La notte ha mille occhi

Once trust is broken – Ottavia Marchiori

Da quando il nostro ex-stagista Francesco “Jimbo Rodriguez” Mila è impegnato a promuovere il proprio romanzo per lə tipə di Fandango, non abbiamo nessuno che ci scriva gli editoriali. Quaranta ci ha provato un paio di volte e si è perso dentro a delle subordinate troppo lunghe, mentre D’Antuono ha “perso la tastiera del computer”.

Comunque, oggi abbiamo un grande ritorno: Paolo Gamerro is in da house con un racconto pazzesco dal titolo La notte ha mille occhi, un racconto in cui possiamo trovare tutti i tratti del classic Gamerro, ma che sembra anche preannunciare la stesura di un nuovo romanzicchio.

Vi presentiamo inoltre il primo collage di Ottavia Marchiori, che sarà con noi per tutto febbraio e forse anche oltre. A breve pubblicheremo un link con tutte le sue info.

Buon lunedì guaglionə!

 

«A quanto pare è tutta una messinscena» dice Tecla, mia sorella, mentre finisce di fumare un’altra sigaretta, la spegne nel posacenere e poi ne comincia subito un’altra. È già la terza o la quarta volta che la vedo compiere questo schema, sempre identico, senza mai allungare o accorciare i tempi del processo nemmeno di un secondo, compiendo gli stessi movimenti delle braccia e delle gambe, continuando a sbuffare annoiata gli stessi mozziconi di parola, mantenendo la stessa espressione degli occhi apatici e bovini davanti al portacenere stracolmo di cenere.  Sul megaschermo passa il video di una donna obesa vestita da teenager che mangia dolci sdraiata scomposta su un letto a due piazze. Potrebbe avere ventiquattro o quarant’anni, non farebbe differenza, gli svariati chili di grasso in eccesso aboliscono la sua età anagrafica. Mangia e piange, dice di non riuscire a smettere di ingozzarsi. Poi c’è sempre lei in bagno, vomita e piange di nuovo, mentre nella scena successiva la telecamera inquadra un uomo sui sessanta, barba e capelli bianchi e una polo verde mela. L’uomo con la polo color mela svapa è un parapsicologo che parla a voce bassissima, mormora una litania incomprensibile. Dietro di lui una prateria. Immagini di vacche, fieno, cirri che si sfilacciano nel cielo.

“Ci sono dietro copioni, attori, registi, direttori della fotografia, fonici. Gli uomini sanguinanti sulla strada che vediamo dagli schermi non sono che comparse, in alcuni casi anche attori più che preparati. Si tratta di un collettivo di artisti e del loro progetto. E il loro progetto è proprio questo: una gigantesca installazione vivente; non lo so, non ne sono convinta fino in fondo, ma potrebbe anche essere, ci hanno fatto credere di tutto nel corso del tempo, quindi sì, può essere una messinscena, è plausibile,” continua mia sorella, gesticolando, versandosi del liquore scuro come Coca-Cola in un bicchiere.
“Posso averne uno anche io, che cos’è? Ha un bel colore.”
“È un superalcolico rivitalizzante, contiene vitamine della frutta e dà una sensazione di intensa tonificazione. Ha anche un buon profumo agrumato; è un whiskey che producono da qualche parte nell’Africa Centrale o forse in Asia o non mi ricordo. Il mio ex me ne porta sempre un paio di bottiglie prima di Natale, lui va spesso in giro per lavoro, lavora in una multinazionale che non mi ricordo di cosa si occupa, lo fanno andare in trasferta spesso, e ogni volta che torna a casa mi porta bevande pregiate o tappeti. Siamo rimasti in buoni rapporti.”

Sul megaschermo ci sono tre tipi vestiti di nero, con il passamontagna in testa. Picchiano un uomo nudo e sovrappeso davanti a un green screen.  In sottofondo un cupo jingle in loop, vagamente rap, in otto bit. 

“Devi dimagrire, ciccione! Hai trascorso la tua miserabile  vita a strafogarti, devi pentirti, devi sentirti umiliato” grida uno dei  tre tipi vestiti di nero, quello più alto, quello che tiene la mazza da baseball gialla tra le mani, quello che salta come un ossesso e che poi  tira un calcio nei testicoli all’uomo nudo, che si dimena dal dolore, striscia sul pavimento e grida, sembra che abbia delle convulsioni, la telecamera inquadra le sue labbra, il  rivolo di schiuma verdognola e frizzante che esce dalla sua bocca.
“Non riesco, non ce la faccio, fatelo ancora, vi prego, umiliatemi” geme mentre viene picchiato.

«Siamo soltanto patetici esserini senza significato, viviamo ai margini di un sogno sognato da un bambino malfatto, svaniremo come del resto qui sulla terra è svanito tutto, è la nostra natura, che ci importa se succede oggi, domani o tra dieci anni, che ci importa se a cena mangeremo carne di manzo o yogurt» dice il Professor Zumbung, il provvisorio coinquilino di Tecla, un uomo barbuto dalla voce roca. Porta un pesante maglione di lana color crema, un paio di pantaloni di fustagno marroni, frusti; svapa liquerizia e menta e tossisce di continuo, è una tosse secca, la sua, il grande Professore è difficile da decifrare, quando si pronuncia lo fa soltanto per dire qualcosa di estremamente sibillino, ermetico, inesplicabile, contorto, allucinato. 

«È proprio per questa ragione che mi sono affezionata a lui», mi ripeteva Tecla poche sere fa al telefono, mentre io mi stavo riscaldando del farro e ascoltavo lo scorrere dei notiziari a basso volume,  « è un reietto, nessuno parla più con lui in dipartimento, lo trattano come un demente, aveva un corso di filosofia del linguaggio e gliel’hanno tolto, glielo hanno tolto le madri degli studenti, perché vedevano i loro figli impazzire sui suoi appunti, gli appunti di un matto o di un profeta, scritti illeggibili, enigmi, giochi di parole. Le mamme guardavano i figli impazzire su quei segni. I figli dicevano alle mamme che erano costretti a prendere pastiglie per l’attenzione, durante le sue lezioni, pastiglie che facevano male al fegato e li rendevano itterici. I figli dicevano che su quegli appunti ci passavano le nottate, cercando di decifrarli, sembrava che il Professore facesse apposta a non farsi capire. A volte, durante le sue ore, stava zitto, guardava gli studenti seduto sulla cattedra, immobile, ieratico, potevano passare anche ore senza che succedesse niente. Altre volte invece si metteva a gridare, sbraitava, ripeteva frasi spezzate senza un filo logico. Gli facevano sempre tenere le lezioni nella cripta, sottoterra, in un’aula lasciata all’incuria, poco illuminata e fredda. L’ambiente ostile era una parte integrante delle sue lezioni. I ragazzi dovevano sentirsi scomodi e stare concentrati; avvertire dolore ai muscoli e alle ossa; non era permesso andare ai servizi. Le sue lezioni duravano quello che dovevano durare, non esisteva l’ora di sessanta minuti, la sua ora era un tempo indeterminato; il Professore aveva perso il senso dello spazio e del tempo. Avrebbe potuto rimanere nella cripta per giorni senza bere e senza mangiare.  Senza lavarsi, senza dormire.  Le mamme lo hanno detto al rettore dell’Università, il quale gli ha tolto tutto, e da allora da chiunque è visto come uno svalvolato. Farnetica davanti alla macchinetta del caffè, parla da solo nella mediateca, entra in Università alle sette in punto e non se ne va finché i bidelli non gli dicono di andarsene, praticamente lo buttano fuori, fosse per lui starebbe lì anche la notte, tra i suoi pensamenti nelle aule vuote e fredde, il suo habitat naturale. È stato escluso dalla comunità accademica tutta, forse è un folle, chi lo sa. Ma era una persona stimata, autorevole. Uno studioso prodigioso, di una acuzie rara. Mi fa pena ma gli voglio bene, e su di me esercita un fascino che non riesco a spiegare. Lo vedo come un padre, e come un figlio allo stesso tempo. Provo tenerezza nei suoi confronti, ma una certa pulsione sessuale sotterranea non smette di tormentarmi…»
«Ok, e perché sta proprio da te, che tra l’altro stavi per traslocare?» le chiesi mentre continuavo a scaldare e rigirare il farro con il mestolo. Il farro era di un colore sgargiante.
«Sua moglie lo ha abbandonato. Pensa, anche lei lo ha cacciato di casa, gli ha detto fatti la valigia e vattene. Alla fine la valigia gliel’ha fatta lei, perché lui non sapeva cosa infilarci dentro, poi l’ha cacciato via. Pare che in passato avesse avuto alcune storie, sai, tresche con studentesse e colleghe di dipartimento, era molto diverso, te l’ho detto, era un intellettuale di grande fascino. Non conosco bene i particolari, comunque. Lei lo ha mandato via e io me lo sono trovato sotto casa, una sera ho aperto la finestra della cucina per far uscire l’odore di fritto e lui era sotto casa. Cosa avrei dovuto fare?»
«E portarlo dalla polizia, da uno psicologo? Non hai pensato che tenere uno così in casa può essere anche pericoloso? Non ha altri parenti? Amici? Conoscenti? E se non fosse la persona che dice di essere?»

Dal megaschermo una voce ci dice: il tabloid ha ipotizzato l’esplosione del sole per l’inizio di luglio.

2.

Ora: fuori dalla finestra si vede la città disfatta, pervasa dalla luce rossiccia del tramonto. Vedo i palazzi diroccati, le macchine in fiamme, le processioni dei folli e le bande di teppisti da quattro soldi. Crepitii. Petardi che scoppiano. Iridescenti scie bianche traforano il cielo stanco. Sul megaschermo, il volto lattescente di una ragazza giovane con la testa rasata; sullo sfondo, il Duomo cade a pezzi. Si tratta di una delle più note stiliste alimentari italiane, avvolta da un fumo viola, dice: “È una nuova forma di arte, è una nuova forma di violenza portatrice di un nuovo spirito immaginativo. Sono tutti attori, alcuni li ho visti anche in fiction televisive, quiz show, video inchieste, programmi musicali, serie web. Niente di tutto ciò è reale, viviamo in una finzione. Questa che stiamo esperendo è una prova su scala mondiale, una specie di sperimentazione carica di realismo e solennità, non so se mi spiego. Ogni creazione artistica segue la spinta imprevedibile della violenza, è vitale e diabolica e noi abbiamo bisogno di avere paura. Abbiamo bisogno di sentirci in pericolo, questo ci fa sentire vivi. Abbiamo bisogno di sentirci vivi. Questo è quello che pensa la grande mente di questo network di maghi selvaggi, vogliono darci un’ultima possibilità, ma noi dobbiamo darci una mossa. Altrimenti non sarà servito a niente. Io e altri amici attivisti abbiamo pregato per questi giorni, è uno spalancamento nel quale dobbiamo buttarci con tutto l’amore che abbiamo, senza paura. Ci stiamo sbloccando, dezzippando, stiamo uscendo dal sonno. Questa è una dimostrazione di amore, di amore e di violenza, hanno pensato a tutto, sono artisti incredibili, arrivano da tutto il mondo, ci hanno impiegato anni ad aggredirci!”

Ora: l’appartamento di Tecla sembra volerci dire andatevene via!  

I tecnici del suono mi si sistemano il microfono sulla felpa blu e all’orecchio mi bisbigliano parole notturne.

Il bilocale è un casino, tutti lo stanno guardando: ci sono penne e pennarelli sparpagliati sul divano tra i cuscini; lattine di coca e di birra sparse sulle mensole della libreria stracolma di libri vecchi; cartoni della pizza e blister di ansiolitici o altri medicinali sul tappeto persiano bucato; manoscritti ingialliti e fotocopie ingrigite ammassate sull’asse da stiro; vestiti appallottolati in camera da letto, riviste di moda e cinema in bagno, vhs e vinili accatastati sulla madia in cucina, valigie aperte e altre semiaperte. Tecla sarebbe dovuta partire domani o dopo. Ma adesso non si può più. La parola fine è la torre nera che incombe sulle nostre teste cariche di tensione e pensieri, dubbi, timori. Tra poche ore dal megaschermo ci diranno cosa sta succedendo, quando e come finirà questo clima pesante carico di intrigo e sospetti. In centro si stanno prendendo a coltellate per un pacchetto di sigarette o poco più, ma c’è chi dice che sia tutto finto e che il sangue non sia che succo di pomodoro; nei vicoli bui ci si scambia informazioni, si barattano banconote per barattoli di salse o di reni; Sugli schermi passa tutto e il contrario di tutto. I giovani creativi specialisti delle narrazioni parlano di una rivoluzione culturale e artistica, si mostrano entusiasti agli occhi delle videocamere.

«Questo cambiamento vive nella nostra aria da anni, decenni. È un elemento dell’aria e delle nostre vite e questi omarini degli schermi in giacca e cravatta ci vogliono far credere che questa aria sia arrivata dall’oggi al domani. Fa parte della nostra carne. Ascoltate bene questa parola: birillo. Le parole che usano i narratori sono chiaramente un messaggio in codice per qualcos’altro, qualcosa di complesso che inerisce ad altre cose di ancore più complesse» va avanti a vaneggiare il Professore, mentre gesticola concitatamente e si aggira per il salotto con fare circospetto, come se qualcuno ci stesse spiando e registrando da una postazione remota. Un uomo pingue, retroilluminato ci scatta delle foto e ci dice di parlare a voce più alta; nel salotto si alza la temperatura.

Sul megaschermo, un ragazzo smunto e con i denti neri, dice: ce la posso fare perché ho riconosciuto il mio peccato, ho estinto il mio vizio.

Tecla ci chiede se vogliamo del caffè. Vogliamo sempre del caffè. Porta una maglietta girocollo dei Blur, blue jeans sdruciti e delle Vans nere di tela. Si aggira nervosa di qua e di là. Più volte mi ha detto che il lavoro alla 777 la sta ossessionando. Turni tremendi, poche ore di sonno, Tecla torna a casa che sembra spossessata. E questo filosofo barbuto quando se ne andrà? D’altronde non dovrebbe stare qui, non fa parte della nostra famiglia. La nostra famiglia siamo io e mia sorella. Il Professor Zumbung è un matto a tutti gli effetti, talvolta cammina a occhi chiusi cantando a bassa voce un motivetto, ride in modo sguaiato e folle, tenta un eloquio, guarda l’elicottero fuori dalla finestra sopra la nostra casa.

Io seguo mia sorella in cucina, mentre sul megaschermo dicono “apparato di terrore e morte volto al nostro annientamento”.

«Quando se ne va?»
«Non sa dove andare, non so dove portarlo.»
«Farlo stare qui è un pericolo per lui e per noi.»
«Ti inquieta?»

Un ragazzo con gli auricolari e gli occhiali da sole che mi passa vicino mi dice di rispondere di sì.

Ancora: l’appartamento di Tecla sembra volermi dire vattene via!  

«Non capisco perché te lo sei preso così tanto a cuore. Potrebbe essere un pazzo, che ne sai? Potrebbe essere un malintenzionato, che ne sai? Potremmo stare qui, chiusi in questo piccolo appartamento con lui per mesi, che ne sai?»
«Non ne so niente, mi fido del mio istinto, è una persona buona.»
«Ti prego di pensarci…»
«Sto facendo di tutto per non impazzire. Vuoi lo zucchero nel caffè?»
«Lo bevo amaro, lo sai. Ti ricordi quando gli amici dei nostri genitori dicevano che tra me e te ci fosse una alchimia?»
«Ti riferisci a quello strambo gruppetto di esper vestiti con pantaloni a quadri e camicie colorate? Comunque pensavo che prendessi il caffè con lo zucchero. Almeno un pochino.»
«Mandiamolo via, mandiamolo via stasera. Portiamolo in un ospedale. Sì, mi riferisco a loro, agli esper. Chi sa che fine hanno fatto…»
«Li hanno trucidati. Sono morti tutti in modo orribile, morte violenta, trucidati, lo sai. Ti ricordi di Ulrike? Aveva adottato un bambino per un esperimento. Sai, era infottata per lo spiritismo ultimamente, l’esoterismo, la magia nera. L’hanno uccisa i parapsicologi per i quali lavorava. Ha fatto scappare il bambino intenzionalmente e loro l’hanno uccisa»
«Lasciamolo in stazione. Portiamolo in un Burger King o in un multisala. Mettiamolo davanti a una fermata del bus. Magari ci salirà su un bus. Li hanno trucidati? Portiamolo in ospedale, sì, in ospedale, credo sia il posto più giusto per lui. Credo anche che esista una connessione tra il modo di parlare degli attori sul maxischermo e le parole sconclusionate del Professore. Ulrike, mi ricordo di lei, mi ricordo tutto. Non ci posso credere che siano stati trucidati. Erano brave persone.  Affabili, a modo, di una acuzie rara. E poi quella fissa per le Hawaii…»
«In ospedale? Proprio lì avviene la morte. Proprio lì si entra nello stadio finale; l’acqua del lavandino dell’ospedale è radioattiva; i pazienti hanno delle visioni: macchie rosse ovunque. Quindi zero zucchero, sicuro? Non avevano una fissa per le Hawaii, a cosa ti stai riferendo?»
«No, ho cambiato idea.»
«Sull’ospedale o sullo zucchero?»
«Un cucchiaino di zucchero basterà. Giusto, vivevano sulla spiaggia, non me lo ricordavo, non mi ricordo più niente.»
«Un cucchiaino di zucchero è il massimo che potrei darti in ogni caso. In questa casa sta finendo ogni cosa…»
«Ma devi sbarazzarti di lui.»
«E dove vuoi che lo metta, in un sacco dell’immondizia? Vuoi che lo butti fuori stanotte? Lo sai quanti pazzi ci sono in giro? Qualche teppista lo potrebbe uccidere, chiunque lo potrebbe fare, lui non è capace di reagire. In queste ore non si può abbandonare questa casa. I narratori sono stati chiari, le informazioni che ci hanno dato sono state più che esaustive. Dobbiamo starcene qui, a passare il tempo. Meglio se ci rimbecilliamo il più possibile, io ho droghe, ho alcol.  Ci possiamo strafare, è una delle poche occasioni in cui strafarsi non è solo consentito, ma è auspicabile. Mettiti sul letto, in camera mia, ti do della droga, in meno di mezz’ora ti sentirai sospeso in aria. Da un momento all’altro ci diranno cosa è successo, cosa sta succedendo, quando tutto questo sarà finito, vuoi altro caffè?»
«Ti ricordi quando da piccoli ci divertivamo a pronunciare le parole al contrario? Ti ricordi quanto ci piaceva farlo? Ce ne potevamo stare delle ore, sulla moquette rossa della nostra cameretta, a pronunciare parole al contrario…»
«Me lo ricordo.»
«E ti ricordi quando scappavo di casa? Non lo dicevo a nessuno e scappavo di casa. Andavo per le strade senza documenti, correvo nei giardini senza documenti, parlavo con gli estranei, bevevo dalle fontane dei parchi.»
«Lo so che hai paura» mi dice Tecla, e mi abbraccia. Rifacciamo la scena due volte perché la prima non è venuta bene, la luce non era giusta.

Bussano alla porta.

STACCO.

Tecla dice: «È Iglesias!» e smette di riempire la moka di caffè.

3

Ristagna un odore di plastica bruciacchiata e di caramello, in cucina. Caramello e biancheria pulita. E plastica bruciacchiata. Caramello, biancheria pulita, plastica bruciacchiata e incenso. Caramello, biancheria pulita, incenso ed erba e plastica bruciacchiata. Caramello, biancheria pulita, plastica bruciacchiata, incenso, erba e sangue. Un forte sentore di sangue mi fa per un istante girare la testa.

Hanno trovato due corpi in una Cadillac Eldorado vicino alla spiaggia. Lui tutto brillantina e occhiali da sole, lei una pin up con ai piedi delle Chuck Off-White. Sui sedili un libro di poesie di Allen Ginsberg, un quotidiano scritto in una grammatica disconnessa, alcuni pacchetti di sigarette; un giubbotto jeans, due passamontagna neri, un walkman, alcune cassette. Lui e lei con gli intestini di fuori. Dal megaschermo una voce sussurra: è una setta, spiritismo e sangue, rituali magici.

Due poliziotti girano intorno alla Cadillac sulla spiaggia sotto il cielo corrusco di una fredda mattina di inizio giugno. Zoomata sui pali della luce, sull’insegna di un fast food, sul cadavere di un gabbiano senza occhi.

Iglesias.
La prima cosa che ho pensato quando ho visto questo omone di colore di nome Iglesias sulla porta è stata: non ho mai visto una persona così alta in vita mia, è proprio un gigante. La seconda cosa che ho pensato invece è stata: no, non è vero; ho conosciuto anche uomini più alti.
Iglesias è un grande ragazzo. Un ragazzo alto. Un ragazzo grosso. Cosce tornite. Muscoli scolpiti. Porta delle Adidas Campus, pantaloni beige larghi e una maglietta con su stampato il logo della Revelation Records.

“Mio padre è morto, vi ho portato i panini” dice con un tono di voce carico di afflizione. È una persona che ha sofferto ed è una persona che ci ha portato delle provviste: centodieci panini. Abbiamo cominciato a mangiarli in salotto, sul pavimento, Tecla ci ha portato piatti di plastica blu e tovagliolini di carta gialli.  Abbiamo assaporato il salame crudo, lo stracchino, le melanzane al forno, la salsa di pomodoro, il crudo di maiale, la crema di zucca, la lattuga in scaglie, la crema di olive taggiasca, il salmone norvegese affumicato, le zucchine alla griglia; abbiamo divorato la carne, i formaggi, la ciabatta di pane preparata con impasto indiretto e che prevede due fasi di levitazione: la prima di tre ore, la seconda di ventiquattro. Ci siamo guardati l’un l’altro mentre i nostri denti sminuzzavano il cibo, lo riducevano in poltiglia.

Iglesias non dice una parola, come noi. E anche dopo aver mangiato non ci parliamo più, come se fossimo una comune di perfetti estranei e non condividessimo niente. Ci siamo scordati dei caffè, ci siamo scordati del tempo. Non abbiamo chiesto a Iglesias il motivo della morte di suo padre.

Io, del resto, non lo conosco nemmeno.  

«Iglesias ha sempre abitato sopra di me. C’è da quando esiste questa casa ma spesso sta via per lunghi periodi. Ha vissuto a Berlino, dove ha fatto lo squatter per anni, a Londra ha lavorato per un’agenzia investigativa. Fa dei piccoli lavori per il governo, non mi ha mai detto che cosa in particolare. Non fuma, legge molto, è affascinato dagli squali. Ne ha ucciso uno, tempo fa, quando viveva davanti all’oceano. Lui stava facendo surf quando ha visto lo squalo. Lo squalo voleva mangiarselo, ma Iglesias gli ha tirato un pugno in testa e l’ha ammazzato.»

Da qualche altra parte un uomo spolvera sempre un fucile e una bambina strana dorme in una culla rosa. Dietro all’uomo un crocifisso e alla sua destra qualcosa, come un corpo senza testa. L’uomo è sfatto e sul tavolino ci sono bottiglie che danno un senso di insalubre. Ora la bambina si è svegliata. Sta per succedere qualcosa. Si vede una donna sotto al casco del parrucchiere, sembra così. Dialoga con delle immagini. Porta una maschera, se la toglie. Il suo volto truccato pare deforme. Sangue, viscere, vermi, mitraglie. La bambina sembra giocare sul letto, forse con un pupazzo ma non è chiaro. Si avverte però una cosa, la cosa è che l’uomo sta per fare qualcosa di brutale. La donna con il vestito rosso si trucca, sembra che abbia sulla faccia il Domopak. L’uomo prende una pistola e il mid tempo sonoro di sottofondo aumenta di groove. L’uomo con la mitraglia sembra stia puntando la donna. Dov’è la pistola? Nessuno è sconvolto. Lei non riesce a togliersi la plastica dalla faccia, sono troppi strati, è diventata la sua pelle. Poi invece ce la fa, liberando particole nere, cosa sono? Sembrano insetti. Tanti occhi nel cielo nero della notte. L’uomo spara.

Paolo Gamerro

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