Gioventù Etrusca #10: Nella direzione sbagliata

GIOVENTUETRUSCA

La guerra è finita

La Nuova Verdə torna in giro, a Roma, a Centocelle, sabato 5 giugno 2021 dalle 16 con la redazione e Emanuela Cocco per una giornata di letture e presentazioni in presenza francamente, è il caso di dirlo, pazzesche. Per chi si diletta con lo “scetticismo”:

Se siete di quellə che non si accontentano proprio mai, Ilaria Grasso leggerà suoi versi e Zanzu suonerà i denti di Pierpaolo Capovilla che evocheranno Majakóvskij.
L’evento con le informazioni che vi servono sta qua. Noi ci saremo, così speriamo di voi.
A noi: torna la Gioventù Etrusca, il modello sincretico de La Nuova Verdə in cui convergono le scenicchie già inconciliabili, confederate nella grande dodecapoli della Litweb: non un genere, né una tendenza, ma una dimensione di autrici e autori lazialə, toscanə, umbrə, campanə, dal gusto ellenico. Etruschə.
Simone Ghelli, non occorrono presentazioni, Nella direzione sbagliata e nella consapevolezza che la scrittura, online o in presenza che sia, non ha età.
La guerra è finita, leggete in pace.

È cominciato tutto con quella stupida maratona di tre chilometri. È da quel giorno lì che ho iniziato a crescere nella direzione sbagliata.

Facevo la prima media e le mie cosce burrose risaltavano contro il verde smeraldo dei pantaloncini in acetato. Alle quattro del pomeriggio il sole di giugno picchiava duro sui miei capelli rossi e sulle mie guance rubiconde. Ancora rabbrividisco al pensiero del sudore che mi cola lungo la schiena e m’imperla il naso, del respiro che mi raschia nella gola, del desiderio di un bicchiere d’acqua gelata.

La partenza e il traguardo erano stati posizionati nell’unica piazza del paese, a ridosso della piccola stazione dei treni su cui salivano per lo più studenti e operai. Gli organizzatori avevano approntato un tavolino con i premi e delle bottigliette d’acqua. C’era persino un giornalista che avrebbe dovuto scrivere un trafiletto nella cronaca locale.

Il percorso era un lungo rettilineo, in parte sterrato, di un chilometro e mezzo che andava percorso nei due sensi, per un totale di tre chilometri. Dovevamo arrivare alla fattoria, situata subito fuori dal centro abitato, e tornare indietro. Da piccolo ci andavo a camminare con la mamma e le sue amiche. Guardavamo le galline razzolare e prendevamo delle ciliegie o qualche fico maturo. Una volta fui rincorso da un tacchino con lo sguardo omicida che mi superava in altezza. Mi chiuse in un angolo, tra il muro di una rimessa e una rete tutta piegata dai rovi che le erano cresciuti a ridosso. Se non fosse stato per le grida della mamma, che si era fermata a parlare con un’altra donna e si era girata un attimo a controllare cosa stessi facendo, immagino che mi avrebbe mangiato gli occhi. 

Da allora erano passati non meno di cinque anni e io non avevo più voluto spingermi fino alla fattoria. Tanti anni dopo fu ristrutturata e trasformata in un residence con gli appartamenti in affitto. Adesso d’estate ci vanno a stare  i vacanzieri, attratti dalle bellezze del golfo distante appena un paio di chilometri. Montano in sella alla bicicletta e pedalano fino alla spiaggia dove io passavo le ore accavacciato tra gli scogli per stanare i granchi.

Quella corsa era anche una scusa per vincere la mia paura e dimostrare a me stesso che stavo davvero crescendo. In fondo non era che una strada dritta, sulla quale non mi sarei potuto perdere. Che cosa sarebbe potuto mai  accadermi di così terribile?

Gli altri due concorrenti partirono velocemente e io non fui da meno per non staccarmi subito da loro. Dimenavo le braccia e cercavo di ingurgitare sorsi d’aria calda con la bocca aperta. Non avevo idea di che cosa significasse amministrare le energie. Avevo soltanto undici anni e già un importante fallimento sportivo alle spalle – nel judo, dove durante le dimostrazioni per il passaggio dalla cintura bianca alla gialla fui messo al tappeto da una ragazzina, davanti agli occhi dei miei genitori che mi guardavano dagli spalti.

Era giugno inoltrato e i grilli in mezzo ai campi facevano un tifo infernale. Faceva così caldo che il cielo all’orizzonte sfarfallava. La polvere alzata dalla corsa restava sospesa nell’aria ed entrava nel naso formando un tappo sempre più spesso. A ogni metro sentivo aumentare il mio peso sulle ginocchia, sulle caviglie costrette nei calzettoni bianchi da tennis. Annaspavo in una nube giallastra dal sentore di stallatico, o forse ero io che puzzavo di suino.

Avevo speso tutto nel primo chilometro e arrivai alla fattoria che già boccheggiavo. Iniziai a perdere il contatto con gli avversari e piano piano rallentai finché la luce non inghiottì anche le loro ombre. All’inizio del percorso di ritorno mi fermai del tutto, piegato in due a guardare un filo della mia saliva che cadeva su un formicaio proprio sotto ai miei piedi. Odiavo le formiche. La loro organizzazione militaresca mi dava ai nervi e rimasi qualche secondo a bombardarle coi miei sputi.

L’arrivo era diventato improvvisamente qualcosa di inimmaginabile, come la possibilità di vedermi adulto. Non avevo nemmeno la forza per credere che sarei riuscito a combinare qualcosa di serio nella vita.

Ero sprofondato in uno stato di torpore dal quale mi risvegliò il rumore di un elicottero. Il sole era ancora alto, un disco giallo e immacolato. Si può dire di un astro che sia spietato? Alla fine non fa che assolvere al proprio compito, che è quello di liberare enormi quantità di energia. Il fatto che il suo calore sia indispensabile alla sopravvivenza delle specie animali e vegetali sul nostro pianeta, non dipende certo dalla sua volontà. Eppure ad alcuni può sembrare tale, e dovette esserlo anche per me quando lo guardai risplendere sui miei pantaloncini lucidi e sulle cosce scoperte che sentivo dure come ciocchi di legno.

Quando mi rimisi in cammino, mi era chiaro che gli altri dovessero essere arrivati ormai da tempo e così non pensai nemmeno per un attimo di allungare il passo. Se dovevo portare il peso della sconfitta, volevo che essa fosse almeno ricordata come grandiosa, qualcosa da raccontare ai miei figli e ai miei nipoti. O forse è solo quello che l’uomo che sono diventato oggi vorrebbe aver pensato quel giorno. Il fatto che io vi descriva qui e adesso la scena finale come se fosse l’ultima sequenza di un film, potrebbe dipendere in gran parte da questa distorsione temporale che la mia memoria ha provocato nel tentativo di ottenere un risarcimento dalla storia.

Mentre camminavo, il frinire dei grilli venne sovrastato da un altro rumore che sentii avvicinarsi velocemente. Un ragazzo più grande mi raggiunse su un motorino che procedeva avvolto da una nuvola di fumo, mi girò intorno e si fermò per chiedermi se fosse tutto a posto.

«Gli adulti sono preoccupati. Pensavamo che ti fossi sentito male».

Ovviamente non usò queste precise parole, per me sarebbe impossibile ricordarmene dopo tanti anni. Mi chiese se volessi un passaggio, ma ero deciso ad arrivare fino in fondo sulle mie gambe.

Era una situazione umiliante e non escludo che mi misi a piangere mentre il ragazzo ritornava indietro ad avvisare gli altri. È probabile che arrivai persino a interrogarmi sul senso di una vita che contemplava la possibilità di un simile fallimento in un’età in cui tutto dovrebbe essere gioia e divertimento. Sapevo ormai che il mio distacco dagli altri non sarebbe stato di dieci o trenta secondi – ritardo che sarebbe rientrato in una forbice agonisticamente accettabile – perché era già nell’ordine dei minuti e dunque così grande da renderne indifferente il calcolo preciso. Gli adulti, presi dal sospetto di un incidente, avevano smesso da tempo di pensarmi come un concorrente della gara. Immagino che fosse questo l’aspetto più doloroso e non escludo che io sia arrivato a percepirmi coi loro occhi come una specie di disadattato.

Quando all’arrivo mi dettero dell’acqua da bere e un piccolo trofeo per il terzo classificato, non ricordo di aver ricevuto applausi – ma neanche me li aspettavo. Credo che il pubblico, quel poco che c’era, se ne fosse già andato. Forse avevo ancora qualche lacrima di troppo negli occhi per rendermene conto. Nell’aria doveva esserci quell’odore dolciastro della frutta estiva bersagliata dagli insetti, che la mia immaginazione accomuna a un senso di struggimento tipico dei caratteri inclini alla nostalgia com’è diventato il mio.

Un signore con dei gran baffi neri che incorniciavano un sorriso beffardo strinse la mia manina grassoccia e madida di sudore. 

«Ci hai fatto prendere un bello spavento. Pensavamo che avessi preso un’altra strada».

Il suo non era affatto il tono di un adulto preoccupato. Credo che stesse addirittura ironizzando su una catostrofe sportiva che avrebbe irrimediabilmente condizionato tutti i miei tentativi futuri.

Oggi penso che sarebbe stato bello se me la fossi cavata con una battuta memorabile, del tipo: «La poesia della natura mi ha trattenuto per qualche istante di troppo».

Ma ero soltanto un bambino e l’unica poesia di cui avessi memoria era quella che avrei dovuto imparare per una recita scolastica finita male appena pochi mesi prima.

Così misi la coppa sotto al braccio e tornai mestamente verso casa. Ai miei genitori, che si complimentarono per il podio, nascosi l’amara verità. 

Non ero diventato d’un tratto più coraggioso, anzi. La direzione della mia vita futura era stata irrimediabilmente tracciata.

Simone Ghelli

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