Cover #2: Il moschiglione

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Claudia D’Angelo, La Gigantessa

Permettete che dopo cinque anni di blog e due da mensile cartaceo noi si abbia smesso da un pezzo di conticchiare nomi e cognomi (peraltro impilati tutti qua)? Una cosa è certa, benedettə ragazzə: in sette gloriosi anni La Nuova Verde ha pubblicato la qualunque, le penne più valide della già litosfera litweb (permettete che dopo cinque anni di blog e due da mensile cartaceo noi qua si ricicli frizzi e lazzi) hanno contributo alla causa, tutte meno una che oggi finalmente firma le nostre pagine.
Monica Pezzella è nata a Scafati (SA) nel 1983. Vive a Roma. Ha studiato archeologia orientale e poi editoria. Traduttrice e editor, ha collaborato con Nutrimenti, LUISS University Press, Fabbri, Elliot, Ponte alle Grazie (NDR non manca nessuno? eheheh). Qualche racconto pubblicato su qualche rivista, Nazione Indiana, TerraNullius ecc. Nel 2019 ha fondato online la rivista di scrittura verticale Sulla quarta corda, che noi amiamo molto e così speriamo di voi.
A Monica non potevamo chiedere un banale pronto da portare confezionato in serie per gli standard di letture dozzinali del nostro amato pubblico, ma un elaborato sartoriale per Cover, la rubrica che riscrive alcune delle storie che hanno fatto la storia di Verde.
La gigantessa è un mito fondativo della civiltà che abbiamo creato, inutile linkare, chi ci segue sa dell’importanza del primo racconto di Alessio Mosca (di chi non ci segue ce ne fottiamo alacremente). Il moschiglione riapre quel testo ricreando quell’insieme di condizioni di felicità che solo una traduttrice poteva soddisfare (posto che significhi qualcosa). In altre parole: un giorno bello per Verde.
10 a 1 che Tina se ne innamorerà. Auguri a IBIB, sono passati tre anni pazzeschi. A maggio le chiedevamo in diretta i primi racconti segnalati: lei non lo ricordava, noi invece sì (e già c’eravamo con Gioia).
Un oscuro laboratorio di parole a capo è nato. Seguitelo. E segnatevi quest’altra penna che non abbiamo pubblicato (per ora) (eheheh): Valeria Marzano (già fondatrice del noto Collettivo anarco-satanista) In fuga dalla Bocciofila. Se toccano uno toccano tutti (qua), non ci fermano due incendi figuriamoci i furti (down with the patetici intimidatori pazzi). 
Mentre voi leggerete queste righe noi saremo a scuola, chi in classe, chi in cucina a preparare “Ricette“. Mercoledì ve ne diremo. Buon inizio, che Iside vegli su di noi e sui collage di “ClaupatraD’Angelo.

Lei disse: «Un moschiglione proprio tale e quale al tuo cazzo» e quella fu l’ultima volta che c’incontrammo. In meno di un secondo lei era diventata inservibile, e a me era passata del tutto la voglia di vederla.
L’avevo cercata per oltre venti giorni nei vicoli e nei sottopassi, sul lungofiume di qua e di là dai ponticelli; mi ero addentrato di soppiatto nelle corti private e mi ero chinato a sbirciare sotto le serrande semiaperte; per rendere il tutto ancora più patetico, mi ero persino alzato sulle punte, a scorticarmi le dita sui davanzali e il naso in mezzo alle inferriate, con la speranza di stanarla nelle case degli altri. Tutto ciò seguendo il suo odore. Le sue esalazioni di femmina, come funziona per gli animali; né più né meno. Fino a quel momento, le donne che mi erano capitate avevano tutte qualcosa di troppo o di troppo poco. Infruttuosamente magre, disgustosamente grasse, sterilmente amorfe. Quando sentii il suo odore – dovette passarmi accanto, non ne ho idea, neanche la vidi – non volli più accontentarmi. Dimenticai tutte quelle altre e mi misi a tampinare la femmina che lasciava dietro di sé l’inequivocabile traccia del mio ideale muliebre.

Una sera d’agosto passai davanti al portone della casatorre appena fuori città e seppi subito che lei era là dentro. Era una casatorre del tredicesimo secolo la cui facciata, in epoca successiva, era stata rivestita di tarsie così fitte che, una volta saliti i gradini all’entrata, si aveva l’impressione di infilare la testa dentro un alveare. Afferrai il batacchio – un cerchio in ottone con una decorazione a foglia di vite che nasceva e moriva in una testa di pavone – e diedi tre colpi. Ad aprire venne un vecchio in tutto simile a un prete: intabarrato nel nero da capo a piedi, esangue e raggrinzito in volto, dita pulite morbide affusolate, rade e irte ciocche di capelli alle tempie, occhi indemoniati. Senza che vi fosse bisogno di dire nulla, il vecchio si scansò dalla soglia per lasciarmi entrare e allungò un dito in direzione di una scalinata monumentale ma alquanto brutta: i corrimani erano, come il batacchio, decorati da tralci e foglie di vite in ottone, e lungo le pareti ascendenti correvano rappresentazioni di bestie cornute di tutte le specie, infernali ungulati che calpestavano un terreno costellato di piccoli corni neri.

Salii. Non perché me l’avesse indicato il vecchio – inquietante figuro da cui una mente sana si sarebbe allontanata di corsa – ma perché sentivo sempre più forte il suo odore. Sul pianerottolo incrociai un nano, uno di quelli disperatamente orrendi, uno di quelli veramente segnalati da Dio; lui scendeva e io salivo e già solo sapere che le sue tozze protuberanze avevano appena accarezzato il corrimano che di lì a poco avrei toccato anch’io m’incuneò un brivido di repulsione su per la schiena. Più avanti, su uno degli ultimi gradini, due uomini si schiacciavano contro il muro e si perlustravano a vicenda la bocca con la lingua; di uno vidi le calze a rete da cui, senza un briciolo di dignità, spuntavano peli a ciuffi.

Lei, la trovai a uno dei piani intermedi, dentro una stanza col soffitto a volta, già sistemata sul letto. Al centro della testiera alta e stretta – più che una testiera, sembrava un pulpito o un confessionale – spiccava un medaglione in vetro dorato rappresentante una coppia, un uomo e una donna con gli occhi strabuzzati e lo sguardo fisso come una pugnalata nel vuoto, chiaramente proveniente da un contesto funerario. La mia donna era distesa a gambe aperte, mezzo avvolta nelle lenzuola candide, i capelli raccolti in trecce dentro un reticulum di fili d’oro; nuda.

L’istinto animale mi aveva detto giusto, perché sotto quella specie di orrendo tabernacolo c’era un perfetto esemplare di femmina: alta quasi due metri, imponente ma per nulla grassa; grossa, sì, ma soda e in salute, i seni enormi e tuttavia tesi come otri colmi e pronti da spremere; e il ventre e le cosce, pure quelli già pronti e rilassati come torniti guanciali, m’invitavano ad affondarvi la faccia tutta quanta per inalare finalmente a pieni polmoni l’emanazione di sesso che tanto mi aveva fomentato il desiderio. Una regina, una gigantessa. Abbastanza grande da poter accogliere la mia solitudine; non così grande da schiacciare o afflosciare il mio ego; non così piccola da spegnermi la libidine. Bella per niente, e perciò invitante. O almeno: non bella al punto da farmi correre il rischio di percepirla come superiore a me. Né mia pari.

La donna ideale, che scopai a giorni alterni per oltre un anno, che per oltre un anno mi scopò a giorni alterni, che acconsentì più di una volta a farsi mettere in vincoli e accolse con devozione le mie catene, garantendomi che sarebbe stata per sempre – per sempre! – una casa accogliente, un’alcova calda e pulsante, il mio rifornimento di consolazione, il cuscino di carne e sangue che avrebbe parato le mie cadute, la molla di tendini e cartilagini che mi avrebbe rimesso in piedi, la fonte che non avrebbe mai lasciato che il mio palato e la mia gola e tutte le mie cavità s’inaridissero perché dalle sue cavità avrei sempre – sempre! – potuto bere. La mia gigantessa: l’amore.

Finché non disse: «Un moschiglione proprio tale e quale al tuo cazzo».

Mi voltai a guardarla – mi ero appena alzato e mi stavo rimettendo i vestiti e davo le spalle a lei che invece era ancora a letto ed era ancora nuda e in faccia aveva un’espressione che non riuscii a decifrare e che ancora oggi non saprei se definire candidamente inconsapevole o diabolicamente soddisfatta – e in meno di un secondo mi si prosciugò l’amore.
Si alza il sipario.

«Come dici?».
«Fino a un attimo fa, sulla finestra. C’era un moschiglione».
«Un moschiglione?»
«Non era proprio un moscone. Era più lungo, più appuntito. Un moschiglione».
«Non era per niente una mosca, allora. Sarà stato un altro insetto».
«Senti, era un moschiglione».
«Una parola che neanche esiste nel vocabolario».
«Esiste il moschiglione, fuori dal vocabolario. Era sul vetro della finestra, con la testa puntata verso il basso. Anzi, con la proboscide puntata verso il basso, verso il pavimento. Ho pensato al tuo cazzo».
«Al mio…»
«Che penzolava come il tuo cazzo. Quella specie di trombetta retrattile che hanno le mosche».
«Dubito che sia retrattile».
«Quella cosa che si muove su e giù o avanti e indietro. La trombetta. Puntata a terra sembrava proprio il tuo cazzo. Il cazzo peloso di un moschiglione peloso. Che schifo».
«E perché mi dici questa cosa?»
«Per parlare. Peccato che non lo hai visto. Aveva il corpo a forma di pinolo, persino un po’ pelato sulla punta del culo, come lo sei tu in testa, e finiva in quella simpatica trombetta retrattile che penzolava là in mezzo, tra due zampe più lunghe…»
«Bene. E adesso che me l’hai detto, ti sembra che possa funzionare ancora?»
«Cos’è che deve “funzionare”?»
«Questa roba che facciamo. Tutta quanta la farsa. Io e te».
«Ma che cambia?»
«Che pensi allo stesso modo al mio cazzo e a un… moschiglione. E me lo fai pure sapere».
«Come se io non lo sapessi, quello che pensi tu».
«Ti ho mai detto niente, io?»
«Non mi hai mai detto niente e non cambia niente».
«Non te l’avrei detto mai e questo avrebbe cambiato tutto».
«Forse allora è proprio per questo che te l’ho detto. Che te lo dico. Perché io sono la tua gigantessa. La tua gigantessa. E tu sei il mio moschiglione. E adesso che ce lo siamo detti non siamo più niente».

Monica Pezzella

 

 

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