CAZZO PAZZO #4: Olivia (Mazzanti)

Il tempo è un fottuto bastardo, diceva quella, e aveva ragione. Un mese è già passato da quando l’Orso ha droppato Timidi messaggi per ragazze cifrate. Il primo romanzo di Ferruccio Mazzanti è pazzesco, noi lo stiamo leggendo e così speriamo di voi. Ci sta piacendo così tanto da decidere di riesumare La Nuova Fahrenheit, e presentarvelo in diretta su Facebook dopo Natale prima di Capodanno. ALT: non sarà la classic presentazione alla Book Advisor, ma un laboratorio attivo ed esperienziale attorno al testo.
Seguiranno comunicazioni.
Abbiamo letto un racconto pazzesco di Sara Mazzini su MeM. Leggetelo e il 28 “attenzionate”, come direbbe Gabriele Ametrano, questa festa a distanza. Ci saremo anche noi, non occorre dirlo. La cosa bella di questo ultimo mese è che Ferro è già apparso tre volte su Verde: uno, due e Olivia, un racconto per CAZZO PAZZO, la ormai già storica serata reading acronima avvenuta l’8 ottobre scorso alla galleria Zuc di Firenze.
O eravate “ieri” là o leggete “oggi” La Nuova Verde qua. A voi la patetica scelta. Ciao!

Ciao Olivia, chi bacia i tuoi polpastrelli la mattina appena ti svegli?


Quando Olivia sorrideva, Olivia diventava il mio nome preferito. La notte tornava a casa e camminava per il corridoio nel modo più silenzioso possibile. Mi accorgevo di lei anche a zero decibel. Adorava i colori scuri, una giacca di pelle nera, i capelli lisci e castani fino a metà schiena tali e quali al mio primo amore delle medie, ma quando era in maglietta nulla poteva nascondere quell’enormità di desiderio che le si era formato sul petto. Se proprio dobbiamo andare per cliché, Olivia era l’americana di più difficile accesso che abbia mai incontrato, di un’intelligenza che i professori mi chiedevano se era vera. Profumava di nocciole e lavanda anche quando andava a correre coi leggings neri e una t-shirt arancione al cardiopalma. Una morbidissima peluria volpina. La sua carnagione era vagamente alla marmellata di fichi. Tu Olivia era così vera che senza accorgertene lasciavi alle tue spalle un cimitero di cuori infranti, sarebbe bastato seguire le briciole dei sospiri maschili cadute ovunque per trovarti seduta su una sdraio con un libro di Junot Diaz in mano, gli occhi dietro ad un paio di Ray-Ban semi-specchiati semi-chiusi semi-innamorati, Olivia l’autunno baciava le tue palpebre malinconiche, i sottoboschi cantavano per te, gli scrittori abbandonavano le loro scrivanie, l’intera Siria bruciava nella notte, Olivia mi chiedevi siediti accanto a me con la tua voce emozionata e mi pregavi di recitarti un mio racconto a caso che traducevo su Translate in quel modo inumano dei computer e alla fine, nonostante tutto, quasi bisbigliandolo mentre ti rivestivi ingelosita, affermavi che ero effettivamente uno scrittore, come se tu avessi riconosciuto in me un qualcosa che io non ero in grado di vedere. Diradavi le mie paure. E mi illudevi. Olivia, chi illudi adesso mentre ti rivesti?


Olivia tu leggevi sempre un libro in più di me e coglievi il punto cruciale in quel modo limpido e semplice delle ragazze con le idee chiare: era così difficile dirti le bugie che quando ti mentivo mi riprendevi come se avessi avuto una cosa come tredici anni meno di te. Mi sentivo così stupido e perso. E ridevi alle mie battute. E non mi giudicavi per le storture che imprimevo al mio destino. Olivia sei felice? Olivia vorrei stringere tra le mie mani ancora una volta il tuo sorriso. Olivia dove sei ora? Che cosa fai? Cosa pensi? Sii felice per sempre, Olivia, che ogni cosa che produce luce sia con te.


Ogni volta che ho incontrato una donna, ho sempre cominciato col farle mille domande, indagando i suoi gusti e i suoi pensieri e i suoi progetti per la vita: cosa pensi del giallo, cosa provi per il parquet, che vedi nel soffitto, che senti dentro ai tuoi vestiti, che, cosa, perché, quando, se, tu, fossi, un, delfino, tu, come, muoveresti, la, tua, pinna? Ti ricordi quella volta che tornai tardi e ubriaco e tu eri in cucina a bere e a sognare chi sa cosa ad occhi aperti e mi obbligasti a parlare con te per un’ora in inglese? Ma perché esistono così tante lingue differenti? Avevi le gambe avvolte dentro ad una coperta e sorseggiavi acqua e non la finivi più di farmi domande, mi chiedevi qualsiasi cosa. Qualsiasi cosa. Non sapevo proprio che risponderti. Mi hai trasformato nel mio polo opposto.


Adesso a chi bisbigli nell’orecchio la notte le tue dolci parole? A volte più che ridere squittivi. Era un verso compresso e liberatorio, timido e consapevole, c’era qualcosa di così gioioso e luminoso ed eterno in quel suono che usciva fuori dalla tua bocca. A volte mi sembrava di sprofondare in una voragine bianca di acqua calda. Respiravo affogando. Per la strada ti vedevo ovunque. Eri il mio personalissimo noir tratto da Chandler. E pensare che la prima volta che ti ho vista tutti i miei pregiudizi europei hanno trovato conferma: la classica, ricca ragazza del North East Coast, con quell’accento di Greenwich così rive gauche, il fashion Mac e la Porsche, un rifiuto viscerale del trash, un’aria molto wasp, sotto il braccio la pochette, mascara e eyeliner e blush, non sapevo neanche come fare, che dire, inopportuno e clochard, fallito e peevish, la notte da solo a piangere, fogli bianchi, tutto un silenzio così clash, mentre tu sognavi il tuo mondo dorato e fetish. Ma quando sei andata via per sempre lasciando dietro di te una scia di lettere e tuoni, quando il cancello si è chiuso dietro di te con un insensibile e poco empatico clang, il motore del taxi che si affievolisce, il cielo nuvoloso, la casa vuota e il giardino improvvisamente freddo, a dicembre le cose pietrificate come opere d’arte in un museo mio personale, quando sei andata via scuotendo la tua mano da lontano tra un singhiozzo e l’altro, non riuscivo neanche a guardarti negli occhi, quando sei andata via, Olivia, non avrei mai smesso di abbracciarti e stringerti e non riuscivo a smettere di piangere e piangere e piangere. Olivia, adesso tu per chi piangi quando i cancelli grigi si chiudono alle tue spalle?

Ferruccio Mazzanti

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