Una fine miserabile

Oggi pubblichiamo un racconto che ci è piaciuto enormemente come non ci accadeva da molto tempo. C’è la Milano calibro 9, la mala, la prima repubblica, Craxi, Landolfi, Gadda, Bordiga, Schizogene, Buzzati, insomma solo per questo va letto. Possiamo dire che in redazione è già un grande classico. Ci è stato raccomandato da Giuseppe Genna, come “un bravo bauscia da sistemare” e noi lo stavamo per pubblicare senza manco leggerlo, come al solito, invece, stupore, grande gaudio: il racconto è formidabile! Ci siamo interrogati a lungo se pubblicarlo o far slittare la pubblicazione visto i temi trattati. Era in calendario da molto, ben prima della querelle che ha riguardato Montanelli. Intanto, per non sbagliare, Verde si dissocia dal montanelliano Frau come NN con Ibba. E visto che ci siamo ci dissociamo pure da quel nabokoviano pazzo del doc Mosca. Non possiamo rischiare di perdere il nostro posto nel salotto buono della lit-web. Proprio stasera c’è una festa a casa di S.M. Serafini (paggio d’eccezione G. Rizzi Baby ircocervo) e vogliamo sfoggiare il papillon regalatoci da D. De Capitani. Carlo Martello verrà come al solito con le black panthers a seguito.

Il racconto che vi proponiamo si chiama Una fine miserabile – avremmo anche cambiato il titolo, ma l’autore ci sembra particolarmente irritabile e noi possiamo permetterci solo due, tre liti al giorno (siamo a 4)-  e l’autore è Carlo Massimino che il nostro Gran Babbo D’Antuono (come Schizogene con Er puzzone) ama chiamare affettuosamente CARLO MAXIMUM OBELISCUS.

Illustrazione pazzesca di Dionisio Izzek.

Vi sto dicendo che se c’è una cosa al mondo di cui sono sicuro, una sola, è che Carlo Emilio Garra detto il Faina non sarebbe mai passato dal Corvetto, per nulla al mondo.
Passare da quelle parti, diceva, gli metteva sete.
E se c’era una cosa che il Faina proprio non sopportava, quella era la sete.
Tutto questo noi e qualsiasi altro avventore del Bar Varnelli lo sapevamo bene, da sempre abituati a vederlo inchiodato al bancone a tracannare al mattino una sambuca ghiaccio e mosca, al pomeriggio campari col bianco e la sera bicchieri su bicchieri di spirito d’avena.
«Puttana la casanza!», esclamava sguaiato, il bere è una cosa troppo seria perché possiamo concederci il lusso di lasciarlo agli alcolisti.
Lo potevi riconoscere appena varcata la soglia del bar, per via del caratteristico taglio  mullet a cui doveva il soprannome e di un impermeabile color panna, lungo fino alle ginocchia, che indossava tutto l’anno a prescindere dal clima.  Quando si trattava di litigare, e ciò si verificava pressoché quotidianamente, il Faina si alzava in piedi, gonfiava il petto e assumeva un tono e una cadenza particolari, provando a imitare Bettino Craxi, le cui vicende personali e politiche costituivano uno dei suoi argomenti preferiti di discussione insieme all’Atalanta, squadra in cui millantava di aver giocato in gioventù.
La sua fobia del bicchiere vuoto era per lo più dovuta a un fattaccio spiacevole, un arresto giovanile -la polizia l’aveva trovato che dormiva in un camion pieno zeppo di sigarette albanesi   parcheggiato in via dei Cinquecento- per il quale si era fatto otto mesi a San Vittore, mesi tremendi a sentir lui, in cui non aveva toccato un goccio d’alcol e la pelle gli era diventata grigiastra e i coglioni gli si erano seccati come chicchi d’uva passa, e ora solo il pensiero di passare dal Corvetto, fosse anche solo per uscire dalla tangenziale, gli metteva una sete tremenda.
Il Faina non raccontava volentieri questa storia, perché gli costava fumare almeno tre sigarette e gli faceva tremolare dallo sgomento i baffetti ispidi, duri come setole di maiale.
Perché se c’era una cosa di cui il Faina aveva paura, quella era la galera, perché in galera non si può bere e la sete,  diavolo porco, gli metteva ansia.

È per questo che restai interdetto quando venni a sapere che era stato trovato in piazza Gramigna, dietro ai bancali del mercato comunale, con i pantaloni abbassati alle caviglie e i coglioni tagliati, morto dissanguato.
Posso garantirvi che chiunque l’avesse visto anche una sola volta avrebbe potuto prevedere per lui una fine miserabile – d’altronde, le poche volte che non era gonfio d’alcol al Varnelli era in giro per il quartiere a rubare autoradio e a rapinare gli anziani vestito da tecnico del gas- ma la vera stranezza della vicenda era che avesse avuto luogo al Corvetto.
Quando dentro al bar era irrotto Dino Buzzani, che tutti chiamavano il Siciliano nonostante fosse di Taranto, comunicando a gran voce del ritrovamento del corpo, fra gli astanti cadde un silenzio sepolcrale. Al Varnelli, infatti, dimorava costantemente un chiasso immondo.
Il Bar Varnelli, cloaca da pochi anni a conduzione cantonese, si trovava in fondo a una lunga via, che partiva dal centro, tra complessi residenziali e ristoranti, e terminava in periferia, oltre la circonvallazione esterna, degradando progressivamente in baretti squallidi e centri massaggio. Negli anni era sopravvissuto a diverse petizioni cittadine che ne auspicavano la chiusura, a trafile di ingiunzioni giudiziarie e appelli al buon gusto. La sua frequentazione, invariata da vent’anni così come l’arredo e i gelati nel congelatore, era composta da disoccupati, prostitute, anziani pervertiti e reietti generici, dei quali, fidatevi, il Faina era indiscutibilmente il peggiore, sempre ubriaco, in giro a sbattersi e a procacciarsi milioni da dilapidare al cinodromo, per poi sbraitare che chiunque in Italia ai tempi era perfettamente al corrente dei finanziamenti illeciti ai partiti, che lui di certo lo era da quando portava i calzoni alla zuava e che i magistrati,  boia d’un dio, erano carogne.
Nessuno dei relitti umani del Varnelli, che abitualmente facevano la spola tra il bar e lo sportello per il sussidio di disoccupazione, tuttavia, aveva una vaga idea di come fosse morto, nemmeno Cesare lo Squamato, barista taciturno e di simpatie bordighiste, l’unico che potevamo dire lo conoscesse in modo più approfondito.
Cesare Pavani detto lo Squamato doveva il proprio soprannome al volto butterato dall’acne e a due occhietti piccoli e accesi che lo facevano sembrare un grosso animale a sangue freddo. Come spesso non amava ripetere, aveva alle spalle una vita di miserie e due vanti, non aver mai fatto neanche un tiro di sigaretta ed essere sopravvissuto a ventitré anni di uso endovenoso di eroina, dei quali portava i segni sulle braccia, ruvide come corteccia di faggio, fino a che, temprato dall’esperienza, aveva deciso di concedersi una sola pera quotidiana la sera, come una casellina del calendario dell’avvento da aprire dopo cena nell’attesa di lasciarci le penne. Serioso e riservato, lavorava al bancone del Bar Varnelli da che io avessi memoria e, nonostante la sequela di proprietari che si erano succeduti, ultimi i coniugi Chung, da che io avessi memoria non aveva mai offerto un bicchiere a nessuno, e non l’avrebbe offerto neanche a Gesù Cristo in persona, se fosse sceso dal cielo portandosi la croce.

In quel periodo avevo un’insorgenza di parodontite, una terribile piorrea, se mi è concesso di esulare dalla terminologia medica, tale per cui i denti mi ballavano come a una festa della scuola e non avevo un soldo con cui pagare il dentista. Ce n’era uno abbastanza economico in quartiere, un tizio stempiato che ogni tanto veniva al bar a farsi un corretto, al quale però anni prima avevamo disgraziatamente rubato qualche litro di lidocaina. Non aveva mai scoperto chi fosse il responsabile, ma sapevamo che sospettava di noi, e questo era bastevole a non presentarmi nel suo studiolo polveroso questuando un’operazione a credito. Se però non fossi riuscito a trovare al più presto un rimedio, in poco tempo mi sarei ridotto a succhiare zuppe con la cannuccia. Pensai, in un istante di folgorazione, che se fossi riuscito a scoprire qualcosa di più sulla morte del Faina, avrei potuto vendere la notizia a qualche giornale per ricavarci due lire, magari una testata locale, visto che nelle cronache nazionali il fatto era stato derubricato come una bischerata fra balordi e le indagini non avevano avuto troppo seguito.

Conoscevo una vecchia battona di nome Ivana, ma che la gente chiamava la Candela, per via di tutte le notti che aveva passato per strada consumandosi intorno alla fiamma, che a pranzo bazzicava una mensa dei poveri gestita da frati francescani, un postaccio lurido che di tanto in tanto avevo frequentato anche io in periodi di magra, una topaia in cui se girava bene ti davano un bicchiere di latte e un panino con le cimici.
Illuminata dalle ospedaliere luci al neon della mensa, avvolta in una pelliccia pulciosa di finto coniglio rosa, il giorno dopo la trovai lì, mentre si ingozzava di un polpettone che pareva polistirolo. Aveva un colorito itterico, mal coperto dall’intonaco di cipria incollato alla faccia.
«Ciao Ivana, non ci vediamo da un pezzo. Ti trovo bene».
Non rispose, e continuò a ingurgitare polpettone.
«Ho bisogno di te. Ti offro un pranzo, magari in un posto migliore, che ne dici?»
«Ho lo scolo, facciamo la settimana prossima».
«Non ho bisogno di te in quel senso. Devo farti un paio di domande. Te lo ricordi il Faina?»
«Quello che rubava le autoradio?»
«Lui».
«Me lo ricordo sì. Una volta ha provato a rubarla dalla punto di mia sorella. Fortuna che lei era affacciata alla finestra e l’ha visto. Ed è dovuto scendere suo marito col crick per farlo andare via, eh, se no quello restava lì a far la posta alla macchina».
«Bè, è morto ammazzato. Forse sai chi può saperne qualcosa».
«E che te ne frega a te di quell’immondizia?»
«Sto cercando di capirne di più, diciamo».
«Vedrò un po’. Magari le ragazze sanno qualcosa. Non vedo perché mai potrebbe interessare loro, ma proviamo. Adesso se non ti spiace andrei, che ho abbastanza fame».

Non credevo che una persona potesse ingollare una quantità di cibo superiore al proprio peso. Ivana mi smentì senza scomporsi. Per fortuna avevo un vecchio credito da riscuotere in una trattoria lungo la circonvallazione, una tavola bisunta frequentata da studenti e magutt, quindi la ricerca di informazioni non gravò troppo sulle mie tasche.
Mi separai da Ivana nel primo pomeriggio, con la speranza che mi richiamasse al più presto.

Le cose andarono così, ma diversamente da come avevo immaginato. Mi suonò il telefono qualche ora più tardi. Una vocina con accento sovietico e che non poteva appartenere a una ragazza di più di sedici anni, mi comunicò che l’Ivana era stata portata d’urgenza al San Paolo per via di un’indigestione semi letale. Non solo avevo sprecato il mio tempo, ma ci avevo anche rimesso un pranzo.
Più tardi andai al Varnelli. Alcuni dei ragazzi giocavano con flemma a burraco, le freccette erano confitte da giorni nel bersaglio sul muro, segno evidente che il clima era mogio.
«Fammi una birra, Cesare. Hai saputo qualcosa?»
«Macché», grugnì. «Bisogna chiedere al Siciliano. Dice che un ragazzino che fa la marchetta alla pompa di benzina sotto al cavalcavia ha visto qualcosa».

Stavolta mi feci accompagnare da due dei ragazzi. Non fu difficile trovare il ragazzo: soffiava bolle di sapone sul retro del gabbiotto del benzinaio, senza aspettarsi visite. Il giovinetto aveva un viso inglesoide, puntinato di lentiggini, e quando parlava sembrava una trombetta. Credo che gli facemmo una paura del diavolo, perché bastò fargli intravedere una chiave che quello si mise a dire tutto quello che sapeva. A mostrargli un coltello vero, ci avrebbe dato pure il suo codice fiscale.
Disse che il Faina era stato ucciso dai fascisti che si ritrovavano al bar Moschetto, i quali l’avevano colto a braghe abbassate mentre si scopava una bambina.
È vero, il Faina era sempre stato privo di ogni moralità, una vera canaglia, ma un pedofilo, chi l’avrebbe mai detto.
«Si stava scopando una bambina? Sei sicuro?»
«Nel culo», rispose lui, e tossicchiò.

Quando riferimmo al Varnelli ciò che ci aveva detto il ragazzino, lo Squamato non si scompose. Anzi, mi disse di seguirlo e mi portò nel retrobottega, se così si può chiamare il bugigattolo lercio in cui mi condusse. Su uno scaffale c’erano i libri contabili degli ultimi trent’anni. Da uno di questi tirò fuori una foto che mi porse con aria solenne. Ritraeva una bambina di sì e no dieci anni, con indosso una veste bianca virginale, che sorrideva alla camera, i capelli biondi e boccoluti mossi dal vento. Accanto a lei, il Faina rideva smargiasso in camicia hawaiana. Alle loro spalle, si stagliava imponente il Vesuvio.
Mi domandai chi potesse aver scattato la foto, ma il pensiero fu subito accantonato dall’idea, per me sorprendente, che il Faina avesse potuto, anche solo per l’istante della fotografia, essere felice.
Sul retro, c’era scritto a penna “Mary Lou” e un indirizzo, via delle Bambole Rotte numero 15.
«Me la diede tempo fa», sputacchiò fra i denti serrati lo Squamato.
«Pensai fosse sua figlia, ma quel tipo era troppo suscettibile perché glielo chiedessi senza timore di conseguenze. Ad ogni modo me la diede nell’eventualità che gli potesse succedere qualcosa. Sai, il Faina ne aveva combinate di terribili e a un sacco di gente».
Bevve in un sorso il bicchiere di averna che aveva in mano, poi tirò fuori da sotto il bancone un campanello che agitò nell’aria.
«Oggi è giorno di lutto signori, il bar chiude prima. Fuori tutti dai coglioni».

I ragazzi decisero di occuparsi del bar Moschetto la notte stessa. Badate bene che questo non avvenne certo per senso di giustizia né tantomeno per vendicare la morte del Faina. Semplicemente, negli ultimi tempi la presenza dei fascisti dalle nostre parti si era fatta insistente e ci sembrava necessario che un omicidio in quartiere non fosse lasciato accadere come nulla fosse. Non ero presente quella sera, e non mi dilungherò ulteriormente sulla questione, da una parte per la mia assenza, dall’altra per la loro sicurezza – non è mai bene spendere più parole del necessario.
Mi limiterò a dire che il Bar Moschetto e tutto ciò che c’era dentro divampò fra le fiamme e nemmeno i ratti si spinsero a mangiare le sue briciole.

Quando giunsi in via delle Bambole Rotte al numero 15, serpeggiando fra vicoli decrepiti, trovai una vecchia palazzina d’inizio secolo, dall’intonaco scolorito e divorata dall’edera. Il portone era aperto, e dal cortile partiva una scala che conduceva a un appartamento all’ultimo piano. Quando bussai, da uno spiraglio della porta apparvero dapprima due piedini piccoli e anneriti, come sporchi di fuliggine, poi si aprì un poco di più e comparve una figura minuta che riconobbi come la stessa ragazzina della foto. Aveva uno sguardo severo, inadatto a una bambina, gli zigomi leggermente più induriti. Reggeva fra le dita una sigaretta, da cui la vidi fare una sola boccata.
«Mary Lou?», domandai.
«Non posso parlare», rispose una vocina flebile come quella di un passerotto, dopodiché fece per richiudere la porta.
«Sono qui per il Faina».
Dopo qualche secondo di silenzio la porta si aprì di nuovo.
Stavolta dai suoi occhioni azzurri trapelava una curiosa perplessità.
«Non ho niente da dire su Carlo Emilio», disse con voce rotta. «È già passata la polizia, ho già detto loro tutto quello che sapevo».
«Sono un suo amico. Io e i ragazzi volevamo sapere qualcosa in più riguardo le circostanze della sua morte».
Tacque qualche secondo, poi aggiunse:
«Non ho nulla da dirle», le ripeto. «La pregherei di non tornare più. Ora la saluto».
Senza darmi tempo di replicare, Mary Lou chiuse la porta.

I giorni successivi li trascorsi interamente al Varnelli. Avevo perso quei pochi soldi che mi restavano in una mano sbadata, quindi non avendo di che spendere avevo deciso di stare nell’unico posto della città in cui mi servissero ancora da bere a credito. Tirava un vento zigano fra le strade del quartiere, portando a passeggio la rumenta lasciata a fermentare agli angoli delle strade, quando vidi Mary Lou infilare guardinga la porta del bar. Portava uno scialle nero sui capelli, come una vedovina, e due occhiali scuri rotondi, grossi come i fanali di un autobus. La accompagnava un nano, dalla pelle umidiccia come quella di un anfibio, purulenta e ricoperta d’angiomi algosi, vestito elegante e con un borsalino sulla testa, che rimase sull’uscio del locale, mentre Mary Lou, dopo essersi guardata intorno, chiedeva qualcosa allo Squamato. Dopo che le feci un piccolo cenno con la testa, venne a sedersi al mio tavolo.
«Buonasera», mi disse.
«Posso offrirti qualcosa da bere?», le chiesi.
«Una gassosa, grazie».
«Senta – proseguì – penso di doverle delle scuse. È un momento molto difficile per me. Qualora volesse di nuovo venire a farmi visita, avrei diverse cose da mostrarle relative a Carlo Emilio».
«Chi è quel nano?», le chiesi, ignorando la proposta. «Forse un drudo, un amasio?»
Mary Lou non sembrò badare poi troppo alla lieve ritrosia che c’era nella mia domanda, un accenno di fastidio che sorprese me per primo.
«Macché», sorrise. «Carlo Emilio nell’ultimo periodo aveva assunto quel nano, il signor Landolfi, come maestro precettore per farmi lezione di italiano, matematica e latino due volte a settimana. È una cara persona, gli ho chiesto io di accompagnarmi in questo squallido bar».
«Squallido», disse. Stavo per rispondere piccato, quando le imprecazioni in barese di un tipo alla slot machine alle nostre spalle mi distolsero dall’intento.
«Ora devo proprio salutarla. Spero di vederla presto».
Prima che fosse arrivata la tavolo la sua gassosa, Mary Lou era già uscita dal bar.

Il giorno dopo tornai da lei. Con un gesto di stizza, un’inclinazione rapida del capo, mi fece entrare. La casa era grande appena due metri quadrati, infestata di cianfrusaglie. Se fosse entrato in quel momento un gatto dalla finestra sarei dovuto uscire per fargli spazio. Quel poco arredo che c’era -un tavolino, due sedie, una mensola- era pieno di tazzine di caffè colme fino all’orlo di sigarette, post-it con grafia infantile e carte di gelato, carte di gelato ovunque. Inoltre l’aria era viziata, l’odore del fumo di sigaretta si mischiava con quello nauseabondo di frittura che entrava dalla finestra.
«La prego di scusarmi per questo tanfo», disse. «Qui sotto un tipo frigge merluzzi tutto il giorno e io ne pago l’appestamento. A Carlo Emilio piaceva. Sa, sua madre cuciva merletti in pizzo. Nella sua casa d’infanzia si mangiava solo insalata e mozzarella, cucinare era proibito. L’odore impregnava i pizzi. Forse per questo gli piaceva vivere qui. Come vivere un’altra vita, no? D’altronde non ci saremmo neanche potuti permettere una casa migliore».
Tentennai, un poco accigliato, e lei se ne accorse.
«Non vi sareste…».
«Non lo sa?» Stavolta Mary Lou smorfiò la boccuccia in quello che mi parve un sorriso.
«Io e Carlo Emilio eravamo sposati».
Tacqui per qualche secondo, che a lei dovette sembrare un secolo, perché mi fissò intensamente e chiese se stessi bene.
«Certo», risposi. «Sono un poco sorpreso. Quanti anni hai, perdonami?»
«Tredici il mese prossimo».
«Oh».
Un mosaico ocra, composto da decine di santini, icone, raffigurazioni di martiri e beati affrescava la parete principale, e la luce che si insinuava attraverso i fori delle tapparelle lo investiva di una luminescenza aurea.
«Sei religiosa?», le chiesi.
«Lo ero, da piccola. Ma a Carlo Emilio piaceva la religione, diciamo l’aspetto più estetico della religione, diceva che la trovava rassicurante. Ha anche insistito perché ci sposassimo in chiesa».
Ripensai a un pomeriggio specifico, in cui prima del calar del sole il Faina, imbevuto di gin, si era vomitato sulle scarpe in una prosodia di bestemmie.
«Senti», proseguii. «Speravo mi potessi dare delle delucidazioni sulla sua morte. Mi rendo conto che sia difficile per te parlarne, Mary Lou, ma avrei bisogno di sapere qualcosa».
La verità è che avevo urgente bisogno di soldi, e la chiave di volta di questa situazione poteva essere soltanto la ragazzina. Avevo già contattato un giornale di stampo giustizialista, uno di quei quotidiani forcaioli che metterebbero in galera pure i ladri di marmellata, e avevamo pattuito un compenso modesta per il mio pezzo: pur senza particolari competenze, avrei fatto un appello al decoro, un invito alle forze dell’ordine a individuare i responsabili, e allo stesso tempo una disamina moralista sulla vittima. Per carità, con quella cifra non mi sarei sistemato i denti, ma quantomeno avrei potuto lasciare un anticipo al dentista e intanto farmi imbottire di antidolorifico.
«Aspetti qui, le mostro una cosa», disse diretta verso la parete.
Prese da uno scaffale un faldone verde e lo aprì sul tavolo. Decine di foto caddero a cascata sul tavolo.
«Guardi qui. Era in ritiro con la squadra, da ragazzino. Mi ha mostrato tante volte questa foto».
Una foto di squadra dell’Atalanta in divisa nerazzurra, i giocatori disposti su tre file come da prassi, il Faina al centro della seconda fila, radioso, giovanissimo, senza baffi. In calce alla foto, erano riportati i nomi dei giocatori: “Al centro da sinistra: Mazzoleni, Barenghi, Cantalupi, Garra…” Provai un attimo di smarrimento: erano centinaia le volte in cui il Faina, gonfio di whiskey, aveva mimato al centro del Varnelli suoi supposti dribbling, millantato suoi grandi gol, umiliazioni da bullo inflitte a giocatori poi finiti in Nazionale con cui sosteneva di aver giocato. Tutti noi accoglievamo questi suoi fantasiosi resoconti come sontuose panzane, frottole di un ubriacone, suscitando le sue ire furibonde. Per un istante provai nostalgia pensando al Faina, per il fatto che non lo avrei più visto sostare al bancone del Varnelli senza alzarsi dallo sgabello, tramortito dalla grappa. Questa sensazione mi abbandonò pressoché immediatamente. Altre foto erano del giorno del matrimonio, scattate da un fotografo. Il Faina quel giorno indossava un completo blu col cilindro e si era unto il mullet di brillantina. Accanto a lui, splendida, Mary Lou rideva in un minuto abito da sposa, i capelli biondi raccolti in una corona di fiori.
«Questa è del grande giorno».
Indicò una signora anziana alta a dir tanto un metro, che commossa cingeva il Faina in vita.
«Lei è la madre di Carlo Emilio. Domani potrà conoscerla, al funerale».
«Domani c’è il funerale?», ripetei inebetito.
«Le autorità hanno predisposto il funerale domani, una volta effettuata l’autopsia. Alla chiesa di Santa Esmeralda, dietro via della Mano Mozza, in centro. Ho dovuto pregare la diocesi per poter celebrare lì la funzione. Era la chiesa preferita di Carlo, aggiunse con gli occhioni lucidi».
«Mary Lou, perdonami, cosa ci facevate a Corvetto la notte della sua morte?»
La bambina mi glissò con lo sguardo.
«Ne riparleremo in questi giorni. Ora devo preparare le ultime cose prima della messa».
Con algida cortesia, mi indicò la porta.

Quando rincasai, qualche ora più tardi, avvertii una sensazione di svuotamento e spossatezza. Mi versai due dita di vino e feci scorrere l’acqua calda nella vasca per farmi un bagno. La schiuma e il calore attutirono lievemente il mio stato d’angoscia, così mi immersi fino al collo. Una paperella gialla di gomma navigava non senza difficoltà le onde che col palmo della mano giocavo a movimentare nella vasca. Lo sciabordio sul corpo della papera mi stimolò immagini di lussuria. Il fianco di gomma liscia carezzato dall’acqua, la fica imberbe di Mary Lou. Avvertii un turgore familiare, uno scampo di libidine, così lasciai che la mano scendesse verso il basso. Mi immaginai Mary Lou, seminuda in una corona floreale, che mi sorrideva e col dito arcuato mi richiamava verso di sé. Non senza sensi di colpa, mi masturbai. Quando ebbi finito, svuotato, punii la papera di gomma con la brace della sigaretta, condannandola ad affondare fra i flutti schiumosi.
Subito dopo, senza rendermene conto, caddi addormentato in un sonno profondo. Feci un sogno spaventoso: mi trovavo in una grande piazza dalla pianta quadrangolare, al cui centro svettava una fontana dalla quale zampillava acqua cristallina. Attorno ad essa, danzava in cerchio un gruppo di figure sconosciute, circa quattordici persone, voltate di spalle, di cui vedevo solo la nuca -la loro nuca ricordava marcatamente quella del dentista del quartiere. Tale visione mi provocava una forte sete, e il desiderio di bere a piene mani quell’acqua radiosa si acuiva di più a ogni giro di danza. Nel sogno, tentavo in tutti i modi di superare il cerchio e poter finalmente bere, ma questo si chiudeva in sé respingendomi lontano. Finalmente, facendomi largo oltre essi, riuscivo a raggiungere la vasca per poter bere, ma l’acqua, gelida, non mi dissetava, e tanto più bevevo, e tanta era la foga, quanto più la danza accelerava. A un certo punto mi passavo la lingua sui denti, e mi rendevo conto che erano tutti rotti, come fracassati da una martellata. Mi svegliai di colpo, e uscii dalla vasca da bagno accaldato e raggrinzito dall’acqua, decisamente inquieto.

La chiesa di Sant’Esmeralda si trovava in una piazzetta in centro, lontano dallo scalpiccio dei passanti, in una zona immobile e silenziosa, in cui il tempo appariva quasi sospeso. La chiesetta era incavata in una parete di tufo e risaliva a prima della guerra: i bombardamenti ne avevano scoperchiato un fianco, ora sorretto da impalcature e ponteggi, probabilmente immobili da anni. La facciata, d’ispirazione barocca era, così come in molte chiese diffuse nel Meridione, in forte contrasto con l’interno dell’edificio, lievemente buio e depauperato d’arredo. Contrariamente a ogni mia previsione, la chiesetta era quasi piena. Le prime due file di panche erano occupate da vecchiette in abito nero, che piangevano con singhiozzi sincronizzati fra loro, e ogni mezzo minuto una di queste si alzava ad abbracciare quella che riconobbi, dopo che Mary Lou mi aveva mostrato le foto, come la madre del Faina, involta in un fisciù nero in pizzo. In contrasto con la litania funebre e grottesca delle vecchiette, lei stava in piedi, altera, senza ombre di turbamento in viso. Accoglieva ogni condoglianza con solenne ritrosia, limitandosi a una lieve carezza col palmo. Accanto a lei, seduta, avvolta in uno scialle nero, vi era Mary Lou in un fragore di lacrime, e il signor Landolfi, che ossequioso presenziava col cappello in mano. Della popolazione del Varnelli vi era solo lo Squamato, che piangeva senza trarre respiro. Rimasi un poco deluso dalla sua sola presenza, poi pensai che anche io finché era in vita avevo disprezzato con ogni fibra il Faina, i suoi furtarelli senza dignità, i suoi litigi per futili ragioni, la volgarità del suo eloquio. Ricordai di essere alla messa del suo funerale, e mi vergognai di me. Infine, con mio grande stupore, le ultime panche della navata erano occupate integralmente dai giocatori dell’Atalanta. L’allenatore Gasperini, il presidente Percassi, qualche dirigente di cui non conoscevo il nome, attendevano commossi che iniziasse la messa. Alle loro spalle, giocatori di vent’anni o poco più chiacchieravano sommessi e un po’ spaesati. Notai sull’altare una corona di crisantemi, al cui centro svettava il simbolo della squadra e una scritta: “La società sportiva Atalanta Bergamasca Calcio tutta si stringe attorno alla vedova e ai familiari di Carlo Emilio Garra. Il suo sorriso dimorerà sempre nei cuori di chi l’ha conosciuto”. Comparve sull’altare il sacerdote. Sembrava avesse due secoli d’età. Al suo fianco, un chierichetto cinese agitava in modo convulso l’incenso. Con voce rauca, il prete invitò al silenzio. In concomitanza con le sue parole, si diffuse nell’aria un suono d’organo plasticoso, che spezzò il silenzio rarefatto della chiesa. L’omelia, che ascoltai distrattamente, ruotava attorno al concetto di salvezza e vita celeste e insisteva sulla sicurezza, asseriva il prelato, che il Faina, dopo aver dispensato tanta gioia e tanto bene a chi gli era stato accanto, sarebbe stato accolto fra le braccia del Padre.
Dopo la messa avvicinai la madre del Faina. Senza parlare, offriva la mano sinistra, minuta e solcata da vene argentee, a chi si avvicinava per darle conforto.
«Non la conosco, lei», mi disse.
Feci per presentarmi, quando Mary Lou intervenne: «Il signore era un caro amico di Carlo Emilio. Mi è stato molto vicino in questo periodo».
Cercai di scrutare da dietro gli occhiali da sole lo sguardo di Mary Lou, incapace di interpretare ciò che aveva detto, se fosse una provocazione o se invece fosse sincera.
«Mi permetta allora di ringraziarla. Chi è vicino a Mary Lou, lo è a tutti noi».
Un grigio figuro, dall’aria mesta e impiegatizia, con indosso un completo fuori moda da almeno un decennio, si avvicinò.
«E mi permetta di dirle, chi era amico di Carlo Emilio è anche amico mio. Franco Fortelli, molto piacere».
Notai che sul bavero della giacca portava una spilletta rossa con una rosa al centro. Senza darmi tempo di replicare, aggiunse: «Anche lei collega di partito? Non mi pare però di averla mai vista!»
«No, non mi sono mai interessato di politica, a dir la verità. Frequentavamo lo stesso bar, risposi. Lei conosceva da tanto Carlo Emilio?»
«Da tanto? Da una vita, amico mio. Da quando eravamo al governo, prima che questa stagione manettara incombesse. Non sa quante assemblee di partito, quanti cortei e volantinaggi abbiamo fatto insieme io e Carlo Emilio. Era un vero talento della politica, sa? Persino Lui lo diceva».
«Lui chi, scusi?»
«Ma come chi, Bettino ovviamente!»
Uscii dalla chiesa. Avevo così voglia di fumare che accesi due sigarette insieme. Alle mie spalle sbucò Mary Lou.
«Una è per me, vero?», sorrise. Le porsi una delle due sigarette. «Volevo ringraziarla per essere venuto. E anche…».
«Dicevi davvero, Mary Lou? Ti sono stato vicino in questo periodo?», la interruppi.
«Ma certo. Non è mia creanza dire le bugie», miagolò. «Senta, ha da fare adesso? Vorrei che mi accompagnasse, se le va».
«Mary Lou», risposi tremulo: «è naturale. Però ti pregherei di non darmi più del lei, ti prego. Dove vorresti andare?»
«Quand’ero triste, Carlo Emilio mi portava al parco giochi. Abbiamo passato dei momenti bellissimi insieme, laggiù».
Chiamai un taxi. Non mi erano rimasti che pochi quattrini, ma non me la sentii di andare col tram. La vettura doveva essere dietro l’angolo, poiché arrivo in mezzo minuto. L’autista era un uomo corpulento, riempiva l’abitacolo, una specie di monumento di carne flaccida. «Dove vi porto», eruttò?
«Al parco giochi di piazza dei Miracoli, per favore», rispose celere Mary Lou.
Quando scendemmo dall’auto, le nuvole scoprirono un cielo terso e luminoso. Guardai la bambina negli occhi. Erano cerulei, dello stesso colore, e pensai che fosse la creatura più bella che avessi mai visto. «Vuoi un gelato, le chiesi?»
«Dello zucchero filato, per favore. Rosa».
Ci avvicinammo a una bancarella. Un arabo avviluppava intorno a dei bastoncini dei vaporosi nugoli di zucchero. Mi porse il mio stecco, e aggiunse sorridente: «Per sua figlia».
Feci finta di niente, sperando che Mary Lou non avesse sentito, e proseguimmo il nostro giro fra le giostre. «Vorrei salire sulla ruota panoramica, le andrebbe?», mi domandò.
Non c’era coda per l’attrazione, così trovammo subito posto sulla ruota. Una volta in movimento, mi accorsi che c’eravamo solo noi due sopra. Quando il nostro sedile ebbe raggiunto l’altezza massima, la ruota si fermò, offrendoci una visuale che dominava quasi tutta la città. Di fronte a noi, nello spazio, si stagliavano contro il cielo grattacieli e palazzi immensi, una folla minuscola e brulicante si affaccendava per le strade polverose, colonne di fumo nero dai tetti, latrati e piscio fra i vicoli. Mi sentii felice, in alto nel sole accanto a Mary Lou, e provai pena per la miseria davanti a noi, per tutta la lordura che riempiva le strade della città, per tutto il dolore che insozza il mondo.
«Io le piaccio, vero?»
La boccuccia, il suo sguardo abbacinante, rimasi per un istante interdetto.
«Moltissimo», risposi con tutta la sincerità che conoscevo. Mi sovvenne alla mente una frase di Adriano Sofri che avevo letto da qualche parte. «Sai Mary Lou, i decenni volano, sono certi pomeriggi che non passano mai».
«Le andrebbe di farmi un ditalino?»
Sollevai con premura il lembo della gonna. Iniziai a carezzarla con la punta del dito. Mary Lou socchiuse gli occhi, gemette debolmente, dopodiché mi implorò con voce sommessa di andare più forte. La baciai con la punta delle labbra sul collo, inspirando quanto più potevo il suo profumo, che in quel momento mi ricordò i gelsi in fiore, le albicocche di giugno, tutte le cose belle del mondo che in quel momento non c’erano, ma erano sempre.
La voce dell’addetto alla ruota mi tolse il sogno dagli occhi. Era scesa la sera. L’uomo urlò che il parco giochi stava chiudendo. Un velo crepuscolare stava lentamente coprendo il cielo. La ruota ricominciò a girare fino a che non fummo a terra.

Passeggiamo un poco fra le vie intorno al luna park. Mary Lou mi precedeva di qualche metro, saltellando allegra. Fischiettava un motivetto pubblicitario che non riconobbi, ma che mi era familiare. C’era un fioraio all’angolo della piazza, che nonostante fosse sceso il buio rimaneva aperto. Mi fermai un secondo. Volevo prendere un mazzo di fiori per Mary Lou. Sperai che le piacessero i girasoli quanto piacevano a me. Quando l’uomo mi consegnò il mazzo, non la vidi più, era scomparsa. Doveva essere andata avanti mentre aspettavo. La chiamai, senza udire risposta. Così, accelerando il passo, proseguii lungo il viale principale, ma di Mary Lou non vi era traccia, sembrava sparita nel nulla. Mi accorsi, dopo una breve esitazione nel procedere, che non riconoscevo più le strade intorno a me. Ero stato migliaia di volte in piazza dei Miracoli, era una zona che conoscevo bene, eppure le vie mi apparivano foreste, come mai viste. Mi stropicciai gli occhi, cercando poi dei punti di riferimento per proseguire. Superai un incrocio, e sollevando lo sguardo notai la strada sopraelevate che conduce a Corvetto.
Corvetto?, pensai. Non è possibile. Non eravamo da queste parti. Cercai intorno dei passanti a cui chiedere indicazioni, eppure la strada era vuota, senza vita. Poi, flebile, sentii un miagolio.
«Dai, sbrigati. Dov’eri finito?», rise argentina Mary Lou.
«Dov’eri finita tu, amore mio», risposi stordito. Lei riprese a saltellare, fece per scomparire di nuovo, a quel punto corsi anche io fino a raggiungerla.
Mi piegai per baciarla.
Scoprii in quell’attimo che per me esisteva ancora un tenue bagliore di bellezza,  uno spiraglio di felicità oltre la cortina di miseria che normalmente mi circondava.
«Mettimelo nel culo. Ho molta voglia».
«Qui? Adesso?»
«È tutto buio, non ci vedrà nessuno. Là dietro. Nessuno si accorgerà di noi».
Corremmo là, insieme, non più stanchi, non più tristi, ma anzi pronti ad assaporarci, a conoscerci, a felicitarci l’uno dell’altro.
«Su», mi incalzò. Si appoggiò coi palmi delle manine a una campana dell’immondizia, girata di spalle, e lasciò che la gonna le scivolasse ai piedi.
Risi, così tanto che mi venne da tossire, slacciandomi i pantaloni con foga.
«Sto arrivando!», urlai fra le risa, con tutta la gioia che riuscivo a esprimere.
Fu solo in quell’istante, così rapido da apparirmi eterno, che mi accorsi di cinque energumeni nell’ombra, rasati a zero, che con ghigno squalesco mi fissavano, accarezzando con le dita la lama del coltello.

Carlo Massimino

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