Ricette #5: Gnocchi alla Meschiari

Unə non può distrarsi mezza giornata a finire The Boys o Doom Patrol che ti droppano il nuovo DPCM e ti ritrovi in un’Italia a fasce colorate, un’Italia arcobaleno (magari), a cercare di capire se, quando e sotto quali condizioni potrai uscire di casa per le prossime settimane. Nel frattempo, “ditchiamo” la maratona di Mentana sugli Stati Uniti e sotto sotto speriamo vinca Trump per poterci gustare una di quelle belle guerre civili di una volta. Niente, pare proprio che il mondo stia per avvicinarsi alla fine (per noi, per noi, s’intende) e stranamente non è per colpa dello schwa. Pare proprio che non ci resti altro da fare che affidarci alle narrazioni apocalittiche (per noi umani, eh, aridaje, si chiaro) e all’unico rifugio per la mente e lo spirito che i nostri seimila anni di storia sono riusciti a procurarci: la buona cucina. 

Ecco perché oggi leggiamo la quinta puntata di Ricette, by Stefano Felici, che oggi esplora la selvaggina “sospetta” impiegata negli Gnocchi alla Meschiari. Il memicchio illustrativo è di P i n k  L o d g e.  

 

Mi è arrivata un’e-mail da parte di tale Ester V. Dice: «Ma della trippa alla Luca Ricci hai scritto solo gli ingredienti! Manca il procedimento…». È vero. Ma c’è una ragione: è che Luca Ricci butta tutto dentro alla casseruola, così come viene, e quando gli va spegne il fuoco, si versa un goccio di vino rosso, poi… Prende e impiatta. I genî così fanno.

Erba di casa mia

Una domenica mattina qualsiasi. Mi sveglio, faccio le pulizie di casa, vado a fare un po’ di spesa, scrivo un pezzo del romanzo che uscirà a maggio ’22 per Wojtek, rispondo a qualche messaggio su Facebook, curo la pagina di Verde, do un’occhiatina pure a quella di Crauti. Poi, finalmente, Federica si sveglia. Ancora sotto le coperte, mi dà il buongiorno col suo cantilenante «Miii fAaAiIi iiil cAaAffeÈe?…». «Certo, amore». E glielo metto su.
Nel mentre che si fa il caffè, do una scrollatina a Twitter.
Federico Di Vita rilancia un suo pezzo sulla tenerezza dei cani San Bernardo; Simone Sauza annuncia una diretta su Decamerette in cui si analizzerà per un’ora intera l’ultimo fotogramma de “La mosca” di Cronenberg; Cristiano De Majo dice la sua su Napoli, che è una Milano troppo napoletana. Mentre sto per farne uno io, di tweet, mi arriva un messaggio su WhatsApp. È Pierluca.
Ue, coglione. Buongiorno. Devi fare qualche meme di supporto per l’amico Vaccari. È da ieri che ne stiamo parlando. Non fare il bauscia… 😉 😉

«AaAmoOorEeE…», la nenia sbadigliata di Federica, ancora dal letto.
Oddio, e che palle! Ma lasciatemi in pace! Sì, lo so, lo so, un caffè e un paio di meme, non sono poi gran cosa, lo so! Ma io oggi volevo solo guardar fuori dalla finestra…

Il caffè viene su, lo verso in una tazzina sporca (quella di Federica), e mi vado a rimetter seduto. Cerco Matteo Meschiari su Facebook. Do una scrollata. Mi innamoro. «Alexa», dico a voce alta, «riproduci: Massimo Ranieri». Il mio artista da battaglia. Mi scrocchio le dita. Poi il collo. E mi ingobbisco ancora di più sullo smartphone.

“Lepre”

Matteo Meschiari, ancora prima che l’esegeta italiano dell’antropocene o il provocatore che si è messo contro l’amico Vaccari, è un prepper.
Un prepper è un survivalista: colui che si prepara a un’imprecisata catastrofe, alla fine del mondo, senza lasciare nulla al caso. E non vede l’ora che succeda.
Vedo le foto di Matteo Meschiari in uno strano bunker, un anfratto oscuro, con un poster di… Oddio, è un poster di Resident Evil 4. Anche player m’è il Meschiari. Lui porta un fucile a pompa sulla spalla. È verniciato di nero opaco. Che coattaggine, penso. Testa calva e lunga barba curatissima, rossobruna.

Da buon prepper, Matteo Meschiari è anche un ottimo cuoco. Caccia, pesca e raccoglie. Non coltiva e non alleva – per quello non ha tempo. Però, la domenica, nel boschetto adiacente al suo bunkerino, si dedica anima e corpo all’arte culinaria.
Con la cacciagione di una domenica d’ottobre ci si è fatto una salsa al pomodoro… L’ho visto dalle sue storie Instagram. Una salsa molto densa e corposa. Però qualcosa non mi è tornato.
Praticamente, nel primo spezzone della storia si vedono due cani. Uno è piccolino, color cappuccino chiaro, e quando viene chiamato per nome, Lucky, si alza su due zampe, saltella, va a annusare la mano del padrone; l’altro cane ha il pelo bianco sporco – oddio, io poi con le razze!, un incompetente – e somiglia molto a Lucky, ma se ne sta sempre alla larga, annusa il fogliame d’intorno, sembra stia andando a funghi o a tartufi. Meschiari urla un nome da donna – Diana? –, sicché è una cagna, ma quella non se lo fila. Nella storia seguente, Meschiari dice di aver catturato una lepre. Ma non la mostra. Si passa subito alla storia seguente. Eccolo che trita al coltello una carne che sembra quella di una lepre; Lucky va col musetto quasi ad annusare, Meschiari lo fa scendere prontamente dal bordo del tavolo. La cagna non si vede più.

Un momento: ma chi sta inquadrando Meschiari? Chi sta girando le stories?
Ma certo: Antonio Vena.

Gnocchi alla Meschiari

  • 1kg di patate
  • 1kg di farina 00
  • 3 uova
  • 700g di passata di pomodoro
  • 1kg di… carne di lepre…
  • Sedano, carote, cipolla
  • Olio, sale, pepe q.b.
  • Mazzetto aromatico

Ora l’inquadratura è fissa – il telefono sarà stato sistemato su un cavallettino. Eccolo, Vena: sta facendo l’impasto per gli gnocchi. Si scotta le mani con le patate bollenti. «Benvenuti nell’antropo… Cena!», urla Meschiari, che entra nell’inquadratura tenendo in mano una casseruola. E tutti e due giù a ridere.

Federica, Federica, vieniti a vedere queste storie di Meschiari: c’è qualcosa che non mi torna. Ma Federica sta studiando Adorno. Io Adorno non l’ho mai letto, ma devo fare finta di sì, altrimenti Federica pensa di essermi superiore. Così vado io verso di lei, le passo una mano sulla spalla, dico: «Eh!… Adorno, Adorno…»

Alle sei di sera esce una foto pazzesca di Matteo Meschiari che tiene in braccio il piccolo Lucky, e davanti a loro una tavola imbandita: al centro, la pirofila di gnocchi al ragù di “lepre”. Che roba.

Mi scrive D’Antuono:
FACCI IL MEME
FACCI IL MEME
DOBBIAMO CONTRATTACCARE. DOBBIAMO FARLO PER MICHELE.

Ma che me ne frega a me di Michele Vaccari. Questo si mangia i cani e a me non mi sta bene.

Cerco di far arrivare la notizia ai piani alti. Ma tutti mi dicono che non ho le prove. Che mi sogno le cose. Persino mi viene detto: «Che male c’è a mangiarsi un cane?» – ma non posso rivelare la persona che mi ha detto così. Federica stessa non mi pare più di tanto turbata. Scrivo allora a Michele Vaccari, ma persino lui sembra minimizzare. «Ma no, ma no», dice, «devi battere su altri tasti! È uno squadrista maschilista imperialista!, quello devi dire e smemare!».
Ma qui a nessuno importa davvero degli animali?

Stefano… Ma perché il cane no e la lepre sì?
Aiut! M-Ma lei è il Signor Adorno?!
Esatto. Rispondi, adesso: perché il cane sì e la lepre no?
Oddio, be’… Perché il cane… Non lo so…
E lo so che non lo sai. Mi devi studiare. Altro che “Adorno, Adorno…”
Mi scusi.
Mavafangul’.

Mi sveglio di soprassalto. Federica è all’altro lato del tavolo e mi guarda con sdegno. «Fatti i meme per Pierluca?». «No», le rispondo. «E ti credo, dormivi», fa lei. Ma quindi? Le stories di Meschiari me le sono sognate?
Vado subito a controllare.
Non ci sono.
«Mi fAaAiIi un CaffeeeeEeè?»
FEDERI’, E PORCODDIO, UN ATTIMO!

Stefano Felici

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