Morse: L’invenzione del dolore – Scena quarta

Siamo agli sgoccioli di questa quarantena: con tutta probabilità, lunedì prossimo sarete a visitare un parente o un altro congiunto (no, le fidanzate, no, gli amici no). In quel caso leggerete insieme la nuova puntata di Morse. In quella di oggi invece, la quarta, incontreremo la figlia del grande scrittore Donato Portari, mentre una serie di fatti inquietanti porterà Damiano a stretto contatto con forze misteriose…

Per chi si fosse svegliato ora e non lo sapesse, Morse: L’invenzione del dolore è il romanzo a puntate di Andrea Frau che sta cambiando il rapporto degli italiani con la lettura e con l’oggetto-libro. E gli editori muti.

Ma prima, vogliamo ringraziare chi ha seguito la terza puntata de La Nuova Fahreneit in diretta su Facebook sabato scorso (potete rivedere qui le tre ore di show eheheh) e cogliere l’occasione per invitarvi alla diretta del prossimo sabato (ospiti pazzeschi).

L’illustrazione è di Luana Vecchio.

Si risvegliò la mattina dopo, sul divano in soggiorno, giusto in tempo per l’appuntamento.
Dalle finestre filtrava una luce arancione che avvolgeva la stanza disadorna. Come in trance, vide una striscia luminescente che dai vetri sembrava allungarsi fino al bagno, come se gli stesse indicando una strada; la seguì. Il bagliore si fermò sotto il lavandino per poi salire lentamente verso lo specchio come una bava di lumaca glutinosa e fosforescente.
Damiano si vide riflesso nello specchio. Il volto rilassato, come se finalmente avesse dormito dopo secoli, seguiva con il dito le piccole rughe d’espressione sotto gli occhi; si tastò le fossette in cui si nascondevano i motivi di quel suo broncio, come polvere sotto il tappeto che prima o poi sarebbe straripata fuori formando delle valanghe di sporcizia che avrebbero travolto tutto. Sorrise ripensando a cosa lo aspettava. I suoi capelli ai lati, sopra le basette, erano d’un bianco incipiente, sempre più canuti; pensò a tanti pesciolini d’argento che sfrecciano veloci, in tondo, senza scopo, succhiandosi la coda, suggendo carburante in una specie di fellatio, così veloci da creare quel bianco uniforme. E se avesse spazzato via la polvere dalla sua testa; se avesse fatto pulizia e chiarezza? Se avesse rasato via i suoi pesciolini d’argento, magari sarebbe rinato, avrebbe potuto ricominciare? Forse no, nella sua testa si sarebbero accumulate di nuovo piccole creature, atomi invisibili, che si sarebbero riprodotte, e così, come in un circolo vizioso infinito, la sua mente si sarebbe gremita e svuotata giorno dopo giorno, come un teatro dopo lo spettacolo. Niente da fare: il vacuo nitore era impossibile da ottenere.
Ma la sua testa non era un teatro, era un colosseo senza pubblico, sentiva il sangue dei pensieri, in lotta tra loro, irrorargli le sclere e annebbiargli la vista. I suoi occhi erano acquari, le pupille pesci rossi morti, di quelli da due soldi che si vincono alle fiere. Pianse sangue sul lavandino. Poche gocce che invece di scendere nello scarico si vennero incontro, congiungendosi in una danza ancestrale, attorcigliandosi, creando figure tondeggianti e componendo infine dei messaggi in una lingua sconosciuta, estinta, persa nel tempo, aliena. Chiuse gli occhi, li strabuzzò e si osservò allo specchio: il suo aspetto non era mai stato così in salute, sembrava riposato e disteso.
Forse non aveva mai dormito così profondamente in vita sua.

Presto fu alla fermata del bus, si fermò un secondo a riflettere, non ricordava come fosse arrivato lì: un attimo prima si trovava in bagno di fronte allo specchio. Capita quando si fanno le cose con premura e sovrappensiero, si disse. Poco male, ecco l’autobus. Salì e salutò il conducente senza ricevere risposta. Era impossibile scorgere il volto dell’autista, celato da un pannello di vetro oscurato.
Era l’ora di punta ma sul mezzo c’era solo lui. Il viaggio scorreva tranquillo senza scossoni e conciliava il suo sopore; gli sembrava di scivolare su una lastra levigata.
Sul seggiolino davanti lesse una scritta tremolante a pennarello: vietato misurare il tempo, vietato guardare il conducente. Come se fosse la cosa giusta da fare, meccanicamente si tolse l’orologio e lo posò nel sedile di fianco. Per poco non perse la fermata, urlò al conducente di fermarsi e quello inchiodò.
Mentre usciva, le portine si chiusero con violenza dietro di lui, facendolo sobbalzare. Scese barcollando e appena si riprese ebbe la sensazione di aver scordato qualcosa. Da lì camminò per un po’ seguendo il gps sul telefono senza mai sollevare lo sguardo. Poco dopo arrivò alla casa di Portari.

Ad aprirgli fu una ragazza più o meno della sua età.
«Lei è qui per mio padre, giusto? Benvenuto, entri pure, le faccio strada».
«Buongiorno, scusi il ritardo», disse Damiano, trafelato.
«Veramente è in perfetto orario».
«Ah, dev’essere l’abitudine», fece per guardare l’ora, ma al posto dell’orologio scoprì il suo polso nudo, sguarnito.
«Si figuri. È stato difficile trovare la casa?»
«No, facilissimo».
«È il primo che lo dice», ghignò sorniona.
«E dire che non ho neanche un gran senso dell’orientamento. Ieri mi sono perso nel mio appartamento».
Lei sorrise e lui la imitò imbarazzato.
«Me l’aspettavo diversa, sa? Il suo direttore non ha proprio tessuto le sue lodi. Ci ha quasi messi in guardia», disse la ragazza con un leggero sorriso mentre prendevano posto in salotto. Aveva modi insoliti che mettevano quasi a disagio, anacronistici per la sua età. Si muoveva in maniera sinuosa, ma calcolata, perfettamente padrona di ogni suo gesto, compassata. Senza chiedergli nulla versò in due tazzine di pregevole fattura, leggermente filate, quello che sembrava tè verde. Damiano sorseggiò quella bevanda calda, piacevole, che la ragazza gli aveva offerto con noncuranza, dando per scontato avrebbe gradito. Era ammaliato dalla sua eleganza e da quell’inconsueta avvenenza.
«Mio padre stima molto il suo lavoro. Anzi, a esser precisi, è un estimatore del suo libro. L’unica sua opera, mi pare».
«Sì, l’unica. È un onore per me, io stimo molto suo padre. Ho iniziato a scrivere dopo averlo letto, sa? È stato il mio primo amore, se così si può dire».
«Siete due spiriti affini».
«Bah, non saprei, non credo che la scrittura sia un fatto spirituale, credo sia una faccenda più triviale e carnale. Scusi la schiettezza».
La ragazza diede un piccolo sorso e lo fissò per alcuni secondi in silenzio. Poi prese il cucchiaino, lo portò all’altezza del suo viso e lo fece oscillare, a destra e sinistra, come se stesse lasciando al caso la risposta da dare. E scelse di rispondere:
«La scrittura sì, sono d’accordo. C’è sempre un fine prosastico, che c’entra poco con l’arte, come è concepita comunemente, almeno. Non si scrive per scrivere, c’è sempre un obiettivo confessabile o no. Comunque, io intendevo spiriti affini umanamente», disse scandendo quell’ultima parola.
«Suo padre non scrive, secondo me. Lui evoca, inanella suggestioni perturbanti, come se riportasse a galla dei reperti da una civiltà sommersa, da un passato che non ricordiamo, ma che non abbiamo rimosso del tutto, è un archeologo circondato da gente con amnesia selettiva… Mi scusi, quando parlo di lui, mi lascio prendere».
La ragazza era compiaciuta e non fece nulla per nasconderlo.
«La capisco, è l’effetto che fa ai pochi che lo leggono veramente. È la stessa sensazione che lei vorrebbe provocare con i suoi scritti?»
«No signor…no, magari», balbettò.
Era una sua coetanea, eppure lo metteva in soggezione.
«Sono presuntuoso ma penso di avere contezza della realtà e delle mie capacità. Non potrei mai concepire un libro come Morse».
«Non consciamente, forse. Magari in qualche paesino remoto e dimenticato da tutti un ragazzo ha provato la stessa cosa leggendo il suo, di libro, e lei non lo sa».
«Potrebbe accadere o esser già accaduto, certo. Sarebbe bello se funzionasse come per i gemelli di quel racconto di suo padre: sentire quel che sente nostro fratello anche da un emisfero all’altro, incontrarsi e riconoscersi. Insomma, sapere che qualcuno riesce a leggerci».
«Lei non deve sottovalutare la potenza del suo primo libro. Mio padre lo adora».
Damiano quasi non recepì quest’ultima frase.
«Sa che quando da ragazzo lessi Morse di Portari fui preda di quella che, in seguito, scoprii essere una sindrome di Stendhal?»
«Dev’essere stato magnifico. Scommetto che non lo disse ad anima viva».
«No, a nessuno, prima d’ora. Fu una sensazione terrificante, la più bella e forte della mia vita. Da allora, solo qualche scheggia, qualche bagliore improvviso, ma mai quell’energia così avviluppante».
«Cosa darebbe per riviverla?»
«Non saprei…», disse Damiano, diventato improvvisamente titubante, quasi spaventato dalla foga della ragazza, dalla sua cupidigia. Gli occhi della giovane, spalancati, scintillavano, la sclera filata come quelle tazzine, con venuzze in rilievo.
I due furono interrotti da un uomo in livrea, molto alto ed esile, che fece irruzione nella stanza.
«Signorina Giuditta, suo padre… Può venire su un attimo?», finse di domandare, assertivo, attento a non lasciar trapelare altro.
Giuditta! pensò Damiano. Avevano conversato per così tanto tempo e lui non sapeva nemmeno il suo nome. Ma si era presentata?
«Mi scusi, ma devo lasciarla. Mio padre, come forse avrà intuito, non sta bene, necessita di cure e attenzioni costanti da parte di noi tutti».
«Sì, capisco, mi spiac…», cercò di abbozzare, ma venne interrotto.
«Beh, che ci vuol fare, non cadiamo in convenevoli borghesi. Siamo costantemente messi alla prova. A presto. La chiamerò. Il direttore mi ha dato il suo numero, da questo momento avremo contatti solo con lei, diretti, a qualsiasi ora. Non è un problema, vero?»
«No, no, certo».
Come per il tè, lei non gli aveva chiesto se fosse d’accordo o meno, ma accertarsi comunque retoricamente della sua disponibilità con un minimo di premura era stato gentile da parte sua. Convenevoli borghesi, e quelle pose poi, la gestualità affettata, una sorta di cerimoniosità pragmatica che in una sua coetanea sarebbero risultate innaturali e forzate, quasi caricaturali, e che invece ben si attagliavano alla sua personalità, al suo portamento.
«A presto, allora», Giuditta lo congedò, mettendolo alla porta.
«Oh, sì, sì…», disse lui imbarazzato. Quando si stava per profondere in saluti formali si accorse di essere già nel vialetto, con il portone chiuso dinnanzi a lui.

Damiano pensava a Giuditta mentre camminava sul marciapiede. Ogni sua frase era così ben congegnata e dosata, il tono della sua voce posato; e sempre misurato, invece lui sempre incerto, incespicava sulle parole, quasi balbettava.
Non voleva tornare a casa, desiderava solo vagare e pensare a lei e a Portari. Quella ragazza aveva qualcosa di intrigante, non comune, nel salutarlo gli aveva dato una stretta di mano particolare, come se fosse una specie di codice. Si guardò la mano: nulla di strano. Poi avvertì uno strano prurito intervallato da un lieve bruciore. Distolse lo sguardo e non percepì più nulla. Guardò di nuovo la sua mano e sentì un calore divampare e diffondersi sul palmo. Se ne stava lì, immobile sul marciapiede, sentiva la pelle ardere. Non riusciva a gridare, paralizzato dal terrore.
Una signora anziana, molto elegante, gli venne incontro lentamente. Lo guatò con compassione, con un’espressione serena. Il dolore si faceva sempre più insopportabile ma lui non riusciva a dir nulla e rimaneva impalato. Gli sembrava che piccole zanne invisibili, aguzze e affilatissime, gli mordicchiassero la mano. L’anziana lo raggiunse, aprì la sua borsetta, ne trasse una bottiglietta d’acqua e gli versò il contenuto sulla mano. Damiano sentì un immediato sollievo. Era sudato, il viso sconvolto.
Ringraziò la donna, che gli disse: «lei è nuovo, mi sa tanto. Sta provando a guardare, vero?» e scoppiò a ridere in maniera sguaiata mostrando dei denti neri e una lingua biancastra, che stonavano con il suo aspetto distinto.
Damiano si guardò la mano ma niente, nessun segno, nessuna bruciatura. Quando alzò lo sguardo, la vecchia era già lontana, e una volta che ebbe girato l’angolo, la perse.

Il ragazzo si vide riflesso nella vetrina di una libreria e si meravigliò di quanto dissimulasse bene, non sembrava affatto sconvolto, ma dentro si sentiva fremere, avrebbe voluto guizzare fuori dal corpo e abbandonare lì le sue spoglie. Con un impeto improvviso si gettò dentro il negozio, superò la fila spintonando una giovane coppia e si scagliò contro il commesso:
«Avete il mio libro?»
«E chi sarebbe lei?», rispose il commesso svogliato. Neanche quell’irruzione lo aveva scosso dal suo torpore.
«Donato Port…si corresse, Damiano Franzosi!»
«No, non c’è niente, me lo dice il titolo? Anzi, aspetti, ecco, ce n’è solo uno».
«Certo, ce n’è sempre solo uno!»
«Come, scusi?»
«Niente, lasci perdere».
«Lo trova lì, tra i nuovi classici».
Damiano si calmò, si guardò intorno, che cazzo di categoria sarebbe i nuovi classici? Si girò e rivolse delle scuse poco convinte agli astanti che lo guardavano interdetti e un po’ spaventati.
Bofonchiò: «Scusate, non so cosa mi sia preso, chiedo scusa a tutti…».
Andò a cercare il suo libro. Lo trovò subito. La copertina rossa, inconfondibile, il suo nome a caratteri cubitali, pacchiani. Questa volta avrebbe resistito e l’avrebbe letto finalmente. Prese a sfogliarlo, non si era mai sentito così deciso.
All’interno c’erano solo pagine bianche e segni di carta strappata. Mancava l’intero testo del romanzo, come se qualcuno ne avesse sostituito le pagine con una risma di fogli vuoti perfettamente rilegati.
Il senso di frustrazione tornò ad assalirlo. Damiano strappò rabbiosamente le pagine immacolate superstiti: «Dov’è? Dov’è?!», sbraitò.
Vide il commesso prendere il telefono, i clienti dileguarsi verso l’uscita. Si ricompose, prese ciò che restava del libro, ormai a brandelli, e scappò via.

Vide un taxi sfrecciare ad alta velocità, gli si parò davanti all’improvviso, quello frenò di botto e lo fece salire. Elucubrazioni sparse gli affollarono la mente: devo riuscire a leggere il mio libro. Me lo farò leggere da Giuditta!
Si sentiva più calmo, gli era bastato questo flebile proposito per rasserenarsi. Canticchiò una nenia ripetitiva: in panico è l’uomo senza un piano, in panico è l’uomo senta un piano, in panico è l’uomo senza…
Guardando dal finestrino appannato vide a malapena la città buia, una notte senza stelle, molte macchine e poca gente in giro. Fece per passare la mano sul vetro per schiarirsi la visuale, ma ci ripensò. Gli piaceva godersi il panorama offuscato, appena accennato, ipotetico. Proprio come Morse di Portari. Rievocò il giorno in cui perse i sensi dopo aver letto quel libro, anche se non fu un vero e proprio svenimento.
Perché si era confidato con Giuditta?
Si rivide in piedi di fronte allo specchio con gli occhi sbarrati senza possibilità di muoversi, in preda a una ebbrezza panica, un disorientamento terribile, chissà quanto tempo era rimasto così.
Ebbe un sussulto. Il taxi si era fermato.
«Signore, siamo arrivati, eccoci».
Riconobbe casa sua.
«Ah, sì grazie».
«Come fa a sapere che io vivo qui?»
«Ho dei poteri paranormali», rispose sarcastico l’autista. E aggiunse: «Me l’ha detto lei, signore!»
«Mi scusi, è stata una giornata lunga».
«Stia tranquillo, la capisco meglio di quanto crede, arrivederci».
Damiano pagò e uscì.
Mentre si dirigeva verso casa il tassista richiamò la sua attenzione:
«Signore, signore, si è dimenticato un libro!»
Damiano si voltò e rispose:
«Lo tenga, glielo regalo», o almeno quel che ne resta, pensò. «E scusi se non le faccio la dedica» aggiunse sorridendo.
L’uomo ribatté perplesso. «Ah, grazie. Ma che c’entra lei con la dedica?»
Damiano guardò dentro il taxi. Il libro gli parve perfettamente integro.
«Vabbè, Morse l’ho già letto tanto» disse il tassista.
Damiano indietreggiò lentamente…
«Adoro Donato Portari!» aggiunse poi prima di ripartire.
Damiano si girò di scatto e corse verso casa. Si tastò la giacca in modo convulso alla ricerca delle chiavi, da una tasca interna estrasse brandelli di fogli bianchi. Il portachiavi era impigliato in quel groviglio di carta, strappò i fogli tirandoli via e finalmente ebbe le chiavi. Aprì e si gettò in casa.
Fece tutte le mandate alla porta, trascinò una poltrona per sbarrare l’entrata, poi si buttò sul divano a pancia in giù, premendo forte la testa sul cuscino in similpelle, urlando. Sapore di sangue in bocca. In panico è l’uomo senza un piano, provò a ripetersi.

***

Che odore ha la pelle che indosso? Il suo proprietario lo sapeva? Io ho un odore mio? Non esiste nessuno che possa dirmelo, se posso provar dolore senza corpo, potrò anche avere un mio sentore, inconfondibile e peculiare? Sono, senza esistere. Esisto senza essenza. La mia scia sono i corpi disanimati senza più profumo o sgradevole olezzo. Io sono l’anosmia: non percepisco; l’umanità è la disosmia: percepisce solo il suo profumo e il fetore degli altri.

Andrea Frau

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