QUAERELE #3: Trilogia Caruso 1/3: Coglioni di arancio

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Pink Lodge

Quarele è uno spazio autogestito al di là della sfera di influenza delle nostre avvocate, per ribadire e rivendicare che la rivista si fa in redazione e si discute eventualmente *anche* in tribunale. Il contributo di oggi è clamoroso: Stefano Felici, già nella storia tra le altre cose per la trilogia del Brasiliano, consegna ai posteri un pesantissimo trittico attorno a una icona. Se non conoscete Michele Caruso, non dobbiamo dirci nulla, allontanatevi rapidamente da questa pagina e non tornate mai più. Se conoscete Michele Caruso, non dobbiamo dirci nulla. Coglioni di arancio, “chi ha capito ha capito”. Questa è letteratura e merita una querela.
Il meme è fritto dalla
Loggia Rosa.

Mi sputo sul dorso della mano poi la giro e cola tutta la saliva coi grumi di pesto sul tavolo lercio di cocce e cicche di sigaretta, con la cenere sparsa perché sono nervosissimo da due giorni, fumo e nient’altro, e mi tremano le gambe, ho gli spasmi muscolari. Ho pure un mal di testa. Cicco nel piatto coi fusilli rimasti. Quanto vorrei che al mercato di piazza si parlasse di me. C’è la signora senza più il naso, col carrellino di tela verde, che dice sempre di Marco Liorni e Eleonora Daniele che ora aspetta una figlia. Poi parla del Papa e della Sciarelli. Io allora lì rido: la Sciarelli è argomento mio. L’ho fregata in diretta, signora. Sono io, Michele Caruso, signora, quello della segnalazione falsa, quello che ha mandato in tilt Chi l’ha visto per una serata, ma la signora fa finta di niente: finge la senilità più degradata pur di non darmi soddisfazione. Questa è la gente di merda con cui ho a che fare tutti i giorni.

Il macellaio pure. È nemmeno sui quaranta, è romanista, non può non conoscermi, sentiva, sentiva ReteSport ai tempi, sono michelecaruso, lui mi dice questigrancazzi, ride e mi dà il macinato, mo méttice er cazzo dentro, e giù, ride, ma io ti ammazzo, allora lo sai chi sono, allora lo sai di che sono capace, ti pianto la mannaia in fronte, coglione di un analfabeta idiota, ti uccido qui davanti a tutti, e invece mi parte un’extrasistole, tossisco, mi allontano di gobba.

Mi ricordo che ero nudo, la sborra che mi colava dai coglioni, buio, caldissimo, una sega su quelle foto famose di Vampeta, col cazzone nero curvo a banana infilato nella rete della porta, il frocio brasiliano che giocava all’Inter, coi baffetti, me lo faceva venire duro che se non sborravo subito me lo tenevo dritto tutto il giorno, pure per strada, mi toccava camminare col bacino all’indietro per compensare l’erezione. Mi porto il telefonino al bagno e chiamo sul bidet, il filo d’acqua fredda che mi scroscia sul vischioso della cappella. Sono Daniele dar Quadraro, ao, fateme parla’. Va bene, Daniele: due minuti e sei in onda; se hai la radio accesa, perfavore, abbassala. Grazie. Grazie a te, forzaroma, daje.

Pronto sono Daniele dal Quadraro, volevo da parlare di Zeman, Zeman è veramente un allenatore che non fa alla nostra causa, me spiego, il suo modo di stare in campo è troppo rigido, nel calcio di oggi serve plasticità fluidità, i giocatori delle squadre di Zeman corrono molto, si sovrappongono si incrociano, ma pare che vanno sui binari, inferiorità numerica in difesa, improponibile, improponibile, ok Daniele, ma ora dicci la tua sull’argomento, stavamo parlando di Giacomino Losi, un tuo ricordo, ce l’hai?, mi, mi, mi, mi ricordo di quando Zeman, Daniele, abbi pazienza, AVETE ROTTO I COGLIONI VOI E LA ROMA SONO MICHELECARUSO—

È un boicottaggio continuo. Sono omosessuale e mi intendo di tutto. Uno speaker con la quinta elementare. Io mi basto. La radio mi piace. Questa rabbia è perché nessuno mi conosce, non mi si riconosce. Sei michelecaruso, dimmi tutto di te.

Al bar parlo sempre con la barista ragazzina di nemmeno vent’anni e le dico che dovrebbe tagliarsi i capelli e mostrare più collo. Lei mi dice eh, voi ci avete gusto, non c’è niente da fa’, ci avete propio il gusto, e io le dico sì, e i romeni rubano i soldi dai cassetti, finto inviperito, e lei ao ’n t’accolla’, fattela ’na risata, e ride coi dentoni gialli, quando ride sembra che la bocca sia una ferita dalla quale sono saltati i punti e si sta scucendo in maniera orrida, io tolgo lo sguardo, ma i dentoni gialli rimangono impressi, sembrano blatte d’avorio marcio, fai cacare, ragazzina mia, sei proprio brutta, quando sarai grande spendi tutto in una plastica maxillo facciale che ti trasformi in un’altra.

Giovanna, il cazzo più lungo che ho preso in culo era ventotto centimetri, gliel’ho misurato col metro da sarto e lui era così eccitato di fare ’sto giochino che quasi mi veniva già sulla scrivania dove ci eravamo messi; quando mi ha sborrato in culo: una roba tipo due litri, dopo sono andato in bagno e ho cacato una mozzarella, e Miche’, e porcoddio che schifo, mi fa Giovanna, e io le dico non bestemmiare!, ma io bestemmio tutto il giorno, dice lei che si sente un uomo, quando bestemmia, un ometto grande. Una volta, Giovanna, ho bestemmiato in diretta su radio uno, e nemmeno mi hanno chiuso subito la telefonata. Trenta secondi di silenzio, io ho tirato il telefonino sul letto e ridevo come un pazzo. Che devo fa’?! So’ così! Ti diverto, eh?…

Al bar ogni tanto gira il proprietario, il Signor V. È tanto alto ma ha una panza spropositata. Le gambe magre e toste, le braccia pure secche e toniche, poi questa trippa molle che straborda dal pantalone. Quando c’è lui, Giovanna non parla. Entro e gridacchio ciao alla mia lesbicona preferitaaa, ma lei sorride, sorride e basta, nemmeno ciao mi dice. Signor V., gli dico, domani chiamo TeleRadioStereo, sì sì, e fa finta di mandare messaggi al telefonino, questo bastardo figlio di puttana. Coi suoi amici parla sempre di calcio, l’ho sentito chiaramente dire che ascolta le radio romaniste, però pure lui fa finta di non sapere cosa faccio e chi sono. Io non sono violento, ma questo un pensierino a piantargli un pezzo di vetro in gola ogni tanto lo faccio. Giovanna, un bicchier d’acqua, e invece non la bevo, butto il bicchiere a terra, lo sfascio, prendo il frammento più appuntito e mi fiondo a ficcarglielo nel collo, porco di un d… Mh…

Caruso, tu a questo bar non ti devi fare più vedere, me lo dice scherzando, però non è che ride, è quel modo di scherzare che ti vuole lasciare il dubbio che sia serio, cioè non ride, non sorride, dà un’intonazione pesante alla frase, nemmeno mi guarda, lo dice mentre si allontana, dov’è che io dovrei capire che è uno scherzo? Mi lascia sempre senza parole per replicare, ridacchio per riflesso e mi sento un cretino. Sono Michele Caruso, non un coglione come te, io se voglio ti metto in ginocchio e ti faccio piangere, ti faccio supplicare di smetterla, se voglio con le parole ti distruggo. Ma è evidente che una parte di me non vuole, sennò già l’avrei fatto. Sotto sotto io sono un buono.

A casa, il pomeriggio, leggo molto. Ho ripreso in mano per la quarta volta Delitto e castigo. Che romanzo sontuoso. Le descrizioni, lo stato d’animo del protagonista, le situazioni, i pensieri… Mi sento molto vicino al personaggio creato dalla penna di Fëdor Dostoevskij. Anche io dovrei mettermi e scrivere un romanzo. Un bel romanzo. Su di me. Una specie di autobiografia, ma non tipo “a dodici anni ho fatto questo, a ventotto mi è capitato quest’altro”. Anche perché… Gli aneddoti sarebbero troppi… No: mi devo fare personaggio. Devo lavorare di stile. Lo stile, ne ho da vendere. Il materiale ce l’ho. Di vite, ho vissuto almeno otto vite, in quasi cinquant’anni. Selezione, devo fare selezione, e rendere tutto coerente, come dice quello scrittore su YouTube, quando dà i consigli per scrivere bene narrativa ai novellini. Cosa che io non sono. Io sono un nuovo Aldo Busi…

Chiamo Fahrenheit. Abbassi il volume della radio, mi raccomando. Certamente. Quando chiamo la Lipperini non devo fingermi qualcun altro. Ciao Loredana, sono Michele Caruso. Oh, il nostro Michele Caruso! È bello. Io mi commuovo, dopo, quando finisce la telefonata.

Allora, Michele, da quale romanzo è tratto il brano di oggi? Loredana, non lo so, non lo so, non ho proprio idea, vorrei dirti. Ho chiamato perché quei tre minuti in cui mi ospiti nella tua coltissima trasmissione mi danno serenità. È come entrare in un salotto accogliente, il salotto di una maestra delle elementari. Sì, è un ricordo. Andavo spesso a trovare una mia maestra delle elementari a casa sua, quand’ero piccolo. Mi trattava come un ometto. In classe ero perlopiù ignorato, e quando non ero ignorato mi picchiavano e mi prendevano per il culo. Mia madre mi diceva di reagire. Era schifata. Mio padre mi ignorava peggio dei miei compagni. Ma una volta mi fa: ti credo, sei un frocetto. L’aveva capito prima di tutti e prima di me. L’unica a trattarmi bene era la maestra, Giuliana, insegnava italiano, storia e geografia. Mi invitava a casa sua il mercoledì e il venerdì. Parlavamo di libri. Amava Italo Calvino e parlavamo spesso delle sue bellissime città invisibili…

La Lipperini per me è la maestra Giuliana, che è morta dodici anni fa per un male incurabile. Ha sofferto come una bestia, ho sentito dire da un ragazzo che sarà stato un nipote, lì al funerale.

Loredana, vorrei parlarti di un libro che sto sfogliando, un classico della letteratura russa che tutti dovrebbero leggere o, come nel mio caso, rileggere!, Michele!, il titolo del libro da cui è preso il brano di oggi!, c’è gente in attesa, con quella sua voce da tabagista con una vena… voluttuosa… Sì Loredana, non lo so, dico Delitto e castigo, va bene Michele, grazie, passiamo a…

Che nebbia che ho in testa.

Paolo, guarda che sei bellino con questo cappellino giallo in testa. Giallo come la vergogna. Coglione. Coglione. Faccia di cazzo con il sorriso dei tonti. Mo ti apro la bocca e me lo prendi. Bliblìn. La bocca secca. Devi bere di più. A bocca aperta, dovevi rimanere. Mo ti faccio bere io. Prendila tutta. Tie’. E ride. Pure con il cazzo in bocca questo ride.

Pronto, sono Giovanni, sì, abbasso la radio. Che palle. E che palle. Salve, mi chiamo Giovanni e chiamo dal Quadraro, eh, sì, sì sì, no, sono di origini siciliane, e lo so che si sente, comunque qui c’è un mio amico che vuole salutarvi, eccolo. In che senso, scusi, in che senso?, ma che non lo ha sentito?, ha detto forzaroma, è Paolo, sta qui con me, glielo faccio ripetere, Paolo si sta incazzando, Paolo, digli qualc—

Non sborravo in mano a qualcuno da quattro anni, quasi. Grazie. Paolo, sul serio, grazie. Che amico. Ridi, eh? Con la faccia pisciata. Stai iniziando a inquietarmi con quegli occhi. Chiudili un po’!

Nell’etere romano sono un nome, una presenza, un punto di riferimento, una voce enciclopedica, un totem, quello che sfascia tutto e manda all’aria i fogli della redazione e per due minuti buoni crea il caos irrimediabile, sono un distruttore, sono temuto e rispettato nell’etere romano, l’etere romano, l’etere romano, l’etere romano, l’etere romano.

Da piccolo giocavo a calcio ma non riuscivo a capire come si correva. Mi davo i calcetti sulle chiappe coi talloni e pure le ragazzine mi superavano quando facevamo i giretti di campo. Quando non riuscivo a fermare il pallone che mi arrivava vicino ai piedi, i miei compagni mi correvano incontro e mi spingevano via con un braccio, come a dire togliti da qui, incapace. E io lì dovevo riprendere la scena, dovevo dire a tutti che esistevo, così mi tiravo giù i pantaloni e facevo vedere il cazzetto a tutti quanti. Una volta ho pisciato, l’ho fatta tutta, me l’ero trattenuta dalla mattina, perché volevo punire tutti quanti, infatti non si è potuto più giocare per il lago che avevo fatto, mi dissero che ero un verme, schifoso, figlio di cane, dovevo leccarla la mia piscia, mi hanno tirato i sassi e io ridevo come un diavoletto, un bel diavoletto col cazzetto di fuori.

Quel cazzetto, poi, è diventato un cazzone. Ci vogliono tre mani adulte per coprirlo, avvolgerlo tutto. Non lo so quant’è, io mica me lo misuro… Però è gigante, spropositato. Non lo misuro per non scoraggiare gli altri. Quando lo misuro a chi mi incula, lo dico sempre: io no, perché lo vedi da te, ne rimarresti… E non mi viene mai la parola, ma rimarrebbero frustrati dal confronto.

L’unica volta che una ragazza me lo ha preso in mano è stato a una comunione. Si chiamava Priscilla, era più una ragazzina che una ragazza. Eravamo alla chiesa di San Filippo, nel mio paese natale, Priscilla aveva appena fatto la comunione, io l’avevo fatta l’anno prima ma dovevo stare lì per un mio cugino, ci siamo incontrati tra le frasche dietro la sagrestia. Io dovevo pisciare e me lo sono tirato fuori fregandomene che lei stesse lì. Lei mi è piombata alle spalle e me lo ha afferrato. Mi è diventato duro in tre secondi, ma mica per lei: speravo che un prete ci spiasse dalla finestrella, dove con la coda dell’occhio vedevo che in effetti c’era una sgoma nera che faceva avanti e indietro. Volevo che il prete cacciasse un urlo, che Priscilla scappasse, che io rimanessi lì, tutto nudo, col prete a fissarmi, a bocca aperta, e il cazzo che ormai stava diventando un bel cazzone, bello dritto. Prete, mi guardi, sto peccando proprio qui, mio dio, non so che fare, i pantaloni, dove sono, ho perso coscienza…

Ho letto più libri io che un professore di letteratura, ma a me non mi dà retta nessuno, tranne Loredana, e i professori invece vengono considerati dei geni anche se scatarrano a terra, dicono eh, è uno scatarro di lettere. Stasera comincio a scrivere la mia autobiografia. Cominciò tutto con un cazzetto soffice, liscio e setoso come un petalo di rosa…

Tommaso, prova a mettere tre dita, vai tranquillo, no, non mi fai male, vai più a fondo, fammi male, vai più veloce, dai, Tommaso, va bene che hai i coglioni grossi quanto una mia spalla, ma mi fai venire il dubbio che è la prima volta, che combini, me lo stai facendo ammosciare. Tommaso, scusami ma mi è venuta un’idea, devo chiamare subito in radio, levati un attimo, devo chiamare in radio.

Signor Andrea Materia, buonanotte, sì, sono michelecaruso ma non mi interrompa la telefonata, volevo dire una cosa, io le partite della Roma le vedo, le vedo tutte da un kebabbaro che ho sotto casa. Sa, mi manca tanto l’olandese, l’olandese dei primi anni, il centrocampista, sì, Strootman, era un trattore, quel ragazzo. Secondo me sarebbe stato uno dei migliori centrocampisti della nostra storia, se non fosse stato per l’infortunio. Sì, mi commuovo, mi commuovo. Adesso sta per succedere una cosa che non è mai successa prima: attacco io. Sì, attacco io. Buonanotte e forza Roma.

Non riesco a sborrare nemmeno facendo da me, caccio via Tommaso urlandogli contro, non si deve far più vedere. Mi tocca pagarlo ugualmente.

Faccio buio completo in camera, vorrei tanto dormire una settimana. Non ho più il controllo della mia vita, mi sento un sopravvissuto a una tragedia che però non è mai successa, ma perché, perché questa sensazione di stare fuori tempo per tutto quanto, nemmeno più prendere in bocca due palle grosse come quelle di Tommaso mi interessa. La scusa del romanzo è solo per non ammazzarmi. La sto dando vinta a mio padre. Ci aveva visto lungo anche quando mi disse di impiccarmi a un albero lontano, che è stata una delle ultime cose che mi ha detto. Ma quello fu perché gli rubavo i soldi, non perché ero frocio. Mia madre la pensava come lui ma non lo diceva. Sono contento che siete morti quasi insieme, ma mi siete rimasti in testa come voci assillanti, dovreste almeno bruciare giù all’inferno. Vostro figlio è diventato solo voce, una voce di giorno, una voce di notte, il corpo di vostro figlio non vi deve interessare, non esiste per voi, non fate che poi lo rivolete indietro nella cappella di famiglia.

Devo trovare il modo di fare il salto di qualità, sennò davvero entro l’anno giuro che mi ammazzo.

Signora Lipperini,
sono Michele Caruso. Le scrivo perché sto lavorando a un romanzo. Si tratta della mia storia. Per ora non ho un titolo, anche se vorrei chiamarlo proprio “Caro Michele”. Sarebbe anche un richiamo a un’altra grande opera letteraria, quella della nostra amatissima Natalia Ginzburg, di cui lei in trasmissione parla così spesso.

Le scrivo, quindi, perché volevo sapere se, una volta finito e pubblicato, fosse possibile presentarlo da Lei, come libro del giorno. Sì, lo so, è presto per pianificare questo tipo di cose, d’altronde non ho finito di scrivere nemmeno il primo capitolo, ma una sua risposta, spero ovviamente positiva, sarebbe un grande incentivo per me e per la mia ispirazione. La adoro, Loredana. La chiamerò presto in trasmissione.
Suo,
Michele Caruso

Non riesco a pensare a nient’altro che non siano le palle di Tommaso. Lisce, grandi come un’arancia gonfia di succo. Non le ho succhiate abbastanza. Io le cose le devo portare in fondo, fino alla nausea, sennò è come se non le avessi mai fatte, mai avute. Tommaso, sono Michele, scusa per l’altra sera. Torna, ti do centocinquanta euro. Ti preparo anche la cena. Il fumo? No, il fumo non mi frega, dimmi se puoi stasera stessa.

Scendo al bar, c’è Giovanna incupita. Che hai fatto, cavallina mia? Mio padre, Miche’. Tuo padre che, Giova’. Mio padre, Miche’, e niente, e le si gonfiano gli occhi di pianto. O dio mio, che t’è successo, sputa, Giova’. E niente, gli hanno… E fa la pausa. E dimmi, Giova’. E gli hanno trovato un tumore. Porca miseria, Giovanna. Porca di quella miseria… Adesso come faccio a chiederle un caffè? Vorrei anche bermelo in fretta, ché devo fare la spesa, scrivere, radermi le palle, farmi una doccia, addolcirmi la pelle. Invece mi tocca stare qua a inventarmi cose. No, aspetta: Giovanna, anche io ho perso una persona carissima per quel brutto male. Lei sgrana gli occhi e me li punta addosso come se le avessi detto che il padre gliel’ho scopato. Porco di quel dio, no, no, ma che ho detto. Ma come mi è uscito fuori. Lei non parla più e ha le mandibole chiuse e ancora quegli occhi da pazza. Va bene, Giovanna, e allora… Passavo di qua, perdonami, ci vediamo nei prossimi giorni, me ne esco senza voltarmi, penso che non tornerò mai più in quel bar, ma che ho fatto.

Mi taglio mentre ripasso velocemente il rasoio su un coglione, ma è un taglio superficiale. Ci metto la carta igienica. Vado al computer, nudo e ancora bagnato, mi siedo e scrivo tre righe di getto. Sono tre righe su mio padre, in cui mi sfogo e dico quanto fosse omofobo e bigotto. È una prosa, la mia, che farebbe impallidire Nicola Lagioia, o Albinati; ma non lo sa nessuno.

Tommaso arriva alle nove, mangiamo la pasta coi funghi e la pancetta. Poca, perché poi bisogna scopare. Gli metto centocinquanta euro nella tasca del cappotto, facendomi vedere bene da lui, ovviamente.

Andiamo subito al sodo, mettimi le palle dritte in gola, io mi tiro una sega, non respiro ma in bocca ho una galassia intera e sudata e godo da maiale, ho il naso chiuso, è colpa dell’umidità, se muoio soffocato muoio contento, ma mi viene da stringere, la mascella mi fa uno scatto involontario, Tommaso urla come un porco scannato, caccia urla a raffica, io mollo la presa, Tommaso si rotola sul letto con le mani sui coglioni, soffre talmente tanto che piange, ora non urla più, gridolini soffocati, Tommaso che devo fare, scusa, dimmi che devo fare, ti vedo a prendere il ghiaccio, ma lui fa per alzarsi, Tommaso rispondimi, ti vado a prendere il ghiaccio sì o no, lui si tira in piedi di scatto e mi molla un pugno sull’occhio, io cado all’indietro, non trovo il materasso e sbatto testa e spalle sul pavimento.

Tommaso, ma che cazzo. Ho un occhio nero. Tommaso guarda qua. Tu ovviamente non rispondi. Guardi il soffitto. La bocca socchiusa. Ci riprovo, mi avvicino con l’orecchio ma proprio respiri a fatica. Scusa, ma me l’hai tolta dalle mani. Hai un bernoccolo rosso su una tempia, Tommaso, pulsa come un cuore. Sono un tipo vendicativo, che ti credevi. Speriamo che non mi muori dentro casa, perché sennò non so proprio che farti. Vado in cucina, vedo se c’è l’aceto. Ci imbevo uno scottex e te lo porto sotto il naso. Fai delle smorfiette. Le tue palle giganti sono flosce e adagiate su una coscia. Sembrano due kiwi. E se te le leccassi un po’? Ma adesso, intendo.

Vado al computer, continuo a scrivere il romanzo. Continuo a scrivere di mio padre, che rammarico non averlo potuto picchiare. È sempre stato troppo più forte di me. Il maledetto. Aveva la forza di quattro tori. Basso e con le spalle larghe. Una volta mi ha caricato afferrandomi per il busto, avevo diciannove anni, m’ha sbattuto al muro e poi schiacciato per terra. Non gli dovevo rubare i soldi dal portafoglio. Ma vaffanculo. L’ho rifatto. L’ho rifatto mille altre volte, e mille altre volte le ho prese. Ma i cazzi che ho preso, però, papà.

Tommaso si lamenta. Sembra un gatto moribondo. Lo vado a vedere. Ha mezza testa viola. Gli ho fracassato sulla tempia un piccolo scrigno di plastica dove tengo i miei anelli. Te la sei cercata, Tommaso. Non mi morire sul letto. Che ti pensavi?, che siccome hai le palle grosse solo tu mi potevi menare?

Gli ho dovuto dare altri duecento euro, per colpa del ricatto che mi si è messo a fare. Gli ho detto di non farsi più vedere. Ma sicuro quelle palle stanotte me le sogno.

La Lipperini non risponde, e a Fahre non riesco a prendere più la linea. Anche riuscire a parlare su ReteSport è diventato difficile. A Roma Radio, non so come fanno, capiscono che sono io e dopo tre squilli cade la telefonata. Eppure cambio scheda sim ogni due settimane.

La notte, su TeleRadioStereo, c’è un programma che parla di rock. Non so nulla di musica, il rock mi disgusta. Ieri ho chiamato, ho parlato con Stefano Melchiorri. Gli ho detto che preferisco la classica, anche se non è vero, lui mi fa vatti a sentire radiorai cinque e non rompere i coglioni, Caru’. Ha ragione, non so più che dire. Mi passa la voglia, non ho più armi. Finisce così. O faccio qualcosa di grosso o mi ammazzo.

Giovanna, come va? Mi fa un cennino con la testa, mentre sta ingobbita e sciacquare i piattini. Butta tutto dentro la lavastoviglie, Giova’. Un altro cennino di cazzo. Volevo chiederti come stava tuo padre: sta meglio? Alza la testa, mi fissa un po’, poi dice di sì, ma come per togliermi di mezzo, per farmi andare via. Ma vuoi vedere che c’è quel maledetto del Signor V. Faccio due passi verso il bancone, spio nella piccola saletta coi videopoker: non c’è nessuno. Dal bagno, alle mie spalle, esce qualcuno col passo pesante, mi giro di scatto ed è lui, con la sigaretta in bocca, mentre si sistema la camicia nei pantaloni, tutta tesa e tirata per via della pancia enorme. Carusooo, te ne devi da anna’ affanculo da qui, come te lo devo di’, e nemmeno mi guarda in faccia, vede fuori, per strada, chi passa e tira dritto, poi prende il cellulare dalla tasca dei calzoni. Io non so che rispondergli, ma ho capito che lo voglio morto. Lo devo ammazzare, mi devo liberare di questo peso, e so che devo liberare pure Giovanna, che mica sta male per il padre, quella. Sta male per il padrone. Se ammazzo questo bove di merda, vuoi vedere che Giovanna riprende a ridere e diventa pure più graziosa, non dico più bella. Magari trova l’uomo. Però non so, come lo ammazzo uno così grosso e che vedo solo dentro un bar, nei giorni a caso. Mi devo preparare, studiare come ammazzarlo. Bevo il caffè, torno a casa e mi metto a scrivere i modi possibili per ammazzare quel figlio di puttana. Ma non lo so, non ne sono capace. Sennò già l’avrei fatto. Qua bisogna essere onesti: io, materialmente, so maneggiare solo cazzi e coglioni. Mica coltelli e pistole. Pensa a tuo padre, Miche’, pensa a lui, e incazzati, e vedi che il modo di ammazzare ti viene, si trova. Ma io penso ancora alle palle di Tommaso, è un’ossessione. Tommaso, ritorna. Con le palle tue in gola ragiono meglio.


CONTINUA (qui tutta)

Stefano Felici

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