Cover #12: Fantasie di stupro

PAINTING2543

Claudio Parentela, Painting2543

Nessunə come Lorenzo Vargas ha interpretato lo spirito di Cover, lo spazio che riscrive le storie che hanno fatto la storia di Verde. Family banker (qua) è l’esordio sulle nostre pagine di Stefano Felici, ancora oggi la sua prova migliore, alla faccia dei quattro anni trascorsi (chi ha capito ha capito). Fantasie di stupro stende e svuota dall’interno il ventiquattresimo gattino, ne disseziona l’animula e ne fa dono a noi che leggiamo gratə.  
La copertina è di Claudio Parentela.

Per Isolde il ricordo di Berlino è freddo, umido e rassicurante: corridoi male illuminati di vecchi magazzini sotterranei in cemento, riattati con mobilia elegante. Londra invece le sembra più lontana, nonostante sia l’ultimo posto in cui abbia esercitato. L’appartamento a Covent Garden non l’ha mai sentito davvero suo. Venderlo era stato quasi una deiezione.
Dennis la fissa dalla sua poltrona candida. Gli riserva sempre lo stesso posto quando lo chiama nell’appartamento e lei non si siede mai perché è funzionale alla conversazione che il volto punti in basso quando gli parla.
«Allora lo puoi fare?»
«Cioè, entro così, in banca e dico che sono il nuovo Family Banker?»
«Sì».
«E se non ce l’hanno un Family Banker? Se sono lì, che ne so, per aprirsi una prepagata? Se stanno già parlando con un consulente?»
«Non importa. E staranno già parlando con un consulente. Tobia è una persona di fiducia che crede in quello che facciamo».

Dennis è un kuros liscio e tornito. A studiarlo si ha una sensazione di possanza, mentre Isolde è una cariatide immobile, austera invecchiata per puro formalismo. Il collagene le ha ceduto sul viso perché ha dovuto, ma non c’è una ruga d’espressione visibile. Quando parla, a malapena muove il volto, quando cammina è il mondo che le si sposta sotto i piedi. Isolde è nata in un punto e lì è rimasta, a contemplare l’universo con occhi di madre delusa.
Ogni volta che viene convocato nell’appartamento, Dennis si sente come di fronte al primo uomo con cui ha scopato, o a tutti i registi che gli hanno negato una parte: impreparato, inetto.
«E la paga?»
«È findom, Dennis. Vedrai che i soldi non sono il punto. L’importante è che resti nel personaggio che abbiamo concordato. Non concedere nulla. Debbono sentire in ogni momento il tuo ginocchio sul collo e mi raccomando la cosa del cognome. Devi essere solo Carlo G».
«E se mi chiedono come mi chiamo?»
«Forza il ginocchio».

Dennis se ne va con il completo in lana di Tanzania che gli ha procurato. Isolde attende immobile che chiuda la porta dell’ingresso, senza levargli gli occhi da dosso. È un uomo incredibilmente bello, di quelli che di solito non si preoccupano di imparare qualcosa. Per fortuna, in vita sua, doveva essersi sentito in difetto.

Questa volta Dennis non riesce a rimanere seduto. È elettrico e irrequieto, polarizzato dall’euforia di una performance ben riuscita. Orbita intorno a Isolde, immobile nel luogo dove l’ha lasciata una settimana prima. Per quanto lo riguarda la donna è un automa saldato al pavimento, l’elemento di programmazione di un videogioco in cui è Dennis il protagonista.
Isolde non si volta nemmeno a seguirlo con lo sguardo. È lei il nucleo di quell’atomo e spostarsi è roba da corpuscoli.
«Ho fatto come hai detto tu e ha funzionato. Ha funzionato tutto. Tobia si è scollato dal cazzo in tempo zero. Gli ho detto che ero il loro family banker e hanno abbozzato. Cioè lui ha abbozzato. La moglie no. Senti, devo per forza trattarla così? Finché si tratta di fare la faccia da etero e ignorare le risposte che mi danno va ancora bene, ma trattarla come una pezza da piedi mi fa sentire sporco».
«La dominazione è una questione di risposte. Privare individui diversi della stessa cosa non è efficace».
«Sì, ma mi sento uno stupratore».
«E questa è una fantasia di stupro, Dennis. Ne abbiamo parlato».
«Ma io sono un attore, se si tratta di scoparci con questi due me ne vado».
«Che visione riduttiva. Lo stupro è un’invasione intima. Ridurla ai genitali è un’idea così dilettantistica. Parlami della partita di calcetto».

Isolde non fa mai domande. Porge solo inviti, a cui è impossibile rifiutare. Ovviamente Dennis non ci ha nemmeno mai provato: la prospettiva di scoprirne le conseguenze gli fa quasi paura. L’immobilità della donna gli ha sempre suggerito una violenza inaudita, incurante dei quaranta chili circa di muscoli che li separano.
Si accascia sulla poltrona che gli è riservata, il tempo di accorgersi degli occhi della donna di nuovo su di sé. Frettolosamente, si mette composto.

«Mi sono seduto in vista sugli spalti, mi sono fatto la sauna nel completo che mi hai dato e ho borbottato cose a caso tutto il tempo. Il tizio però non riusciva a togliermi gli occhi di dosso. Non ha segnato una volta. Sembrava una scena di Harry Potter».
«È un modo di porla. Lei risponde ancora?»
«Sempre meno. Secondo me tra poco chiama la polizia».
Isolde liquida la possibilità socchiudendo le palpebre.
«Continua col calcetto e proseguiamo con la prossima fase. Hai già fatto quelle foto che ti ho chiesto?» Dennis glie le consegna.
«Quell’amica che ti dicevo fa i miracoli con un green screen. Solo le pose da kickboxer non so come siano venute. Io, più di un paio d’anni di ginnastica artistica non ho mai fatto».
Isolde socchiude ancora le palpebre e Dennis capisce essere arrivata l’ora di andarsene, ma si ferma appena fuori l’uscio.
«Senti, mi sono messo a leggere un po’ di roba sul BDSM. Non è il consenso il punto? Questi due chiaramente non hanno la più pallida idea che è tutto finto».
Per la prima volta, da quando la visita nell’appartamento, Isolde sposta l’attenzione dalla poltrona e lo guarda fisso negli occhi, esercitando una pressione tale da fargli realizzare che fuggire potrebbe essere una buona idea. Poi risponde, misurata: «I miei colleghi hanno un’immagine di rispettabilità da proteggere, ma a me queste minuzie non interessano. La dominazione è questione di esaudire i desideri di cui ci vergogniamo. Si rinuncia al proprio potere in cambio del deliquio. Il consenso è un salvagente per codardi. Una buona dominatrice precorre il desiderio. Offre spontaneamente l’oppressione di cui i sottomessi hanno bisogno. Per questo ho sempre avuto così pochi colleghi maschi. Mancano del giusto spirito d’osservazione».

La prima volta che Dennis irrompe in casa delle vittime nei panni di Carlo G., impiega alcuni minuti prima di riconoscere Iselda, come preferisce essere chiamata per la pantomima. È una figura minuscola e dimessa, un animale spaventato che tenta disperatamente di occupare il minor spazio possibile. Il suo ruolo è quello della governante imposta da Carlo alle vittime, in modo che la moglie possa tornare a lavorare, invece che badare alla casa.
La facilità con la quale Isolde le ha trovato un posto ben pagato in centro ha dell’incredibile. Non c’è anfratto che i suoi tentacoli non riescano a raggiungere.
Dennis arriva alle sei e mezza di mattina e ogni volta che sposta la sua attenzione su Iselda la scopre che si accartoccia nell’angolo più vicino, o ai piedi di una delle due vittime, con una prodezza attoriale che lui non si sognerà mai.
Da quando è Carlo G. non ha mai rivolto la parola alla vittima donna. Il potere che esercita su di loro gli procura disgusto e una soddisfazione subdermica, che accresce il disgusto iniziale. Si sente sempre meno un attore.
«Oggi ho saputo che avete tentato di chiamare in banca per capire che sto facendo dei vostri soldi e…»
Si alza e pianta la forchetta con cui ha sbocconcellato la colazione in una parete divisoria. Poi torna a sedere.
«… questa cosa mi ha fatto abbastanza incazzare».

L’incontro tra i rebbi e il cartongesso è accolto da uno squittio atterrito delle vittime e non riesce a togliersi dalla testa che quello della donna abbia una sfumatura umidiccia. Isolde accorre, minuscola, a portargli una nuova posata. È come se volesse far sparire il volto sotto lo sterno. Dennis fa una fatica del diavolo per non scuoterla in cerca del monolite che lo ha ingaggiato.
«Se chiamate di nuovo in banca la prossima volta la forchetta la ficco in culo alla troia. O magari uso un cucchiaio, così per colazione vi faccio mangiare tutto quello che ci trovo dentro».
Sulle prime, le minacce glie le doveva scrivere Isolde. Era una settimanella che non aveva più bisogno d’aiuto. Ogni notte, nel suo appartamento si ingobbisce davanti allo specchio alla ricerca dei residui di Carlo, poi si lava ossessivamente fino a riconoscere di nuovo sé stesso.
«E se vi fate un’altra SIM per non farvi scoprire, vi massacro finché Iselda non vi deve raccogliere coll’aspirapolvere. Ecco quello che vi spetta».
Molla distrattamente due mazzette di denaro, 80€ per lui, 30€ per lei. Si sente una merda e tutto sommato gli piace. Eteropatriarcali vanilla del cazzo, vi piace tanto dio patria e famiglia e allora divertitevi col cilicio. Appena si accorge di averlo pensato, trattiene a fatica un conato di vomito.
«V’ho messo ventottomila euro su un investimento sicuro. Vi faccio fare un sacco di soldi, io. Pezzi di merda. Lo faccio per voi».
I soldi in realtà li ha presi Isolde, il nucleo di inamovibile roccia nascosto nel roditore miserando che cerca di sparire nelle pareti della cucina. Metà della cifra è il compenso di Dennis.

«No».
Risponde secco a Isolde nell’appartamento dove si incontrano ancora nei giorni liberi di lei.
«Va bene fare Piton a bordo campo mentre il coglione gioca a calcetto, passa pure trattarli uno schifo e rubargli i soldi, ma non gli metto le mani addosso».
«È la parte, Dennis».
«Non quando mi chiedi di pestare qualcuno che pesa la metà di me».
«E invece lo fai».

Sentenzia Isolde, con appena l’accenno di una fronte aggrottata e ha ragione lei. Dennis non è nemmeno nell’appartamento. Ha immaginato di esserci per avere una scusa. Invece gli ha mandato un messaggio da un numero privato. Non si è firmata, ma le parole hanno la stessa qualità inevitabile. Oggi colpiscila.
Nemmeno si accorge che anche il messaggio è un alibi, una costruzione mentale.

Sul divano delle vittime è seduto Carlo. La donna dice qualcosa che non registra perché si è abituato a non ascoltarla. Sa che ha prodotto un suono e sa di averle detto di non farlo. Si alza in piedi con misurata compostezza, anzi, lascia sia il mondo a muoverglisi attorno, come fa Isolde per farlo sentire inconsistente. Si stira con le mani il pantalone oltremare in lana di Tanzania, l’unica cosa che abbia mai indossato davanti a loro ed emula la posa ridicola che aveva improvvisato per le foto.
La donna si irrigidisce sul posto. Sa che sono giorni che la notte piange con la faccia seppellita nel cuscino. Glie l’ha comunicato Isolde senza la minima soddisfazione. Un commento sul tempo.
Contrae i muscoli e sorride, mentre il completo gli fascia quei muscoli che fino al presente aveva visto solo come un accessorio moda. Poi rilascia l’energia potenziale nel braccio e scaglia il pugno verso il volto della donna.
Finché non si accorge del marito che le siede a fianco. La bocca è molle e socchiusa, salivazione in procinto di tracimare. Le mani che scendono serpeggianti verso il cazzo rigonfio e d’improvviso la nausea scorta Dennis di nuovo nel suo corpo.
Ferma le nocche a pochi millimetri dallo zigomo di lei. Isolde, acciambellata ai piedi del divano lo fissa e c’è una luce tossica e affamata nel suo sguardo.
La vittima donna si rilassa e l’odore pungente dell’orina invade la stanza, mentre l’altro a fianco a lei cerca di sfregarsi il più discretamente possibile il glande nel tessuto della biancheria. Le pupille della donna sono un pozzo nero dilatato all’inverosimile. Vogliono inghiottire quell’orribile Carlo in una cacofonia di orgasmi limacciosi e ferite di morsi ed ecchimosi da suzione.
Dennis non proferisce parola. Lascia la casa e vomita uova strapazzate e tè alla pesca nel vicolo più vicino.

«Me ne vado. Non me ne frega un cazzo dei soldi, del desiderio e di tutte le stronzate che hai detto tu. Io me ne vado».
E la cariatide incorruttibile, motore immobile di una perniciosità primordiale gli risponde: «Non vedo perché dovresti restare».
Dennis scatta in piedi e le si avvicina, cercando di mostrarsi minaccioso. Cerca Carlo dentro se stesso per spaccarle la faccia, ma Isolde non si muove di un millimetro. A malapena batte le palpebre. In quella stanza, Carlo poteva essere solo lei ed è quello il momento in cui la consapevolezza lo colpisce alla nuca.
«Non abbiamo mai lavorato insieme. Sono…»
«Dillo, Dennis. Ce la puoi fare».
«Solo un cliente. Come i due stronzi che ho torturato fino adesso».
«Uno dei migliori».
Dennis alza il destro. Vuole vedere del sangue, ha bisogno di spaccarle i denti, ma Isolde gli sorride ed è tutto così assurdamente contronatura che si blocca a metà del gesto. Per la prima volta la vede muoversi nell’appartamento. Prende una valigetta e glie la consegna. Il suo compenso. Quattordicimila euro.
«Non voglio i tuoi soldi».
«Invece sì. Perché sei un bravo bambino».
Gli consegna la valigetta e Dennis non può fare altro che tenerla stretta, mentre qualcosa di più grande e disumano di lui lascia la stanza, una terza Isolde viva e aliena che sa di non aver mai incontrato prima.
«Almeno una soddisfazione me la sono presa. Gli ho detto che me ne andavo in vacanza. Che non sarei tornato. Non li tormenterai più quei due coglioni».
E la megera sorride sull’uscio, accomodante, compiaciuta: «Lo so. Che altro avresti potuto fare?»

L’appartamento delle vittime è pronto ad esplodere. Isolde è accartocciata nel salotto, perfettamente a suo agio nel ruolo della governante sottomessa. Ha programmato una mail, dovrebbe arrivare tra poco. Il marito è in camera da letto e lo sente trattenere il respiro. Non una parola, solo dodici allegati.
La finta cartolina da Mykonos è sul tavolo da quando è stata prelevata dalla cassetta della posta. Per questa parte della seduta, Dennis non le serve più.

La moglie è appena rientrata a casa, parla a telefono concitata, chiede di Carlo alla banca, ma gli rispondono che è andato via. Tutti rispondono la stessa cosa, come in un incubo. L’orribile Carlo è andato via e con esso la rassicurante pressione di un ginocchio sul collo, che la assolveva da se stessa.
Dalla camera da letto sente il primo sussulto. La vittima uomo fissa le foto e Isolde sa del fluido urticante che gli monta dentro. Fotomontaggi di Dennis in luoghi costosi, in compagnia di prostitute molto più belle di quanto le due vittime saranno mai. Pelli perfette, vite perfette, un edonismo iperuranico che è il giusto premio per esseri umani perfetti, per il loro Carlo che era orribile e ansiogeno e lo faceva per loro, piccole merde insignificanti.
Poi arriva agli ultimi due scatti: nudo frontale e laterale, una sciatta guardia da kickboxer, sfondo neutro. La vittima maschio grugnisce prima che sua moglie irrompa in camera da letto e trovi il tesoro che il marito voleva negarle, i resti dell’unico uomo che avesse mai amato, da cui voleva farsi sfondare il bacino con impatti sordi e umidi e dimenticare per sempre di essere una donna, un individuo, una coscienza.
Isolde non si muove dal salotto mentre i due si accapigliano per il cellulare. Si infila le dita sotto la dimessa gonna in feltro e comincia a massaggiarsi la clitoride con la ferma certezza che ogni vita intorno a lei è nelle sue mani e dall’alto della sua grandezza ha deciso di donargli quella dolcissima abiezione che nessuno ha mai ammesso di bramare.
La colluttazione termina e vince il marito, il cellulare ben stretto tra le mani al prezzo di una gomitata nell’occhio. La moglie esplode fuori la camera da letto col sangue che le arrossa il volto. Passando in salotto verso l’uscita di casa nota Iselda, la governante, che si masturba sul pavimento, le gambe vecchie e nervose aperte nella sua direzione ed il volto arricciato sul petto che la fissa con una fame che non credeva potesse esistere in una specie tanto caratterizzata dalla propria mediocrità.
Il terrore che ne scaturisce la fa fuggire ancora più veloce dall’appartamento.
Dalla camera da letto fanno eco gemiti a limite tra il soffocamento, l’ansito ed il piagnucolio. Ogni tanto, il nome di Carlo che è quello di Isolde, risuona oltre la porta di compensato.

Avvolta dalla propria sinfonia personale, Isolde continua a toccarsi.

Lorenzo Vargas

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