Toto (Il “cane” scrittore e il Mago di Cos)

Emma Grillo-bestia 3

Bestia, Emma Grillo

“Nessun* scrittor* intra o extra scenicchia è stat* maltrattat* durante la stesura di questo racconto. Ma forse avrebbe dovuto”.

Apre così la mail con la quale Francesca Quaranto consegna alla redazione il presente “metasogno narcoerotico” partorito da una mente evidentemente traumatizzata dalla combo redazione virtuale/quarantena reale. “Come se Paura e delirio a Las Vegas e Il mago di Oz scopassero sul pavimento della magione di Eyes wide shut e lì immantinente avessero un* figli*”.

L’autrice ci tiene a dire che il sondaggio per il titolo si è rivelato un esperimento fallito è che “ha vinto il compromesso”. Segue “emoji woozy“. Raccomanda tra l’altro fortemente l’ascolto di questa canzone durante la lettura.

L’illustrazione è di Emma Grillo.

Lo scrittore Simon G. Helly viene bendato e fatto salire in macchina.
È tutto un flusso: il contatto della stoffa con l’arco del naso e le ciglia che sbattono, “setoso” no anzi “serico” appunta lui, la mano, più piccola delle sue, molto più piccola, che gli afferra mignolo e anulare e lo guida con strattoni infantili lontano dal vociare gassoso davanti al locale, poi il rumore gommato della portiera aperta, la voce femminile che dice «attento» e lo aiuta a entrare, la spazzolata leggera del tettuccio interno dell’auto sul ciuffo di capelli in cima alla testa, il sedile confortevole e largo, i piedi leggermente divaricati per accomodare il rilievo centrale, il motore in folle là davanti, sotto il sedere e tutt’attorno, quasi impercettibile, non l’ha mai sentito un motore così silenzioso, pensa debba essere di un’auto elettrica e prova a immaginarsela, quest’auto, come sarà fatta, ma vince il gusto di whisky che risale in gola, forse per l’inevitabile stress della situazione, forse perché nel locale di prima dove si è dato appuntamento con la ragazza servono pessimo whisky, e poi un odore dolce, come di popcorn al burro, insistente, a zaffate, ma nessuno sgranocchia, nessuno mastica e quindi dev’essere la sigaretta elettronica di qualcuno, uno di quei liquidi che contengono nicotina e aromi non identificati, e lui vorrebbe dire qualcosa, ma parlare con gli occhi bendati è più difficile di quello che sembra perché tutto quello che potrà dire non farà altro che sottolineare il fatto che è bendato o che sembra un coglione bendato che tenta di fare il disinvolto, dalla radio una band americana in sottofondo con chitarre indie e una voce baritonale che ricorda vagamente uno yogi ubriaco, le portiere che si chiudono quasi all’unisono, qualcuno che ingrana la prima e la sensazione di muoversi a velocità moderata, velocità da pennichella, pensa lui, dentro un abitacolo profumato di note agrumate e popcorn e spilli di alcol, e tutto questo flusso si arresta quando Simon G. Helly avverte la manina della ragazza camminare sul suo interno coscia e posarglisi sul pacco.

Il caporedattore gli ha detto che sono amiche, che può fidarsi di queste persone, ma Simon vorrebbe tanto essersi preso un attimo in più per leggere meglio il contratto, prima di firmare.

La rigidità delle unghie, la loro punta acuminata eppure smussata allo stesso tempo, un’inflessibilità languida, attraverso la zip dei pantaloni, attraverso i boxer, le dita della ragazza tracciano rune per incantarlo. Il flusso del sangue, il cervello che visualizza fin troppo bene il volto nel locale, prima della benda, lo scrittore che trasfigura in un’erezione. Afferra il polso, alla cieca, quando si accorge che le dita stanno per abbassargli la cerniera. Pensa ad Anna, a casa, Anna a casa con il bimbo, e a come lui non avesse contemplato la possibilità che il contratto prevedesse esperienze sessuali, ma anche a come, a ben pensarci, ciò fosse abbastanza ovvio.
E poi qualcosa di soffice sul suo volto, dall’altro lato, il sinistro, gli solletica la guancia e il naso, sembra una piuma, più di una. Una voce di donna, troppo matura per essere quella della ragazza, nasce dentro il suo orecchio:
«Sei l’ultimo uomo sulla terra».

«Sono amiche», ha detto il suo caporedattore, e forse ha fatto le virgolette nell’aria con le dita, forse no. «Se vuoi sbloccarti, se vuoi trovare qualcosa che valga la pena scrivere, devi trovare qualcosa che valga la pena vivere».
Il capo e i suoi concetti interscambiabili di saggezza e presa per il culo.

«Sarai anche l’ultimo uomo sulla terra, ma per stanotte sei il mio cane», dice la ragazza alla sua destra, quella dalla mano curiosa, imitando una voce infantile. Helly stringe ancora il suo polso, è avvolto in un guanto probabilmente lungo fino all’avambraccio, immagina quell’arto sottilissimo tutto ossa, sembra di strizzare una zampetta di coniglio. La voce di lei arriva con un respiro affannato, un ansimare che cresce e pulsa dentro la pelle, il tessuto, le ossa e la carne che lui trattiene.
«Ti chiamerò Toto», dice la ragazza avvicinandosi al suo orecchio. Soffia, si agita e mugugna contro la spalla di Simon, sbava sul colletto della sua camicia, e lo scrittore sente dell’umido strisciare giù verso il petto, mentre la ragazza fa uno strano sibilo inalando l’aria tra i denti serrati, assieme al deodorante di lui, sta scavando dentro se stessa, questo è il suono di una persona che si cerca l’anima perforandosi l’intimo, lui stringe sempre più forte quel polso e si aggrappa alla manina di lei pure con l’altra mano, la stritola, come se aspettasse qualcosa: un atterraggio disastroso all’interno di un sogno, un’esplosione vissuta in seconda persona, un’apocalisse per procura. Ma il climax non arriva: non è ancora il momento, sembra pensare la ragazzina, e Simon la sente ridere contro la sua spalla e le rilascia la mano con la quale lei procede ad accarezzargli la testa, mentre con le altre due dita gli gratta il mento, ne sente l’odore molle e acre.
«Bravo il mio Toto. Io sono Dorothy, piacere».
È in quel momento che la donna a sinistra gli allaccia un nastro rigido attorno al collo, Simon G. Helly pensa subito a un cappio e al conseguente panico che dovrebbe prepararsi a provare, poi gli sovviene che si tratta di un collare e la cosa gli pare molto più accettabile. L’auto si ferma, il motore resta acceso.
La donna più matura indossa delle piume, sulle spalle e sul petto, ora lo scrittore ha capito, la immagina come in uno di quei costumi variopinti da carnevale di Rio, ma data la temperatura esterna aggiunge un pellicciotto sotto le piume, con pantaloni di pelle e stivali di coccodrillo. Lei apre la portiera e tira il collare senza veemenza, Simon si fa guidare in quella che sotto le suole pare essere una strada, dall’auto al gradino del marciapiede, a passo lento, in lontananza il passante ferroviario stride in risposta a qualche clacson. L’aria è fredda, Simon si accorge di aver sudato parecchio nell’auto, rabbrividisce. La ragazzina gli salta in groppa e lui è costretto a sostenerla, le gira istintivamente le braccia sotto le ginocchia all’altezza dei propri fianchi, sente il calore di lei appiccicato alla schiena mentre questa urla come una cowgirl e gli morde un orecchio.
«Vai Toto! Vai così! Yeee-ha!»
Anche lei è qui per rompere il proprio personaggio, per ritrovare qualcosa che manca alla sua scrittura.

Tutte le ore passate a inseguire brevi istanti di lucidità, per casa con le mille tisane e gli altrettanti caffè della cara Anna, la sua compagna, o passeggiando per le vie di Roma, aspettando l’aggancio, l’imbocco giusto per riempire la pagina. Tutte le ore trascorse a scandagliare il vuoto per trovarsi di fronte solo uno schermo o un quaderno, piatto, bianco, inerte. Può il bianco di un foglio essere più scuro di un abisso o una notte senza stelle? La paura dello scrittore Simon G. Helly ha il pallore lunare di una lapide candida, la desolazione di una stanza con tutte le sedie vuote. È un silenzio letto ad alta voce.

Entrati nella stanza gli levano la benda.
Quello che Simon vede attorno a sé è una radiazione distorta da nebulose e infrarossi: c’è poco da vedere se non le sagome che emergono dal fumo e dal vapore per offrirsi ai rapidi scorci fotografici della luce stroboscopica. C’è qualcuno che suona, da qualche parte, ma non si scorge un palco o dei musicisti, solo una massa orgiastica indistinguibile, è come se la band fosse infossata in qualche pozzo, suonano come se chiedessero aiuto.
La donna con le piume ha un ghigno da strega e cede il guinzaglio di Simon alla ragazza.
«Qui troverete quello che state cercando», dice ai due con un forte accento torinese.
Simon può tornare a vedere anche la ragazzina, Dorothy. Come nel locale, prima di venire bendato, pensa potrebbe essere lei la storia che sta cercando di scrivere: il cosplay sudato di un personaggio secondario in un videogioco giapponese. Lei si sfila i lunghi guanti rosa, in tinta con l’abitino coperto di fiocchetti, e li guarda cadere per il breve tragitto fino al pavimento dove scompaiono nelle ombre che le lambiscono la pelle d’oca sulle gambe scoperte.
La donna piumata le chiede di girarsi e, non appena questa obbedisce, le poggia tra le labbra e i denti un bavaglio a palla che poi procede ad allacciarle dietro la testa. Serra le estremità del cinturino con un minuscolo lucchetto dorato. Dorothy si mantiene sorprendentemente calma per tutta la durata dell’operazione, con le sue guance rosse, i codini alti e la frangetta corta tutta impiastrata di sudore, gli occhi spalancati grandi e bianchi come un foglio o uno schermo, ma nient’affatto vuoti: Dorothy ha pupille straripanti, iridi infiammate e una luce tremenda nello sguardo. Quando ha finito di imbavagliarla, la strega torinese prende per le spalle la ragazza muta e le dice forte e chiaro nell’orecchio queste parole: «Schopenauer. La tua safe word è Schopenauer. Buona fortuna».
Dopodiché scompare trascinandola per mano tra la folla di ombre mentre lei tenta, nonostante la bocca costretta a “o”, di sorridere allo scrittore, come a dire che non sa se andrà tutto bene, ma che è un bene che non si sappia.

Simon G. Helly resta solo con in mano il suo stesso guinzaglio.
Prende appunti sull’ambiente, soprattutto per quanto riguarda l’odore di umano: una commistione bollente di acredine e aromi di mandorla, qualcosa che mettendo la lingua di fuori potrebbe assaggiare, pensa allo yogurt.
Gli si fa sotto un coetaneo magrolino con la barba disordinata e un gigantesco cardigan sbottonato che gli sta appeso alle spalle e scende lungo lungo a sfiorare il pavimento, come se fosse stato rubato dall’armadio di qualcun altro. Non dice nulla, si avvicina a Simon e gli ficca la lingua in bocca con tanto di mano sulla nuca. Quello che impedisce allo scrittore di reagire e sottrarsi all’assalto è il sapore tremendamente ferroso che gli si spande dalla punta della lingua su fino al palato, che gli si attacca alle pareti della bocca e per un attimo cancella tutto il resto.
«La fa un po’ schifo hodesta roba», dice il tipo dopo essersi staccato. «Comunque piacere, io sono Carlo Dilisi, sono l’Uomo di Latta e cerco la mia fantasia perdutha».
Che cavolo, pensa Helly, e poi sputa sul proprio palmo: ci trova un francobollo con la riproduzione in miniatura del volto terrorizzato di Janet Leigh presa dalla famosa scena della doccia di Psycho. Vede la smorfia trasformarsi in una risata, la risata picchia sui timpani e poi scende ad agitargli il petto. Lascia cadere a terra il rettangolino che lo saluta come un coriandolo.
«O tu che cerchi?», sente che Carlo gli sta domandando.
Ma Simon non risponde, barcolla sul posto guardandosi attorno.
Le persone sono scomparse, le loro ombre non sono più distinguibili come umane o animali, hanno assunto le sembianze di un inchiostro marino, Simon appunta “seppiaceo”, poi lo dimentica, mentre guarda quel liquido organizzarsi in lettere e parole. Sono messaggi. Uno di questi dice che Anna è a casa e lo aspetta e se sapesse che lui è qui, fatto e sbronzo come un elicottero, penserebbe che lui è un coglione, oltre che uno scrittore inutile che nemmeno scrive più. Un altro messaggio si compone davanti a lui, chiede: Cosa succederà alla povera Dorothy senza le sue scarpette rosse e la voce per gridare la safe word? Cosa le succederà? Cosa le faranno?
Le parole tornano a farsi lettere disordinate, e in una grande, immensa “P” corsiva Simon scorge un volto familiare: un ghigno che sembra la maschera di un demone Oni giapponese. Che diavolo ci fa lui qui? Deve scoprirlo.
«Maremma psicotropha», impreca Carlo prima di andargli dietro.

«È come un gioco», aveva detto il caporedattore. «Quello che succede là dentro resta là dentro».
O forse aveva detto: «Chi entra là dentro resta là dentro?»

Adesso tutto è vapore, spruzzato da bocchettoni invisibili sul soffitto, è fumo di sigaretta e sudore e ormoni, è una pasta annacquata, una sospensione che condensa nel naso e lo fa gocciolare. Simon deve procedere verso il volto che ha riconosciuto, respirando con la bocca aperta, non ha idea di dove stia andando perché gli occhi non gli servono più ed è inutile chiamare o tendere l’orecchio: c’è troppo frastuono. La band suona come se la folla la stesse divorando.
Alle sue spalle, Carlo chissà cosa vede con quello che si è calato, sembra un beato un secondo prima dell’estasi, uno sciamano che aspetta la rivelazione con gli occhi al cielo e la bocca aperta.
Aspro e una punta di marcio, una maionese rancida gli si deposita sulla lingua, è un’allucinazione sensoria, scacciata immediatamente da una scia dolciastra che Simon tenta di inseguire a lingua di fuori come se fosse una fune filata con lo zucchero, respira a grandi boccate, deglutisce di continuo e a occhi chiusi cerca di catalogare i sapori prima che questi scompaiano, zenzero, gin, ferro, gianduia, paprika, anice, acqua, muschio, menta, uovo marcio, noce moscata e poi finalmente trova una traccia di agrume, come di clementina, che è certo corrisponda al gusto di Dorothy. Prova a seguire quello, chissà che fine ha fatto lei, muta e drogata e folle, tra tutte quelle ombre.

Qualcuno prende il guinzaglio che gli pende dal collo e lo strattona vicino a sé.
«Toto!», sente chiamare. «Eh eh eh! La strega ha detto che saresti arrivato!»
È un uomo della sua stessa età, con la schiena curva e due occhiali che paiono una maschera. Simon G. Helly non ha la lucidità per decifrare i volti ma è sicuro di conoscerlo e pure molto bene, come se con lui avesse condiviso più di una serata. Forse si tratta di un suo collega scrittore, forse hanno lavorato assieme a un progetto ormai messo da parte e dimenticato.
«Song ie, Gianni Sivuori, lo Shpaventapasseri. Ti ricordi? Cerco la tecnica, per raccontare al meglie».
Abbraccia Simon, il quale non riesce a sottrarsi alla sua consistenza di cenere e broccoli e caffè. Lo scrittore si ritrova contro le labbra un oggetto metallico, il sapore gli sfonda i denti, sente l’acciaio pungere la lingua. È una piccola chiave.
Ora tutto ha più senso: Simon è qui per incontrare questi due personaggi, lo Spaventapasseri e l’Uomo di Latta, che da qualche parte aveva perso lungo il cammino di una carriera precaria e accidentata. Ognuno di loro cerca qualcosa, sono lì per aiutarsi: gli pare di veder emergere un senso nell’immenso mare di stimoli caotici. Ricambia l’abbraccio di Sivuori con gioia e gli intima di non perdere la chiave per nessuna ragione al mondo.
«Eh eh eh eccerto che me la tengo shtretta shtretta», dice quello con fare sornione.
Dopodiché, Simon domanda a Carlo se per caso non abbia qualcosa di più forte da fargli provare perché è necessario che chiudano tutti i canali sensoriali per orientarsi dentro quella bolgia, e sa che non si tratta di un paradosso ma più che altro di una situazione completamente illogica, però ne ha la certezza, come è certo che Anna non dovrà sapere nulla di quello che gli sta capitando, anche se si dice che lo fa per lei, che lo fa per loro due e il piccolo.
Il drugo non lo delude: estrae dalla tasca tre capsule che distribuisce tra loro; questa volta rinuncia alla slinguazzata. A Simon sembra di prendere un boccone di caucciù bollente, si rigira in bocca l’oggetto come una caramella preziosa da succhiare lentamente. Ma è il bambino in lui a prendere il sopravvento e, infine, come faceva con le maledette Fruit Joy, vi affonda i denti.

Simon G. Helly pubblica la sua nuova raccolta, i suoi racconti diventano il paradigma moderno della narrativa breve. Adesso, ogni volta che apre gli occhi su un foglio, sa esattamente cosa andrà a scrivere, le mani si muovono da sole, è diventato una persona aperta, sicura di sé, carismatica. Il caporedattore gli cede il posto alla guida della rivista e lui la fa crescere, prosperare, fatturare! Lui e Anna convolano a nozze in una grande festa nel bel mezzo della campagna senese, tra gli invitati con le lacrime agli occhi si scorgono i più grandi critici letterari del decennio, tutti commossi dalla vita e dal lavoro di quello che ormai possono permettersi di chiamare “amico”.
Simon G. Helly sa che sta osservando un futuro prossimo, lo sta facendo da dentro un piccolo antro che sta dietro la sua coscienza. Senza i filacci e i limiti della contingenza presente, può vedere oltre, può sognarsi e ammirarsi.

Nell’istante in cui ha morso la capsula, un tuono l’ha spaccato in due, un boato di terremoto che era anche una luce accecante e un solletico infernale per tutto il corpo. Si sente come se il suo nocciolo fosse stato scavato via, estratto dalla buccia e dalla polpa: può muoversi ma non sente quasi nulla, non distingue più la musica né gli odori, non vede altro che macchie variopinte.
La sua è una rabdomanzia organica, un sesto senso attivato dalla sostanza, Simon percepisce l’attrazione magnetica tra la chiave che ha strappato dal collo dello Spaventapasseri e il lucchetto del bavaglio sulla nuca di Dorothy. C’è un unico campo quantico all’interno del quale il suo cuore e quello della ragazza sono implicati, correlati tra loro, condividono lo stesso stato e il medesimo moto. Simon non si sente sopraffatto, come temeva sarebbe successo, non prova dolore o paura e sa che anche Dorothy non ne ha, c’è anzi una grande gioia, come un’attesa, Dorothy in trepidante attesa di essere liberata e di ritrovare la sua voce e l’attesa trepidante di Simon che ritroverà Dorothy e assieme a lei tutte le storie che vorrebbe raccontare. Procede senza errori, non inciampa e non si scontra con nessuno e non sa più dire se l’orgasmo montante nelle sue viscere provenga da sé o dalla ragazza, ma non importa, è quanto di più concreto e avvolgente abbia mai provato negli ultimi anni, è come se il suo corpo si ricordasse come fare per essere felice.
Poi tutto si accartoccia su sé stesso e resta solo il bianco.

Simon G. Helly non sapeva che la percezione del tempo fosse strettamente legata ai suoi cinque sensi. Non sapeva che l’assenza di colore potesse terrorizzarlo a tal punto. Non sapeva che, privato del senso del tempo, uno spavento non si esaurisce mai, ti spreme l’aria dai polmoni, ti strizza i liquidi dal corpo, lacrime, sudore e piscio, ti riduce a un guscio di strutture sospese su una coscienza ingolfata, un fascio d’impulsi che rimbalzano da nervo a nervo senza poter essere decifrati, senza potersi scaricare. Urli verso il bianco e il bianco non reagisce. La tua voce non esiste e, senza tempo, non esiste nemmeno un racconto.

Quando il contesto, come scoppiato fuori da una bolla di pus sulla ghiandola pineale, ritorna a circondarlo e ad assillare i suoi sensi, Simon G. Helly si scopre legato al pavimento al centro dello stesso palco sul quale si esibivano i musicisti, i cui resti immagina siano stati dati in pasto alla massa di personaggi che ora lo circondano: maschere, silouettes, vapori, fantasmi. I suoi compagni, l’Uomo di Latta e lo Spaventapasseri, non si vedono da nessuna parte, il primo fuso dall’incandescenza della chimica e il secondo incendiato dalle frizioni addosso agli altri.
Agita la testa in tutte le direzioni, per vedere meglio, ma bloccato com’è non può fare molto. Finché una scarpa scamosciata non gli blocca la visuale. Un occhio di bue si accende con uno scatto che pare uno schiaffo e nello stesso istante tutte le strobo muoiono impiccate al soffitto. Sopra di lui, a coprire quell’unica fonte di luce putatagli addosso, l’ovale di un volto: è la persona che aveva intravisto tra la folla, il suo caporedattore, Piero Luca Santana. Simon vorrebbe parlargli, ma ha la bocca secca e quando la apre sente la lingua minacciare di ripiegarglisi in gola.
«Io sono il Leone», dice il caporedattore con un ghigno. «E cerco un cuore da infondere alla mia scrittura».

E poi Dorothy, senza bavaglio finalmente, ma immobile rannicchiata a terra, il rossetto sbavato, poco lontana da loro nel largo cerchio di sagome che li circonda, morta, o forse non morta ma svenuta, o forse solo addormentata, e perché questa paranoia che assale lo scrittore e che gli impedisce di parlare e di chiedere spiegazioni e ti prego fa che non sia morta, oddio ti prego, che le hanno fatto, ti prego, ti prego fa che la mia piccola storia non faccia questa brutta fine…
Poi la vede stiracchiarsi e alzarsi molto lentamente con un mugugno che risuona in tutta la sala zittita. Ma qualcosa nel sorriso della ragazza gli impedisce di provare sollievo.
«Somewhere over the rainbow…»
Lei si sfila le spalline dell’abito rosa mentre canticchia, lo lascia cadere a terra e ne calpesta i fiocchetti, poi afferra i lembi del corsetto che indossava sotto il primo e se li strappa via di dosso in uno strazio di tessuti, davanti a tutti, davanti a Santana che ha un filo di bava alla bocca, il corpo pallido di lei si disegna di contrasti sotto l’occhio di bue. Dorothy porta solo delle parigine rosso scarlatto, si avvicina a Helly con un passo di danza, e ignora completamente Santana che nel frattempo applaude compiaciuto. Pare chiaro che vorrebbe, ma non può toccarla.
«Bravo Toto, bello il mio cagnolino, bello lui», sussurra Dorothy mentre gli scompiglia i capelli con le dita dei piedi attraverso la calza. Poi si siede sulle assi di legno del palco, con le gambe divaricate ai lati della testa dello scrittore: se si volta a destra o a sinistra, Simon sfiora con il naso la pelle del suo interno coscia. Profuma di clementina, aveva ragione. Sopra il capo, attraverso i capelli, il cuoio, la sutura della fontanella, la dura madre, Simon sente caldo, un caldo che ipnotizza, tepore che lo scioglie e gli impugna lo stomaco e non è più sicuro se Dorothy abbia o meno trovato la sua voce, ma la sente respirare, pulsare su di lui e pensa a un gatto o a una tigre o una lince che fa le fusa e si appresta a mangiarlo.
«Non posso proteggerti», la sente sussurrare da qualche parte e cerca di rovesciare gli occhi per vederla. «Ma andrà tutto bene. Siamo scrittori».
«Siete dei coglioni», si intromette Piero Luca Santana. «È giunto il mio turno».
Dorothy chiede di aspettare, aspetta un attimo, stringe le gambe attorno alla testa di Simon, gli pone le mani sul petto, come se potesse farlo scomparire con la loro imposizione, aspetta, aspetta, dice, possiamo fare un’offerta anche a lui… Ma Santana non la considera e, mentre lei urla, solleva in aria il proprio pugno per poi lasciarlo cadere con forza sullo sterno dello scrittore.
Il faretto a occhio di bue esplode e Simon G. Helly viene inghiottito dal bianco.

Simon sa che il dolore si sta muovendo dentro di lui, è una palla acuminata che gli rotola sottopelle sui nervi e quando raggiungerà il cervello lo farà impazzire, sa anche che il dolore in questo stato si sovrappone alla paura, diventano una cosa sola e basterebbe non avere più paura per non sentire più dolore, eppure non c’è appiglio, non c’è forma, non c’è spazio in cui muoversi, suono da articolare, sentore da azzannare, non c’è un’idea perché l’idea equivarrebbe a formare una speranza e invece qui c’è solo questo ragno che ha la forma della mano di Santana e si muove sui suoi tessuti, strappandoli come fossero carta, come fossero fogli scarabocchiati o macchiati, buoni da buttare, i suoi tessuti inutili e rinsecchiti e la propria, di mano, invece, che non si muove più, che aspetta la parola giusta, la frase giusta, la storia giusta e non trova, non trova un senso, un singolo fottutissimo dettaglio, o un tertium non datur da cui partire e tutto quello che può fare è non reazione, è annullarsi, è diventare il bianco che sta prima e dopo ogni racconto e che ora lo comprime in uno spazio infinitesimale di un carattere, una battuta, un asterisco che non rimanda a un bel niente e Simon vorrebbe graffiarsi, strapparsi di dosso, di dentro, la mano di Santana, il Leone, che cerca un cuore e vuole rubare proprio quello dello scrittore, e a Simon G. Helly non importerebbe davvero, glielo lascerebbe volentieri, questo suo cazzo cuore, se servisse a far smettere tutto, a circoscrivere il bianco, se servisse a rubare spazio al bianco con delle frasi, qualcosa di sensato, di nuovo, un appiglio, appunto, una forma, gli cederebbe davvero volentieri il cuore, se solo non sapesse, se non avesse la certezza, che ad Anna dispiacerebbe moltissimo. Che il suo le si spezzerebbe, di cuore.
Non sa se sia sufficiente, ma il pensiero di Anna gli suggerisce che non c’è modo di disfarsi della mano di Santana, del ragno, e gli suggerisce anche che quel bianco è la sclera del suo aguzzino, che sta nuotando nell’occhio del mostro perché altro non ha fatto per tutto questo tempo che tentare di farsi guardare, di essere visto.
E ora lo scorge pure lui: un bordo, un pozzo, un passaggio verso cui nuotare.
Simon G. Helly precipita nella pupilla.

Il mattino dopo, non risponde al telefono. Spegne la suoneria e si gira verso Anna, dall’altro lato del letto. Non risponderà mai più al suo caporedattore, nemmeno vuole spiegazioni, nemmeno sapere se si sia trattato di uno scambio di persona. Sono passati due mesi dagli eventi del locale, o forse solo cinque minuti ed era tutto un sogno.
A colazione apre la Lettura di Repubblica e ci trova la faccia di Dorothy, il romanzo della giovane scrittrice in uscita per Sellerio, lei ce l’ha fatta, è arrivata dove voleva arrivare e chissà cosa ha lasciato indietro, è tentato di andare in libreria a comprarlo anche solo per avere un senso di chiusura, ma sa che non potrebbe mai leggerlo senza avvertirlo come un tradimento nei confronti della compagna. Guarda suo figlio di quattro anni giocare con il cellulare e questa volta non lo sgrida, si accontenta di averlo lì.
Sa che tornerà a scrivere, sa che però lo farà con i suoi tempi e i suoi spazi e che sarà in vista di piccoli trionfi non prescritti da nessuno, sa anche che c’è qualcosa che non gli torna e che mai gli tornerà, non tornerà mai a quelli come lui, e gli sfugge persino il modo in cui definirli, sé stesso e quelli come lui, c’è qualcosa che non torna ed è quel qualcosa che gli altri sfoggiano e nascondono allo stesso tempo perché fa parte della loro natura e non hanno bisogno di sbandierarlo, è la fonte del loro successo o del loro carisma, del loro tirare a campare come se nulla fosse e come se gli altri fossero solo sagome, a quelli torna sempre tutto, mentre ciò che non torna a Simon è quel suo continuo dare e dare, anche solo con l’intento, anche solo con il pensiero, e ricevere in cambio sempre qualcosa in meno, sa che ora in lui c’è come un labirinto pieno di suoni e di luci stroboscopiche, ma i suoni sono muti e la luce è nera e non si sa dove andare e più ci si addentra nel labirinto più ci si accorge che non si sta avanzando, ma si sta scendendo, ci si sta calando in un buco, quel qualcosa che non torna è come un pozzo rimasto aperto, un pozzo che non getta acqua, ma ne ha, di acqua, quieta, sul fondo, nell’ombra, in attesa, un’acqua nera come d’inchiostro.

Francesca Quaranto

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