Madena

leggerezza

Leggerezza- Emma Grillo

Buongiorno, sabato vi siamo mancati? La Nuova Farhenheit si è presa una pausa, il golpe del nucleo Valerie Solanas è stato un duro colpo e dobbiamo ancora riprenderci. Prendiamo atto della carriera solista intrapresa dal Carelli: qui lo vedete magnificare il Moloch del consumo come direbbe Carlo Martello Agamben, “voglio un centro commerciale permanente”, ha cantato in faccia a Fabio Massimo Franceschelli e Paola Del Zoppo in un afflato antipauperista. Ma Carelli, come Piccolo, a volte, desidera solo essere come tutti. Poi uno di questi giorni sarà con l’amico Simone Lisi, forse giovedì, ma ehi, cosa siamo, il suo ufficio stampa?

Solitamente siamo schivi moreschiani, poco autoreferenziali, ma concedeteci questa divagazione personale (d’altronde siamo scrittori e quindi vanesi per natura come ben sanno Ghelli, De Vivo e la nostra analista; se fossimo foco arderemmo il falò delle Vannità, capito il calembour?) Piccola rassegna stampa che ci riguarda: qua “l’amico” Andrea Donaera si riferisce a noi come “snodo centrale, tutti sono passati da loro”, la stazione di Cerignola della litweb in pratica, ma soprattutto ci incorona rivista di riferimento del metal salentino- abbiamo battuto Ammatula (o in qualunque altro modo si scriva) di poche lunghezze, tra il disappunto di Emanuela Cocco che pensa a noi come a tanti piccoli teletubbies scerbanenchi.

Qui invece il nostro “amico” Sarmi Santoni, cita la vostra cara e scalcagnata Rivista Verde riguardo la vexata quaestio (ue, e mica solo all’Ircocervo hanno fatto il liceo!) sulle riviste palestra “assistenti civici” dell’editoria. Speriamo non sia il solito trucco di quel vecchio filibustiere floreale di Vanni. Abbiamo acquistato praticamente tutta la sua produzione pensando di esser citati. Negli Interessi in comune c’era Francesco Quaranta, peccato fosse l’oboista; nell’Impero del sogno pensavamo ci fosse Frau, ma era la poltrona, in Personaggi precari Marinelli, era un cammeo dell’attaccante dell’Inter femminile, in Un kibbutz nello spazio, I Lauda erano quelli brasiliani, ne La regola del lupo, non era D’Antuono ma Umberto Ortolani.

Bene, a proposito di palestre, oggi pubblichiamo la Xena Bronte, la principessa guerriera della litweb, una delle tre Norne: Sara Mazzini. Il racconto che leggerete è un seguito ideale di Gino. A noi è piaciuto molto e così speriamo di voi. Visione consigliata: Teresa.

 L’illustrazione è di Emma Grillo.

Gino è un camionista e vive lungo l’Autosole. Ci vive insieme a Rita, che è il suo più grande amore. Gino viene da Ponsacco, ma sono anni ormai che vive insieme a Rita all’autogrill di Cantagallo. Gino dice che le macchine sono come le donne e come tali devono essere trattate: per questo ha dato al suo camion un nome di donna e non lo lascia mai uscire dal parcheggio dell’area di servizio. Come ogni uomo che ami troppo una donna, Gino tiene Rita imprigionata nel suo cuore.
Gino ha mani grandi e nodose e un reticolo di capillari spezzati ad attraversargli il naso. I suoi capelli striati d’argento scintillano al sole mentre si accoccola sopra il guard-rail, reggendo in grembo la scatola ricolma di legnetti da intagliare, e con la mano libera liscia la lamiera per renderla invitante.
«Non penserai mica che intenda sedermi là sopra?», gli dico.
«Da qui, bambina mia, si vede il mondo intero».
«È solo una strada», ribatto, senza muovermi di un passo.
«Non sottovalutare l’importanza delle strade. Ci sono persone che impiegano tutta la vita per trovarne una».
«Qualcuno dovrebbe insegnare a queste persone a leggere i segnali».
Gino mi ignora e batte nuovamente la mano sul guard rail.
Mi volto verso Rita, rimasta indietro e immobile oltre i distributori di benzina, che intercetta il mio sguardo nella comprensione dei fanali spenti. Sospiro e scavalco la lamiera.
Dice Gino: «Quando ancora non era obbligatorio tenere accese le luci sulle strade statali, mi piaceva sedere qui al tramonto e assistere al rito dell’accensione dei fari. Era come prendere parte a una fiaccolata».
«Ma tu l’hai mai vista una fiaccolata?»
«No, ma dev’essere sicuramente così».
Dal mucchio dei legnetti sceglie una pedina già in parte lavorata e vi soffia sopra per liberarla dalla polvere di segatura prima di riporla nuovamente nella scatola.
«Adesso che i fari se ne stanno accesi sempre, questo mio rituale non è più la stessa cosa. Eppure siedo ancora qui, quando arriva il tramonto, perché è così che facevo allora, quando questo era ancora un momento speciale. E mi piace pensare che sia speciale sempre».
«Ma tu non pensi mai di andartene da qui?»
Il suo sguardo carico d’amore corre verso Rita.
«Perché dovrei? Qui abbiamo tutto quello che ci serve».
Leva una mano ispirata in prossimità di un orecchio.
«Se chiudi gli occhi e ti concentri sul suono dei veicoli in corsa ti sembrerà di sentire il rumore del mare».
«Piuttosto agitato, a dir la verità».
«Di notte siedo accanto a Rita e insieme ci soffermiamo a guardare le luci in lontananza. Ci sembra di stare a guardare le stelle».
«E invece, pensa un po’: sono soltanto lampioni e insegne di outlet».
«Se riesci a scordare quello che ti hanno insegnato puoi convincerti di tutto ciò che vuoi».
Raccoglie la bottiglia di grappa che tiene tra i piedi e me la porge.
«Tieni, fatti un goccio».
«Non avevi smesso?», gli ricordo.
Un anno fa Gino ha avuto un collasso e il medico accorso d’urgenza da Sasso Marconi gli ha fatto una serie di analisi dentro il gabbiotto del benzinaio, da cui il coglione si è rifiutato di uscire. La diagnosi, giunta molti giorni dopo per mezzo di un corriere espresso, è stata: cirrosi. Quando lo specialista che ha esaminato i referti gli ha intimato di interrompere il consumo di alcolici, per Gino la vita è finita. Ma poi ha scoperto la grappa Sturoduro.
«Questa la posso bere», mi dice.
«Che cos’ha di diverso dalle altre?»
«È benedetta».
«Vuoi farmi credere che esiste una grappa benedetta?»
«La producono dei frati in un convento di Pontremoli. Non fanno altro che pregare e distillare grappa, tutto il giorno, e anche la notte. La usano per riempirci le acquasantiere».
«E poi, dopo che tutti ci hanno ficcato dentro le mani, se la bevono?»
«Non dire sciocchezze».
«Allora, la buttano via?»
«Stai ancora dicendo sciocchezze».
«E che diavolo ne fanno?»
«Ci battezzano i bambini».
«Balle».
«Perciò, capirai che, essendo benedetta, non può farmi male».
Manda giù un sorso di grappa e sospira di piacere.
«Appena avrò ottenuto il pensionamento», mi dice, «andrò al convento con Rita per ringraziare quei frati di avermi salvato la vita».
«Come pensi di ottenere il pensionamento se non hai mai lavorato?»
«Tu sei sempre tutta così causa ed effetto», sentenzia, convinto che questo significhi qualcosa.
«Gino, sai cosa significa il mio nome?»
«No, ma suppongo che tu stia per dirmelo».
«È un ipocoristico».
«Un che?»
«Un i-po-co-ri-sti-co», scandisco lentamente.
«Come qualcuno che si crede malato?»
«No, coglione, è un diminutivo».
«Ah, come Barbie. Lo sapevi che Barbie è il diminutivo di Barbara?»
«Lo so da quando ancora la spogliavo per farla fottere da Ken».
«Un gioco che tua madre avrà senz’altro incoraggiato».
«Madena non esiste, sai? Voglio dire, non lo trovi sui libri per gestanti e neppure su Wikipedia. In tutta probabilità è da ricondursi a Maddalena».
«Maddalena è il nome della moglie di Gesù. Lo so perché l’ho letto dentro un libro che ho trovato in allegato al supplemento di Repubblica un paio di anni fa».
«Ma in quanti sarebbero disposti ad accettare questa versione della storia? Voglio dire, se lo chiedessi a un prete o a qualcuno che abbia frequentato un po’ di catechismo o anche solo a un qualsiasi cazzone per la strada, sono certa che tutti ti direbbero che la Maddalena era soltanto una puttana».
«Questione di punti di vista».
«Comunque, Maddalena significa torre».
«Ah».
«Non lo trovi deprimente? Quando qualcuno ti dà un nome, è come se ti marchiasse con una benedizione. Per come la vedo io, se volessi dare la mia benedizione a una bambina la chiamerei Serena, o Costanza, o Vittoria. E invece, chissà che cazzo le passava per la testa, a mia madre, quando mi ha chiamata Torre».
«Forse ti ha augurato di essere solida».
«La prima cosa che mi viene in mente se penso a una torre è che nelle torri si chiudevano le principesse nell’attesa che arrivasse il principe a salvarle. È come se mia madre mi avesse condannata ad attendere che uno stronzo qualunque arrivi a salvarmi».
«Non è forse il sogno di ogni ragazzina?»
«Ma quando la ragazzina cresce questa attesa diventa svilente».
«Lo dici solo perché il principe non è ancora arrivato».
«Lo dico perché si suppone che debba essere salvata».
Lo vedo frugare all’interno della scatola ed estrarne una pedina cilindrica coi merli sulla testa.
«La torre è anche un pezzo degli scacchi. Ed è il più forte di tutti».
«Come l’incredibile Hulk?»
«I pedoni muovono solo di una casella alla volta, tranne che per la mossa iniziale, in cui possono avanzare di due; e muovono solo in avanti. Il cavallo fa quella buffa mossa a L che, capirai, è limitante. E gli alfieri si spostano seguendo una delle due diagonali. La torre, invece, muove in orizzontale e in verticale ed è libera di spaziare per tutta la scacchiera».
Si arresta, improvvisamente accigliato.
«In effetti, adesso che ci penso, non è la torre il pezzo più forte».
«E qual è?»
«La regina. Lei può svolgere il compito delle torri e degli alfieri messi insieme».
«Fico. Ma io non sono una regina. Non sono neanche una principessa. Sono la torre che sta attorno alla principessa».
«È un modo poetico per dire che sei incinta?»
«Non dirlo neppure per scherzo».
«Non ti piacciono i bambini?»
«Finché restano bambini, forse. Il guaio è che un giorno cresceranno e diventeranno egoisti e pieni di paura e di complessi, proprio come tutti gli altri. E se saranno sufficientemente intelligenti da capire di essere pieni di paura e di complessi si odieranno. Ma, poiché l’odio nei confronti di sé stessi conduce inevitabilmente all’autodistruzione, troveranno altre persone in cui odiare i propri difetti, persone a cui potranno avvicinarsi solo per poterle allontanare e sentirsi ancora più ricolmi di paura e di complessi, senza sapere il perché. E il grande ingranaggio del mondo continuerà a girare nel senso sbagliato».
Gino chiude la sua scatola e mi guarda in modo strano mentre mi alzo, massaggiandomi le chiappe e spazzando via coi palmi delle mani la polvere che ho certamente accumulato sul retro degli shorts.
«La tua fiducia nel genere umano è davvero commovente», dice.
E poi arriva quel momento, il momento in cui capisci che non sai quando ci rivedremo, o se mai succederà. Non lo abbiamo mai ammesso, ma né Gino né io sopportiamo gli addii. Ci illudiamo che fintanto che uno dei due non lo dice – ciao – non ci siamo realmente separati.
Muovo verso il parcheggio dove ho lasciato la Sisma carica di tutta la mia vita, che, a vederla in questo modo, dentro a tanti scatoloni, sembra ancora più misera. Ho quasi raggiunto il settore delle auto, ma poi mi rendo conto di aver scordato qualcosa e torno indietro, fermandomi proprio davanti all’imponenza di Rita e pensando a quanto dev’essere bella la mia sagoma sbavata e confusa contro la luce rossa del tramonto.
«Hey, Gino» grido, richiamando la sua attenzione su di me. «Non mi hai detto del re».
Lui ruota la testa sul collo senza modificare la sua posa.
«Chi?»
«Il re, nel gioco degli scacchi. Lui che cavolo fa?»
«Il re, piccola mia, è quello da salvare».

Sara Mazzini

3 thoughts on “Madena

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