Morse: L’invenzione del dolore – scena prima

Un’entità millenaria che sembra attratta dalla violenza, un uomo dalla memoria confusa, un vecchio scrittore di romanzi horror in fin di vita e la sua bellissima figlia. Cosa si nasconde dietro Morse: L’invenzione del dolore di Andrea Frau

Morse è un romanzo a puntate che ci terrà compagnia da questo lunedì fino all’estate. Morse è qui per dirvi che sì, forse vedremo ancora il sole sulle nostre teste, ma no, non andrà tutto bene.

Il primo capitolo è un salto vertiginoso nella “mente” di una forza oltreumana, un monologo che sa di condanna, eppure tremendamente affascinante.

L’illustrazione che vedete qui sopra è stata realizzata appositamente per l’occasione da Sergio Caruso.

Un uomo distinto con un panama, claudicante, sale sul treno con il suo trolley. Ha un portamento molto elegante nonostante la zoppia e si muove lentamente. Prende posto, posa la valigia sul sedile, la apre e tira fuori una risma di fogli stropicciati pinzati malamente.
Si toglie il panama e lo sistema dentro la valigia. La donna seduta vicino a lui nota come la sua borsa sia quasi vuota: dentro c’è solo il suo cappello.
Il treno riparte. L’uomo ripone il bagaglio nel vano sopra di lui. Poi si leva la giacca, slaccia l’ultimo bottone della camicia, allenta la cravatta e si toglie le scarpe. Nel frattempo sussurra una litania indecifrabile, una sorta di mantra; l’unica parte comprensibile recita:

il panico è umano, l’ebbrezza è mia,
la mia ebbrezza è la vostra salvezza.

Compie ogni gesto con fare cerimonioso e automatico come se si trattasse di un rituale abituale. Sul vagone ci sono circa dieci persone. Tutti, specie la donna di fronte a lui, lo guardano stupiti. Ha gli occhi addosso ma non sembra curarsene. Sale in piedi, scalzo, sul suo sedile. La donna si alza, prende la borsa, e va a sedersi una fila dietro, a distanza di sicurezza, combattuta tra timore e curiosità.
L’uomo ha i fogli in mano, si schiarisce la voce e inizia a leggere da un punto a caso, verso la fine, con voce bassa e declamatoria. I passeggeri non riescono più a muoversi, sono statue di sale, immobili e con gli occhi spalancati, possono solo ascoltare.

“…E così quel giovane si ritrovò con il terrore di sperare. Ogni cosa desiderasse veniva esaudita con una rapidità inquietante. Si ritrovò a sfidare quello che ormai faticava a chiamare caso, desiderando le cose più assurde. Otteneva tutto ciò che voleva senza voti o sacrifici in cambio. Non c’era alcuna correlazione, nemmeno la più labile, tra quei premi e le sue azioni. Nessuno avrebbe mai pensato che potessero essere solo delle coincidenze. Fece varie prove, per una settimana si comportò in modo aberrante e nulla cambiò. Le gratificazioni dopo le azioni più immorali, reati o peccati, furono le più dolci che avesse mai provato. Un’iniziale euforia data da un sentimento di onnipotenza cedette il posto a un’apatia frammista a rabbia. Il giovane aveva la costante sensazione di esser seguito e aiutato. Una mano invisibile lo sosteneva mentre girava su una bici con le ruote chiodate, passando sopra a corpi inermi e macerie, insabbiando le sue atrocità.
Sentiva che, prima o poi, quell’essere si sarebbe messo in contatto con lui e si sarebbero finalmente ricongiunti. Quella scia di morti non era altro che un ponte, un canale di trasmissione che pian piano li avrebbe riuniti. L’entità era un dannato all’inferno dell’immortalità, e il ragazzo era la mela che avrebbe soddisfatto la sua fame eterna. Un giorno l’entità sarebbe riuscita a strapparla dal ramo, inglobarla e portarla con sé oltre il visibile. Una serie di immagini, di visioni, avrebbero avvicinato il ragazzo a essa come una scia di briciole, sempre che quella pletora di umani, formiche ingorde, non le divorassero prima. Quelle visioni sarebbero state profetiche ma tossiche, incomunicabili, irriproducibili, inumane: sarebbero state solo sue, sarebbero state al sicuro.
Io sono stato la piastrella che uomini agonizzanti, riversi nel bagno, hanno fissato invocando pietà, tremando al pensiero della morte. Ho sentito il vostro terrore un attimo prima di morire. Ho udito le vostre preghiere, la vostra richiesta di aiuto, guardavate me o la piastrella? In quell’attimo, prima di perire, riuscite a vedermi? In quell’istante potete vedere cosa si nasconde tra le pieghe del tempo? Potete cogliermi e vedermi dietro le cose? Chissà come sarebbe isolare quel momento, quel tipo di percezione, quello sguardo rinnovato e vivere così per sempre. L’umanità avrebbe dovuto lavorare su questo, avrebbe dovuto studiare il senso delle percezioni. Spesso nei sogni parlate con persone conosciute che hanno il volto e la voce di qualcun altro. Ma incuranti di ciò, non vi fate troppe domande e proseguite. Solo una volta svegli vi rendete conto dell’incongruenza. Ma nel sogno tutto è lecito, nessuno mette in dubbio ciò che prova o sente. I volti e le voci non esistono, sono abitudini, simboli e convenzioni del tutto arbitrarie, come le parole e la scrittura. Le cose, come le persone, sono al di là delle parole e dei volti. Ecco, nel sogno c’è un indizio di quello che potreste essere, delle vostre potenzialità. Vi aiuterebbe essere ciechi per avvicinarvi a vedere e sentire in profondità. Ma ormai è troppo tardi, peccato, sarà per la prossima linea evolutiva, in un altro posto, forse.
Vi ho osservati come una divinità guarda il pittore mentre questo tenta di raffigurarla. Lusingato, adirato dalla vostra presunzione, intenerito dalla vana fatica. Siete in grado di cogliere solo una piccola percentuale del tutto. Sono l’astratto che ride nel vedersi ritratto, catturato, imprigionato in un ordine del tutto umano e materiale, in una tela finita e limitante. Mi vedete così? Questa è la vostra misera percezione? È così triste. Potessi far qualcosa probabilmente vi aiuterei e vi assegnerei una parte della mia coscienza e consapevolezza. Sarebbe divertente sradicarvi dai vostri ripari, dalle vostre menzogne e donarvi un po’ della mia vista. Per un po’, almeno. Ma a ognuno il suo: voi avete i vostri corpi e le vostre percezioni. Non è possibile per me favorire un altro tipo di evoluzione. Non sono un sadico; che godimento si può trarre dalla tortura? Inconsciamente cercate forse di imitarmi? Vi ispirate a me, in qualche modo? Siete il mio immaginario perturbante, siete delle mie proiezioni? Io sono il vostro futuro? Ma scusate, solo ora che sto per scomparire e porre fine a tutto, arrivate a me? Troppo tardi! Oppure è solo una coincidenza? Il vostro affannarvi è del tutto casuale e inerziale: la mia fantasia, la mia solitudine cercano di darvi dei meriti che non avete, vi conferisco un’importanza che non avete, che non potete avere! Per un attimo vi ho elevati a interlocutori attivi, seppur inconsciamente, come se foste sonnambuli irresponsabili, ma con una certa indipendenza. Invece no, credo proprio di aver esagerato. Godetevi questi istanti di importanza che vi ho concesso. Io sono eterno flusso di coscienza, sono dubbio costante, valuto tutto, anche gli scenari più improbabili. D’altronde ho avuto l’eternità dalla mia parte. Con tutto questo tempo a disposizione ho dovuto per forza crearmi dei passatempi, degli svaghi; infiniti universi, infinite possibilità. Ma il tempo sta finendo, ho trovato la chiave. Voi siete sonnambuli e io vi sto svegliando. Vi raschierò via dal grembo delle vostre illusioni, aborti fuori tempo massimo; pianeti insulsi divelti dall’universo con una leva; genocidio al dettaglio, eccidio su misura; cordoni ombelicali che strozzano come cappi; unghie sollevate dalle quali sgorgano liquami neri, lava e catrame. Il presente e il futuro sono gemelli siamesi che non riescono a vedersi, che non si incontrano mai: io li separerò con un taglio netto, e li lascerò fluttuare via, alla deriva verso l’ucronia.
Non voglio prendermi meriti che non ho, il mio non è un gesto di clemenza, è del tutto interessato. Quanto è confortevole questo stato di cose, questa vostra realtà? Mi dispiace, ma vi devo strappare via con della carta moschicida. Io sarò la carta che sradicherà il vostro spirito. I vostri resti mi rimarranno addosso, ma non li porterò come souvenir o medaglie; che senso avrebbe la vanità senza pubblico? Che senso ha la vanagloria quando non c’è più il tempo? No, voi sarete solo fossili che mi porterò appresso. Probabilmente, sono l’essere che c’è da più tempo in questo pianeta, anche se non posso averne la certezza. Prometto che terrò qualcosa di tutti voi, questo sarà il mio tributo al vostro sacrificio. Mi sarà concesso un po’ di romanticismo, no?
Sono contraddittorio, lo so. Ho frequentato cattive compagnie: Occuparvi, violarvi e buttarvi via mi ha influenzato eccome! Le spoglie mortali rimarranno a testimonianza del vostro passaggio come sintetizzatori e chitarre in un mondo muto e fantasma. Resteranno qui per nessuno, come le vostre costruzioni, opere d’arte e d’ingegno. A veder bene non cambierà nulla. I vostri corpi e le vostre opere per chi sono? A che servono? Altissime torri per raggiungere chi? Di reale c’è solo il crollo. Case per rapaci, tombe per nessuno; monumenti alla presunzione, mausolei per illusioni, necropoli per nuovi insetti mutati.
Durante tutto questo tempo, mi sono abituato, forse affezionato, a voi, come al mio dolore.
Vi ho visti, precari e convulsi, voraci e compulsivi, sarete mica fatti a mia immagine e somiglianza? Siete forse tutti figli miei? Care ridicole e fallibili creature, fidatevi, non vi piacerebbe far parte della mia progenie. Solo uno è mio figlio e io l’ho scelto. Per il bene di entrambi. Voi tutti siete strumenti, strumenti, solo strumenti per la fine del mio dolore. Siete sfondo, siete cartapesta, figure riciclate che si dimenano come elettroni attorno al nucleo del mio eterno dolore. Spermatozoi sterili che sfrecciano sperando di attirare la mia attenzione; ma potete stare sereni, tutti giungeranno da me, la competizione è solo per gli impazienti. Prima o poi chiuderò le palpebre di tutti, bacerò le vostre madide fronti, vi dispenserò dal vostro fardello corporeo, vi congederò da questo logoro spettacolo che si trascina da troppo. Avanti, gioite perché avete un senso! Io ve l’ho conferito! Che i vostri corpi siano stalle per nascite fugaci e sepolcri per morti provvisorie. Come vedete uso le vostre mitologie per parlarvi; userò le vostre paure per liberarvi.
Sono l’infermiera che inietta aria nel paziente procurandogli un’embolia e liberandolo dal male, sono il prete che confessa e non perdona il condannato a morte, sono il pazzo con il cappuccio che deturpa il volto di bambini con l’acido, la bambina che spinge l’assassino sotto al treno, il vecchio che appicca l’incendio nella fabbrica occupata, il giudice che condanna l’innocente e libera il criminale, sono l’arbitrio della Legge, sono il vento che fa perdere l’equilibrio, il mare che affoga, la corrente che trae in salvo, il contrattempo fortunato, la sventura, sono il caso, il caos, sono la frazione di secondo che cambia una vita per sempre. Condanno, libero e salvo; volubile, capriccioso, svelo l’inganno della pietà, la truffa dell’amore e dell’odio, comprendo il gioco. Conosco il futuro, sento i vostri pensieri. Il mio disegno non ha senso, è non è intellegibile per voi. Il suo senso è solo mio”.

Il treno ha un sussulto, (ma finora il treno era in movimento o fermo?) sbanda, i passeggeri, paralizzati, cadono inermi come pupazzi. Salta la luce, si sente un fischio dall’altoparlante, un forte rumore gracchiante, poi un sibilo che dura qualche minuto. Se potessero lamentarsi o tapparsi le orecchie, i presenti, ormai oggetti inanimati riversi sul pavimento, lo farebbero di certo. D’un tratto, il silenzio. Si riaccendono le luci. Il vagone è fermo, in mezzo alla campagna. Quell’uomo distinto, il lettore scalzo, è prono a terra. Ha la faccia schiacciata sul pavimento e i fogli sono pinzati su di lui, sulla sua testa, sui capelli sporchi di sangue e sulla giacca. Le parole scritte sui fogli sono incomprensibili, l’inchiostro è sbavato, ma la carta non è bagnata. Il panama non c’è più, nota un’anziana, ma non lo dice a nessuno. Quale panama? Il sangue sulla testa dell’uomo è seccato, rappreso, sembra vecchio di ore. Quanto tempo è passato?
I passeggeri riprendono a muoversi. Un ragazzo piange, una donna urla frasi sconnesse, gli altri sono paralizzati, ma come esseri umani terrorizzati stavolta, non come manichini. Una donna, tremante, trova il coraggio e si avvicina al corpo del lettore. Lo gira. La faccia non c’è. Il volto è un buco nero, un fondo del pozzo, un omissis, un’identità secretata, portata via, sottratta alla vista comune. Forse è un bene essere protetti, meritiamo paternalismo. La faccia non c’è, dice, la faccia non c’è, ripete, finché un uomo la porta via.

Andrea Frau

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3 thoughts on “Morse: L’invenzione del dolore – scena prima

  1. La parte letta dal personaggio, tra le virgolette, è interessante, l’altra parte mi spiace dirlo ma la trovo letteralmente didascalica, sembrano le direttive di una sceneggiatura più che un pezzo di un romanzo. Chiedo, nella mia ignoranza, è un effetto voluto?

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    • Grazie del commento Danileoni, più che didascalico, mi piaceva dare un senso di asettico e asciutto in contrasto con le parti che verranno. Però sì, hai ragione, può dare l’idea di una bozza di una sceneggiatura brutta. O di una brutta bozza di una sceneggiatura. Spero che alla fine le parti interessanti supereranno quelle che ti sono risultate didascaliche. Grazie del commento 🙂

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  2. Pingback: Una settimana di racconti #118 | ItaliansBookitBetter

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