A proposito di niente #2: Guida per aspirantƏ romanzierƏ retribuitƏ

ASSEMBLAGE3608

Claudio Parentela, Assemblage 3608

Racconti, “raccontoni” ovunque, amiche e amici che vengono fuori dalle fottute riviste e noi lƏ leggiamo tuttƏ. Simone Lisi fa un passaggio alla concorrenza esprimendo una quasi completa adesione al reale e una specie di ulteriorità indecifrabile o incomprensibile (ipse dixit e noi riportiamo). Qua. Francesca Mattei, già Palo a mare Breakfast Club, in onda In fuga dalla bocciofila: Splendido Am*re, qua. Valentina Maini, estratto da Circospetti ci muoviamo, qua. Sara Mazzini, ma non è un racconto né forse un semplice saggio e ha un titolo bellissimo: “Io sono Heathcliff, voi siete morti. Liberare la vita dalla dipendenza dai fatti”. Qua. E noi? Dove eravamo rimasti? A proposito di niente: “Adesso che abbiamo infierito su una carcassa che a dirla tutta si muove appena, avendo la pietà di tralasciare tutta una serie di questioni collaterali con cui questa guida si trasformerebbe in un behemot di 400 pagine, è giunto il momento di chiedersi cosa si possa fare a riguardo.” Seconda e ultima parte, la costruens “che fare” se non epocale per lo meno contingente, della Guida per aspirantƏ romanzierƏ retribuitƏ di Lorenzo Vargas, un pezzo che ha perturbato la redazione di VerdƏ che si chiede se le guide stanno bene su VerdƏ. Che cos’è VerdƏ, che cosa pubblica, che cosa indossa bene? Non lo sappiamo perché non abbiamo ancora risposto a certe domande difficili a cui non sappiamo rispondere che Tina di Ibib ci ha inviato ormai due mesi fa. Lo faremo mai? In allarmata radura ci ha anticipatƏ. È un segno dei tempi, vorrà dire qualcosa? Ai posteri, a lunedì con Simone Lisi dalla Grecia alla Cina, alle copertine di Claudio Parentela.

Quello dell’autore è un lavoro, fatto di dedizione, competenza e ricerca e come tale va retribuito. 

Ovviamente non si ha la pretesa di sventrare un intero comparto merceologico con un solo articolo, ma un po’ di pars construens va comunque fatta.

L’opzione più semplice sarebbe lasciare tutto così com’è, aspettare che il comparto cada nell’oblio della consueta spirale di elitismo e autoreferenzialità che abbiamo imparato ad amare in altre forme d’arte. La scrittura continuerà a esistere, ma il romanzo e la forma libro diverranno picci di nicchia come chi colleziona libretti d’opera. C’è addirittura chi questo esito se lo augura. Le tante voci della letteratura, che di certo non si volatilizzeranno in qualche prodigio morselliano, probabilmente si ricicleranno nella sceneggiatura cinematografica. Tutto è bene quel che finisce bene, il mondo va avanti senza di noi etc. etc.

In alternativa, ricalcando ciò che è stato trattato in qui si può tentare un rimaneggiamento in termini di sostenibilità passando per i temi di retribuzione, distribuzione e diffusione.

 

Quello della retribuzione non è un problema esclusivo dei mestieri creativi, ma torna spesso in quanto rispetto ad altre mansioni, che vengono pagate troppo poco, non viene pagato affatto: la visibilità rimane un leit motiv tristemente ricorsivo.

Il primo passo di sostenibilità potrebbe essere quello di anticipare la fase di contatto dell’autore con la casa editrice, rendendo prassi non la consegna del romanzo concluso (e spesso da sventrare da capo a piedi), ma di un documento più stringato (proposal), contenente estremi progettuali e un tot di pagine per testare la prosa. 

Quella dei proposal è prassi consolidata in Italia per autori già carenati, gente il cui nome sulla copertina spesso basta a trainare la promozione del volume. Esordienti e soliti stronzi invece sono costretti a gettare risme di carta già solidamente compilate nel cesto dei manoscritti in lettura, o affidarli a un agente, con i pro e contro che il passo ulteriore comporta. 

L’utilizzo di un proposal in realtà faciliterebbe di molto la relazione con scrittori più verdi: le proposte verrebbero vagliate molto più velocemente e l’anticipo sarebbe elargito in tempo per sostenere l’autore durante la stesura. 

Non solo: uno dei problemi peggiori tra nuovi autori e case editrici è proprio la fase in cui l’editor, che riceve una narrazione conchiusa a cui lo scrittore è riuscito ad affezionarsi molto più di quanto dovrebbe, si trova a imporre (a torto o ragione) riscritture anche importanti, con ovvie conseguenze conflittuali. Lavorando di pari passo con l’autore, eventuali modifiche sarebbero suggerite in fase embrionale, quando la riscrittura non comporta una nuova stesura, l’inevitabile passaggio al pettine del resto del manoscritto e un’ovvia dilatazione delle tempistiche. 

Lavorare con l’editor, invece che sotto l’editor permetterebbe agli autori di assorbire un metodo di lavoro e nozioni sul mercato con cui si confronteranno, utili per le pubblicazioni seguenti, nonché una fidelizzazione all’editore che vada oltre il porto sicuro, ma blandamente ricattatorio del diritto d’opzione.

Tra gli editori italiani che hanno adottato questo specifico iter c’è Acheron Books, che per non farsi mancare nulla, però, ha aggiunto al processo una ributtante sezione a-la-Shark Tank (fonte). L’ironia di questa osservazione da parte di un concorrente ad un talent per scrittori spero non passi inosservata.

Un altro provvedimento viabile passa ancora una volta per lo standard del contratto di edizione, dove i diritti, come già menzionato, non vengono venduti a un editore, bensì ceduti

Una volta ricevuto l’anticipo, l’autore sa che tra sé e le royalties ci sarà un muro che va (stando ai calcoli precedenti) dalle 330 alle 2000 copie, rendendo alquanto nebulosa l’immanenza di un possibile ritorno economico, senza considerare la possibilità che questa prima mandata di volumi esaurisca del tutto il serbatoio di vendite facili su cui un autore può sentirsi di contare: lontano dagli occhi lontano dal cuore.

Trattandosi spesso e volentieri di una cifra irrisoria, sarebbe opportuno che l’anticipo si tramutasse in un compenso, grazie al quale la responsabilità dell’autore sarà molto più diretta nella vendita dell’opera, a cui tra l’altro si aggiunge la maggior facilità di ammortizzare i costi. 

Se quest’ultima osservazione può sembrare congetturale, quantomeno è meglio che gettare ogni volta 500€ nella fontana di Trevi nella speranza che ne escano decuplicati.

Ovviamente c’è da prendere in considerazione il mondo esterno, dove è improbabile che l’autore possa prendersi due mesi dal posto di lavoro, o sperare di trovarne un altro qualora volesse dedicarsi anima e corpo alla propria opera, ma almeno non sarà costretto a sacrificare in toto il proprio tempo per la realizzazione di una vana speranza. 

I vantaggi non sono solo da ascriversi all’autore, che finisce per rastrellare due spiccioli in più, ma anche per l’editore: un libro organicamente cresciuto all’interno della propria struttura è un prodotto che ci sarà più tempo per curare e conoscere approfonditamente, a cui creare attorno un adeguato sforzo promozionale, invece che un blocco di cellulosa che ci si getta alle spalle nelle acque del mercato, nella speranza che qualche pesce lo trovi appetibile. Un libro, insomma, che non ci si limita a mettere in mano a un ufficio stampa spaesato e armato solo di una scheda di lettura, con un paio di settimane per costruire una rassegna stampa adeguata e passare oltre.

L’obiezione facile che si potrebbe fare a quest’ultimo passaggio è che il tempo è quello che è. Le case editrici, specie medio-grandi, processano centinaia di libri l’anno, senza dotarsi di un ufficio stampa commisurato.

Del resto perché assumere un maggior numero di dipendenti per la promozione di un bene con una vita di scaffale di circa 45 giorni? (FontePubblicare meno volumi sarebbe la soluzione più semplice, se non entrasse in gioco la distribuzione

Una cosa che mio padre adora ripetere è che vendere un libro o un pannolino, in termini aziendali, è sostanzialmente la stessa cosa. La situazione tragica è che qualcuno nel comparto deve pensarla come lui. Purtroppo ci sono differenze sostanziali: i pannolini sono beni necessari per chi abbia pargoli dotati di funzioni vitali, mentre i romanzi no. 

Per il funzionamento base del sistema distributivo mi affido a chi ne ha scritto già meglio di me (tipo), ma è ormai un dato accertato che il concetto di punto vendita fisico (la libreria) stia cedendo il passo alla distribuzione via internet, Her Infernal Majesty Amazon prima di tutte, tanto che il Senato ha pensato di ribilanciare la faccenda regolando le politiche sugli sconti del comparto. Il provvedimento sembrerebbe però tralasciare il punto principale del problema: non sono tanto gli sconti a rendere più invitante uno store online come Amazon o IBS, quanto tutte le comodità logistiche che si portano dietro: l’assortimento è pressoché universale, gli articoli arrivano a casa e chi non soffre di bizzarre dipendenze dall’inalazione di colla tipografica può procurarsi una copia dell’ebook nel giro di pochi secondi. 

Una libreria, al contrario, è vincolata alla fisicità del mezzo: c’è solo un tot di spazio in cui esporre le più di 86.000 opere che il mercato mette in circolo ogni anno, anche all’attivo delle quattro volte annue circa in cui i punti vendita sono costretti a rinnovare il magazzino. Il discorso si fa ancora più oberante per le librerie indipendenti, che oltre ad avere mezzi nettamente inferiori a quelle di catena, sono costrette a un’attività curatoriale massacrante.

Mettendo da parte l’affetto che si può nutrire per le librerie fisiche, una breve riflessione in ottica teleologica ci mette di fronte a una situazione piuttosto desolante. Acquistare libri lo si può fare comodamente su internet, direttamente dalla casa editrice se non si vuole passare per outlet più onnicomprensivi e notoriamente privi di etica (il che vale praticamente solo per le piccole case editrici, visto e considerato il trattamento medio di un magazziniere di Messaggerie). La curatela del libraio indipendente si potrebbe eseguire molto meglio su internet, con la redazione di liste e newsletter, senza doversi più preoccupare di impiegare parte dell’assortimento con titoli sicuri necessari a pagare le bollette e tenere aperto il punto vendita. Il lavoro del libraio indipendente potrebbe farsi più simile a quello del bookblogger, con piccole redazioni dai costi fisici ridotti che stilino liste di lettura su abbonamento. Un po’ come l’Euroclub, ma meglio, visto che la prima domanda su Google cercando il servizio è come recedere dall’iscrizione.

La struttura dei punti vendita fisici invece potrebbe dedicarsi al circuito dell’usato, una manna low cost per tutti quei lettori che non possono permettersi di stare al passo con le ultime uscite e un ottimo modo per aumentare la vita di scaffale del singolo volume. Certo, si potrebbe gestire anche questo tramite shop online, ma l’irrefutabile vantaggio di presentarsi con un cartone di libri alla più vicina remainders non credo sia da sottovalutare quando le spedizioni di carichi pesanti o ingombranti sono così onerose per i privati. In questo senso qualcosa l’abbiamo già nel Libraccio, che è sia online (in uno sforzo congiunto con IBS e Feltrinelli) che una catena di punti vendita fisici, benché distribuiti su una mappa immaginaria dove il sud è stato divelto a colpi d’accetta dal resto della penisola.

E questo solo per limitarsi a soluzioni conservative dell’impianto corrente, altrimenti di strutture alternative drastiche se ne cade il mondo, come quella di una “formula Netflix” per un accesso di catalogo presentatami dal collega Francesco Quaranta, un po’ come Kindle Unlimited, ma senza l’entusiasmante catalogo al limite di EFP.

Anche qui però il problema è legato ad alcuni presupposti esterni: la visione delle librerie come presidi da difendere (anche in vista delle presentazioni letterarie, altro immenso punto dolente che meriterebbe un saggio a parte); l’attaccamento parossistico al supporto fisico del libro; il punto vendita che è soprattutto un posto di lavoro per centinaia d’individui (in Italia ci sono almeno 3670 librerie, fonte ALI Confcommercio 2020), che debbono lavorare per mangiare, come gli autori che vengono a conti fatti sfruttati per dargli qualcosa da vendere e il comunismo automatizzato pangalattico di lusso che ancora non si intravede all’orizzonte. 

E arriviamo finalmente a quella che chiamo un po’ superficialmente diffusione, ma che comprende tutta una serie di tematiche, a cominciare dalla dimensione asfittica del mercato. Nel 2019, il solito documento Istat ha riporta una popolazione di lettori di circa ventidue milioni e mezzo di persone. E con lettori, si specifica qualcuno che abbia degnato almeno un libro della propria attenzione durante l’anno. Se si passa ai lettori forti (espressione che indica quelli che macinano almeno 12 libri l’anno e fa sempre molto ridere) scendiamo a 8,8 milioni e spiccioli, molto meno del resto del mondo (fonte Global English Editing).

In un ambiente del genere, non ci si dovrebbe stupire che fare della letteratura una carriera sia pia illusione. Pare ci si dimentichi che esiste il resto del mondo. Ripescando da un po’ di esperienza personale, è facile individuare la moina standard per i mercati anglofoni: la domanda è limitata a visioni pizzamandolino del nostro paese, estetiche più che racconti genuini (questa critica è stata mossa, per esempio, alla Ferrante). Ho i miei dubbi a riguardo. L’autrice sino-canadese Xiran Jay Zhao, per esempio, ha da poco firmato un contratto con Penguin Random House per due serie di romanzi fantastici fortemente radicati nella cultura cinese e nessuno sembra averle fatto notare che agli anglofoni piacciono solo le estetiche. E qui veniamo al punto, perché i romanzi della Zhao (o per dire, la saga di fantascienza nigeriana Binti di Nnedi Okorafor, che ha vinto pure un premio Nebula) sono scritti in inglese, una lingua che conta un bacino d’utenza anche solo difficile da misurare, visto e considerato il suo ruolo di lingua franca (per motivazioni di becero colonialismo, ma tant’è) e i 7.8 miliardi di utenti (Fonte).

La situazione è talmente assurda che per esempio, scrivere in inglese è diventato la strada di default per la fantascienza Ceca, un espediente deprimente quanto pernicioso all’evoluzione letteraria. Elaborare un testo nella propria lingua madre ha implicazioni differenti dal tentativo di riprodurre la stessa complessità con una lingua appresa a posteriori (con buona pace di un Nabokov a caso che rientra nel premiato club dei cigni neri). 

Allora che fare? Una buona idea sarebbe tradurre alcuni romanzi italiani, a prescindere da una richiesta estera. Mettere a disposizione testi leggibili per il mercato internazionale potrebbe non rispondere a una domanda preesistente, ma ancora una volta, quando mai nel capitalismo si è risposto a bisogni reali? 

Come può il pubblico estero conoscere i testi italiani se il massimo che gli concediamo sono la Ferrante, Camilleri e Carofiglio?

Eppure basterebbero un tot di opere l’anno tradotte e commercializzate via ebook (un mezzo che all’estero è stato accettato molto più pacificamente che da noi) per regalare una finestra molto più immediata sul nostro panorama rispetto a farraginose trattative fatte di schede di lettura e dati di vendita che non è detto si trasferiscano immediatamente nel mercato di riferimento. Alcuni volumi nostrani potrebbero essere addirittura acquisiti dal sistema editoriale con il singolo proposito di essere venduti direttamente all’estero; le traduzioni vendute già belle e pronte al manifestarsi del giusto interesse da parte di un mercato straniero: è più facile fare affidamento su un libro che si è effettivamente letto. 

Non per tirare sempre in mezzo le stesse persone, ma una cosa simile la fa Acheron Books, anche se nell’ambito dei giochi di ruolo.

Il costo della traduzione per il nostro libro tipo ammonterebbe a circa 3140€ (fonte) e se sembra una cifra esosa è solo perché non si considera il passaggio da un piccolo stagno di 8 milioni di persone a uno significativamente più grande da 7.8 miliardi di individui (qui lo so, esagero). Procedendo invece con l’iter consueto, così come è lo scrittore a dover scommettere sul romanzo, sarà la casa editrice straniera a dover scommettere sul prodotto da localizzare.

Spero che a questo punto, il trait d’union del discorso si sia fatto evidente.

 

S’è fatto un gran parlare di cambiamento, ma in quanto ad esaustività, si è scalfita a malapena la punta dell’iceberg. Alcuni argomenti sono stati semplificati all’osso e altri tralasciati per amore di sinteticità (disse, dopo 27k battute). Nemmeno si è presa in considerazione la pletora di piccoli e medi editori che sopravvivono giorno per giorno a colpi di opere innovative e pagamenti dal risicato all’inesistente (eh signora mia, siamo piccoli, non si diventa ricchi con l’editoria e altre fiabe per un altro tempo) e altrettanto si è fatto con il mondo di dolore delle trasposizioni, che nel nostro paese si fa finta di non vedere. 

Soprattutto si sono fatti i conti nelle tasche degli altri, un’operazione facilmente riconducibile a quelli che discutono di geopolitica al bar con la pervicace sicurezza di poter far meglio della classe politica mondiale.

Purtroppo non credo ci sia un altro modo di approcciare la rivoluzione di un comparto che ha deciso che i rischi non lo riguardano. La rivoluzione francese non l’ha mica realizzata Luigi XVI e sono sicuro che i moti di Stonewall non siano stati un’idea della classe dirigente WASP americana. L’inerzia è una tentazione facile per chi ne raccoglie i frutti rachitici e rompere i coglioni è uno sporco lavoro che qualcuno deve pur fare. Ma basta vedere il lato positivo, gentili lettori. Volete una trattazione più approfondita? Un manuale operativo degno di questo nome? Magari un business plan dati alla mano?

Non vedo l’ora. Basta che mi paghiate.

(Qui tutto)

Lorenzo Vargas

One thought on “A proposito di niente #2: Guida per aspirantƏ romanzierƏ retribuitƏ

  1. Devo dire che con pure tutta la trattazione dettagliata non si è raggiunto un compromesso. E come dici tu stesso, temo non ce ne siano a priori: si va a istinto e ceca fiducia, che d’altronde non fa mai male.
    Ad ogni modo, risvegliarmi dal sogno letterario è stato un gesto d’amore caldamente apprezzato✨

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