CAZZO PAZZO #1: Brutto Cesso (Licht)

Può Verde non pubblicare i racconti di un pazzesco reading chiamato CAZZO PAZZO tenuto a Firenze l’8 ottobre scorso? No, e infatti stiamo qua a reintrodurvi il pazzesco trio Licht-Mazzanti-Lisi, già noti come i Daisy, Gatsby e Tom della scenicchia fiorentina.
La migliore rivista d’Italia torna così ai lieti mercoledì reading, tradizione che ci ha resə popolarə in Toscana e zone limitrofe.
Ma cosa diavolo è CAZZO PAZZO?
Matthew Licht, letteralmente: “CAZZO PAZZO si riferisce a uno dei primi libri di Henry Miller, ma anche a un modo di rendere più interessanti le canzoni d’amore, sostituendo la parola “amore” con “sperma”, e la parola “cuore” con “cazzo.” Forse è anche un modo più onesto di pensare a ciò che un uomo desidera quando esprime il suo desiderio per una donna.”
Brutto cesso è il racconto che ha inaugurato la serata alla Galleria Zuc in Borgo Ognissanti. Si parla di editori mostruosə e altre allusioni sottili e intelligenti a Martino Hofer e all’Inquieto (anche loro amicə).
A proposito di Zuc, réclame: è fuori La memoria dell’uguale del nostro amico e fratello Herr Alfie Zucchi. Lo trovate qui e se ne parla qua ma soprattutto in video qua con un pezzo di Verde (anatra cogliona o in qualsiasi altro modo si chiami).
Se non lo leggete non siete nostrə amicə. È uscito anche l’esordio di Monica Pezzella (qua), noi lo leggeremo e così speriamo di voi.
Di Ferro abbiamo già detto e ne diremo ancora presto. Ci sarebbe pure un racconto di Quara Boy su Dude (qua), racconto pazzesco per carità ma impaginato a cazzo pazzo (mancano tre parole su 5): amiche di Dude, è uno scherzo vero?

L’ultimo giovedì del mese arrivavano i mostri. Gli editori della rivista Brutto Cesso erano affamati di carne fresca. Il loro ufficio era al piano di sopra.
Non li vedevamo quasi mai.
Nell’ufficio di sotto eravamo in due. Dovevamo procurare cibo umano per gli dèi. 
Trish era spietata. Aspiranti modelle spesso uscivano in lacrime dal suo cubicolo. «E tu saresti brutta? Ti renderò brutta io, se osi sprecare di nuovo il mio tempo!»
Le donne che selezionava erano solo di poco più allegre di quelle che respingeva. Trish era ossessionata dai fisici deformi.
Ero fissato con i volti sfortunati. Ciò che cercavo, più che altro, erano occhi spaiati.
Un giovedì, una donna si tolse la camicia ancora prima di sedersi. «Fa caldo qua dentro» disse.
Fuori faceva ancora più caldo. Il mondo bruciava.
Appese l’indumento umidiccio sull’appendiabiti.

Non si depilava le ascelle, e non si era fatta togliere i nei che la rada peluria non poteva celare. Erano punti a favore. Il suo petto invece no, almeno per quanto riguardava Brutto Cesso.
Guardò dalla finestra, verso est e ovest, senza muovere la testa. «Che panorama deprimente» disse.
Non a tutti piacevano le Torri Gemelle.

Si voltò per confrontare il suo carnefice. Era afflitta da uno strabismo di Venere pornografico. Altrimenti era un disastro, dal punto di vista di Brutto Cesso.
«Spiacente» dissi, «ma non credo che possiamo usarti».

La tipa non accettava bene il rifiuto. Anzi, lo accettava orribilmente. Persino Trish si sarebbe commossa.
«Ti prego. Dammi una possibilità. Non chiedo altro».
Guardai la sua scheda. «Marina, non dipende da me. Se un numero della rivista non vende, e i redattori di sopra tracciano il declino del guadagno a una modella che ho scelto io, me la fanno pagare cara».
Marina tirò su col naso, annuendo come se capisse fin troppo bene. Si rimise e abbottonò la blusa, una non facile impresa.
«Perché vuoi posare per Brutto Cesso
«Voglio mostrare al mondo come mi sento dentro. È il mio sogno da sempre».
«Hai dei sogni belli bizzarri».
«Non sono belli» disse lei, secca.
«Facciamo così: ora ti scatto una polaroid. Ne discuterò più tardi con la collega».

La macchina fotografica istantanea era cromata. Cerco di non ossessionarmi di oggetti, ma quel marchingegno lì catturava cose che erano difficili da spiegare quando il quadrato bianco scaturì dalla fessura e le fievoli ombre sfiammavano a vita.
Un quadrilatero di luce lattiginosa apparve sulla parete divisoria davanti alla scrivania, un riflesso da un pannello di vetro delle Torri. «Per favore, togliti la blusa» dissi, «e mettiti in posa in quel punto luminoso».

Il pulsante rosso entrò piano. Il meccanismo sussurrò una risposta alla preghiera di Marina. Alla finestra, guardai la tessera esposta nella luce del giorno morente. Aveva torto: quell’ufficio godeva di un panorama fantasmagorico. L’immagine si risolse in due separati sguardi di solitarie brame.

«Sarò brutalmente onesto» dissi. «Non sei il tipo di donna che vogliono vedere i nostri lettori. Hai mai pensato a Vogue
«Non mi interessa» disse.
Nemmeno a me interessava, prima che arrivasse lei. 
«Ora la smetto di sprecare il tuo tempo».
Se ne andò senza darmi la possibilità di accompagnarla alla porta.

Il giorno dopo andai in metropolitana verso nord con il suo ritratto Polaroid. La mia connessione al mondo delle riviste patinate glamour era tenue. Le streghe dietro le porte di vetro smerigliato verde giada mi fecero attendere. La strega caporedattrice fece una smorfia come se le avessi raccontato una barzelletta di pessimo gusto. 

«Ha delle gran tette». Lasciò cadere la Polaroid sulla scrivania. «È la tua fidanzata o qualcosa del genere?»
«Qualcosa del genere» dissi.
«Sarebbe un tuo tentativo di passare al lato oscuro dell’industria dei periodici?»
Non mi era nemmeno passato per la testa. «No. No!»
«Calmati».
«Volevo solo darvi la possibilità di sfruttarla».
«Apprezziamo che abbia pensato a noi». 
«La tipa è sviata» dissi. «Nel senso che i sogni prefabbricati non le fanno effetto».
«Lascia la foto qui con noi. La farò vedere alle altre alla prossima riunione». Le sue grinfie gettarono ombre sulla Polaroid mentre mi faceva il gesto di togliermi dai piedi. Qualcuna nell’ufficio accanto ridacchiò maligna.
«Spiacente». Ripresi la foto. «Non posso lasciarla in giro».

La porta di vetro smerigliato mi colpì alle spalle mentre uscivo.

Nel mio ufficio, una luce sanguinea filtrava per le persiane. «Fai avverare un sogno» disse il tramonto. «Fa’ di lei una donna di Brutto Cesso».

In base alla mia decisione, la sbattemmo in copertina.
I lettori si ribellarono unanimi. L’intera tiratura ci venne rispedita.
Gli editori dell’ufficio superiore ebbero la loro terribile vendetta.

Le strade erano piene di corpi, di visi. Un decino luccicò dalla grondaia. Irina aveva lasciato solo malvolentieri un recapito telefonico allo studio del fotografo, per eventuali altre sedute. La moneta disse «Usami. Chiamala».
Mi hai rovinato la carriera, pensai, mentre dall’altra parte della linea squillava e squillava. Potresti almeno rispondere. 
Alla fine rispose, e accettò un appuntamento a cena.

Alla nostra tavola d’angolo, le passai una busta. Dentro c’era una copia formato poster della sua copertina di Brutto Cesso. La guardò brevemente. «Grazie» disse. «Allora, cosa vuoi?»
«Voglio che tu sia il mio brutto cesso, per sempre».
Si mise la foto sottobraccio, si alzò e se ne andò, senza avere nemmeno assaggiato il polpettone.
Svuotato, finii entrambe le porzioni.

Le streghe di Vogue mi presero come uomo delle pulizie. Per il mio primo giorno di lavoro mi fecero indossare un abito haute couture. Ridacchiarono impazzite e puntarono verso di me i loro artigli laccati. «Guardate, guardate il nuovo brutto cesso».

Matthew Licht

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