Gioventù Etrusca #13: L’occhio profondo di Hubble

ASSEMBLAGE3559

Claudio Parentela, Assemblage 3559

Un anno fa, il 19 giugno 2020, Daniele Colantonio inviava in redazione un racconto intitolato L’occhio profondo di Hubble, “un macigno avvelenato, un figlio tossico, non lo vuole nessuno, se ne deve annà de casa” (così lui). Alle nostre rimostranze (lo avevamo appena pubblicato e temevamo i prodromi di una relazione soffocante, sai mai) lui assicurava di averlo “falciato che manco Mussolini nei video de propaganda.” (d’altronde il ragazzo è in odor di novacarne, si sa). Non contento, esigeva l’editing di Luca Marinelli, che non edita un racconto dai tempi del Giornalino scolastico dell’Istituto Comprensivo Karol Wojtila di Palestrina (e domattina Lucariello ha gli esami di terza: in bocca al lupo Campione 🙂
In altri tempi avremmo interessato IL PROFESSOR PAGLIARINI, che accarezzando il suo caps lock d’ordinanza avrebbe spietatamente fatto corso alla pratica Colantonio con l’alacrità che la bolla gli riconosce e ama. La verità è che iniziamo a sentire di avere delle responsabilità nei confronti della nostra fanbase. Forse il tempo dei Faraoni sta finendo, la nostra funzione sta cambiando e siamo a uno snodo del nostro percorso artistico e umano. Plasmare i sogni di chi ci segue là fuori in una Norimberga di abbracci e pacche sulle spalle senza esecuzioni? Una commissione per la verità e la riconciliazione che ristabilisca la sacralità per l’oggetto letterario e finalmente la giustizia, peraltro riparativa? Chiedere scusa, in particolare a Stefania Maruelli (scusa Stefi), per la balorda Indifferenziata? Rilasciare in una volta tutti i memicchi inediti su Jonathan Bazzi e chiudere la Loggia Rosa?
Voi, al nostro posto, che cosa fareste?
La copertina di questa Gioventù Etrusca è di Claudio Parentela. Lui, a esempio, ci preferisce litwrestler. E voi?

Tutto era un solo, sterminato, mare di fuoco!
Tutto il mondo, tutto il mondo era in fiamme!
Barabba, Pär Lagerkvist 

Eccoti, piccolo uomo bianco, tra la deriva e l’attrazione, ancorato alla vita da un cordone ombelicale hi-tech. Alle tue spalle la navicella, cimitero silenzioso, da cui nessuno, ormai, entrerà e uscirà più. Ti si fa avanti un ricordo prezioso, uno di quelli che creano un prima e un dopo: hai quindici anni, ti hanno appena pestato. Ti sanguina il naso, le gocce cadono sui pantaloni strappati e tu rimani a guardarle senza fare nulla. Proprio in quel momento, tra una goccia e l’altra, cominci a pensare che l’uomo sia una minuscola centrale nucleare, instabile e triste. Una centrale da azionare, da potenziare. Tuo padre dice sempre che gli uomini della vostra famiglia, per dominare, non hanno bisogno di un fisico possente, gli basta un cenno del capo. Ma tu, già dalla prima adolescenza, non dai più peso alle sue parole, così, in seconda superiore, ti segni in palestra e raggiungi la piena consapevolezza del corpo. Tre anni dopo sei davanti allo specchio a mirare la perfezione del tuo fisico e ti chiedi quale sia ora lo step successivo. Diventi compulsivo, passi le giornate su Internet a cercare l’uomo più potente del mondo. Un venerdì pomeriggio, in un negozio, ti arriva tra le mani un cd, sotto la lettera erre, erre di rage. Una volta a casa, scrolli le foto su Google: in tutte le immagini c’è un uomo in fiamme, un certo Thích Quảng Đức, un monaco tibetano, dopo aver sgranato il suo Mālā, dopo essere stato cosparso di cherosene. Ha un’espressione decisa, di profondo controllo. Intorno a lui, a mani giunte, i suoi discepoli in preghiera. Guardi la sequenza per tutto il giorno, ossessivamente. Com’è possibile, ti chiedi. Com’è possibile tutto questo. Non riesci a concepire l’immolazione, l’appartenenza, e che quel monaco, dandosi fuoco, abbia dato un nome nuovo al dolore (mentre il tuo, di dolore, esattamente, di cosa è fatto? qual è la sua origine? È come l’ombra che ti si forma addosso, mi dici, che ti seguirà per tutta la vita). Pensa alla Galassia di Andromeda, che tra cinque miliardi di anni si scontrerà con la nostra, e a noi che non ci scansiamo, ma che anzi le andiamo incontro – in fondo glielo abbiamo promesso questo ballo, no?, allora che si faccia. Sai il sacrificio, l’accettazione? Non è abbandonarsi al rancore, allo scontro puerile, è qualcosa di più. Non è come quando da piccolo sentivi il mondo tremare, fuori dalla cameretta, e lo tenevi in piedi con la forza della volontà. Perché toccava a te, un giorno, distruggerlo, a te e a nessun altro. Ma ora è tempo di riaprire questa ferita. È tempo di capire cosa ci sia cicatrizzato lì sotto. Avvicinati, ora, guardaci dentro…

 

La vedi, la luce? È la cosa più veloce dell’universo, ma per te è immobile, e ti acceca. Eppure devi esserle grato perché ti risparmia lo spettacolo indecente di tua madre isterica, sgonfia come un pallone bucato, le unghie piantate nella mano di tuo padre. E liquidi rossi e ambrati su camici e guanti in lattice, ferite slabbrate come crateri. Sei appena nato e già vorresti tornare indietro, ma qualcuno ti prende per i piedi e ti colpisce, tu sputi fuori ciò che prima era nutrimento e che ora ti soffoca. Poi una donna ti pulisce degli umori di tua madre e ti ridona a lei, al suo abbraccio soffocante. La sua voce ti arriva esausta e tremolante, ti dice qualcosa che non sei in grado di capire. Tuo padre invece non dice nulla, se ne sta in un angolo e vi guarda stranito. È pallido, si massaggia la mano con una garza imbevuta di disinfettante. Il suo ruolo, per ora, è terminato, può smettere di sembrare un marito in pena. Ancora si chiede il motivo per cui ha assistito a quello scempio, ma suo padre lo ha educato bene: mostrare debolezze, gli diceva,  è alzare il braccio al tuo nemico. E tu, appena uscito dal ventre di tua madre, senza neanche capire perché prima era tutto buio e ora no, pensi che la vita sia questa pace tra una colica e l’altra. Eccoti qui, infatti, sereno, qualche mese dopo, in un asciugamano di spugna, nel periodo preverbale, nella calma dell’incoscienza. Eppure basterà qualche anno soltanto, qualche parola smozzicata, e tutto esploderà.

 

Ma è ancora troppo presto per provare tensione, non credi? Un’aria fresca ti accarezza il volto, la vertigine ti solletica lo stomaco. Sono passati quattro anni e la vita ti ha portato a venti metri di altezza, su una cabina oscillante. Tuo padre è lì, vicino a te, e continua a ripeterti, con un sorriso da piazzista, che la ruota panoramica è tutta per voi. Tu gli credi perché non hai fatto la fila per salire su e le altre cabine sono vuote e ondeggiano leggere. È il tuo compleanno, va bene, ma ti sembra tutto così eccessivo: i clown prezzolati che ti seguono per tutto il Luna Park, il carretto dei gelati al tuo servizio, le foto con i costumi circensi. Chiedi a tuo padre perché la mamma non è con voi e lui ti dice solo che è meglio così. Più tardi aggiungerà che spesso si viene in contatto per motivi indecifrabili o surrogati di affetto e tu, con lo zucchero filato in mano e la faccia appiccicosa, dimenticherai in fretta quelle parole, ma tanto lui, quelle parole, non le ripeterà più. Era tutto così confuso quel giorno e questo turbamento, purtroppo, non ti abbandonerà mai, neanche ora che sei solo, fuori dall’atmosfera terrestre, e il mondo ti sembra un grande fantasma azzurro.    

 

Ora potresti ricordare di quella volta in cui tuo fratello maggiore, all’età di dodici anni, ha cercato di soffocarti – ti odiava, ti considerava un rovina famiglie. E invece no, sei già con la mente altrove: hai ventotto anni, seduto in un’aula, stai compilando il test di ammissione all’Esa, l’Agenzia Spaziale Europea. Non provi alcuna tensione, il tuo cervello è uno schedario efficiente, ti fidi di lui. Il ragazzo che ti siede accanto, invece, è agitato, così gli dai un consiglio. Per riuscire nella vita, gli dici, deve essere una macchina. Lui sgrana gli occhi, ti chiede cosa intendi, tu invece guardi altrove e non aggiungi altro. Sei consapevole che le parole che usi suonino sempre affilate e pesanti come sentenze, ma non puoi farci nulla; è un fatto di calibratura, di economia del silenzio, le parole devono essere poche ma efficaci. Thích Quảng Đức ha smesso di bruciare, ma ti segue ovunque. Sulla sua pelle è incisa una frase che ti fa paura ma che continui a leggere: se il mondo brucia, tu brucerai con lui. Ogni mezz’ora ti misuri le pulsazioni e mostri i risultati al compagno di banco. Vedi, gli sussurri, sto bruciando meno calorie di te e come te sono seduto a una sedia. Ma lui, questa volta, radunando tutta la tensione, comincia a tremare e il banco trema con lui. La matita gli cade per terra con un suono che ti sembra sconcertante. Finisce ai tuoi piedi, ma tu la lasci lì, perché ti sembra il residuo radioattivo di una stella morta. Quando termina il test rimani in classe da solo, gli altri ragazzi sono usciti in cortile. Il tuo compagno di banco, nonostante tutto, è stato l’unico a salutarti e ha avuto un ultimo brivido a vederti in quella posa, rigida e composta allo stesso tempo. In realtà sei inchiodato al banco perché ti senti ricoperto da un cumulo di foglie bagnate. Provi una nostalgia che ti toglie il fiato, anzi, la peggiore delle nostalgie, quella astratta, immotivata. Quando ti svegli dal torpore, fai scivolare la mano sul banco, come facevi da piccolo, alle elementari. Cerchi di scacciare il ricordo perché pensi che la nostalgia sia una lama tra le costole e che ogni immagine del passato la spinga più a fondo. E invece cadi giù, per l’ennesima volta, tra le pieghe del ricordo, fino al primo giorno di scuola. Hai sei anni, una cicatrice sulla gamba destra che non ricordi di esserti procurato, indossi un grembiule di seta su misura, morbido e brillante. I tuoi compagni sanno bene da quale famiglia provieni e sono convinti che tu sia orgoglioso di tuo padre, ma non è così. Provi per lui una vergogna profonda, che ancora non riesci a spiegarti bene. E un rumore ti scava dentro, un sottile rumore di fondo che scava e non approda mai. È la risacca delle lacrime trattenute, che si rifugiano nel profondo, a fermentare. Ventidue anni dopo quel rumore ancora ti blocca, dentro un’aula, sotto un cumulo di foglie bagnate.

 

Una lunga distesa di foreste e paludi. Nonostante la pioggia, fuochi in lontananza, sbuffi di fumo. L’esploratore, ogni miglio, incontra un cumulo di foglie su un cadavere. Per documentare il suo passaggio, depone una pietra alla base della sepoltura. Andando via, l’esploratore penserà che la foresta sia un grande cimitero selvaggio e che i fuochi, in realtà, siano i resti di banchetti improvvisati. Invece sono persone in fiamme, in un ambiente ostile, privo di vita. Vedi, sembra la trama di un film allucinato ma è solo un racconto che hai scritto in terza media. A diciott’anni lo spettro di Thích Quảng Đức ti cammina a fianco, tocca tutto ciò che vede, dà fuoco al mondo. Quando la gente ti parla aspetti solo che si accasci a terra, consumato dalle fiamme. Strade piene di tronchi fumanti, mucchi di cenere. Il mondo un’immensa Pompei, dove tutti hanno già consumato la loro piccola carica propulsiva e non hanno più nulla da dare. Arriva Natale, la famiglia si è radunata nella villa del nonno. Nella grande sala padronale si scartano regali tra posate d’argento e tovaglioli ricamati. Su una parete, incombente, il grande affresco dell’albero genealogico. Tu, da quando sei sveglio, provi una nausea profonda che ti rende inquieto. Ti chiedono se stai male, se hai bisogno di qualcosa, ma neanche rispondi, trattieni conati e stai in silenzio. Dopo l’antipasto ti viene poggiata una scatola sul piatto: dentro ci sono le chiavi di una Bugatti in un cofanetto di velluto. Senza neanche scomporti, getti le chiavi in una casseruola, poi ti rivolgi a tuo padre e gli dici che non hai più bisogno di nulla. E lo dici a voce alta, in modo che la tua voce rimbalzi sulla collezione di Poussin e torni indietro, più feroce di prima, a strozzare tutti quanti. Mentre esci dalla sala, nello sconcerto generale, ripensi a quel giorno di quattordici anni prima, sulla ruota panoramica. Tuo padre ti chiede di guardare la strada, venti metri più sotto. Osserva la tua paura, ti dice, osservala bene. Ora dominala, falla tua. Le gambe ti tremano ma non vuoi che tuo padre lo sappia, così ti stringi nelle spalle, fai finta di avere freddo. Finisci per tenere tutto dentro, come fai sempre, nella grotta delle lacrime. Senti un meccanismo, dentro di te, inesorabile, che ti corrompe.  

 

A ventinove anni le cose non cambiano. Soffri d’insonnia ma non lo dici a nessuno, ogni notte scendi nel parco dell’accademia e fai una lunga corsa dai campi di golf alle piscine svuotate. Mentre corri pensi a tuo nonno che sta per morire. Non hai mai avuto il coraggio di fissarlo negli occhi, lo sai bene, e vuoi farlo ora che riesce a malapena a respirare. Tua madre continua a chiamarti sul cellulare ma tu silenzi la suoneria, pensi solo al discorso da fare a tuo nonno, a come renderlo il più crudele possibile. Ascoltami, nonno… Guardami bene, nonno… Apri le orecchie, vecchio: la prima cosa che farò, quando morirai, sarà trasformare quel cazzo di albero genealogico nella ballata degli impiccati. 

 

Te la ricordi la prima volta che hai visto l’affresco? (prima ancora di avere coscienza della portata rivoluzionaria dell’odio, che ti ha reso libero e solo, feroce e distante; l’odio, che ti apre gli occhi con forza ma che poi te li acceca e te strappa via). Tuo nonno, quel giorno, raccontava la storia della vostra famiglia a voi nipotini, seduti per terra, che ascoltavate in silenzio mangiando cremini. Nessuno, nella nostra famiglia, ha mai fallito, diceva tuo nonno. Siamo stati a fianco di imperatori e capi di Stato, una delle più antiche e potenti famiglie che la storia ricordi – una stirpe di eminenze grigie, suppongo. Il nostro peggior elemento? Un primario di chirurgia. E le risate degli adulti, e il tintinnio dei bicchieri. Tredici anni dopo, davanti all’affresco, dirai a tua madre che sarai tempesta, veleno, siccità. Le dirai che preferisci bruciare che raccogliere cenere. È finita, mamma, la meraviglia dell’innocenza. Sai, quando dicevo: A Natale, quest’anno, voglio la cometa di Halley – Oh, tesoro, non adesso, un po’ di pazienza, te la compro l’anno prossimo… Ecco, quel bambino ingenuo non esiste più, anzi, non è mai esistito, è solo la fallacia del ricordo. Perché le cose marciscono, mamma, e ti franano addosso. Qualunque cosa tu faccia, qualunque sia la tua vita, il crollo sarà il processo finale della tua cerimonia. Trent’anni dopo quel 1986, in India, un meteorite cadrà su un uomo e lo ucciderà. Vedi, dirai a tua madre, poco prima di partire per la missione, qualcuno ha espresso il mio stesso desiderio infantile ma con troppa intensità. O forse aveva un padre migliore, o più sarcastico. E tu, mentre tua madre cercherà invano di decifrare le tue parole, non ti sorprenderai di non aver provato pena leggendo il fatto di cronaca (stavi maturando, ti stavi trasformando in un essere di fuoco – Eccomi, Thích Quảng Đức, vengo a te). La famiglia dell’indiano distrutta, a piangere l’uomo – il padre, il marito – e tu, dietro di loro, a ridere, pensando di essere immune da certe debolezze. Perché a volte ti succede, fai pensieri crudeli, ma non ne parli mai con nessuno.  

 

Il seme della rinascita viene piantato poco prima della maturità. Un amico ti trascina a una mostra sul cinema di fantascienza – le foto di scena di 2001: Odissea nello spazio, i modellini di Star Wars, gli schizzi del pianeta pensante Solaris. Rimani folgorato dalla visione del cosmo e i tuoi interessi, da quell’evento, balzeranno oltre l’esosfera. Tuo padre, dall’età di sedici anni, ti ‘consiglia’ Economia e Commercio. Te lo ripete ogni giorno, con una faccia strana, tu gli dici ‘va bene’ solo per farlo tacere. Dopo la mostra dici al tuo amico che se ti affacci da una ruota panoramica avrai le vertigini, ma se fai una passeggiata spaziale non ne avrai più, perché sei andato oltre e la paura avrà perso le coordinate. Un mese dopo, in una fumetteria, a sognare sulle tavole dell’Eternauta. Un anno dopo: Papà, mi iscrivo a Fisica! Minaccia di tagliarti i fondi, non cedi: Papà, sei solo un cane che abbaia e non morde. Mentre ti urla addosso tutto il suo disprezzo pensi che la debolezza sia la stratosfera del corpo, un limite da superare, da lasciarsi alle spalle. Non hai più paura del sole anche se è la cosa più spaventosa che puoi vedere. Il sole, con le sue tempeste di protoni radioattivi, la vorticosa centrale nucleare che un giorno ti dona la vita e il giorno dopo ti fa germogliare un melanoma sulla pelle.

 

Dovresti pensare alla vita, ti dici spesso, alla vita vera. Capire il motivo per cui non senti di appartenere a nulla. A come rasenti le cose, a come le guardi da lontano. Ci pensi una mattina, in una libreria, poco prima di prendere la patente. Provi a tagliarti la pelle con la pagina di un libro, te la lasci scorrere sulla membrana tra pollice e indice. Una goccia di sangue si espande nelle fibre di cellulosa e intanto pensi a come sarebbe facile prendere un rasoio e andare oltre. Poi vedi lei, al di là di uno scaffale, con la potenza devastante del suo sorriso. Ti sembra una stella poco prima del collasso, congelata in quello stadio, quando la sua massa sprigiona l’ultima riserva energetica e brilla più del solito. Una stella che sembra spegnersi di continuo, ma che rinnova di continuo il suo bagliore. Tre anni più tardi, nel cosmo del suo ventre, la tua polvere di carbonio entrerà in contatto con un’altra energia e nascerà qualcosa di unico e irripetibile: un piccolo pianeta con i suoi occhi e la tua bocca. In sala parto, con il bambino in braccio, senti le mani indebolite dalla commozione e hai paura, sì, una paura smoderata, che ti mette i brividi, una paura così grande che non proveresti neanche davanti a un principio di fissione nucleare, e mentre quell’esserino ti ciuccia il mignolo ti chiedi il motivo di una paura così grande. Per un attimo tutto si cristallizza e vedi una casa abbandonata nel bosco, dove un albero è cresciuto nel salotto, le cui radici sformano il pavimento. Ci sono dei ragazzini intorno a quell’albero, uno dei quali ha la riga dei capelli storta e una maglietta bucata. Sei tu quello, a cinque anni, con le ginocchia sbucciate e le unghie nere, in un mondo privo di parole definitive, come la sconfitta, la perdita, la morte. Due giorni prima un ragazzino più grande di voi era entrato nel gruppo. Veniva da lontano, da un paesino chiamato Scannagatti, era stato in riformatorio. Aveva visto quella cosa tra le gambe delle bambine e la nonna nella bara con un liquido nero che le usciva dal naso, insomma, tutto quello che a voi, piccoli incoscienti, nessuno aveva mai spiegato. Due giorni dopo un sasso di cinque chili è tra le sue mani, a coprire il sole. Sono il dio cattivo, vi urla, poi getta il sasso, con forza, sulla testa di un gatto, e la morte, finalmente, vi si presenta, con il suo inchino infame, i suoi colori inauditi.  Ne rimanete scossi, non sapete come reagire. Il mondo, di colpo, ha affilato le unghie, ha scoperto i denti, e voi siete piccoli e disarmati. Tu non dormirai per tre notti di fila, ti chiederai perché il gatto si muoveva in quel modo inquietante prima di smettere per sempre di farlo. Ti chiederai perché quel ragazzino avesse voluto frantumare il vostro mondo in qualcosa di instabile e oscuro. Il logo dell’ESA, venticinque anni dopo, ti ricorda il gatto morto – non sai bene il motivo, forse per la contorsione della lettera ‘e’. L’immagine ti arriva addosso violenta, come una fucilata, ma adesso non ne hai più paura. In mano hai i risultati sbalorditivi del test e il cervello del gatto, se ci ripensi, ti sembra solo del gelato all’amarena e panna. Da qualche mese tuo padre ti fa seguire da due tizi con occhiali scuri, è convinto che non potrai mai sfuggire dalla sua ‘attenzione’, ma tu hai un biglietto speciale verso un buio sconfinato, dove nessuno potrà mai trovarti. Qualche giorno dopo, per suggellare il distacco, manderai a tuo padre il link di un articolo: il tuo nome gira per mezza Europa, lo citano scienziati di chiara fama, in Tg nazionali. Fino all’annuncio della missione: ‘Un italiano torna sullo Shuttle!’. 

 

La notte prima di partire accendi il portatile e metti su della musica (Zeit, dei Tangerine Dream). Apri una cartella nominata ‘L’occhio profondo di Hubble’, in cui hai salvato gli scatti migliori del telescopio spaziale. Rimani su ogni foto per cinque, dieci minuti. Ti commuovi. Ne piangi. Arrivi a pensare, follemente, che quello sia l’album fotografico della tua vita. Il filamento di gas della Nebulosa di Orione è la cicatrice che hai sulla gamba, solo ora ricordi la tua mano che raccoglie un pezzo di vetro affilato. È successo poco dopo la morte del gatto, cercavi di capire se il mondo fosse cambiato davvero. La Nebulosa della Farfalla, invece, è tuo padre che si lancia verso di te in un bacio distruttivo. Per finire, fai un lungo zoom in Omega Centauri, sempre più a fondo, fino a poter osservare la totale simmetria della natura, dove ogni particella ha la rispettiva antiparticella. E torni indietro, a poco prima del Big Bang, quando le coppie di particelle avrebbero dovuto annichilirsi a vicenda, in modo che oggi non ci sarebbe altro che un’immensa nube di radiazioni. E invece no, all’inizio dei tempi, oltre la simmetria, doveva esserci qualcos’altro nello spazio, anche solo una particella solitaria da cui tutto poi è nato. Ebbene sì, una minuscola solitudine ha fatto in modo che succedesse tutto questo, che un figlio ti facesse vacillare nel profondo, che un padre si comportasse come il sole. Quando spegni il portatile qualcosa ti monta dentro, più potente di prima. Tutta la tensione sperperata in accademia, tutta la frustrazione di una vita, come un’arma dimenticata in un cassetto. Tutto converge in un punto, pensi, e quel punto è lì fuori, da qualche parte, e aspetta solo me. 

 

Eccomi

Ho forzato il protocollo. Dalla base continuano a intimarmi di rientrare nella capsula e inocularmi una fiala di calmanti. Gli ho risposto che è troppo tardi, un secondo sul margine di questo buco nero sono millenni per voi. Mentre io batto le ciglia spaventato, la vostra civiltà evolve e decade, poi scompare. Voglio solo capire e andare a fondo, credetemi. La terra gira intorno al sole a 107000 km/h, il sistema solare nella galassia a 885000 km/h. E non è finita: la Via Lattea si sposta verso il Grande Attrattore a 2000000 di km/h, così come l’universo nel multiverso a chissà quale velocità, forse superiore a quella della luce. E se ti guardi intorno vedi solo una giostra immobile, qualche frammento in viaggio, delle luci lontane. Lo scorso anno è morto mio zio, considerato pazzo, nel silenzio generale, l’unico a non essere segnato nell’albero genealogico: Piccolo mio, diceva, tutto si muove solo quando chiudi gli occhi… Basterebbe un piccolo gesto – recidere il cavo o aprire la tuta – e sarei meno importante di un batterio, che tra miliardi di anni, su un lontano pianeta, creerà qualcosa di simile a me, o anche solo una modesta catena di aminoacidi. Sono stufo della percezione, anche l’aria nei polmoni è un’intollerabile ingerenza. Non voglio più che la pelle tocchi il grasso, il grasso i muscoli, i muscoli i tendini e i tendini le ossa. Ma prima, vi prego, un ultimo desiderio: vorrei far saltare, con un grido, l’equilibrio idrostatico delle sfere celesti, veder fallire un sistema solo per dire che io, in quel momento, ero lì, a testimoniarlo. Vorrei poter dire che quando tenevo in braccio mio figlio era solo un corpo che teneva in equilibrio un altro corpo, senza nessun calore, senza  emozione. Insomma, vorrei poter mentire. E tu guardami, figliolo, stiamo ballando intorno a un fuoco che prima o poi ci inghiottirà, ma noi ne ridiamo, come se quel fuoco servisse soltanto a scaldarci nella notte buia. Tarahumara, Yaqui, Otomi, siamo tra di loro, figliolo, a riconquistare la pace primitiva, nel residuo corticale della nostra immaginazione. Ricordi l’ultima storia che ti ho raccontato? Avevi otto anni – poi basta, dicevi, sono troppo grande per le favole! – e parlava di un astronauta che impazziva perché non trovava il suo rifugio neanche nel cosmo. Dimentica quella storia, piccolo mio, e ascolta questa. È la storia della buona notte, poi spegniamo la luce: 

 

Siamo nella Regione S106, insieme a tutta la corte. Davanti a noi, in un rogo d’idrogeno, bruciano le ali di ogni angelo mai sognato. La Rosa Galattica, per questo, si dispera, apre i suoi petali con violenza, lancia spine tutto intorno. Ne viene colpita Cassiopea, lì vicino, a consolarla: ne morirà poco dopo, ma per lei, invece, non piangerà nessuno. Verrà posato sul suo corpo il reticolo della Spirale M101 – l’immane ferita dell’immane caduta – per ricordare a tutti che si sprofonda verso lo stesso gorgo. A vegliare il feretro rimarranno le nebulose M57 e K 4-55 – occhi di cieli scadenti, cuori di stelle morenti – per registrare l’ennesimo fallimento. Sulle loro spalle tristi, il grido geometrico HD 44179, ribadito con furia e mai creduto. Ma il processo non ha fine, figlio mio, si ricomincia con la sodomia delle galassie NGC 3314. Da lì ripartirà lo spermatozoo della protostella Iras, alla folle ricerca di un ovulo fecondo in un territorio sterminato, dove non si può che andare avanti e ricominciare all’infinito. Tutto questo mentre l’Hubble Legacy Field spara alla cieca, nella notte immonda e senza verso, il grido scomposto di ogni rabbia inascoltata. 

 

Padre mio, trovami ora, che mi acceco nel tuo buio. Figlio mio, torna indietro nel tempo, a quando ancora non esisteva il dolore. Credimi, questa non è disperazione, dentro di me sto ridendo, perché adesso almeno posso spegnere l’ultimo fuoco. Domani un vento nuovo ti salirà alle spalle, e non sarà gelido. Il tuo cuore sarà come quello di tua madre, scavato e riempito, affogato e libero. Perché tutto coesiste, figliolo, in una danza bellissima e spaventosa, dove vorticano insieme la fuga e la disperazione, la pace e l’amore. Per me è questa l’unica azione possibile: gridare per sempre e fare in modo che qualcuno, tra un miliardo di anni, percepisca sulla pelle le vibrazioni del mio grido. E si chieda il perché. E faccia altrettanto. I miei compagni di viaggio, ora, sono macchie biologiche nella navicella e almeno loro hanno smesso di gridare. Credimi, figlio mio, non bisogna che tu mi creda, ma ascoltami senza percepire alcun suono, perché una direzione, in questo buio raggelato, non può esistere, perché siamo ovunque, finché non saremo mai. Ti amo, figlio mio, ti amo anche se non contengo nessun cuore, e ti odio, figlio mio, ti odio, anche se non posso odiare nulla. Sarò idrogeno e azoto. Sarò polline sacrificale. Ogni segreto della mia coscienza, finalmente, è stato liberato e corre folle, lontano da tutto, disperdendo i detriti della mia umanità. Ascoltami, figliolo, torniamo a dormire, ora che possiamo. E se puoi, una volta sveglio, spegni il sole. E salvaci.

Daniele Colantonio

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