Lascivus

Diciamoci la verità: non sappiamo più cosa scrivere negli editoriali, da quando Andrea Frau ha accettato di passare a lavorare per Malgrado le Mosche. In tema di mosche: il nostro Doc Alessio Mosca non risponde alle telefonate dall’inizio di dicembre, giorno in cui ci promise un racconto che parla di “amici a quattro zampe in situazioni buffe”. Parlando di cani: Luca Marinelli è scomparso dopo aver mandato una serie di vocali in cui leggeva ad alta voce i messaggi criptati contenuti in Timidi messaggi per ragazze cifrate di Ferruccio Mazzanti. Parlando di ragazze cifrate: Claudia D’Angelo, sa va sans dire, risponde alla chat solo tramite sottili vocali di quindici secondi in cui si prodiga in pernacchioni da record. In tema di record mondiali: Federica Sabelli ha deciso di tenere a digiuno Stefano Felici per battere il Guinness e Felici ha contattato il telefono azzurro. Restano solo il D’Antuono e il Quaranta a reggere una baracca che non vuole essere retta.  
 
Oggi abbiamo un esordio pazzesco: Paolo Ceccarini (Viterbo, 1983) è cofondatore di Fabula Agenzia Letteraria. Ha pubblicato due romanzi con piccoli editori, l’ultimo dei quali è Sinola (Prospero, 2017), e racconti su riviste letterarie come SPLIT, Risme e Kultural. Il suo primo racconto su Verde è Lascivus.
 
Il collage è di etere____
 
Disclaimer: i fatti e le persone presenti nel racconto sono frutto della fantasia dell’autore, tranne Luciana.
 

 

Intrasti quotiens inscriptae limina cellae, seu puer adrisit sive puella tibi, contentus non es foribus veloque seraque, secretumque iubes grandius esse tibi: oblinitur minimae si qua est suspicio rimae punctaque lasciva quae terebrantur acu. Nemo est tam teneri tam sollicitique pudoris, qui vel pedicat, Canthare, vel futuit
Marziale

Stasera vorrei sorprendere un giovanotto promettente, Nazzareno, mentre fa sesso con la sua ragazza, una biondina carnosa dall’aria lubrica. Li ho adocchiati più volte in un locale di San Pellegrino ché si baciavano e si convolgevano a onta della canicola. Domenica li ho pedinati per scoprire la collocazione del loro cubiculum e sono giunto all’appartamento di lui, sito in un palazzo vecchio di via San Leonardo; ma non potendo attardarmi a causa degli esami del mattino seguente, ho appuntato il nome e l’indirizzo sulla mappa. La finestra aperta, stanotte, tradirà i loro gemiti?
«La tua grappa, prof», annuncia Carletto, ex studente di Beni Culturali, destandomi dal soliloquio. Resse meno di un anno all’università: fu bocciato dai miei colleghi e io, che il diciotto lo assegno volentieri, feci lo stesso al termine di un orale comico, che però gli valse – mi confessò in seguito – la conquista della Vallesi, sensuale adulescentula di Acireale alquanto ambita tra le matricole della facoltà.
Tre patatine per non perforarmi l’ulcera, che affresca il mio stomaco dal 2001, e scolo la grappa suscitando il sorriso di Carletto; io ricambio, poso cinque euro sul bancone e faccio per uscire.
«Professò, il resto», esclama. Gli rispondo che può tenerselo e mi tergo cogli indici le basette sudate.
Là fuori, sotto alle mura di Porta Romana, i clienti rumeni e moldavi del bar trangugiano birre; le donnette, piuttosto volgari, Spritz. Nessuno mi nota: di giorno sono come inesistente. Basso, spalle strette, addome a palloncino dall’ombelico in giù – pinguedine che, per prossimità, coinvolge il pube e mortifica le già irrilevanti dimensioni del mio membro –; gambe esili e storte, viso insignificante. Questo sono io: un piccolo cinghiale, qualisque necari a non armato pumilione potest. Mi chiamo Settimio, per giunta, nome oggigiorno ritenuto ridicolo a causa dell’ignoranza: nessuno pare conoscere i terribili Settimi della nostra storia antica, tra i quali Settimio Severo – d’altronde come poteva saperlo la mia povera madre, quando mi espulse dalla vulva nel lontano ‘70 al Careggi di Firenze, che mi avrebbero dileggiato vita natural durante? Eppure ho la sensazione che, in tutta la mia imperiosa nullità, qualcuno potrebbe temermi, quando vago da solo al buio, nelle strade deserte, e cerco di intuire quel che accade dentro alle case.
Mi fermo pure nel primo bar di via Garibaldi e ordino una birra piccola.
«Professor Della Robbia, mi guardi negli occhi: ha detto piccola?»
«Mi sta dando dell’etilista?», ribatto piluccando le noccioline intere dal ciotolino.
«Le pare?» fa, e mentre ride vuoto il bicchiere. Due euro soli vuole Riccardone, che non emette una ricevuta fiscale da tre anni.
Riprendo il mio viaggio nell’appetizione, declinata in banale appetito e sofisticata foia. Tramonta, giù verso il Sacrario, ed è ancora un caldo ferale. Scendo a piazza Fontana Grande dove Marzia, nella sua popina piena di fragranze, mi prepara un nostalgico panino col lampredotto senza bisogno che glielo chieda. Mi pare di schernire i miei Romani, con queste trippe medievali, rievocando la caduta dell’Impero, ma non posso rinunciarvi, ché mi ricordano nonna Bice.
Via delle Fabbriche, via San Leonardo. Nazzareno e la biondina stanno uscendo da casa di lui, ma non me ne rammarico: è venerdì, e avevo già vaticinato di dover attendere la notte per sorprenderli nei parossismi della concupiscenza. Mi copro metà faccia col lampredotto, e loro passano oltre, in direzione del quartiere di San Pellegrino. Di lui noto la maglietta soldatesca da vero insipiens; di lei l’espressione ingenua e sbarazzina che talvolta hanno certe indomite della fellatio. Mi accosto per non dare nell’occhio, gustando il lampredotto – che non è eccellente come quello della Bice, ma ben si difende –; e quando i due sono abbastanza lontani, gli vado appresso circospetto. Si accomodano ai tavoli all’aperto dell’enoteca nei pressi della chiesa del Gonfalone, dove si servono pasti veloci: taglieri di salumi, bruschettine e poco altro – del resto gli innamorati vogliono copulare, non abbuffarsi. Onde evitare di sfilargli davanti, mi intrufolo nel vicolo sulla sinistra, sudicio di escrementi di piccione freschi sopra a quelli stantii, e arrivo a piazza San Carluccio, che è quieta e rutilante.
Nonostante la complicata digestione dell’abomaso, sento ancora fame, grazie al mio strategico digiuno in luogo del pranzo: il cibo da asporto mi permette di girovagare inosservato, e tuttavia mi condanna a scorpacciate pantagrueliche di pietanze barbare che un Apicio aborrirebbe. Mi reco nel bar all’angolo di via Macel Maggiore, dove Luciana, la proprietaria factotum del locale, mi illustra le grappe disponibili mentre io tento d’interpretare la forma dei suoi seni nella maglia enorme.
«Barricata, ché all’aperitivo è l’ideale», le dico; Luciana se la ride e me ne fa un bicchierino pieno. Un pugno d’insalata di riso per tamponare l’alcol e m’apposto all’esterno, sul tavolo libero più isolato.
È il momento della mia speciale guida del centro storico: la mappa delle coppie e dei single sessualmente attivi. Identifico un paio di punti strategici dove potrei sentire dei gemiti sin d’ora, in attesa della battaglia del miles Nazzareno. Aggiornare la mappa è un lavoro arduo ma indispensabile: le coppie fornicano per qualche mese dopodiché, se non si lasciano, dimezzano la frequenza degli amplessi e diventa difficile coglierle in flagrante; i solitarii hanno una vita sessuale meno costante, a eccezione di pochi adusi a procacciarsi una tresca appresso all’altra. Ne deriva una grottesca eziologia del cosiddetto amore: al giogo dell’infatuazione si diviene attori di comportamenti assurdi, come accessi di sensualità o di accudimento; in seguito, qualora il rapporto maturi, la curva dell’affetto impenna e quella del desiderio si deprime, e proprio a quest’aporia si fa corrispondere il trionfo del vero amore.
Bicchierino asciutto, vista obnubilata, ricordi rovinosi mi sommergono – quantunque dicano che si beve per dimenticare.
«Cos’è quella cartina che tieni?»
«Quale cartina?»
«Quella coi nomi di persona che maneggi ogni notte. L’ho vista, sai? Cos’hai in mente? Sei un ladro? Un maniaco omicida?»
Gli interrogatori di Anna proseguirono per giorni con urla e intimidazioni crescenti. Per essere un potenziale assassino, non le facevo punta paura. E la Doriana, allora quattordicenne, scoppiava in lacrime, nascosta dietro alla porta. Alla minaccia di Anna di chiamare i Carabinieri, con tanto di cellulare in mano, confessai il mio – ai tempi – unico vizio. Giustificai la lascivia con la nostra astensione dal sesso, che perdurava da oltre dodici mesi; lei mi cacciò da casa sua e si tenne Doriana, consegnandomi all’alcolismo latente e alla libera esplorazione della perversitas. Scopersi che a scatenare le mie fantasie sono soprattutto le coppie ai primi mesi di frequentazione; poi vengono le donne che mi sembrano focose e, infine, alcuni uomini: ma soltanto se li reputo capaci di soddisfare, con indefettibili priapismi, le più torbide brame delle proprie signore. Che siano maschi o femmine, la loro avvenenza ha scarso rilievo: preferisco l’ascoltare al guardare. Mi piace fantasticare, arguire, ipotizzare – in che posizione stanno? orale o penetrazione? qual è l’espressione mimica della loro lussuria? Guardare può essere sgradevole e deludente quand’anche gli interpreti siano di bell’aspetto: smorfie immonde, prestazioni goffe, pratiche antiestetiche; l’immaginazione, al contrario, non tradisce mai. Sono un lascivus – atipico, ma pur sempre un lascivus – nato ai tempi delle normative sulla privacy e del gelo disforico dei siti porno; uno che non avrebbe avuta altra ambizione all’esser cubicularius. Il mese seguente la separazione, un ictus m’orbò di mia madre, e il babbo, rimasto solo, si trasferì da me a Viterbo. Il suo habitus si confà col mio: Nanni si lava, indossa la tuta acetata dell’ASD San Frediano Calcio e va a comprarsi da solo il vino alla mescita, septunce multo deinde perditus stertit.
Via San Lorenzo. Da queste parti c’è un covo di fornicatori, secondo i miei recenti studi: trattasi di un paio di coppie novelle e di Marcello, eterno single ora sulla trentina, domiciliatisi per mia buona ventura in appartamenti vicini – i neo-piccioncini su un lato della strada e il priapico gaglioffo sull’altro – e al medesimo piano, il primo. La furbesca amministrazione ha ivi collocato una panchina per il mio ufficio di tertius gaudens. Per legittimare la sosta prolungata, acquisto un panino con la porchetta, una Peroni e mi siedo. Luci spente dal single; accese in casa delle coppie. Per strada la gente è ancora poca, e col mio udito da vespertilio decifro chiacchiere e picchiettio di forchette provenienti dagli appartamenti con le coppie. Chez Marcello tutto tace, finché non mi pare di sentire una specie di grugnito. Smetto di masticare, mi concentro. Un verso, due versi – gemiti umani o guaiti canini? – e altri suoni indistinti, taluni assimilabili anche al sesso. Con l’acustica disturbata dal brulicame della città, rischio d’ingannarmi: sto fantasticando o c’è davvero qualcheduno che copula? Vocalizzi di donna lievissimi, vocalizzi in crescendo: i dubbi si disperdono. Il mio cervello vibra una sottile eiaculazione di concerto col rapinoso orgasmo della fortunata. E lui? Non ho mai udito la sua voce.
Quando Marcello esce con la sua puledra – una ricciolona mora dall’aria svampita –, io sto sgranocchiando l’ultimo lacerto di cotenna con la bottiglietta vuota tra le cosce. Senza cibo o bibite in mano vado tosto in ambascia: sicché alzo dalla panchina il deretano livido e, snebbiato dalla grassezza del panino, mi accatto un’altra birra al bar di piazza del Gesù. Son certo che l’Imperatore Tiberius-Biberius mi sconfiggerebbe alla lotta pure se lui fosse disarmato e io avessi il vantaggio d’un gladius, ma alla sfida del bicchiere lo farei uscire gattoni come un eunuco. Mi dirigo verso piazza del Comune, ché è presto per le ardimentose gesta del Nazzareno. Finita la birra, compro un gelato a via Roma e mi reco sotto casa di due probabili amanti presso il Corso. La luce dell’appartamento è spenta, e quand’è così o lo stanno facendo o sono usciti. Non sento nulla d’interessante; in compenso l’intestino mio produce dei borborigmi tali che l’unico amplesso della zona pare svolgersi nei miei visceri. Di grazia l’allarme enterico rientra, ma sono comunque costretto all’afosa latrina del bar più vicino per una minzione urticante; e quando ne riemergo, sudato ma con gli intestini sgombri d’aria, opto per una grappa indelicata che mi frega l’ulcera e riparto in direzione di San Pellegrino.
Tramite via Baciadonne sbuco a lato dell’enoteca, dove la testa dai capelli a spazzola di Nazzareno e la calotta bionda della sua amicula sono sparite. Col fiato corto da sbronzo, mi avvio verso il bar della Luciana, e la fortuna vuole che i due stiano amoreggiando nella piazzetta antistante con i cocktail in mano. Sono già eccitati, e quella che sorseggiano, ci scommetto un testis, è l’ultima bevuta: dunque potrei anticiparli, anziché seguirli, e guadagnare subito la mia postazione per lo spettacolo. Per sostare in relativa calma nella zona morta del centro dov’è ubicata la casa del Nazzareno, ho bisogno dell’ennesimo spuntino, e la soluzione più rapida ed economica è l’alimentari in via Cardinal La Fontaine.
«Buonasera,» dico alla nonnetta del negozio, «vorrei mangiare una cosina leggera, magari vegetariana». Lei sorride. Ne esco con un altro panino mastodontico – sorta di semelle croccantino che trabocca di cacio e melanzane bisunte – e una Moretti da sessantasei. Mi falla la lucidità al punto di bere prima di mangiare, e la birra che lo stomaco ricusa mi torna in bocca in un rigurgito acido.
Mi apposto nella piccola area parcheggio sopraelevata di via Carletti, che funge da tribuna: da qui posso persino guardare dentro casa di Nazzareno, al primo piano del vecchio palazzo, attraverso le finestre spalancate. Rodo il panino in affanno: uno sforzo necessario per recuperare un grado di coscienza adatto a una discreta erezione encefalica. Nascosto dalle auto, li vedo arrivare, uniti in un abbraccio scimmiesco; entrano nel palazzo e, qualche istante dopo, le luci illuminano l’appartamento. Lo scarico del bagno scroscia due volte, distanziate di un paio di minuti. Poi buio, buio completo. Una sedia che gratta il pavimento, i borbottii cavernosi di Nazzareno. Piano, ragazza: altrimenti la festa finisce subito. Bevo una lunga sorsata di birra, mordo il semelle per non scatenare l’eccessiva diffidenza d’un ipotetico passante, e mi appoggio alla ringhiera che delimita il parcheggio: così all’addiaccio, più che un cubicularius a spiare il sesso dei padroni in una domus patrizia, mi sento un viandante appiattato dietro alla tenda d’una cella meretricia, sita lungo una strada nei pressi del lupanare. Dopo un breve silenzio, parte un suono simile alla sirena d’un traghetto – è un mobile che si sposta: forse un pesante tavolo dell’atriolum – e si leva il primo gemito della biondina, mentre la sirena della Toremar si ripete più volte, a intermittenza, e il mio cuore impazza, e mi stempera la sbronza. La guerra del soldatino procede sulla pelle della sua preda uggiolante; io do una ciucciata alla birra e mi guardo attorno, eccitato dall’adrenalina: le finestre illuminate, un poco distanti, e un giovane che cammina più in là, sotto all’edificio del liceo classico, con le mani nelle tasche, mi fanno percepire il pericolo di essere colto al culmine della perversione. Ed è questo che manda in solluchero un lascivus.
Nazzareno aumenta il ritmo, una raffica di colpi letale, che la ragazza assorbe con rilassata fecunditas: una preghiera pagana in lode a Priapo e Venere, cui tali plebei offrono carne, grida e umori – una trombata tanto pugnace che io stesso avverto una semierezione, fenomeno, già raro, che diventa unico con un siffatto tasso alcolico. Ma inopinatamente una lampadina s’accende nell’appartamento accanto; io arretro, per paura che qualcuno s’affacci, e anticipo d’un istante l’epifania orrenda della pancia pelosa d’un senex alla finestra. La luce si spegne e l’individuo rientra, deo gratias, ma una volante della polizia, lemme lemme, sopraggiunge da via Cardinal La Fontaine. Mi siedo sui sanpietrini per non farmi stanare; l’adrenalina supera il livello del piacere, mi confina nell’angoscia. La macchina azzurra si ferma e due agenti scendono – forse chiamati dal vecchiaccio. Ecco qua: processo, condanna, Mammagialla. E invece i poliziotti ridono. Ridono e sgomitano, guardoni autorizzati. «Ammazza quanto je danno», fa il più alto, un giovane stultus dall’ipertrofia gladiatoria. Il collega protoumano lo scruta con la boria del sedicente seductor, come a dire: macché, sono dei principianti. Quando se ne vanno, la tenzone non è terminata: il trapanamento fallico è efferato, e con ogni probabilità trattasi, ora, di pedicatio, giacché la bionda dai duttili sfinteri sta per urlare come una prefica; ma io sono talmente teso che una cefalgia improvvisa mi ghermisce il cranio intero; e vomito, una gittata potentissima, oltre la ringhiera, poi una seconda, a mo’ d’esorcizzato, con la differenza che non c’è un prete che asperge acqua santa su di un ossesso, ma un tarpano che spruzza il suo seme tra le pieghe d’una giovane grassottella. Vomunt ut edant, edunt ut vomant: banchetta di qua e banchetta di là, ho vomitato per istrada come gli invitati di Locullo, e mi sento già meglio. Rialzando gli occhi mi trovo addosso lo sguardo di Nazzareno, che s’è messo nudo in finestra. Dopo un attimo s’aggiunge lei, più indietro, con una mammella sbiancata dalla luna e, immagino, dalle opalescenze seminali del miles. Infine si affaccia l’intero vicinato, e osserva con insistenza, senza fare o dire niente, come se fosse in svolgimento la festa della città; ma quaggiù ci sono io soltanto.

Paolo Ceccarini

3 thoughts on “Lascivus

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