INDIFFERENZIATA #2: Una luce al secondo piano (Gianni Somigli)

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Mona J. Wimbledon, La mano ubbidisce all’acqua, collezione privata (2020)

Tutti i contributi arrivati in redazione dal 1 dicembre 2020 pubblicati senza lettura, selezione, editing o revisione: dopo approfondita e accesa discussione, prosegue INDIFFERENZIATA, la fine de La Nuova Verdə, il tasto reset della nostra rivista, la constatazione fatale che la nostra influenza e la capacità di suggerire buone letture alternative a quelle della bolla sono nulle.
Gianni Somigli, Una luce al secondo piano, 14 dicembre 2020. Illustrazione di Mona J. Wimbledon.
Ancora prontə a esordire su rivita, campionə?

Le cose stanno così: avevamo fatto un’offerta per affittare una casa deliziosa, con un caminetto delizioso e una vasca da bagno deliziosa, una deliziosa cucina e due camere deliziose. Delizioso era la parola preferita della tizia dell’agenzia immobiliare, una ragazzetta rinsecchita dagli occhi incavati e la voce stridula. L’appartamento era una porzione di una villa del Settecento, col parco all’italiana, una cappella privata e tutto quanto. Un contesto delizioso.
Avevamo deciso di vivere insieme. Io, lei e il suo gatto, Cicciolino. Non chiedetemi perché si chiamasse così. Ci tennero un po’ sulle spine, poi i tempi slittarono più volte e allora ci rimettemmo a cercare.
Tra tutti gli annunci ne trovammo uno tragicomico. Descrizioni zeppe di errori grammaticali – io li odio – insieme a foto storte e sfocate, imbarazzanti – io le odio.
Invece andiamo lì e la casa è una casa bellissima su una collina bellissima da cui si vede il bellissimo campanile del Duomo e la bellissima città eccetera; è in mezzo a un verde bellissimo e a un silenzio bellissimo e la strada più vicina è a cinquecento metri; la casa più vicina, sulla collina di sopra, bellissima, a non meno di trecento metri. Bellissimo era la parola preferita del tizio dell’agenzia immobiliare, un signore che non faceva dell’abbinamento cromatico nel vestire il suo punto forte. Immagino neanche della sintassi.
La prendemmo.
Ci trasferimmo e mettemmo a posto le nostre cose e andava tutto bene.
Andava tutto alla grande.
Andava tutto così bene, alla grande, che tenemmo altri tre gatti – Vincent, Egon e Vanbasten – e che comprai un barbecue in ferro battuto da un milione di tonnellate. Funziona così quando le cose vanno così bene, alla grande. Metti punti fermi, getti fondamenta. Pensi che hai trovato il tuo posto nel mondo eccetera.
Andava tutto così bene che decisi di lasciare il posto dove lavoravo da tot anni, un piccolo mensile cittadino, e fare il grande salto. Così dicevo: fare il grande salto. Lavorare per un quotidiano. Finché nessuno mi aveva chiesto di farlo, avevo giurato non lo avrei mai fatto. Non sono uno che ama prendere decisioni. Anzi. Odio prendere decisioni.
Andava tutto così bene, alla grande, che debuttai con un pezzo in prima pagina.
Il pezzo parlava di un signore morto d’infarto alla stazione. Questo signore camminava davanti a me come camminano tutti in una stazione. Come se non fossero davvero lì. Aveva una valigetta e un vestito scuro. Cadde a terra e morì. Venne fuori un casino – ritardi nei soccorsi, polemiche, solite cose. Per un certo periodo mi capitò di trovarmi un po’ di volte nel posto giusto al momento giusto. Passò un mese e il giornale fallì.
Andava tutto così bene, alla grande, che pensavo: l’assessore manterrà la promessa e mi farà quel contratto da addetto stampa. Ecco quello che pensavo. Non ricordo l’ordine cronologico dei fatti ma all’assessore prese un coccolone – come al quotidiano – e salutò la gloria mundi – come il quotidiano. Uno in quel momento poteva anche mettersi in testa di non portare troppa fortuna, se capite quello che voglio dire. Però io non ci pensai.
Andava tutto così bene, alla grande, che almeno mi rimaneva il mio primo libro – dicevo il mio primo libro, a quei tempi – pubblicato da un editore grasso e unticcio che mi portava in giro con la sua Volvo rossa dell’Ottantasette per parlarne in pubblico e presentarlo e tutto il resto.
La fiammella speranzifera aveva traballato per un po’ poi, inesorabile, si era spenta col filo di fumo grigio eccetera e io sono rimasto senza fare granché e senza grosse ambizioni di sopravvivenza in questa casa bellissima immersa in un verde bellissimo e un bellissimo silenzio dove di notte scorrazzano cinghiali e volpi e caprioli e malcelate vocazioni suicidarie.
Immagino ci siano metafore migliori della retorica slavina di merda per parlare di me e della mia vita in quel momento. Ne sono sicuro. Sceglietene una voi, estraetene una dal vostro otre esistenziale. Per me una vale l’altra.
E sono sicuro che l’avvitamento di quei giorni non vincerebbe il premio originalità a un concorso per stronzi: io che mi lascio inghiottire dall’autocommiserazione e dalle bestemmie e da un montante alcolismo; lei che mi rinfaccia la qualsiasi, che lei lavora e io no – vero -, che io non faccio un cazzo e lei porta a casa i due spiccioli che ci permettono di mangiare – vero-, che non ho le palle – vero – e poi, al solito, l’arma finale: un bambino.
Diceva: io sognavo di avercelo un bambino, non che lo diventassi te, un bambino. Diceva: il bambino che volevo io profumava di buono.
Diceva: sembri mio nonno il giorno prima di morire.
Ecco cosa diceva. Perciò non sono rimasto troppo scosso quando una mattina l’ho vista uscire di casa con la valigia e Cicciolino nella gabbietta e poi dopo non l’ho vista né sentita più.
Ero avvilito e gioioso.
Dentro al peso del mio fallimento c’era una specie di bolla d’aria dove si era concentrato il mio egoismo. Un senso di liberazione. La salvazione non era un’ipotesi che m’interessava, per cui liberarmi di occhi e dita e parole giudicanti fu un sollievo.
Rimasto solo sciolsi le briglie all’ottundimento. Alla volgarità angosciosa di un’insonnia perpetua e al buio. Senza lavoro, senza soldi, senza una vita, senza amici, senza amore, senza sesso. Finii per smettere perfino di masturbarmi.
Certi giorni smanacciavo in cerca di un appiglio.
Forse scrivere mi avrebbe aiutato. Non so a far cosa. Forse mi avrebbe riportato in vita.
Ci provai. Ma le riviste a cui avrei mandato i miei racconti sconclusionati e vuoti, quelle pubblicavano gente che scriveva: Seduta a un tavolino fuori dal piccolo bar in piazza, sorbiva il suo caffè lambita dai timidi raggi di sole del mattino. Era come sentirsi azzannare alla gola e non respirare. I fogli restavano vergini e le parole restavano morte.
Passavano i giorni e il tempo ma del tempo a me non importava un cazzo e al tempo di me non importava un cazzo: slittavamo insieme, era come se smottassimo in circolo, in una danza lenta e insignificante.
Poi una mattina vidi le galline nere.
I vicini avevano un pollaio che confinava col mio campo.
I vicini.
L’unico contatto con loro era stato quando avevo strillato alla vecchia, una donnina di cinquecento anni tutta ringobbita, che speravo che morisse. Aveva scacciato uno dei miei gatti dal pollaio, minacciandolo con un bastone: speriamo tu muoia!, le gridai. Non ero un monumento alla lucidità. Lei rispose che ero un maleducato.
Una mattina stavo sorbendo il mio caffè ai timidi raggi del sole del mattino e vidi tre galline nere appollaiate sulla rete divisoria. Stavano valutando l’evasione.
Pensai: quella vecchiaccia mi accuserà di avergliele rubate, quelle galline. Un’onta da contado cinquecentesco. Chiamerà la polizia, quella, gli racconterà che le ho augurato di morire. Dirà agli sbirri: quello mi vuole morta, quello è un pazzo e un alcolizzato. Quello non esce mai di casa. Chissà che nasconde.
Guardai le galline. Mi concentrai al massimo, come quando da bambino sei sicuro che se pensi intensamente a una cosa quella cosa poi succederà. Una delle galline si lasciò cadere e tornò nel pollaio. Wow. Un’altra seguì il suo esempio. Bene. La terza venne di qua. E che cazzo.
Io un pollo non l’avevo mai preso e non avevo idea di come si facesse.
Mi feci forza, posai la tazza e mi avviai verso l’ignoto come un soldato sgangherato e ridicolo che va incontro al duello finale.
La gallina nera, quella stronza non si mise a scappare da tutte le parti o robe del genere, no: quella stronza mi corse incontro e io provai imbarazzo perché non ero lucido anche se era solo mattina e non sapevo come interpretarla, quella corsa, non sapevo se fosse la corsa di una gallina verso la libertà e verso il salvatore o se quella stronza mi volesse ammazzare, se avesse saltato la rete col solo scopo di uccidermi a beccate negli occhi.
Così, quando la ebbi praticamente tra i piedi, non fui in grado di decidere un cazzo – odio le decisioni, ve l’ho detto; so solo che vidi il mio piede destro partire per fatti suoi e calciare il culo della gallina come fosse un pallone. Quella si spaventò a morte e io mi sentii una merda. Mi chinai sulla gallina e la afferrai per le ali.
Mi chiedevo se le stessi provocando dolore, a tenerla in quel modo. Lei tremolicchiava tutta. Le chiesi scusa, ad alta voce: scusa, mi dispiace, le dissi. Lei mi beccò una mano facendomi un male del cazzo. Non so come ma riuscii a resistere alla tentazione di farle del male. Male vero. Sentii bussare alla porta dello sterno, qualcuno bussava da dentro e diceva: adesso la porto dentro casa e le cavo gli occhi, poi le strappo il becco con una pinza, poi le rompo le ali e le zampe con un martello, poi le brucio le piume del collo, poi la inchiodo a un tavolo e le apro la pancia e tiro fuori tutto quello che trovo finché non la smette di muoversi e poi me la mangio così, ancora viva.
Riuscii a tenere la porta chiusa.
Continuando a stringerla per le ali mi avvicinai alla rete per lanciarla indietro da dove era venuta. Almeno l’idea era quella. Alla prima sbagliai la balistica e la gallina si schiantò sulla rete metallica. Rinculò, stordita e con un’ala tutta stramba. La afferrai di nuovo, stavolta per il collo, presi bene la mira, stavolta. Quella stronza planò al di là della rete e atterrò senza grazia addosso a una delle sue amiche stronze.
«Che diamine succede qua?» gridò qualcuno dalla finestra al secondo piano della casa di sopra.
«Le galline» risposi.
Non parlavo a voce alta da almeno tre giorni. Forse di più. Quello non mi sentì.
Apprezzai la parola: diamine.
Sono un fan di parole vecchia maniera come: diamine.
«Cosa?» disse quello.
«Le galline! Erano scappate!» strillai, la voce catarrosa.
L’uomo modulò un paio di bestemmie e in meno di un minuto era nel pollaio che scalciava a casaccio, inveendo contro galletti e galline che scappavano qua e là nel panico più totale.
Era il figlio della vecchiaccia. Una sessantina d’anni, la faccia spigolosa e simpatica, una malinconia terrosa negli occhi e un cappellino bianco e rosso con su scritto: Rebecca Mangimi. Uno spolverino blu scuro chiazzato di macchie ancora più scure e gli stivali di gomma verde.
«Ci penso io a voi» bofonchiò seccato. Forse anche lui era stato interrotto mentre sorbiva il suo caffè nei timidi raggi del sole del mattino.
«In che senso?» gli chiesi.
«Nel senso che gli taglio le penne delle ali, così gli passa la voglia di volare».
Apprezzai il gioco di parole sadico, e dissi: «Ah».
«Che c’è, ti scandalizzi?».
«Macché».
«Sarai mica uno di quei rompicoglioni? Come si chiamano quelli, i begani? Sarai mica un begano, vero? Non sei uno di quei rompicoglioni?».
Sorrisi: «Macché».
Sollevò appena la visiera e senza sorrisi di cortesia mi fa: «Vuoi due uova?».
Successe così che il tempo riprese ad avere un andamento quasi lineare. Da quel momento almeno un giorno alla settimana andavo da lui nel suo orto. Il suo orto si trovava ancora più a monte, sopra alla casa.
Mi dava le uova, mi dava gli ortaggi. Qualche volta l’ho aiutato a fare qualcosa. Lui, orgoglioso come una guida del Louvre: ecco, qui ci sono le zucchine, guarda che roba, e qua ho messo i pomodori, guarda che roba, sai quante piante di ulivo ho?, guarda che roba, e qui ho questo e qui ho quest’altro, nelle gabbie ci sono i conigli e i piccioni e lo vuoi un piccione?, guarda che roba, e questo è il capanno per gli attrezzi, guarda che roba, sotto alla pergola ci siamo stati anche in cinquanta a cena: c’è sempre fresco quassù, anche quando non è fresco. Guarda che roba.
Ora.
Uno potrebbe pensare che quel momento lì, in cui mi muovevo e parlavo e così via, uno potrebbe pensare a qualcosa di simile a una rinascita. Con un po’ di fantasia e di attitudine al pensiero resurrezionista, uno potrebbe pensare che alla fine quella gallina nera mi aveva salvato la vita con la sua tentata fuga. Lo so che uno potrebbe pensare qualcosa del genere, che potrebbe avere la voglia di mettere insieme i pezzi in questo modo, lo capisco, lo capisco bene e sarebbe meraviglioso.
Invece quei momenti rendevano tutto il resto ancora più pesante. Ancora più buio.
Riempivo il tempo lineare senza curarmi del giorno e della notte, bevendo e commiserando me stesso. Mi piangevo addosso e bevevo. Andavo a trovarlo e parlavo di niente e ricominciavo da capo, sempre peggio. Lui non mi chiedeva mai nulla di me. Avevo l’impressione che in fondo non gli interessasse di nulla tranne il suo orto e le sue galline di merda.
Poi un giorno vidi la gazza.
L’aveva rinchiusa in una gabbia piccola e mezza arrugginita, buttata tra gli ulivi.
Sbatteva le ali nere e bianche e azzurre e si aggrappava alle sbarre della sua prigione, da una parte all’altra, da una parte all’altra, da una parte all’altra, senza posa, sbattendo le zampe e il becco e la testa contro il ferro, shton, shton, shton. Triste, confusa, prigioniera di una disperazione così vera, così animale.
«E quella?» chiesi.
«Sono un danno» rispose lui laconico.
Chissà che danni provocano le gazze ladre, pensai.
Pensai: perché non la uccidi e basta? Ci saranno un milione di gazze in questi campi. Perché solo lei? Cosa pensi di risolvere? Vuoi sterminarle tutte? Perché non le uccidi tutte? Perché non uccidi tutti? Perché uccidi me?
«Capito» dissi.
Non chiesi altro, non dissi altro. Ma.
Tornai a casa e mi attaccai a una bottiglia di vino lasciata a metà chissà quando in quel tempo senza tempo, mi attaccai e bevvi come fosse acqua per uno sta per morire di sete. Ero scosso. Barcollavo. Non riuscivo a smettere di pensare alla gazza. Non riuscivo a smettere di pensare a quel rumore. Di sentirlo ancora. E ancora. E ancora. Aprii un’altra bottiglia. Ancora, e ancora, e ancora. Shton, shton, shton.
Qualcosa si era rotto. Definitivamente. Qualcosa era andato.
Era come se sentissi la gazza dentro la cassa toracica e nel cranio e nella pancia. La sentivo che sbatteva le ali fracassate e il becco e le zampe ancora, e ancora, rompendo pezzi, dilaniando carni e intestini, divorandomi dall’interno. Non avevo avuto il coraggio di liberarla, di difenderla. Non ero stato in grado di decidere di fare la cosa giusta. Di liberarla. Di ucciderla. Di uccidere per lei. Uccidere tutti per lei.
Non so se fossero passati pochi minuti o molti millenni: quando uscii di casa era iniziato a piovere ed era buio già da un po’.
Shton, shton, ancora, e ancora, minuto dopo minuto, millennio dopo millennio.
Arrancai sotto la pioggia verso la rete e iniziai a cercare di scavalcarla, raccontandomi storie distorte e precarie. Immaginai di essere silenzioso. Quel rumore non mi dava tregua.
Riuscii a passare, cadendo a terra maldestramente. Come una gallina nera. Come una gazza. Ero diventato una gallina in fuga. Ero diventato una gazza in gabbia.
La casa rimase immersa nel buio. Nessuno si era svegliato.
Liberala o morirai, mi dicevo a bassa voce mentre le scarpe affondavano nel fango. Devo liberarla. O morirò. Riuscivo a pensare solo a questo.
Nel buio e nel vuoto e nella pioggia quel rumore rimbombava e rimbalzava e si rifrangeva, shton shton shton ,come se arrivasse da tutte le parti, come se le sbarre della gabbia fossero le foglie degli ulivi e le gocce di pioggia, shton shton shton, i fili d’erba e gli animali notturni. Tutto vorticava e sbatteva intorno a me. Tutto danzava sbattendo le ali rotte prima di sbranarmi. Sulle nuvole che non vedevo. Sui miei piedi che non vedevo.
Nel buio e nel vuoto e nella pioggia intuii il profilo di quella gabbia maledetta. Mi avvicinai, opponendo la fragile resistenza di cui ero capace al crescendo implacabile di quello shton, shton, shton.
Eccomi, dissi, ci sono, dissi.
Mi chinai. Allungai la mano.
Lo sportellino della gabbia era aperto.
La gabbia era vuota.
Un silenzio immemore aveva divorato ogni respiro. Il mio perimetro si era ridotto al nodo di un cappio. Una luce si accese al secondo piano, ma io non la vidi. La pioggia riempiva lo spazio vuoto tra me e la terra.

Gianni Somigli, Incisa Valdarno, 26 ottobre 2020

3 thoughts on “INDIFFERENZIATA #2: Una luce al secondo piano (Gianni Somigli)

  1. Un insieme di emozioni…mi ha fatto morir dal ridere ľattacco della gallina nera e ľannesso rilancio!!Il finale con un senso di vuoto e stupore..
    Bravo Gianni🖤

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