Perché non vogliono che Tilde conosca Mircea

I don’t care if you laugh at me – Ottavia Marchiori

Quella del “Quanno ce pare” non è solo una scelta di vita dettata inevitabilmente dall’ossessione collettiva (e immotivata) per la puntualità, e non è solo una filosofia che siamo prontə a estendere fino alle sue estreme conseguenze, è ben sì anche una religione vera e propria con i riti e liturgie: ad esempio, un punto del decalogo del “Quanno ce pare” recita: “non avvisare per nessun motivo le colleghe di redazione nel caso sia impossibile caricare il racconto in orario”.

Ed eccoci qui dunque ora a presentarvi “quanno ce pare” questo ottimo racconto di Antonio Iannone del quale, in mancanza di informazioni di prima mano, ci limitiamo ad agevolare il link alla biografia presente su La Balena Bianca, nostrə collaboratorə da anni.

Il collage è opera di Ottavia Marchiori.

Buona lettura.

 

La fila si era diradata e l’ultimo uomo inghiottito dall’altra parte. Tilde si piegò tutt’intorno per cedere all’impressione di un particolare – ma uno, almeno! Non il rimescolio anomalo nella teca dei pop-corn o il gorgogliare dell’apparato per Coca Sprite e Aranciata, no… persino il sopravvivere di Simonone era tanto prevedibile, nei suoi rantolii di stanchezza intestina e vecchiaia incombente, da sembrare artificiale. Un nastro ripetuto a ogni boccheggio. Una traccia sonora, in circolo, all’infinito. E anche la sua noia, Tilde pensò, non era molto diversa da quella del giorno prima. La noia del niente da fare o da vedere, del piede lasciato a rollarsi per aria. A casa da sola non ce la lasciavano, troppo piccola per non destare preoccupazioni. La sera era caduta, giù vorace, e di uscire non se ne parlava. Altre due ore sulla poltroncina scomoda a scrutare il fratello infilarsi di nascosto l’indice sinistro nella narice destra partecipando anche lui alla docilità delle cose? Sarebbe stata curiosa, un anno prima appena, di attraversare la tenda-sipario o il sipario-tenda, ma il Cineteatro Ariston lo conosceva ormai meglio di casa sua. Lo sapeva e risapeva per averlo esplorato spigolo spigolo; solo la piccola stanza i cui i film li proiettavano non l’aveva mai vista. Simonone non voleva accompagnarcela mai, era meglio che Mircea non la vedesse, diceva, dopo… e infrangeva la voce contro il primo germinare di curiosità.
Sollevata dalle gambe, Tilde si trovò in piedi tanto improvvisamente da non soccombere per poco al fascino della vertigine. Una frustata di coscienza la ridispose all’ordine. Simonone, esposto e colpevole, dissimulò il crimine ritirando il dito sopra cui si era già depositato un astro verdognolo. Si ripulì sulla tuta senza neppure nascondersi dietro la solita nube di discrezione.
«Devi andare in bagno?», ma Tilde non gli rispose perché non sapeva se doveva andarci o no, in bagno. Quasi capitolò di nuovo nel suo destino di noia.
«Sì», confessò per lei la sua voce, «in bagno». E le gambe la trascinarono in direzione del varco di stoffa. Per l’ultima volta scrutò il fratello e scomparve.
Dall’altra parte ci era stata mezz’ora prima, eppure adesso il disimpegno da cui diramavano le strade dell’alto e del basso, della platea e della galleria, smaniava per condurla verso una vera e propria avventura. Tutt’intorno un sonoro svilito di pellicola a tampone di buio, pareti, spettatori e due ante belle spesse della porta rufolava verso l’esterno nel guscio di una traccia audio senza soggetto. Salì finché non incontrò il principio del corridoio al cui lato la galleria si estendeva. Lo attraversò tutto, proseguendo sino all’ultima porticina incastonata in una parete. Uno di quei passaggi da favola, di quelli destinati a realizzare sogni d’eroismo. Fece pressione sulla maniglia, ma era chiusa a chiave. Fine del racconto, non le restava che tornare indietro. Sciropparsi quell’altro film e aspettare la mamma per tornare a casa. A volte le avventure si esauriscono nell’ambizione e basta, no? A volte si infrangono da qualche parte contro la frontiera del reale: che vuoi farci?
Si sporse a una delle finestre. In alto ben poco oltre gli sfavillanti foruncoli trattenuti per miracolo dagli occhi. E uno e due e tre. Scintillavano di luce solo se ci si sforzava di contarli. Non sapeva decifrare le costellazioni, guardava sempre una stella di troppo o una di meno. Che la concrezione luminosa vantasse un suo ordine intestino, autarchico, plagiato nella forma di uno zoo stellare, le era sempre sembrato un’invenzione. Gli animali dell’oltrecielo non le dicevano molto se somigliavano a quelli della terra, delle acque, del primo cielo – li preferiva quando lievi anomalie disegnavano eccedenze e diminuzioni, mostri in levare e in sottrarre. E a che serve guardare in cielo se per ritrovarci dei duplicati della terra? Niente di misterico nel suo sguardo, neppure le preghiere le diceva davvero. Si limitava ad aprire-chiudere e riaprire-richiudere la bocca tanto per dimostrare all’uditorio che sì, pure la devozione si poteva simulare. Si smarriva dietro le voci degli altri bambini, il coro dei chierichetti, e il blando apporto della sua presenza sonora parassitava le altre.
Guardò in basso, verso l’umanità tiepida che le sembrava aver perduto sino alla più modesta possibilità astrale. I più si spostavano senza luce, qualcuno la rifiutava. Seguì con il centro dell’occhio una donnetta magra, tutta compunta, si spostava su un paio di tacchi senza alcuna apprensione, nata con piedi buoni per le protesi. Solo quando declinò al di là di un angolo Tilde riuscì a vedere l’anomalia della strada. Una delle pareti angolari era interrotta da una porta rossiccia. Poteva scorgerne solo l’apice e indovinarne tutto il resto, ma era sicura – poiché la parete era proprio quella del cinema – che la porta conducesse in qualche antro inesplorato.
Ridiscese di corsa e fu di nuovo all’abitacolo di partenza. Simonone levò la testa e ritirò il dito-alfiere dal campo di battaglia.
«Mo’ vengo», spiegò la bambina mentre a grandi passi conquistava l’uscita. Già fuori di un piede, il fratello la riconsegnò all’ordine.
«E dov’è che andresti?».
«Non scappo. Faccio un giro qua dietro, a Piazza Portanova. Tra dieci minuti torno», e poi, «sono stanca di stare seduta a guardarti mentre ti scaccoli!».
Colpevole, Simonone si arrese.
L’esploratrice attraversò le mura tutt’intorno e si trovò al cospetto della porticina. La sospinse, ma anche quella era chiusa. La teneva insieme un dispositivo di giogo e intersezione nella forma di due cilindretti marziali da cui si originava il semimoto. Tra ciascuno dei due e la superficie vera e propria della porta resisteva abbastanza spazio da introdurvi qualcosa di molto sottile che una volta incastonato non avrebbe più permesso una completa chiusura. Si allontanò verso Portanova alla ricerca di… di che? Gli occhi l’avrebbero aiutata. Batteva il suolo centimetro per centimetro alla ricerca di qualcosa che la sua testa avrebbe proiettato nella sua inedita applicazione. Cerca cerca che ci cavi, cerca cerca che… in un canaletto erboso stagnavano rami di legno acerbo. Ne pescò uno e lo introdusse, un po’ lavorandolo, tra la porta e il cilindro più alto. Adesso serviva che l’accasato cadesse in trappola.
Il senso dell’avventura la smosse verso un altro degli esseri sottoastrali. Si ritrovò a far la parte dell’orfana. Gli occhi le si erano fatti più tondi e la voce più infantile e le gambe persino – non erano più gracili?
«Signore… signore… mi sono chiusa fuori e mio papà non mi sente, potresti bussare al posto mio?», perché era convinta che gli adulti prendessero più seriamente un bambino se parlava da bambino. Il signore, panciuto e appagato della sua barba di qualche giorno, la scrutò un po’ dal suo lieve strabismo, poi decise di crederle. Già un’altra volta non aveva creduto a una bambina e ancora ne pagava le conseguenze.
Consumò di colpi l’ingresso finché una mano non la dischiuse. Mircea, con il sigaro in bocca e un volto affumicato dal nebbiume, rispose all’appello.
«Chi cercate?», chiese con mezza bocca soltanto.
«Vostra figlia dice che l’avete chiusa fuori».
Mircea pensò nell’ordine che lo stessero sfottendo e poi che chiusa fuori comunicasse una paternità inattesa. Gli riuscì di dare per risposta un lungo silenzio seguito da un’altrettanto lunga boccata a strapiombo nei polmoni.
«Non avete niente da dire?», biasimò lo strabico.
«Se è un modo per fottermi dei soldi, io non ho niente. Si è già fottuto tutto lo stato».
Non gli piaceva che il primo incontro con la figlia avesse smascherato la sua paura di essere fottuto, ma è negli istanti di terrore che il carattere compie i più raffinati moti di rivalsa.
L’estraneo piegò la testa perché le pupille combaciassero con il centro del volto.
«Non siete voi il padre di una bambina… capelli neri, occhiali… dodici-tredici anni?», poi si ricordò che la bambina gli stava di fianco, «Non siete voi il padre di questa bambina qui?», e indicò il vuoto.
Capì solo più tardi, quando il silenzio dell’altro lo costrinse a un moto degli occhi.
«Vi chiedo scusa… sono stato fermato da questa bambina e allora… perché ai bambini si crede sempre quando…», balbettava.
Dall’altra parte della parete, dove le bastava compiere un passo indietro perché non la adocchiassero, Tilde se la spassava. Era il suo cinema privato e vi si proiettava adesso l’alienarsi fatale dei due interlocutori. Ciascuno indietreggiò di un passo finché non rullò di schiena e tirò dritto. La porta si chiuse; ma non fece rumore. L’esploratrice si avvicinò piano: l’ostacolo, benché pressato, era integro. Oltre, la attendevano le tenebre.
Avanzava tastandosi tutt’intorno in quello che le sembrava un cunicolo. Una sola strada dritta, nessun interruttore o mezzo appiglio. Le pareti levigate, poco meno che reali, possibili alla sensibilità dei polpastrelli. Camminò camminò chissà per quanto, perché l’assenza di spazio si era fatta assenza di tempo, finché non precipitò oltre un gradino. Le parve davvero di essere approdata in quel mondo-altro e sempre ambito da cui appena la separava uno spiraglio di luce più cruda e più viva.
Dentro, Mircea masticava il sigaro tutto stravaccato su una sedia.
«Quindi sei tu la bambina?», sentenziò mentre lei si introduceva nella cabina di proiezione.
«Non ti dispiace se ti disturbo?», chiese Tilde a occhi chiusi, ancora invasa dal buio precedente. Intorno scatoloni di bobine e Mircea seduto.
«E perché mi dovrebbe dispiacere?», la appigliò con lo sguardo, «Sei una cara bambina. Come ti chiami?», Tilde!, «Tilde… ma allora sei la sorella di Simone?», sìsì, «Me lo aveva detto di avere una sorellina molto bella ma non mi credevo  fino a questo…», si mise in piedi, «punto». Si liberò del sigaro lasciandolo fumare a uno spettro in bilico sul posacenere. «Vuoi vedere come si cambia una pellicola?».
Non c’era poi molto da fare e l’entusiasmo già ridiscendeva verso la noia. Eddai, incitò la bambina mentre il proiezionista la precedeva al cospetto del sovrano di ferro.
«Allora, quando una pellicola si cambia… lo sai come si dice? Si dice che si carica l’una e si scarica l’altra», e le sue mani separavano dal grembo il nastro viscoso, ormai esaurito, «I cinema più grandi faticano già coi film che non esistono, li caricano su certe tavolette che poi si collegano agli schermi e i film viaggiano… ti levi un attimo?… eccoquà», accompagnò al tavolo il rullo ammatassato per sostituirlo con uno analogo, «… e i film viaggiano non lo so per dove… i film non esistono più…».
Tutto quel bel testo era stato recitato nell’italiano cadenzato entro cui le precipitazioni del dialetto si armonizzavano a fatica col madrigale linguistico. Mircea conosceva solo la metà delle parole che diceva e quanto ai concetti, non ne sapeva quasi nessuno – affondava invece le mani nella prassi, nella destituzione delle bobine e nel giogo delle dita. Tilde partecipava con il solo sguardo alla danza e se all’inizio il vecchio le era sembrato ridicolo nella sua posa un po’ stravaccata, un po’ troppo soddisfatta, adesso ridicolo le sembrava solo un po’, nella faccia, nelle parole, tranne che nelle mani. Quelle le sapeva usare, le infilava nei canaletti lubrificandosi due dita con la saliva del labbro inferiore perché la macchina cingesse la bobina da cui il filamento grigiognolo fluiva.
«Ti è piaciuto?», a Tilde sembrò una domanda proprio strana ma rispose di sì, perché era stato così gentile a non esiliarla nella noia. «Guarda la magia, adesso». Gli bastò imprimere un polpastrello su un solo tasto e un fascio di luce galoppò dalla finestrella sin laggiù, sul candore dello schermo. Riuscivano a vedere le acconciature degli spettatori tutte orientate all’esaurirsi del buio verso l’unica luce. Una sola, dispersa nei sedili più lontani, si era accovacciata sulle gambe di un altro. Ma Tilde non poté vederci bene, perché Mircea la tirò indietro con una delle mani.
«In basso non c’è niente di interessante. In alto, guarda in alto».
La fasciò nelle spalle e le dita le furono tanto vicine da poterle scrutare nodo per nodo e annusare di polvere e sgranocchiare se avesse voluto. Non le piaceva che la toccassero e allora si scostò, appena perché la presa, allentata, si indebolisse e precipitasse verso il basso a sedere lambito, prima di infrangersi sulla gamba rinsecchita del vecchio.
«E questo qua è il cinema… il cinema siamo noi che lo facciamo», e si mosse per abbracciarla ancora. Tilde non si sottrasse di proposito, ma era già accatastata contro l’uscita quando il braccio dell’uomo capitombolò nel vuoto. «Ah, te ne vuoi andare?», e la sovrastò.
Tilde di paura ne ebbe solo finché una seconda aria le solleticò il braccio e parte della schiena. Mircea le aveva aperto la porta.
«Non lo dire a nessuno che sei venuta, sarebbero capaci di darmi la colpa».
Le illuminò il corridoio da un interruttore.
«Se domani torno?».
Mircea sondò la luce con gli occhi senza dir niente. La scacciava così, in silenzio? Frullò su se stesso per ricongiungersi al sigaro, nebulandosi poi in bocca la nuova chimica del tabacco.
«Fai così», marciava di nuovo in direzione di Tilde, «Bussa alla porta di sopra, quella della galleria. Cinque volte. Era un trucchetto che usavo da giovane… bussa cinque volte, così», batté cinque colpi con le nocche: uno – due – tre – quattro – cinque, «ecco. Hai capito come?», sìsì, «Fammi vedere». Tilde lo imitò a gestualità depotenziate. «Ci sento bene io, che credi? Tu bussa e io ti apro. Ci guardiamo i film insieme e poi ti faccio caricare e scaricare le bobine. Torni domani, allora?».
Di nuovo solo, Mircea fece un bozzolo della sua clausura e favoleggiò con se stesso incombenze di santità: bisogna lucidarlo una volta al giorno un proiettore, disinfettarlo dalle impressioni filmiche del giorno prima. E soffiò e tossì nei recessi tutti intorno alle manopole e li umettò con uno spray per finestre; a grandi pennellate scurò le simmetrie del corpo fino a restituirvi le opacità d’origine. Ottenebrò la lente per rischiararla con l’angolo di un panno alveolato. Per l’ultima volta ancora si intrappolò dall’altra parte e si guardò, dis-anamorfizzato, nell’attenzione già fiacca. E poi riprese fischiettando una parola: domani.

Antonio Iannone

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