Gioventù etrusca #4: La Costellazione

Francesco Mila è stato stagista di Verde fino all’inizio della quarantena. Purtroppo abbiamo dovuto interrompere il nostro rapporto perché l’assicurazione non avrebbe coperto le sue prestazioni in smart working. Ma ehi, il tempo libero gli ha fatto un gran bene: Francesco ha scritto molto e ha tirato fuori dal cilindro questo racconto magnifico.

Entra così a pieno titolo nella Gioventù etrusca, il dream team di penne multirazziali, ergonomiche e versatili pensato per andare oltre ogni scenicchia.

L’illustrazione è di Luana Vecchio.

Su come ho raggiunto il pianeta, sul tempo trascorso dal mio arrivo ho ipotesi vaghe. La navicella ovoidale al di qua del cancello, lo strato di muschio e licheni agli angoli degli oblò, sul tettuccio, nelle insenature delle quattro ruote – sgonfie – del carrello d’atterraggio, mi fanno pensare che qualche anno sia un tempo verosimile. La navicella non sono mai riuscito a perlustrarla; è chiusa, e il freddo e la notte perenne concorrono a farne l’interno più buio e insondabile. S’intravedono una specie di timone, i motivi offuscati della tappezzeria. E un alberello, minimo e senza spessore, che pencola per gli spifferi.
Le stelle di questo cielo sembrano sempre sul punto di spegnersi. Alcune scompaiono, diventano via via più rosse finché una notte, svegliandomi, al loro posto ne trovo altre. Più giovani, di un lucore meno scarlatto. Poi anche queste s’ingrossano, ricordano un rubino o un’emorragia. Ho cercato di localizzare un sistema, una galassia. Impossibile: la condizione di questi soli è troppo precaria; nessun nome, nessun punto di riferimento.
Ad alcune stelle m’affeziono. Un certo modo di ammiccare – ma forse sarebbe più corretto “agonizzare” –, la lascivia di quelle che muoiono nel rettangolo di cosmo che osservo dalla finestra della mia camera: finisco per prenderle in simpatia, do loro un nome e nello spazio fioriscono il timo, l’erica, la piracanta; le ho chiamate come le piante in cortile – piante che per qualche ragione sopravvivono alla scarsità di luce.

*

D’inverno il cielo è buio, quasi nero; il silenzio è assoluto e grilli, rane (c’è un piccolo stagno, a Sud della casa), ogni insetto, ogni animale ammutolisce; rimango l’unico a produrre rumore. Per lo più tosse, starnuti; dal mio arrivo avrò avuto una dozzina di raffreddori. Col tempo, ho adottato diversi sistemi per non ammalarmi: mi avvolgono tre strati di lana, sotto la maglia termica che non tolgo mai; esco, mi lavo solo se necessario. Dopo, per esempio, che ho gettato la spazzatura nell’atmosfera. Quando, per esempio, l’odore dei vestiti sporchi mi inibisce il sonno. Oltre a me, in casa non abita nessuno. Ma qualcuno dev’esserci stato. E libri, e stufa, e scorte me lo testimoniano. Forse, ipotizzo, la persona che ha scoperto il pianeta, che ha apposto la targa sul muro del capanno in cortile.
Della vita di prima – se mai è esistita, prima, una vita – non ho memoria. Tempo fa avevo cominciato a pensare che forse potevo essere nato qui. Ma in tutto il pianeta non avevo ancora trovato l’ombra di un genitore. Nel capanno, comuni attrezzi da giardinaggio; sotto, nello scantinato, un remo, un albero di limone, scorte alimentari e grossi sacchi di truciolato: neppure un capello, un’unghia che non fosse riconducibile a me. Non ricordavo un passato, un’infanzia, una famiglia. Poi una notte avevo deciso di avere comunque diritto a queste cose. Avevo cominciato a misurare la mia altezza, appuntavo i regressi a matita sullo stipite della porta. Dalla prima misurazione ho perso dieci centimetri – e pensavo che mia madre, mio padre, pure se morti potessero dirsi orgogliosi.

Adesso so che la mia è stata una famiglia laica: sul pianeta non ci sono chiese, sinagoghe, moschee. Avevo pensato che la cremazione fosse la soluzione migliore; d’altronde, soldi per il funerale non ne avevo, e l’unica eredità che mi avevano lasciato era questo pianeta, questa casa, l’albero di limone su cui ho sparso le loro ceneri. Dopo averli ritrovati, avevo cercato di colmare quel lungo oblio trascorrendo del tempo assieme a mio padre.
La scorsa estate, in una notte meno fredda e quasi luminosa; indossavo un gilet da caccia, le canne fabbricate legando due pezzi di spago a rametti nodosi. Papà era silenzioso, durante l’intero tragitto dalla veranda allo stagno se ne stava raccolto, meditabondo. Per un attimo lo avevo creduto arrabbiato; temevo avesse litigato con la mamma, o che gli fosse venuto il rimorso per i miei fratelli – loro li avevo cremati per primi. Raggiunta la riva, avevo adagiato mio padre su una barchetta. Quindi l’avevo spinto, col remo, a un paio di metri da me: avremmo pescato lui dal centro, io dalla riva dello stagno.
Ora, posso dirlo, ho ricordi, aneddoti, dolori. La permanenza su questo pianeta non ha compromesso la persona che sono. Ricordo il frinire insistente che mandava la siepe, e mio padre, la canna a mollo da ore, che non pescava e pareva accusarmi: d’essere troppo ingombrante, troppo rumoroso – stavo facendo scappare le rane! – e ricordo la posizione esatta delle nove stelle che componevano la costellazione dell’edera. Quando, la notte successiva, dopo avere dato l’ultimo saluto ai miei genitori – li avevo sistemati nella confezione di un mazzo di carte, sul dorso –, baciato le loro fronti ruvide di scarafaggio; dopo avere acceso il braciere della stufa; sono uscito in cortile, e ho constatato, senza troppo stupore, come l’intera costellazione dell’edera fosse scomparsa. Dove prima s’inerpicava la pianta rimaneva un vuoto, e pulviscolo di materiale stellare si spandeva, offuscava il rossore giovane di certi astri, a cui subito avevo voluto dare un nome. Ero rimasto non so quanto tempo a osservare la neonata costellazione, a figurarmi nella sua traiettoria le sembianze dei genitori che ardevano in casa. Quando, nei giorni seguenti, dal cortile avrei avvistato quel vuoto, e la forma che pareva dimenarglisi accanto, avrei provato dolore e nostalgia; e anch’io, pure sul pianeta che abito, anch’io avrei avuto una storia, un passato.
Adesso ricordo la goffaggine di mio padre nel tenere la canna, e il bagliore delle lucciole che gli orbitavano attorno; erano in realtà naiadi e spiriti dello stagno, accorsi a rendere meno triste quella sua ultima notte nel mondo. Rane non ne avevamo pescate. Ma era la prima volta che lo conoscevo, dello scopo della nostra gita non m’importava nulla; volevo sapesse chi sono, cosa provo; e a mano a mano che le prime, luminose ore notturne scemavano nella notte più fonda – ci avvicinavamo a quel momento in cui il pianeta sembra precipitare in un angolino della galassia, quando il nero del cielo raggiunge lo zenit – e una dopo l’altra le naiadi risprofondavano nello stagno, le lucciole si schiantavano sulla barchetta che a malapena riuscivo a distinguere; mentre minuscoli corpi appesantivano l’imbarcazione di balsa su cui ancora galleggiava mio padre, le sue antenne, le sue zampe, lo intuivo deluso: forse da me si aspettava qualcosa di meglio di questa vita da insetto. Avevo guadato lo stagno – l’acqua, limacciosa, mi entrava fin dentro ai calzini –, e curvo e a tentoni recuperavo mio padre. La barchetta, quelle ridicole, infruttuose canne; tutto sarebbe bruciato assieme alla mia famiglia.

*

Chissà per quanto tempo erano andati avanti a patate. Li avevo trovati la notte prima della gita allo stagno, nello scantinato; dondolavo questa retina di cose marce e all’improvviso i miei fratelli erano piovuti sul cotto. A grappolo, tutti e sedici. Alcuni li avevo calpestati, un frantumarsi di biscotti secchi sotto gli scarponi. Più in là, fra le scatole, mio padre e mia madre. S’erano ricavati una nicchia nel cartone, gli scampoli dell’imballaggio li tenevano al caldo.
Fino ad allora, le notti su questo pianeta mi avevano lasciato dimenticare chi sono. Ma ora vedevo il mio volto, livido e glabro, e questo corpo, l’ossuta deformità a cui lo hanno ridotto il buio, l’ombra, riflesso nello specchio del bagno, mentre cercavo della carta igienica per avvolgere i corpi. Sapevo che quella era la mia famiglia, la mia carne, e il mio aspetto. L’immagine che tante volte avevo trovato sgradevole, adesso mi appariva famigliare; quel naso, quegli occhi li avevo presi da mamma, la forma del cranio da papà. Dopo la pesca, mio padre amorevolmente riposto in tasca, avevo piantato l’impugnatura del remo nel terreno morbido in prossimità dello stagno. Pensavo, col temperino in mano, a una parola, a un nome. Ma non conoscevo né il mio, né quello di mio padre. Allora m’ero ricordato della targa, e avevo inciso la stessa scritta sotto una stella, una foglia d’edera.
La notte successiva mamma e papà avevano arso per diverse ore. Poi la stufa s’era spenta, e altre ore erano trascorse prima che il braciere si fosse raffreddato. Avevo incanalato le loro ceneri in un’ampolla. Riconoscevo, ancora intatta, un’antenna; ma nient’altro era scampato alla combustione. Adesso i miei genitori erano una polvere granulosa.

*

Le settimane, i mesi, trascorrono senza che la Costellazione dello Scarafaggio dia segni d’esaurimento. S’è inchiodata accanto a quel lotto di cosmo sterile, mentre attorno la galassia persiste nel solito ciclo di morti e rinascite. Mi pare una conferma sufficiente della testardaggine dei miei genitori. Pure sotto forma di gas, in quell’estinzione più o meno pacifica a cui assisto dal mio pianeta, si ostinano a sopravvivere, non hanno dimenticato le prerogative della loro specie.

*

Prima, dei miei genitori non avevo mai scritto. Ora invece mi pare l’unico modo per alleviarne la perdita. Anche se mi accorgo di quanto incompleta sia l’immagine loro, povere le biografie – e di come sia costretto a inventare, a distribuire fra l’uno e l’altra la dolcezza, la pazienza, il ritegno; qualità che non ho avuto la possibilità di smentirmi; come pure quelle caratteristiche che più si detestano nei genitori: un’etica, una visione del mondo ristrette – che però, temo, solo in parte ho ereditato.
Quando ci ritroviamo, in sogno – o quando, fissando a lungo la costellazione, ho l’impressione che le stelle si rivolgano a me con la loro voce –, non fanno che rimproverarmi. E in un certo senso mi piace, posso dire di avere genitori che si preoccupano, o che mi irritano, o che non capiscono le mie aspirazioni.
Certe notti il freddo mi sveglia e scopro che la stufa si è spenta. Allora scendo, aggrappandomi al corrimano, lungo la scala a chiocciola e sotto, a sinistra degli scatoloni, intuisco l’alberello di limone, ormai più alto di me, con le foglie di un verde opaco e coperte d’intonaco. Nello stato di sospensione in cui mi trovo – già che il sonno, su questo pianeta, non è mai veramente sonno –, complice anche l’aria non proprio salubre dello scantinato (deve contenere per forza qualche sostanza obnubilante), mi viene spontaneo salutare mio padre, mia madre, e informarmi sulla loro condizione, intanto che ingobbisco sotto il truciolato. Dapprima rispondono di stare bene, che il terriccio è confortevole e di non preoccuparmi. Quindi insisto: Tanto – dico – ormai sono sveglio. E in effetti la disposizione del vaso non è di loro gusto, vorrebbero un po’ di sole (sole per modo di dire) e allora mi sbarazzo del truciolato, cerco di farmi un’idea di dove spostare gli scatoloni, e sperimento sulla mia pelle quella luce ch’è poco più che un riflesso, un’impressione di buio più tenue rispetto all’ombra in cui è calata la stanza. Quando sembrano contenti domando se non hanno bisogno d’altro. Subito la loro voce mi rassicura; ma come faccio per calcare un gradino è un’altra richiesta. Ora, da morti, hanno molte più esigenze di prima. Ma penso con sollievo ai bisogni che avrebbero se non li avessi cremati. Tutto sommato mi va bene così; è il minimo di manutenzione di cui necessita la mia famiglia; e spolverare le foglie, detergerle, è come occuparsi delle loro zampe. Adesso condividono la carne, le terminazioni della pianta. E la linfa che rimane sui polpastrelli, sulle lame delle cesoie quando il buio o la stanchezza m’ingannano, è sangue, è dolore loro.

*

Da qualche notte sogno mio padre: portiamo ciascuno una canna da pesca, sporte ancora vuote che presto riempiremo di rane. Seduti a ridosso dello stagno, peschiamo e papà mi rimprovera, mi chiede che intenzioni hai? Vuoi sprecare la tua vita su questo pianeta? E io gli rispondo che pure volendo non saprei come andarmene. La navicella, dice, funziona. Ma ho paura, papà, ho tanta paura e vorrei foste ancora vivi. Mio padre tira la lenza e una ranocchia pende dall’amo, agita le zampe e la canna si spezza, lui impreca, dice che vivi non lo sono mai stati, che vivere è una cosa diversa. Guardati, dice, sembri un insetto. E mi vergogno, lo accuso di questa paura che mi inchioda al pianeta. Ora la ranocchia gracida dalla sporta. Ogni tanto, anziché la ranocchia dall’amo pende un limone. Ma né io né mio padre diamo peso alla differenza.

È stato dopo uno di questi sogni, nel momento in cui ho aperto gli occhi, che ho percepito una sensazione inedita farsi strada nel corpo. Credevo che le pareti, l’armadio, le coperte mi fossero ostili. E il pianeta mi pareva orribile e inospitale – ma vivo, presente come non mai. Mi ero rivolto verso la costellazione dei miei genitori: era seminascosta. Allora la sensazione si è impossessata delle gambe, delle braccia; il corpo ha smesso di obbedirmi e la stanza, il pianeta, ogni cosa apparteneva alla paura. Mia madre, mio padre, non avrebbero più trovato un nascondiglio in nessuna galassia. L’ultimo, il più confortevole era stato scoperto. E adesso l’universo circondava anche me.

*

È verde, non più grosso di un uovo. Per alcuni minuti lo fisso. Si tratta, penso, prima di perdermi in congetture sul suo possibile significato, della conferma di quell’iniziale deduzione poetica. Ora è certo: ho sparso le loro ceneri sull’albero di limone. A mano a mano che mi abituo alla visione di questo frutto – il primo, peraltro acerbo, maturato sul mio pianeta –, e smetto di crederlo un’allucinazione, il sintomo di una debolezza cerebrale, dovuta al prolungato stato di veglia che da notti mi sfianca, le ipotesi si fanno strada. Mi domando se non sia stato un pregiudizio mio, in linea con l’orizzonte ristretto del pianeta, crederne il terreno sterile e ogni pianta condannata all’inverno. O ancora: se l’aria dello scantinato non abbia favorito quella che ad oggi è un’anomalia, un’incrinatura nel vetro di supposizioni che ho elevato a scienza. Potrebbe, penso, trattarsi di un’inversione di tendenza; e già m’immagino una limonaia, e l’aspro di questo frutto sui legumi, sulle patate. Mi accorgo che le mie mani, che da alcuni minuti sfiorano le irregolarità del limone, esercitano una pressione leggera, ma forte quel tanto che basta a incurvare il ramo. Ragiono sull’opportunità di staccarlo, dimezzarlo col temperino e scoprire se è commestibile.
Scemata l’euforia iniziale, la presenza del limone m’intristisce. Che qualcosa di simile possa nascere dal mio pianeta mi sembra ingiusto e provo una repulsione immediata. Mi scanso, nel buio cerco la scala e per ore rimango davanti alla stufa, a scaldarmi.

*

Vieni – dice, zampettando fra i fili d’erba in direzione della siepe d’ortensia. Non appena lo raggiungo s’arrampica sulla pianta più alta, me lo ritrovo all’altezza del naso. Il vento gli smuove le antenne e la corazza riflette i bagliori di costellazioni lontane. È un estraneo, penso, mentre scompare nella siepe e di nuovo m’invita a seguirlo. Gli rispondo non posso, papà, dal cortile non sono mai uscito. Ma insiste, borbotta – assottigliati, dice – e mi sdraio, striscio; ho terra sulle labbra e tasto sottili radici d’ortensia. Sento qualcosa di sdrucciolevole – è un rospo, lo stringo, e la voce di mio padre è vicina, scocciata: fai presto.
Il giardino in cui ci troviamo è luminoso, e i miei occhi fanno fatica ad abituarcisi. A poco a poco distinguo degli alberi: dai rami pendono limoni di un giallo vivissimo, scaldati dal sole. Osservo le piante che si susseguono a perdita d’occhio e la luce, questo calore m’infondono una sensazione di benessere. Mi dimentico della terra che ho sulle labbra, fra i capelli, sulle sopracciglia. Del rospo che stringo – morto – e di mio padre.
Non so quanto tempo trascorra prima di accorgermi che sto sognando. Quando mi sveglio ho freddo, la stufa s’è spenta. Mi domando, scendendo, se il giardino esista davvero, e per quale motivo mio padre ha voluto che conoscessi quel luogo. Mai, come in questo momento, avrei bisogno di confidarmi con lui, di saperlo vicino. Se potessi vederlo – se non avessi avuto tanta fretta d’infilarlo nel fuoco – un contatto, una parola mi basterebbero; saprei cosa fare della mia vita e di questo pianeta. Quando accendo la luce mi gira la testa. C’è qualcosa – ormai non ho dubbi – nell’aria dello scantinato che inquina, stordisce, e ogni volta la sensazione è più intensa.
Notte dopo notte escrescenze germogliano sulle patate, sulla frutta, e scopro, raccogliendo un pezzo scollato del battiscopa, che larve si dimenano fra l’intonaco, ambrate e non più grosse di una capocchia di spillo – e così nelle credenze, sul corrimano e fra la polvere della scala a chiocciola; e ovunque s’accompagna alle larve una maggiore tossicità dell’aria. In questa atmosfera la mia famiglia sembrerebbe riacquistare vigore: il limone ingrassa, l’albero è solido e ricoperto di foglie; e fra poco – se cresce ancora – sarò costretto a spostarlo in cortile.

*

Questo contagio che si espande ora al resto della casa, ne fa germogliare gli angoli più impensabili – la notte scorsa ho trovato un bel po’ di larve nella parte inferiore della caffettiera – e forma costellazioni di muffa sulle pareti del bagno, del salotto-cucina dove è quasi impossibile desinare (ho dovuto rinunciare alla stufa; steli di un verde pallido ne impediscono l’accensione); contro cui il pesticida ottiene lo stesso effetto che se ci soffiassi sopra; questa malattia, che procede di pari passo con lo sviluppo dell’albero, radicato nel cotto, e intenzionato – ne sono convinto – a estromettermi dal pianeta, dal mio passato, mi pare coincida coi desideri dei miei genitori: a poco a poco si fa strada in me la certezza del loro abbandono.

Abbiamo di nuovo scavalcato la siepe, e nel frutteto la luce era più intensa della scorsa notte. Stavolta non ha avuto il tempo di rimproverarmi: mi sono abbassato, l’ho afferrato e ho stretto il suo corpo fino a sentirlo scricchiolare. So tutto – gli ho detto. Che non mi volevate. Che vi vergognavate del mio aspetto. E in quel momento mio padre m’è sembrato minuscolo. Ci siamo fissati, muti, e nel giardino si sentivano soltanto il fruscio delle foglie, i gorgheggi delle rane che arrancavano storte, fra le piante. Il corpo di papà si è sgretolato, la sua testa è come affondata nel nodo scorsoio delle mie dita. Allora ho allentato la presa, e nell’aria ha cominciato a sperdersi una polverina marrone; alcuni granuli mi sono finiti negli occhi, nelle narici. Il sole è scomparso, i limoni si sono staccati dai rami mentre rospi emergevano a frotte dalla siepe d’ortensia. E ciò che prima era rigoglioso marciva.
Quando ho aperto gli occhi mi mancava il respiro, mi sono sporto dal letto per vomitare. Tastavo il comodino alla cieca – la stanza era un buio profondo –, cercavo l’interruttore dell’abat-jour. Una luce tiepida animava a intermittenza la lampadina. Che sibilava, come se una zanzara fosse intrappolata all’interno. S’è fulminata – ho pensato, e alzandomi ho afferrato le imposte che avevo chiuse per evitare gli spifferi. Fuori si distinguevano appena le sagome del gazebo, della catasta di legna con cui da notti sopperivo alla stufa. S’intuiva, sulla destra, uno spicchio della siepe d’ortensia; ma né la luce, né il calore di quel giardino parevano in grado di superarne le foglie. Sono rimasto affacciato a osservare la notte, che non era più fonda o più fredda del solito. M’impensieriva la possibilità che quanto avvenuto nel sogno fosse definitivo, che non avrei mai più visto o subito mio padre, il giardino, quella distesa di limoni appassita un attimo prima del mio risveglio. Ho guardato le stelle. Ma fra la salvia, la menta, l’ortica, la luce dei miei genitori era spenta. Appoggiandomi alle pareti mi sono fatto strada fino alla porta che dà sul salotto. Respiravo l’aria pesante della stanza – l’interruttore non funzionava, lo ricopriva la stessa patina che avevo già trovato sulle posate, nella stufa, sullo specchio del bagno – e al buio, infilando naso e bocca nel collo del maglione, ho raggiunto l’armadietto dove ammucchiavo, assieme a pinze, cacciaviti, chiodi, confezioni di fiammiferi che avevo cominciato a trovare per casa, a partire da un passato remoto di cui adesso non conservo memoria, su cui era impressa e in molti casi sbiadita la stessa scritta ancora leggibile sulle fiancate della navicella.

Mi sono fatto coraggio, ho infilato entrambe le braccia nell’armadietto. Mi pareva di frugare nella carcassa di un animale: a poco a poco srotolavo sul pavimento le sue viscere rugginose. Larve, chiodi, moccoli di candela e attrezzi coperti di muschio. Finalmente i fiammiferi. Agitato com’ero i primi due li ho spezzati. Poi s’è accesa una fiammella debole, bluastra, e ho avuto appena il tempo di passarla a una candela tozza. Ho trascorso la mezz’ora successiva a cercare d’illuminare la stanza. Avevo una torcia, dimenticata notti prima fra le bottiglie di un vino imbevibile, in un ripiano della credenza dello scantinato; ma scendere mi sembrava impossibile: solo al pianterreno l’aria era contaminata al punto che ero costretto a intervallare ogni boccata d’ossigeno con lunghe pause d’apnea. Erano sufficienti quei lumicini, a darmi un’idea di quanto il contagio fosse capillare. Nei piccoli stagni di cera sciolta che circondavano le fiammelle si depositavano lanugini candide: ricordavano i soffioni del tarassaco, che imbiancavano il cortile del pianeta nelle notti primaverili. Le candele continuavano a spegnersi. E l’infezione da cui anch’io, adesso, il mento sul petto, mi lasciavo stordire, sembrava volesse privarmi di ogni fonte di luce. I polmoni si sono gonfiati dell’aria nociva di cui era piena la casa. Il corpo – lo sapevo appoggiato al mobile, circondato da confezioni di fiammiferi vuote – ha smesso di appartenermi, e per un momento ho avuto modo di osservare da una prospettiva diversa la materia che era stata il mio mondo: mi sono chiesto come avessi potuto trascorrere tanto tempo da solo in quel luogo. Forse è stata l’impressione di un calore a cui non ero più abituato, a risvegliare le membra o forse, pensavo, il desiderio di interrogare per l’ultima volta i miei genitori – o ancora: di assicurarmi che stessero bene; di ricevere da loro qualcosa di simile a una benedizione. Ho gattonato fra viti e candele, fino alle scale. Mi sono aggrappato al corrimano, e col culo, di gradino in gradino sono piombato nello scantinato. Il pavimento pareva più morbido: ovunque era terra, in parte esondata dal vaso, in parte accorsa chissà come e chissà da dove, e ciuffi diffusi di prato: nascondevano le pesche e i lamponi, e grappoli del bassorilievo che decorava il mausoleo dei miei genitori. Cresciuto fin quasi a sfiorare il soffitto, dall’albero pendevano numerosi limoni. Gattonavo in direzione del tronco. Mi pareva di vederlo con chiarezza, nonostante il buio; un po’ curvo per il peso delle fronde. Era dalla memoria dell’ossigeno, dell’aria benefica al di là della siepe, che attingevo quel tanto di vita necessaria a raggiungerlo. Boccheggiando, contraendo l’addome esalavo una musica asfittica, come di guaste cornamuse intasate di polvere. Ci siamo conosciuti tardi – ho pensato. Non avete potuto mettermi in guardia dai danni del fumo. Se in quel momento avessi avuto pieno controllo sul corpo, se mi fossi trovato all’altezza delle fronde più basse, dei primi limoni, non sarei stato – forse – più indulgente con loro di quanto ero stato nel sogno: avrei provato – magari – a estirpare la pianta, e come in sogno – magari – il giardino si sarebbe dissolto; poi avrei pianto per notti sui rami spezzati dei miei genitori. Invece da loro tornavo impaurito. Raggiunto il tronco, mi ci sono rannicchiato contro e ho aspettato. Ho sentito il profumo dei limoni, e le loro voci che invitavano me e i miei fratelli a seguirli in un boschetto in fondo al giardino. Ogni tanto incontravamo un rospo, un uccello – e un morso, una beccata potevano costarci la vita. Ma ero contento: il sole per la prima volta mi scaldava le antenne.

Francesco Mila

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