del bambino dell’Ircocervo che avevo sedotto premute sulle narici. Era uno slip di raso madreperla, il tipico capo da bambino e da festival, che non era riuscito a impregnarsi di nessun odore significativo, tutto sommato asettico, gelato come il vento che a ondate s’infrangeva sui vetri delle finestre.

Luca Ricci

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