Turbovagabondi

It’s too late now, Ottavia Marchiori

Oggi un racconto di Federica Sabelli dal titolo Turbovagabondi. Niente editoriale per la gioia di Antonio Russo De Vivo. It’s too late now è il collage di Ottavia Marchiori.

 

Sono stato cresciuto con tirannia e l’aspettativa di morire prima di mia madre. Ma mia madre era sifilitica e i suoi desideri sarebbero stati mancati. Non se ne rendeva conto e fu per questo che una settimana dopo aver scoperto della malattia mi portò a letto. Pensavo volesse restituirmi quanto mi doveva per la mia vita con lei. Mi disse Sono nuda sotto il grembiule e ci buttammo sul letto che era stato il mio letto d’infanzia. Si mise a ridere, quando finimmo, seduta su di me; [la penombra ricordava quella dei pomeriggi più angosciosi quando, nonostante i miei sforzi, cedevo al sonno. Un uomo è troppo debole per sopportare due risvegli. Il giorno era smorto, e ogni nuova ombra che si gettava nella stanza mi pareva di prenderla sul personale. In quei secondi non mi importava nulla che io fossi un uomo e non una lampada o il mio cuscino. Potevo essere un oggetto qualsiasi, posto al bordo del mondo, come un che di doloroso] e mi disse tutto, mi disse Non devi sopravvivermi. Quella sera stessa la uccisi con un cordoncino del suo grembiule. Rimanemmo, lei e la sua testa oziosa sul mio petto disteso, a guardare. Scrutavo il lontano, come un qualcosa di intimo.

Vagabondavo da un mese che mi ritrovai sulla Costa Azzurra. Siccome non mi permettevo di fare progetti, mi misi a vendere il culo, che pure era un progetto ma almeno uno sciocco. Non sapevo che farmene dei soldi e avevo sottratto molti clienti agli altri, perché fra tutti chiedevo il meno del meno. Mi picchiarono. Cominciai solo dopo a vedere il fantasma di mia madre. Non aveva niente da ridere su quello che facevo, pure lei si era venduta tutta, ma non tollerava che fossi vivo. Che l’avevo ammazzata non se ne era accorta. Questo lo pensavo per la sua impazienza di fantasma che mi sembrava inutile.

Ero sempre livido e un vecchio che aveva iniziato ad amarmi si convinse di dovermi salvare. Mi affittò una camera nel suo stesso albergo e mi pagò per tutte le notti, anche quelle in cui non veniva da me, per non darmi ad altri. Andava al mare con sua figlia, una ragazza quieta della mia età. Anche se non avevo età. [Si recavano all’alba, lui per vezzo, per il vento e l’acqua fredda che promettevano di tonificarlo, lei per indulgenza] Non passò neppure un mese che credetti di innamorarmi anch’io. In lui riconoscevo la vecchiaia, e la aspettavo. Accarezzavo ciò che del suo corpo era pendente e gli parlavo dello spirito di mia madre. Gli avevo raccontato di essere un mago e lui voleva che lo facessi ringiovanire. Vivere altro e più tempo.

Mi portò a vedere il castello di un antico re omicida. Lo avrebbe comprato per me, se glielo avessi chiesto. Non ce n’era bisogno. La stanza delle torture era verde cinabro e mi ordinò un incantesimo. Non posso, gli dissi. Il fantasma di mia madre mi fece penzolare un cordoncino sul collo. Fu lì che lui si rese conto di quanto fossi spaventato, e mi piegò per fare l’amore.

Non gli dovevo niente, ma il tempo languiva fra di noi come se stesse ancora decidendo chi sarebbe sopravvissuto all’altro. Le mie magie si limitavano alle mani, a guardargli le mani e dirgli quanto ancora restava da fare e da vivere, a leggere le stoffe, le pietre, stille di sangue che oracolassero il futuro. Di concreto non vi era nulla, niente che sapessi fare, come far volare coltelli o crescere i fiori. Eppure gli bastava, e concluse le magie ci leccavamo. [Tuttavia una sera ne trassi la frustrazione e, mentre si ripuliva, legai con un filo inavvertibile la bocca del suo vaso di fiori. Con la mano, in un movimento leggerissimo, tirai fin quando, da che rotolava, franò. E riavvolsi subito il filo – fu semplice, poiché non era legato più a niente.] Da allora attese, e non si soddisfò più delle stoffe e delle mani, ma io non intendevo svagarmi su di lui.

Una notte portò nella mia stanza una coppa bronzea colma del primo sangue di sua figlia. Sapevo che lei avrebbe dato tutto per suo padre, e tollerava anche me. Perché ormai lo amavo lo assecondai; lo feci stendere e lo massaggiai col sangue. Il ne se passe rien. Il n’y a rien qu’on peut faire arriver. Ci addormentammo disperati. Mi svegliai poco prima dell’alba, con un cordoncino bianco e nero che mi tirava la pelle. Stavolta le dissi di seguitare. Ad ogni modo le ero sopravvissuto, questo mi confortava. Alle mie parole abbandonò il collo. Era straziata e finalmente si permise di disperdersi. Non vi fu allora più motivo per rimanere vivi. Con un frammento del vaso di fiori [che lui custodiva come ossa di Santo] mi tagliai le vene sul mio caro amato, coprendolo col mio ultimo tempo.

Si svegliò ritrovandosi giovane, e credo che per lui fu una benedizione più grande di quanto potessi capire. Una vera magia, il graffio su ogni cosa deliziosa. Lo vidi andarsene al mare, a ripulirsi dalla mia infanzia. 

Federica Sabelli

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