La principessa col pisello

Ben svegliati. State seguendo Racconti da incubo, il nuovo show di Tv8 di Tony Guru De Vivo? Il programma è francamente pazzesco. Lui arriva in un racconto disastrato e lo trasforma con la sua bacchetta magica. Commovente, amici. Se non lo state seguendo: accattatevillo.

Oggi pubblichiamo un racconto Verde old style che sembra uscito dai vecchi Casual Friday; cos’è rimasto di quel passato glorioso? Questo racconto ci ha fatto esclamare uno dei COS più sentiti degli ultimi anni. L’autore, il pornonautico Alberto Ravasio, da non confondere con il cardinale, con garbo raffaelmorelliano e misura sgarbian-gaddesca affronta un tema che vi scalda non poco (leggiamo i vostri flame, amici, ma confrontatevi con rispetto come vorrebbe Eva Luna Mascolino), ovvero il riconoscersi o meno in un genere preciso; quanto c’è di culturale e sociale, quanto di costruito, interpretato e imposto, quando -oddio, che brutta parola- genetico? Come sapete Verde è intersezionista vera e con la genetica ci si pulisce il gremlins insanguinato (sì, chiamiamo i nostri genitali gremlins, stesse regole: non esporli alla luce, non bagnarli e non sfamarli dopo mezzanotte), non come quei poser-farisei autori di Freeda di Malgrado le mosche, per cui per noi il caso è fucking closed da quel dì, ovvero: ognuno faccia il diavolo che voglia e resistiamo per quanto possibile ai condizionamenti, consapevoli che in quanto animali sociali si fa quel che si può. Ci rendiamo conto di come occorra ribadire l’ovvio in quest’Italia disastrata e ci piace che l’amico Alberto Ravasio (dove diavolo ti eri nascosto?! Interpreti il COS che cerchiamo) ce ne dia l’opportunità. Noi l’avremmo fatto in maniera più greve e brutale, perciò ringraziamo Alberto per il suo tatto e la sua prudenza (il doc Mosca apprezzerà).

Beh, buona lettura e come direbbe Tony: Adios!

L’illustrazione è di Coliandra, Dott.ssa Sleep, Claudita Bierde: ClaudiaD’Angelo.

EDIT. Un nostro lettore ci ha fatto notare che il Ravasio ha scritto per L* N***A C*RN* (no, le delazioni non ci piacciono, manco le liste alla Raimo) però è inevitabile: la simpatia che proviamo per lui è messa a dura prova. Ma ancora una volta scegliamo il racconto, non la persona (sarà contento quel nabokoviano pazzo del doc. Mosca).

Se, per definire un suo stato d’animo, Divine osava utilizzare il femminile, non poteva fare altrettanto per definire le sue azioni. E tutti i giudizi da “donna” che emetteva erano, in realtà, conclusioni poetiche.
Jean Genet, Notre-Dame des-Fleurs

«Cosa abbiamo fatto?»
«Ti ho bevuto la sborra, papà.»
Aldo Nove, Anteprima mondiale

Non avendo mai praticato alcuno sport, la madre di Tizio fu molto colpita quando il suo bambino, tornato da scuola, le confessò che avrebbe tanto voluto diventare un campione di ciclismo, come l’adunco Coppi o il pietroso Bartali.
Il padre, metalmeccanico ammaccalamiere, era cresciuto con una sola certezza, quella di essere spazzatura. Mascella neandertaliana, piedi al posto delle mani, ventaglio lessicale di un autistico, altezza e stupidità ciclopiche, torso abnorme come un fusto di vino, aveva lavorato indefessamente dall’età di cinque anni, a ottomila metri sotto il livello della decenza.
Di denaro ce n’era poco e una bicicletta da gara costava parecchio. Ma, chissà perché, in quella vocazione l’imbecille ci credeva. Voleva puntare, voleva scommettere, come Pascal sul dio impotente.
«Ascolta, femmina», scatarrava il minchione, trangugiando la sua minestra di segatura.
«Lo sport di sofferenza è la sola speranza che resta a noi bifolchi di scalare la piramide della società. Lo schiavismo capitalistico ha selezionato i suoi servi. Il massacro del lavoro li ha modellati, salvando i più forti e sommergendo i più deboli. Tra padrone e schiavo s’è aperto un crepaccio biologico. Pensa ai negroni che corrono i cento metri o ai pesi massimi della boxe, robusti come tori. Sterminando, incatenando, il capitalista ha forgiato il suo nemico: il superuomo proletario. Il ciclismo impone un’abitudine al dolore che al borghesuccio manca. Tizio ci condurrà al riscatto. Lo sento, dio scimmia!»
E svuotato col risucchio il fondo del piatto, recitò il suo salmo cartesiano: «Patisco, pertanto esisto».
Ottuso dal miraggio dell’imborghesimento, la mattina successiva fece quello che fanno i pezzenti quando finiscono con le spalle al muro, ovvero una sacrosanta cazzata.
S’ubriacò indecentemente e, più morto che vivo, si presentò all’ambulatorio veterinario, dove firmò le carte per la vendita del rene destro. Serviva anche un sinistro, ma per coscienza di classe s’ostinò affinché gli fosse lasciato. Il baratto prevedeva l’estrazione dell’organo in cambio d’una collezione di biglie da olimpiade del valore simbolico di duecento euro, su per giù il prezzo di un velocipede di settima mano.
A dirigere la mattanza c’era un castrabuoi dalla mano spastica, baccalaureato in scienze della mungitura. In buona sostanza, un deficiente con la licenza d’operare.
L’intervento si svolse all’interno di un garage condiviso da una band satanista. Quando vide avvicinarsi l’ago, lungo quanto una zampogna, il malnato scosse spavaldamente il muso.
«L’anestesia è snob. S’usa tra le donnette che han paura del sangue e reclamano il cesareo.»
«Senza, le posso assicurare che le farà un male cane.»
«Quel che lei, signor nessuno, chiama male cane, io lo chiamo casa.»
Era nato a Secondigliano, in provincia di malavita.
Il castrabuoi, conscio d’aver a che fare con un cialtrone, s’accanì sul suo corpo, infilando bisturi nell’ano e sfasciando, per sfregio, i denti davanti.
Ma mentre zoppicava verso casa, con il cranio rasato e una cicatrice di quaranta centimetri sul ventre, il padre era felice, insulsamente felice, felice come sanno esserlo unicamente i citrulli, perché la felicità, dopotutto, è un errore di calcolo, un delta negativo. E Tizio, che era svelto coi numeri, non l’avrebbe mai provata.
Venne il giorno dell’esordio. Il padre, la madre e la nonna indugiavano sulla linea del traguardo per vederlo sfilare a braccia alzate, tra stelle filanti e majorette. L’ammaccalamiere portava un sacchetto di plastica per l’emodialisi. Era muto, come un branzino. E respirava grazie ad una tracheotomia a forma di svastica, che gli era stata praticata, durante l’operazione, a scopo goliardico.
Lagerizzata dal resto del pubblico, per manifesta povertà accattona, la famiglia guardava lontano, col collo all’insù, come i guidatori collarati a cui la vita l’ha messo in culo: tamponamento anale. Stretti l’uno all’altro, attendevano la provvidenza, nella sagoma mulinante di un ragazzino in bicicletta.
Tizio arrivò ultimo. Peggio, non arrivò. Fu squalificato perché giunto a destinazione fuori tempo massimo. E senza sella. Gli organizzatori, commossi da tanta mollezza, suggerirono al parentume di chiedere al medico un certificato d’infermità, per iscrivere il ragazzo nella sottocategoria dei minorati.
Eppure, malgrado la batosta, Tizio appariva bovinamente sereno. Di arrivare primo, secondo o ultimo, a lui importava poco o niente. L’esito era buddisticamente irrilevante. Contava il cammino, lo zen del viandante sul mare di nebbia. L’importante, diceva di malavoglia, era partecipare. Aforisma verghiano, da vinto in partenza, da vinto dai vinti.
La tribù lacrimava luttuosamente, transennata al di là di ogni decoro. Tuttavia, alle marionette della novella mancava un tassello, un tassello senza il quale il comportamento del ragazzo sarebbe stato del tutto misterioso, impenetrabile. Un tassello, che il narratore onnisciente aveva ammirato, dall’alto della sua bassezza morale, ogni volta che Tizio aveva chiuso a chiave la porta del bagno, per indossare la sua guaina aderente.
Era iniziato qualche mese prima, come un semplice risveglio sessuale. Mentre scorreva le pagine di una rivista, la sua attenzione si era incagliata nelle cosciotte salsose di Catwoman, donna gatto inzuppata di lattice.
L’innamoramento fu subitaneo. Il pube fermentava come lievito di birra, colonizzando gambe, stomaco e cervello. Il suo desiderio era scimmiesco e furioso quanto quello di un qualsiasi maschio della sua età. Eppure, per un crudele lazzo del dio baro, s’esprimeva in senso inverso, invertito.
A differenza di Batman, Tizio non anelava al possesso dell’animale donna: non voleva avere Catwoman, ma essere Catwoman. Soggiacere al coito nella dislocazione gregaria del posasperma, ammutolito dal mozzicone penico.
Il pomeriggio, dopo la scuola, approfittava della solitudine per infilare i tessuti della madre: scarpe con tacco himalaiano, calze leopardate, culotte in morbido pizzo floreale, bustino modellante color rosso cardinalizio in stile Moulin Rouge, reggiseno in pelle nera con aculei capezzolari, kimono di seta, collanone etniche confezionate dai cannibali tuareg, braccialetto indiano e assorbente mestruale.
Pensava a se stesso al femminile, declinando i predicati al transitivo passivo. Sdraiato sul letto, con le Mary Jane dondolanti sopra la testa, divorava i romanzastri di Jane Austen. Sottolineava con l’evidenziatore le dichiarazioni d’amore, spalmando il pene burroso sulla superficie del cuscino.
Si smaltava le unghie dei piedi. Preparava una mistura di polvere d’henné e decorava le caviglie di miniature e arabeschi. Insaporiva la punta del rossetto, affondandola nell’anello del culo. Dunque, pepata di sterco, se la portava alle labbra.
I sapori della donna erano la sua personalissima sbronza. In lui l’essenza era l’assenza. Non il piede ma la scarpa. Non la mano ma il guanto. Non l’occhio ma l’occhiale. Non la fica ma il porno. Non la vita ma il sogno.
A coronamento della metamorfosi Tizio applicava una coppia di ciglia finte all’imboccatura dell’ano (perché la prima cosa che si guarda è lo sguardo). Le sbatteva civettuosamente. Ammiccava al nulla.
Si era scelto un nome d’arte: «Transustanziazione», perché, abbreviandolo, i suoi amanti l’apostrofassero «Trans». Vagheggiava d’un battesimo sadiano, durante il quale i suoi occhi supplicosi da squinzia avrebbero ricevuto la folgorazione ulcerante del seme di maschio.
Da principio aveva scagionato filosoficamente quelle assurde sperimentazioni. Nei panni della donna, si diceva, avrebbe esplorato nuovi gironi di consapevolezza psichica. Infine, dopo mesi di meditazione e onanismo, si convinse che era l’abito a fare il monaco e, placato, s’arrese al richiamo ancestrale del cazzo. Lui era una frocia. Punto e a capo.
L’adolescenza aveva prodotto, oltre al desiderio, una fioritura di pelame che Tizio odiava, perché in netto contrasto con il suo modello di bellezza serafica, incorporea. Tuttavia, se si fosse tosato, i genitori e i colleghi se ne sarebbero immediatamente accorti. Dopo aver riflettuto a lungo, maturò l’intenzione d’iscriversi ad una setta ginnica che prevedesse, tra le sue cerimonie, la depilazione a scopi sanitari.
La preferenza ricadde sul ciclismo, l’associazione carbonara dei pedalatori a dopaggio. La prospettiva di sostare in bilico su un palo d’acciaio, con addosso una salopette traslucida e senza l’intralcio della biancheria, era quanto di più allettante potesse immaginare. Un’approssimazione arrotondata del mestiere di buco.
Ironia della sorte: il padre popolano, che si era fatto il culo, eterosessualmente, per quarant’anni, contribuì, col suo rene, a fare in modo che il figlio, omosessualmente, si facesse a sua volta il culo, per il resto della vita.
Il progetto di Tizio era troppo articolato perché il parentado fosse in grado di comprenderlo. Per quasi un anno visse nel paradisiaco. Una volta alla settimana, dopo la doccia, scartavetrava la sua virilità, immergeva le gambette nel fodero attillato, e se le coccolava paganamente per ore, pompando sangue bianco. Davanti allo specchio limava il portamento, lo puttanizzava. Rammendava il bottoncino sfinterico con la punta dell’indice. Si piaceva, si sarebbe ciulato da solo.
In bicicletta pedalava a rilento, perché voleva plagiare l’amore, emularlo. E se si fosse impalato in tutta fretta, una legnata e via, sarebbe stato un coito sportivo, una sudata erotica. Lui no, esigeva i preliminari: il solletico al colon, le smancerie prostatiche, i bacetti a pioggia, l’illusione di un senso, forse persino la malattia venerea nota al volgo come gravidanza.
Senza pudore, in mezzo alla strada, mentre dietro le macchine disegnavano serpentoni chilometrici, Tizio danzava sul cazzo di carbonio, come un dervisci rotante. Tutti gli avversari lo superavano, lo doppiavano, lo battevano e sbattevano, e lui lasciava fare, passivizzante, perché la disfatta in gara consolidava il suo animo moscio, vaselinato.
Ma il suo piacere aveva le ore contate, come la vita agra del padre. L’ammaccalamiere, tre giorni dopo essere andato in pensione, naufragò sul pavimento, eruttando una palude di vomito, al cui centro veleggiava, come una barchetta, il cervello brodoso.
Ingranaggio asportato dalla catena di smontaggio, ora che non faceva più parte del tutto, l’operaio era superfluo quanto una toilette in piscina (che tanto si sa: il bagnante urina barbaramente in acqua).
All’ospedale, la radioscopia rilevò la presenza di una testa di cane, riposta poco sotto i polmoni. Il veterinario, durante l’operazione, doveva essersi divertito a tumefare l’organismo. Ne era emersa un’opera d’arte truculenta e beffarda, alla Francis Bacon.
«Che razza di cane è?» domandò la consorte al medico, che rideva impudicamente.
«La peggiore: un labrador retriever giallo spurgo», rispose con sapienza, puntellando la lastra in corrispondenza della dentatura a forbice e del muso ampio e appuntito. «Inasportabile, irreversibile.»
«Dio con la vagina, ma come è potuto succedere?»
Fissava cretinamente quel tumore provvisto d’orecchie a triangolo e occhi castano scuro.
«Signora, la chirurgia è come una scatola di cioccolatini», aforismò il dottore.
«Non sai mai quello che ti capita?»
«No, è che non serve a un cazzo.»
Il pezzente spirò in sala d’attesa mentre i medici erano in pausa caffè.
«Vuole che doniamo gli organi, signora?»
«No grazie, me li insacchetti e basta. Ci farò uno stufato di fagioli alla messicana. Alla mia età non si butta via niente.»
Mentre rientrava in casa, con un sacco della spazzatura pieno di budella, vide una mignottona seduta sul divano che piluccava rotolini di riso avvolti in alga nori. A dimostrazione della sua topografia sessuale, il mangianastri diffondeva a tutto volume un pezzo cult del popolo culanda: Reality, tratto dal filmastro Il tempo delle mele.
«Dreams are my reality, the only kind of real fantasy, I dream of loving in the night and loving seems alright, although it’s only fantasy.»
Come i discepoli di Emmaus, che non riconoscono il cristo dopo il lifting della resurrezione, anche la madre di Tizio ebbe qualche difficoltà nell’identificare, sotto il maquillage da marchettara, la fisionomia del suo bambino.
«Chi sei tu?» ringhiò la vedova. «Chi ti ha fatto entrare, zoccola portoricana?»
Tizio non fiatò, ma capì quanto era successo. Spinto da un impulso d’affetto s’alzo e allungò le braccia. Lei allora comprese, comprese e provò rabbia e compassione.
Aveva il diritto di opporsi, insorgere, macellare. La più efferata delle reazioni sarebbe stata pienamente giustificabile, e dunque giustificata. Suo marito era deceduto a causa d’una testa di labrador retriever rinvenuta nell’addome. Il figlio aveva contratto il flagello del pansessualismo carnevalesco e a breve avrebbe preso in bocca i tubi di scappamento dei camion in sosta al casello.
Eppure la donna non fece nulla. Il protagonismo non le apparteneva. Era sempre stata una comparsa nella sua stessa vita. Non avrebbe vociato, per non disturbare i vicini. Piuttosto, si sarebbe allevata un melanoma, appassendo nell’anonimato. Abbassò i suoi occhietti da sorcio, impugnò le interiora e si spostò in cucina, dove avrebbe preparato, come ogni giorno, una cena premurosa ma nauseabonda.
In bancarotta spirituale, Tizio terminò il suo sushi e andò a vomitare in bagno. Si coricò, desnudo, nel suo lettino a mezza piazza, e attese che la marea arcobaleno del suo inconscio finocchiesco lo trascinasse via, portandolo al largo, ovunque purché lontano da lì.
Forse, negli anni, avrebbe indossato fieramente l’uniforme a rete della squinzia, le maschere facciali di strutto spermatico, oppure no, avrebbe negato, sublimato, vissuto nella mutilazione quotidiana di un desiderio tanto osceno, inenarrabile. Ma in ogni caso, qualunque fosse stato il suo futuro, tra gli infiniti possibili, ogni notte, nel mondo onirico freudiano, pieno zeppo di cazzi, seppur simbolici, Tizio avrebbe sempre vissuto, e regnato, come una principessa: una principessa col pisello.

Alberto Ravasio

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