Cover #9: La Torre

Buongiorno, perdonateci la zona rossa, la appoggiamo qui.

Il nostro buon Francesco Quaranta ci propone oggi una cover di Sara Mazzini. Come per ogni cosa che lo contraddistingue, ha barato sulle regole della rubrica: ha preso due racconti della nostra (GinoMadena) e li ha legati a modo suo.

L’illustrazione è di Claudia D’Angelo. E guai a chi ce la tocca.

E ora: il weekend in breve.  L’ormai famigerato attacco di Francesco Spiedo alla redazione di Libero ha scatenato e diviso Verde, oltre che essere costato il posto a Francesca Valenti, rea di averlo recensito (it’s just a synopsis, my dear).
Amico Spiedo, la tua “intemerata” alla Masaniello aveva messo in conto questo? Un altro effetto collaterale del tuo successo? Com’è che diceva il tuo amico baffone? Per fare una frittata va rotta qualche uova, no?
Sulla questione pare che siano pronti a intervenire gli avvocati di Fandango, prestati da minumum fax (sono lo stesso pool di avvocati pro bono che girano da redazione a redazione come uno sciame di giuristi affamati). Sta di fatto che la colonna campana di Verde rischia di finire allo sfascio per via dei disaccordi dovuti al fatto che ancora non si sa di cosa parli il libro del “nostro”.

E ora: La Torre.

Voglio che ve ne andate tutti e la lasciate in pace, perché il suo amico Gino è morto. Lei pensa di volere compagnia, pensa che un vostro abbraccio possa salvarla, ma adesso è in frantumi, pezzi troppo piccoli, si farebbe ancora più male. È che vorrebbe raccontarvi la storia di Gino, ma voi non capireste. Andatevene.
Se queste immense vetrate avessero le serrande, le abbasserei tutte, chiuderei gli occhi al ristorante sopraelevato dell’autogrill. Lo regalerei a lei per una notte intera, se ne fossi il proprietario.

Li osservavo sempre, lei e Gino, dall’alto del ristorante mentre spazzavo il pavimento o pulivo i tavoli. Attraverso i vetri li vedevo giù nel piazzale, tra i rimorchi parcheggiati, seduti sul gradino delle pompe di benzina, o ai tavolini di legno dentro le macchie d’erba avvizzita. Non ho mai parlato con lei, non oltre il saluto e un paio di frasi, però ho capito che quando le capitava di passare per l’Autosole, per andare a inseguire qualunque cosa una ragazza del genere insegue nella vita, non poteva fare a meno di fermarsi nell’area di servizio per scambiare due chiacchiere con Gino. A volte si sedevano sul guardrail, affacciati sull’autostrada, con i piedi a pochi metri dal traffico: due folli accarezzati dal vento mosso dalle macchine che sfrecciano, insozzati di polvere, lì seduti nel freddo con le parole che escono dalle loro bocche come due nuvolette dai tubi di scarico. Le voci non le sentivo, ma potevo sostituirle con il borbottio di sottofondo di tutti i motori in sosta e di passaggio.
Sapevo che Gino stava in piedi a grappa Sturoduro, che, nonostante la cirrosi e buchi nello stomaco, lui di quella roba faceva sempre il pieno. Ma lei, qual era il suo, di carburante?

Gino, impossibile non lo abbiate mai visto, era un camionista che non ha lavorato come tale per un singolo giorno della sua vita. Era di Ponsacco, ma viveva qui all’autogrill di Cantagallo, fisso nel parcheggio da tempo immemorabile, da quando gli avevano consegnato la sua motrice, la Rita, e lui non aveva avuto cuore di farla uscire nel mondo, come un marito geloso a cui non puoi azzardarti di dire nulla. Rita era diventata la sua casa. Quando io ho iniziato a lavorare al ristorante, Gino già abitava qui.

Lei invece l’avevo notata per la prima volta perché con quei capelli rossi fuoco non poteva passare inosservata e perché, che io sapessi, era l’unica donna che aveva il coraggio di avvicinarsi a Gino e di chiacchierarci insieme per ore intere. A dirla tutta, io con lei ci avevo parlato solo durante il servizio del pranzo, quando mi era toccato dire che l’opzione vegana del giorno era una misera insalatina di farro. Aveva risposto che sapeva che non era colpa mia, ma che a lei restava comunque una fame di cristo. Quindi, ok, non viveva di solo amore, anche se dalle sue espressioni confuse avresti detto il contrario. Sembrava sempre sul punto di soffocare.
Passava per l’area di servizio una volta al mese o ogni tre settimane, una cosa così, e guidava una Fiat inguardabile che di solito parcheggiava in mezzo ai posteggi dei camion, col rischio poi di farsi insultare dagli autisti.
Una volta che ero in pausa giù nel piazzale, l’ho vista arrivare sfrecciando, con lo stereo a palla, una strana musica balcanica che non avevo mai sentito. La cosa più strana era però che lei scendeva dall’auto come se questo non fosse un luogo di passaggio, ma come se era venuta per restarci.
Non ho mai capito come si chiamava, Gino non me l’ha mai detto, quel vecchio geloso, la guardava come se fosse figlia sua e della strada, e qualunque segreto lei gli confidava nelle loro lente conversazioni sul guardrail, lui lo mandava giù con un sorso di grappa e non lo sputava più.

Gino aveva iniziato a bere grappa Sturoduro in sostituzione di ogni altro alcolico. Questo era stato dopo la diagnosi di cirrosi, il che pare controintuitivo, ma dovete capire che nel regno dei camionisti e delle aree di servizio le cose hanno una logica tutta loro: non c’è molto spazio per le sfumature, le cose qui devono incastrarsi tutte come pezzetti di puzzle, tlac, tlac, tlac, causa, conseguenza, azione, reazione, e se due idee sembrano non avere senso insieme, un camionista ci piazza due colpetti ben assestati e le fa incastrare lo stesso.
Era andata che Dragomir, un autista bulgaro amico di Gino, gli aveva detto che quella grappa la facevano dei monaci a Pontremoli e che allora non poteva certo fare male se ci mettevano la vera fede: la distillavano per amore di dio, non per fare soldi. E dio provvede per tutti, dal produttore al consumatore. Dragomir gli aveva anche detto che dalle sue parti in Bulgaria i malanni e le malattie venivano curati con un paio di bicchieroni di grappa e un cucchiaio di miele prima di andare a dormire, e che fino a non molto tempo prima con la grappa ci si battezzavano perfino i bambini. Insomma, la Sturoduro era diventata l’unico vizio e l’unico toccasana per Gino.

Io queste cose le so perché mi fermavo a parlarci ogni tanto, con lui. Me lo ritrovavo che vagava al piano basso dell’autogrill alle tre di notte, quando finivo il turno. Io, stanco morto che penso di avere le allucinazioni, e lui con il suo passo un po’ strascicato che viene su dai cessi e mi fa un sorriso tutto storto. Sembrava di vedere l’unico signore e padrone di quel limbo di sosta, pensavo che avrebbero dovuto scriverci il suo nome a lettere cubitali sopra il tetto, al posto dell’insegna della catena. La cattedrale di Gino il camionista, attrazione turistica ad accesso limitato.

Un giorno vidi che intagliava delle piccole figure nel legno. La materia prima la prendeva dal ventre di Rita, il suo amore: un carico di legname che si era rifiutato di consegnare fin dal primo giorno e che era stato dato per disperso, molti anni prima. Le figure intagliate da Gino erano pedine degli scacchi. Non le mollava mai: le lucidava e le puliva e vi soffiava sopra e le guardava come se fossero davvero figlie sue e di Rita.
Così gli ho chiesto se sapeva giocare: quel poco che ho conosciuto di lui l’ho imparato davanti a una scacchiera. Quindi da avversario, non da amico.
Era un cane a giocare, e quasi sempre ubriaco di quella sua grappa santa. A ogni mossa rideva in un modo che avrebbe fatto impallidire anche Kasparov. Faceva una cosa stranissima: giocava per proteggere la regina, piuttosto che il re, intendo dire che era proprio come se si dimenticava l’obiettivo del gioco e si preoccupava di nascondermi la donna invece che di evitare lo scacco matto. Anche nelle partite in cui si mostrava un pochetto più ingegnoso del solito, sapevo come fregarlo: gli davo in pasto la mia regina, la usavo come esca; lui abboccava sempre e scopriva il re. Giocavamo nel piazzale dell’Autogrill, durante le mie pause o a fine turno, la scacchiera poggiata su un tavolinetto pieghevole, noi in piedi, davanti alla sua amata Rita.
Lui le parlava come una moglie, ma quel camion più di tutto gli faceva da mamma: custodiva tutti i suoi averi, che erano pochi ma pur sempre preziosi, e poi lo teneva al riparlo dall’acqua, dalla neve e dall’afa. Il postino le lasciava le lettere per Gino sul predellino della cabina.

Ora Rita resterà sola, ora che Gino se n’è andato. Ogni tanto le faceva fare dei giri nel parcheggio. Per tenere pulito il motore, diceva, per farla respirare. Adesso nemmeno più quello. Guardo la carrozzeria lucida, il muso che sembra un volto sorpreso, incapace di esprimere come si sente. Stanno pensando di spostarla, ma le chiavi non si trovano più, sembra che siano rimaste addosso al suo amato Gino, quando l’hanno portato via.

È strano, ma secondo il medico non è stata colpa della cirrosi, nonostante bevesse quella robaccia dalla mattina alla sera. Cavolo, sembrava trangugiare tutta quella grappa per purificarsi da dentro: lui lo diceva sempre di non essere un santo. Eppure, l’aveva saputo fin dall’inizio che sposare un camion era una scelta di vita quasi da monaco. Come fai a riempire d’amore tutto quello spazio? Il povero diavolo che c’era in lui lo faceva sentire inadatto, incapace di dare alla sua Rita la vita e la libertà che lei meritava. Per confortarsi, secondo una logica che ha senso appunto solo nel piazzale di un autogrill, l’aveva tradita. Di tanto in tanto si nascondeva nei gabinetti con Adelina, la guardiana dei cessi pisana. Una volta avevo sentito i loro versi da oltre la porta e mi era sembrato di poter definire con precisione che differenza c’è tra intimità e sesso.
Si erano vergognati molto, poi. Adelina mi aveva fatto promettere di non dire nulla a suo marito, che non conoscevo e non avrei mai visto, perché quello avrebbe fatto scenate e messo in crisi le sue povere figliolette. Gino invece mi aveva fatto promettere di non dire niente a Rita, diceva che un tradimento del genere le avrebbe spezzato il motore.

Quando hanno portato via Gino, Adelina ha cercato di scambiare due parole con la ragazza senza nome, ma quella non ha voluto saperne. Non sembra volerle male, ma preferisce non parlarle.
La guardo ancora da qua sopra, in questi turni infinti di lavoro. Mi sembra di essere qui da sempre, come Gino, di non andarmene mai. Mi sembra che la vita qui abbia dei colori più vivi che in tutti gli altri posti, e che una ferita resti fresca per sempre. Ecco perché anche io soffro così tanto per Gino, ma non voglio dirlo a lei, non le sarei d’aiuto.
La guardo: se ne sta là davanti all’autostrada ad ascoltare le macchine che passano e chissà cosa pensa. La immagino con gli occhi chiusi. Vedo che mette un piede sul guardrail, poi l’altro, e penso che sta scegliendo di chiuderla qui. Sale sopra la lamiera, in equilibrio, resta ferma immobile con le braccia lungo i fianchi. Il tramonto le ritaglia la sagoma di nero che mi sembra quasi di vederla in controluce davanti ai fari di una motrice, sembra stagliarsi su tutta la A1, come un albero altissimo, più alto del ristorante sopraelevato. Sembra uno di quei fari che segnalano gli scogli alle navi, oppure una vedetta che cerca di scorgere il futuro, ah no, ecco cosa sembra: una torre, una torre per attaccare e per difendere.
Ma cosa fa una torre quando il re cade?

Ora che ve ne siete andati tutti, voi curiosi ficcanaso che parlate di Gino senza averlo mai conosciuto, come di una semplice curiosità o di un fastidio inevitabile dell’Autogrill di Cantagallo, ecco, ora posso finire il turno e immaginare di spegnere tutte le luci e serrare le porte di questo posto, per sempre.
Esco nel parcheggio e faccio per salire in macchina. Dei fari mi investono e dietro la mano che mi ripara gli occhi sento il borbottio profondo di un motore. Un organo di chiesa, una balena. Rita si sta muovendo, lentamente mi viene incontro e poi mi scorre a fianco in un momento infinito.
Nell’abitacolo vedo il volto della ragazza, i capelli rossi come una ferita aperta e gli occhi nascosti dietro un paio di occhiali da sole.
Musica balcanica.
E poi capisco che non vedrò mai più nessuna delle due.

Francesco Quaranta

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