Bio 4 Poors

Polemichetta degli ultimi giorni: il Doc Mosca rimpiange la “gestione Ramses D’Antuono” e invoca il suo ritorno; rifiuta contestualmente di riconoscere che si tratti di sindrome di Stoccolma.

Comunque il D’Antuono non è mica stato con le mani in mano e, no, non è “stato cacciato”, bensì si è ritirato con Simone Sauza, Valeria Marzano, Elon Musk e Marco Montemagno in un piccolo bunker nei pressi di Grottaferrata, dove i cinque stanno sviluppando una applicazione di dating per Litweb, sotto la supervisione di Dario De Cristofaro. Perché lo fanno? Perché tra i tanti temi usciti nel corso della pandemia e sollevati da Simone Ghelli non c’è solo il classico “con la cultura nun se magna”, ma c’è anche l’ancor più viscerale “co’ i libri nun se scopa” (che poi a manifesto è stato declinato in “spesso il lavoro del letterato è un lavoro solitario”).

Ecco perché nasce Lit-bang! La prima app di dating che non ammette distinzioni di genere, razza e casa editrice. Pierluca voleva togliere pure il limite d’età ma su questo Elon è stato abbastanza irremovibile. Vi aspettiamo per il lancio ufficiale il 16 luglio!  

Ed eccoci al racconto di oggi. Un racconto che vi farà riflettere e che mira a tirare uno schiaffetto alle vostre belle faccette borghesi di lettorə del mattino. Rosa Monicelli vive a Bologna. Legge in continuazione e, se potesse, non farebbe nient’altro, ma le piace anche gironzolare per la città e non fare niente sul divano. Discute spesso e si infiamma facilmente. Scrive di nascosto, ricavandone un piacere intenso e un po’ perverso. Siamo lieti di averla per la prima volta con noi su Verde.

L’illustrazione è di Dionisio Izzek.

Le prime macchie di giallo pallido compaiono sui palazzi grigi di Piazza dell’Unità. La brina ricopre la lapide della Battaglia della Bolognina, mentre quella della Svolta è ancora spaccata dal 25 Aprile scorso. Sul frammento di destra ci hanno disegnato un’enorme falce e martello rossa, a sinistra un cazzo. Anche i canestri in mezzo alla piazza sono tutti bagnati e se ne stanno lì, in attesa che il solito gruppo di ragazzini cinesi e filippini passi a farsi due palleggi prima di scuola. Fa un freddo cane e la donna si stringe nel vecchio cappotto, strusciando le guance contro l’inserto in eco-pelliccia del bavero, nella speranza di ricavarne un po’ di calore. È rannicchiata sulla panchina, con un pezzo di cartone a difenderla dai liquami maleodoranti. Alcool? Piscio? Non lo sa. All’altra estremità sono ammucchiate cinque o sei bottiglie di EcoMoretti. Dall’etichetta di carta riciclata il vecchio baffuto sorride, stringendo una piantina di luppolo in una mano e un pianeta Terra in miniatura nell’altra. La donna osserva la birra per un po’, poi torna a sfregarsi le mani. Nella fretta di andarsene dal dormitorio si è dimenticata di prendere i guanti dall’armadietto, quelli vecchi di pile arancione, pieni di buchi ma caldissimi e ora è costretta ad andare alla Caritas e fare a botte per procurarsene un nuovo paio. Perfino la Caritas da un paio d’anni non accetta più la roba sintetica e arrivano molti meno vestiti. Ovviamente i guanti di cachemire o ecopelle, i più caldi, sono pochi e vanno via subito. Si può puntare al massimo a quelli di lana cotta, che non vanno più di moda da parecchi anni. Senza contare che dopo lo scandalo delle fake fabrics – come lo chiamano i giornali – la lana cotta, il feltro e il panno sono finiti nell’occhio del ciclone e ora la gente si guarda bene dall’indossarli.
Tra mezz’ora apre la Pam. La donna guarda insistentemente lo schermo rotto dello smartphone, indecisa se restare sulla panchina o avviarsi verso il supermercato e sistemarsi davanti alle porte scorrevoli, prima che arrivi il tizio nigeriano a fregarle il posto. Tossisce un paio di volte, riempiendo i pantaloni sgualciti della tuta di schizzi di bava e un po’ di catarro. Prova a chiudere meglio la zip della felpa, che le rimane incastrata a metà. Avrà quindici anni quella felpa. L’ha rubata un pomeriggio alla Decathlon, mentre era in botta totale. Un furto senza senso poi, se si considera che era il periodo del boom del Wooltex, una specie di gore-tex in lana caprina, e tutto il campionario sintetico era in svendita a uno o due euro. Poi anche il Wooltex è finito nell’occhio del ciclone perché la percentuale di sintetico era molto più alta di quanto dichiarato sull’etichetta e, negli anni, è stato sostituito dallo Jutex, poi dal Flaxpec e infine dal DermoHemp, un tessuto di canapa impermeabile e indistruttibile, che adesso è il preferito dei ricchi bolognesi dediti allo jogging e allo yoga. La donna tenta un’ultima volta di tirare su la cerniera, poi decide di lasciar perdere e, sbuffando, si alza dalla panchina. Mentre attraversa la piazza a passi lenti, cerca di tenere lo sguardo fisso sul pavimento, per incrociare il meno possibile le facce grigie e assonnate dei bolognesi che vanno al lavoro. Ormai è diventata bravissima ed è capace di non alzare mai gli occhi per tutto il tragitto. Mentre cammina, annota mentalmente le scarpe che incrocia sulla strada: polacchine da ufficio in fibra di ortica e canapa, stivali di sughero con tacco di pneumatico riciclato, sneakers di ecopelle e DermoHemp, quelle nuovissime della linea Seeds Of Shoes della Nike che costeranno duecentocinquanta euro minimo. È quasi arrivata al marciapiede e ora deve concentrarsi per bene, perché c’è la strada da attraversare e a quest’ora c’è un sacco di traffico. Con la coda dell’occhio nota un paio di scarpe da ginnastica malandate che arrivano dalla parte opposta alla sua. Sono delle Salomon rosse e arancioni, tutte bucate e con la suola consumata. Quelle scarpe lì non le vede almeno dal 2020 o 2021. Ci vuole un bel coraggio a portarle, tutte rivestite di plastica lucida e così sfacciatamente sintetiche. Perfino la donna, che di solito se ne frega di quello che pensa la gente, preferisce indossare scarpe meno appariscenti, con almeno un insertino di juta o canapa sulla linguetta. Chi le indossa deve essere un poveraccio, talmente indigente o drogato da non avere nemmeno la forza di trascinarsi fino alla Caritas e trovare qualcosa di decente nel mucchio di vestiti. Incuriosita, la donna alza lo sguardo. La padrona delle scarpe è una tizia con lunghi capelli unti e grigiastri che le ricadono sulla fronte. Così imbacuccata nel vecchio impermeabile in pvc, il viso si scorge a malapena. La donna stima che possa avere più o meno la sua età, anche se l’aria stanca e le profonde rughe sulla fronte le aggiungono una decina d’anni. Ha un’aria familiare, pensa la donna, chissà perché. Forse anche lei si faceva, forse anni prima si sono incrociate nel parchetto dietro la Pam o nella casa abbandonata affacciata sul Navile, strafatte sui materassi lerci, o magari in coda all’unità di strada in piazza, quando ancora il Comune pagava per i servizi di riduzione del danno. La tizia unta si accorge che la donna la osserva, emette un mugolio e accelera il passo. Datti una calmata eh, pensa la donna tra sé e sé, poi torna a guardare la strada, proprio mentre un enorme bus sta inchiodando davanti a lei. Il conducente si sporge dal finestrino e comincia a sbraitarle contro. Lei sbuffa, abbassa di nuovo lo sguardo e attraversa la strada, maledicendo mentalmente i bus elettrici e quel cazzo di ronzio silenziosissimo, che migliora sicuramente l’inquinamento acustico, ma che per poco non le faceva fare la fine degli istrici nelle strade di campagna.

La Pam è aperta e il maledetto nigeriano si è già posizionato sul lato destro della porta – il punto migliore per fare soldi, protende il cappello verso i pochi clienti che entrano e escono dal supermercato. La donna riesce a intravedere lo scintillio delle monetine nella fodera logora del cappello. Le sembra addirittura di scorgere una banconota. A quell’ora del mattino. Maledetto. Il nigeriano le rivolge un ghigno soddisfatto e lei gli mostra il dito medio. Non le resta che sistemarsi sul muretto che circonda l’aiuola, lungo la parete laterale del supermercato. Per farsi notare da quel punto e racimolare i fatidici due spicci, è costretta a bloccare fisicamente le persone che escono dalla Pam. Che scocciatura, pensa. L’unico aspetto positivo è l’enorme schermo piatto che percorre tutta la parete del supermercato, dove passano in continuazione spot dei prodotti in vendita, delle migliori offerte e, ogni ora, cinque minuti di notiziario. La donna si siede sul muretto e decide di approfittare dell’intrattenimento gratuito, in attesa che arrivi la clientela del mattino. Sullo schermo, una famiglia composta da madre, padre, nonno, nonna, tre figli, cane e gatto sta facendo un pic-nic in una valle assolata circondata da montagne. La bambina saltella per il prato, coglie un grande mazzo di fiori di campo gialli e li offre alla mamma, che le stampa un bacio in fronte, poi dona un fiore a ogni membro della famiglia. Questi li accettano sorridendo, poi se li infilano in bocca e iniziano a masticare, felici. Anche il cane e il gatto divorano i fiori. Dall’Appennino alla tua tavola – recita la voce fuori campo – i migliori fiori eduli selezionati con amore per te e per la tua famiglia. Una grafica nell’angolo in basso a destra ricorda l’offerta del giorno: due confezioni di Lavanda, Iris & Erbette a soli 12,99€. Minchia, borbotta la donna tra sé e sé.
Dal retro del supermercato sbuca il vecchietto del condominio all’angolo che, come ogni mattina, chiede alla donna: «Come va?» e lei, come ogni mattina, gli risponde: «Uguale».
«Vuoi che ti prendo qualcosa da mangiare?», dice lui.
«Guarda che puoi anche darmi i soldi direttamente», fa lei.
«Sai che preferisco di no», risponde lui.
«Sai che non mi faccio più», insiste lei.
«Si, ma non si sa mai», conclude lui, ed entra nel supermercato.
Che palle, pensa di nuovo la donna e torna a guardare lo schermo, sul quale adesso un contadino locale sta decantando le lodi delle sue verze biologiche a chilometro zero a soli 6€ al chilo. La donna sente dei passi dietro di lei. Prega che non siano quei ragazzini drogati che nelle ultime settimane vengono a fare concorrenza a lei e al nigeriano, sempre strafatti e rumorosi. Non li sopporta proprio. Si gira. E’ la tizia di prima, quella con le Salomon sgargianti e l’aria familiare. La tizia salta giù dall’aiuola e si siede sul muretto, proprio accanto a lei. Sembra incazzata, o delusa. Nella mano stringe un pacco di pasta Natural Luxury, quella prodotta da grani emiliani e trafilata a bronzo, venduta sfusa senza imballaggi, che pubblicizzano continuamente in tv e che costa 11€ al chilo.
Le due donne stanno lì per un po’, in silenzio.
«Non badi a spese tu, eh» fa la donna a un certo punto, indicando la pasta.
La tizia la guarda. «Una follia» risponde. «Tutta la corsia 7 della Pam è una follia. So che tutti sono entusiasti delle cose sfuse, ma chi è che spende 15€ per dei piselli secchi del cazzo?»
«E allora perché l’hai comprata?», la incalza la donna.
La tizia distoglie lo sguardo e fissa lo schermo.
«Mia figlia», risponde dopo un po’. «Oggi viene a pranzo. Dice sempre che sono sciatta, disattenta e che non faccio niente per la Rivoluzione Green, che ogni volta che viene a pranzo mangia solo merda. E insomma oggi volevo farle una sorpresa, ma mangiare ‘sta roba è veramente immorale» conclude, sbattendo il pacco di pasta sull’erba umida.
Questa è matta, pensa la donna, poi torna a guardare la tv.
Sono le 8 in punto e inizia il notiziario. Sullo schermo, il candidato del Green Radical Party parla davanti a una folla di gente.
«È il comizio di ieri in piazza», dice la donna.
La tizia coi capelli unti annuisce senza distogliere gli occhi dallo schermo. Il candidato ricorda al pubblico l’enorme rispetto del suo partito per il Patto Atlantico e dichiara la sua totale adesione alla missione delle Forze di Pace in Ecuador. La folla applaude. Poi il candidato si scaglia contro la mancanza di rispetto degli immigrati nei confronti della Rivoluzione Green Occidentale e promette di fermare alla frontiera chiunque non aderisca ai valori della Nazione: Ecologia, Identità, Rispetto delle istituzioni. Altri applausi. Infine batte il pugno sul tavolo e promette che il governo da lui guidato non tollererà nessun altro sopruso da parte dei terroristi e che l’attacco di venerdì scorso alla sede del partito non rimarrà impunito. La folla è in delirio.
La tizia sputa a terra, mancando le scarpe assurde di pochissimo.
«E meno male che eri il paladino dell’internazionalismo e della solidarietà tra i popoli», borbotta.
«Con chi ce l’hai?» le chiede la donna, incuriosita.
La tizia indica lo schermo con la testa, continuando a guardare a terra.
La donna la scruta pensierosa, poi si batte una mano sulla fronte.
«Ma io lo so chi sei!» grida entusiasta. «Sei Antonia Brandeis, la leader dei Green Radicals prima che diventassero un partito. Mi ricordo di te a fare i blocchi in autostrada! Ti avevano pure arrestato un paio di volte, no?»
La tizia emette un lungo sospiro e stringe la testa unta tra la spalle.
«Già» dice.
«E poi che è successo?»
«Che vuoi che sia successo» le risponde Antonia con un risolino amaro. «Lo senti cosa dicono? Ti sembra che ci sia stata una rivoluzione? E’ tutto come vent’anni fa, solo che al potere ci stanno loro e chi prima guadagnava sulla merda chimica ora guadagna sulla roba bio.»
La donna la guarda, non sa che dire.
«Cosa credi, anch’io mi ricordo di te» continua Antonia. «Vent’anni fa tu eri qui, nello stesso identico punto, proprio come lui» prosegue, indicando il nigeriano. «Cos’è cambiato per voi? Poveracci eravate e poveracci rimanete. Solo che adesso il cappello per l’elemosina è di fibra di lino.»
La donna guarda il cappello del nigeriano, che si riempie piano piano. Poi si volta verso Antonia: «Mi chiamo Anna, piacere». Le due donne si stringono la mano.
In quel momento arriva il vecchietto, che porge ad Anna un sacchetto di plastica biodegradabile.
«Tieni, è l’insalata di noci della Bio 4Poors», le dice. «Pare sia deliziosa, così almeno metti qualcosa di sano sotto i denti.»
«Ammazza oh, ti sei sprecato» interviene Antonia, strappandogli di mano il sacchetto.
Il vecchietto la guarda stupito, poi nota le sue scarpe e se ne va via disgustato. Anna ridacchia. «Madonna come mi stanno sul cazzo questi», dice Anna. «Pensano di comportarsi da buoni cristiani dandoci gli avanzi dei loro fiori di merda, ma la verità è che gli facciamo schifo.»
«Già, ipocriti del cazzo», conviene Antonia. «E io come una scema che compro pure la loro pasta schifosa» conclude, lanciando il pacco di pasta in mezzo a una pozzanghera. I rigatoni marroncini galleggiano nell’acqua fangosa.
Anna li osserva per un po’, giocherellando con le maniche del cappotto, pensierosa. Improvvisamente si tira su e afferra le mani di Antonia. «Facciamogliela pagare!» dice.
«E come?»
«Andiamo alla corsia 7 degli sfusi e caghiamo nei dispenser»
«Tu sei fuori di testa» la liquida Antonia con un gesto della mano, poi torna a guardare lo schermo.
Anna le stringe le mani ancora più forte. «Ma dai, pensaci. Entriamo, mettiamo la cacca nel contenitore della pasta e ce ne andiamo alla chetichella.»
Antonia osserva Anna di sbieco, la tv non sembra più interessarle granchè.
«Ma te li immagini, tutti quegli stronzi pieni di soldi o i gestori dei locali bio del centro che sembrano boutique di lusso, mentre servono i loro rigatoni trafilati in salsa flambè, tutti pieni di merda!» insiste Anna, costringendo Antonia a guardarla negli occhi.
Antonia riflette per qualche secondo, con la faccia seria.
«Ma sì cazzo, facciamolo», poi sorride ad Anna e corre dietro la siepe dell’aiuola, che gli habitué della Pam chiamano “Il bagno pubblico”.

Anna e Antonia si tengono per mano e si dirigono verso l’entrata della Pam. Nella mano destra, Anna stringe il sacchettino che conteneva l’insalata e cerca di tenerlo più distante che può dal suo corpo. Arrivate alla porta scorrevole, le due donne si scambiano un’occhiata. Il tipo della sicurezza le guarda di sbieco e, istintivamente, porta la mano al manganello. Le due donne inspirano profondamente e varcano la porta. Poi, sempre aggrappate l’una all’altra, camminano, quasi marciano, verso la corsia 7. Con falcate lunghe e coordinate superano le corsie 1 e 2 dedicate ai germogli in scatola e ai semi surgelati, marciano oltre la 3 e la 4, dove sono conservati i prodotti freschi locali e le specialità della pianura, quasi corrono passando davanti alla corsia 5, riservata interamente alla linea Bio4Poors, che ultimamente sta andando a ruba e spiccano il volo alla corsia 6, lasciandosi dietro il profumo del reparto gastronomia, che solo per oggi serve ai clienti un assaggio di manzo padano in salmì con rosa canina dei calanchi. Eccole, finalmente, alla corsia 7: un lungo tunnel di enormi otri di vetro trasparente, come in una modernissima cantina vinicola, che scintillano sotto i led a basso consumo.
Anna e Antonia si abbracciano, battono le mani, saltellano e accennano passi di danza, eccitate come bambine a una festa. Di nuovo intrecciano le mani e si fanno largo tra la gente, che aspetta pazientemente il proprio turno per riempire i sacchetti di carta riciclata di ceci secchi, fave essiccate e pasta di piselli. Arrivano di fronte al dispenser di pasta Natural Luxury, il più grande, il più imponente, il più brillante. Un mare di rigatoni marroncini, che si trasforma in un ruscello ogni volta che qualcuno apre la valvola alla base del contenitore per riempire il proprio sacchetto. Chi ha bisogno di grandi dosi, invece, può aprire un cassettino sul lato del silo e utilizzare l’apposita paletta per pescare i rigatoni direttamente dal mucchio. E’ la modalità che preferisce chi deve sfamare famiglie numerose o chi gestisce ristoranti e trattorie. E’ anche la soluzione perfetta per Anna e Antonia, che devono solo aprire il cassettino, svuotarvi il contenuto del sacchetto e lasciare che le feci ancora calde si mescolino alla pastasciutta. Semplicissimo.
Antonia dà una pacca sulla schiena di Anna, per incoraggiarla. Anna annuisce e fa per sciogliere il nodo che chiude il sacchetto. Il nodo è stretto, per cui deve armeggiare un po’. Finalmente il sacchetto si apre. La puzza di merda copre per un attimo gli odori artificiali di pane appena sfornato e carne arrosto, poi le essenze si mischiano in un unico schifoso odore di fogna. Antonia guarda Anna, con la mano ancora sulla sua schiena. Anna esita. Guarda prima il sacchetto, poi Antonia, poi di nuovo il sacchetto. Antonia sbuffa rumorosamente e le strappa il sacchetto dalle mani. Apre lo sportellino al lato del silo con uno strattone e per poco non lo rompe. Inclina il sacchetto nel cassettino. L’odore di merda ora è più forte. Il contenuto del sacchetto scende a fatica. Antonia dà qualche colpetto in fondo per facilitare l’operazione. La merda ora sta scendendo, è quasi all’imbocco della busta. E’ uno stronzo bello grosso, ma abbastanza molle da sfaldarsi e mimetizzarsi con i rigatoni. Proprio quando lo stronzo sta per uscire, Antonia chiude gli occhi per un attimo, poi raddrizza il sacchetto. Lo stronzo viene di nuovo risucchiato nel fondo della busta, la busta sigillata con un nodo strettissimo e il cassettino richiuso con una gomitata.
«Non ce la faccio, andiamocene» dice. Afferra il braccio di Anna e la trascina lentamente verso l’uscita.

…i migliori fiori eduli selezionati con amore per te e per la tua famiglia. Sullo schermo, la famiglia felice mastica fiori circondata dalle montagne.
Anna e Antonia siedono sul bordo dell’aiuola, i piedi che dondolano. Fissano lo schermo e non si parlano. Ogni tanto una delle due tossisce o sputa per terra. Inizia il notiziario delle 9.
Il mezzo busto guarda in camera con aria grave. Torna l’emergenza terrorismo. Pochi minuti fa un commando armato ha assaltato la centralina elettrica di EnerVerde a Roma, che alimenta la metropolitana e i tram della capitale, oltre a tutte le auto elettriche di ultima generazione commercializzate dalla compagnia, il quartiere energy-smart di lusso situato nel cuore della capitale, residenza di tutti i dirigenti di EnerVerde e del Green Radical Party e le fabbriche Bio4Poors, il brand alimentare di grande successo appena lanciato dalla multinazionale. “Un enorme danno per la nostra società e per chi crede nella Rivoluzione Green”, ha dichiarato l’Amministratore Delegato di EnerVerde. “Non avremo pace finchè i terroristi non saranno distrutti” ha commentato il candidato del Radical Party. “Li rinchiudiamo e buttiamo via la chiave” ha detto il capo della Polizia, durante la conferenza stampa tenutasi…

Anna cerca la mano di Antonia, la trova e la stringe. Antonia la guarda e sorride, poi appoggia la testa sulla sua spalla. Le due donne se ne stanno lì, strette l’una all’altra, la plastica dell’impermeabile che sfrega contro l’ecopelle del cappotto.

 Rosa Monicelli

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