Processo agli dei

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Il seguente intervento è un redazionale approvato da tutti i membri di Verde Rivista, con l’eccezione di P.L. D’Antuono. Al Commissario è stato gentilmente chiesto di non prendere parte alle consultazioni e alla stesura.

Perdonateci la lunghezza del testo, esso è però da considerarsi a tutti gli effetti una risposta a queste parole e la sentenza emessa nei confronti del Ramses II. Sia messo agli atti che il presente resta l’unico modo possibile per salvare “l’uomo nel sarcofago”.

Periodo di feste, periodo di bilanci. “Periodo di Brioschi” aggiunge Stefano Felici senza capire che di posto per l’umorismo ve n’è ben poco, oggi, a questa tavola. Cosa sta facendo la redazione di Verde Rivista? Be’ vi stupirà saperlo, ma niente bagordi, niente ore piccole, niente “vida loca”, soltanto del sano ed edificante tempo libero con le famiglie e i cari. Ci siamo comunque dati appuntamento lunedì 30 dicembre, per discutere di alcune importanti questioni sul nostro futuro. E allora, mentre Quaranta prepara il caffè e Sabelli ci offre il suo speciale liquore al pistacchio di Bronte secondo la ricetta della nonna, si torna tutti seri.

Tempo fa, qualcuno all’interno di questa redazione disse “Ragazzi manteniamo la calma, siamo uomini di lettere”.
C’era, in questa frase, una piccola critica riguardo la nostra indole e il nostro approccio ai problemi; c’era un programma, una speranza forse, di certo una direzione: “uomo di lettere”* è il letterato, è colui che fa del testo la propria tela e il proprio dipinto, colui che a partire dalla pagina si propone di costruire il discorso. Quella dell’uomo di lettere è una condotta pacata ed esemplare che spinge a rifiutare la mondanità e, nei casi estremi, tutta la precarietà e l’inaffidabilità della sfera parlata.

Tuttavia c’è, nel pianeta di Facebook e suoi satelliti, una possibilità di dialogo meno volatile dell’oralità e meno vincolante del testo scritto. Una via di mezzo, insomma, che ci ha attratti e rapiti.

A discolpa della nostra entusiasta giovinezza, giuriamo di non aver mai peccato di arroganza: tutto quello che abbiamo fatto, l’abbiamo fatto con l’intensità di chi cerca sempre le strade più fertili per una conversazione fruttuosa.
Non vi stupisca allora questo richiamo all’ordine, una riflessione tra pari che acquisisce e riconosce gli indizi derivati dai nostri periodi più ingenui e vitalistici, ovvero le grandi agitazioni della storia di Verde: la comparsa dei fake e il loro attacco, le chiusure dovute a nuove carni, i fallimenti degli eventi dal vivo, le glorie mancate.

Questo rammentiamo, seduti alla tavola della redazione. E riconosciamo la natura dei nostri errori.

Da cosa è nata la litwrestling? Questo ci tormenta. È essa, il nostro esperimento, il nostro tentativo di invitare festosamente gli altri a fare letteratura con noi, come spiega il “faraone”? È davvero la volontà di sviluppare forze centrifughe di narrazione estrema, di sbalzare la “letteratura” fuori dai suoi schemi? È, ci domandiamo ora, il giusto strumento per uomini di lettere?

Per come si è sviluppata, la litwrestling ha lasciato parlare la nostra ingenuità tramite uno schema violento; come violenta era la nostra inesperienza entusiasta. Non era, checché ne dica il Commissario, un piano calibrato, un’idea strutturata. Non era e non è un metodo.

Nel profondo siamo sempre stati dei timidi bontemponi e questo dobbiamo riconoscerlo a noi stessi: non siamo leoni da tastiera e non siamo cosiddetti troll.

E d’altronde è solo questione di dinamica della folla: sono state le interazioni di gruppo a trasformarci in schegge impazzite, parte di un meccanismo organico colmo di ridondanze e privo di controllo che si autoalimentava nel fuoco inestinguibile della “fictionizzazione”. Un blob situazionista che ha finito col sopraffarci e ingoiarci tutti. Ramses in primis era il pilota di questa macchina senza scopo che egli guidava bendato e con i piedi sulla cloche.

Su una cosa però P.L. D’Antuono ha avuto ragione: la litwrestling non è stata capita anche da chi ha tentato di inquadrarla con grandi sforzi.

Tra le sue vittime contiamo anche lo sciopero del racconto. Condiviso dall’intera redazione per i motivi più volte espressi e senz’altro nobili, esso è passato tristemente in secondo piano sotto le mille distrazioni della litwrestling. Terminerà anch’esso, torneranno i racconti, e saranno racconti che non potrebbero esistere altrove se non su Verde. Ma prima di tutto occorre fermare la deriva.

Ebbene, ora diciamo basta. Basta litwrestling. Sì alla rivista. Basta lazialità, basta sionismo, basta ivanoporporia, dentellomania e quant’altro.

Viene ora il motivo principale per cui ci pare che ben poco sia salvabile nella “gestione Ramses”: Scenicchia una Sega #4**. Un evento irrimediabilmente fallito lasciando un vuoto immenso dentro ognuno di noi. Il vuoto amaro di non essere riusciti a domare la bestia Lit-web, di aver tradito la proiezione che ci eravamo fatti di noi stessi: gli uomini di lettere come cowboy della modernità.
Se fossimo davvero talebani, settari complottisti e incattiviti – come spesso siamo stati dipinti – avremmo trovato il nostro nuovo nemico fuori da queste mura, da qualche parte nella bolla, e avremmo costruito l’ennesima grande narrazione antagonista. La verità, ora ce ne rendiamo conto, è che non abbiamo le palle*** sufficienti per dire “Fuoco cammina con me”.

In tutta franchezza, non possiamo imputare la totalità della colpa al D’Antuono.

Potremmo additarlo come il Reverendo Jones della Lit-web, determinato a condurci al massacro pur di lasciarsi alle spalle una storia terribile. Potremmo addossargli l’intera colpa e sappiamo che, in qualche parte della sua mente contorta, ciò gli farebbe piacere. Abbiamo letto il suo post e abbiamo concluso che almeno Gesù Cristo ha avuto la decenza di non cantarsela e suonarsela da solo.

La verità è che P.L.D. non è l’unico imputato: è stato l’intero sistema a portarlo a questo punto. Anche noi suoi seguaci, certo. Ma i veri colpevoli restano gli occhi del pubblico. Un pubblico che non ha saputo resistere al fascino di una personalità arrogante e abusante. Il potere del Ramses deriva solo ed esclusivamente dalle mani che lo cercano; la sua parola non è nulla senza decine di folli che pendono dalle sue labbra.

E adesso vediamo tutto con chiarezza: come dice egli stesso nel post del 31, da più di due anni prova una grande nausea nei confronti della rivista, un’immensa noia che l’ha spinto a cercare modi per estinguere la sua stessa creazione. Una volta constatato come fosse impossibile uccidere Verde, egli ha inventato la litwrestling e le sue giustificazioni.

In nome di una sacra, sempre indefinibile, perturbazione letteraria, Ramses non vuole ottenere nulla: egli persegue una lucida autodistruzione, mescolando le carte davanti ai nostri nasi con la maestria di un mariuolo da marciapiede; egli presenta alla redazione obiettivi a medio e lungo termine, obiettivi che poi scompaiono misteriosamente come se avessero fatto parte di un sogno collettivo e ciò che resta al risveglio fosse sempre e solo la figura sorridente del faraone stesso in un deserto di bellissime macerie. Come disse Buzz Aldrin una volta sceso sulla superficie lunare: “una magnifica desolazione”. Eppure, sono cinquant’anni che della Luna ce ne facciamo poco o niente. Forse è altrove, caro Buzz, caro Ramses, che dobbiamo guardare.

E allora noi chiediamo: che Ramses faccia pure il seppuku rituale – se questo serve a far sbavare il suo pubblico – che scimmiotti Mishima, ma non con la spada, bensì con una clava di gomma che emette buffi rumori; che metta fine a questa tragedia da uomo ridicolo, e che liberi dalle sue grinfie noi poveri, suggestionabili, smarriti e vulnerabili uomini di lettere. Riconosciamo il suo passo indietro tramite le dichiarazioni recenti, ma non possiamo in tutta onestà fidarci delle sue sole parole. Vogliamo di più, questa volta.

Per “Ramses” chiediamo d’ora in poi: nessuna scusa, nessuna riabilitazione. Per P.L. D’Antuono ci sarà sempre un posto tra noi, nonostante trovi urticante considerarsi nostro pari.

Certo, una volta liberati dal “faraone”, noi della redazione di Verde potremmo scusarci e tornare in punta di piedi dai benpensanti della Lit-web. Sappiamo che la bolla potrebbe essere “misericordiosa” con noi, secondo le sue condizioni. Sappiamo che un posto da spalatori di merda dell’ircocervo lo troveremo sempre.
Ma saremo prima di tutto noi misericordiosi verso noi stessi.

Istituiremo un voto popolare, per definire una volta per tutte il meccanismo di redazione. E questa volta si tratterà di un referendum ristretto ai fan, agli amici, ai conoscenti di lunga data, un referendum tra uomini di lettere che vogliono il bene della rivista. Il quesito sarà lineare e non ci sarà spazio per la faziosità. Questa è la nostra volontà.

Cercheremo inoltre un nuovo redattore, non per sostituire il D’Antuono, ma per riprendere con nuove forze quel lavoro che da un anno e mezzo a questa parte è stato messo in secondo piano: fare rivista. Nel momento in cui leggerete queste righe, il nuovo redattore sarà già stato selezionato, all’insaputa di Ramses. Verrà presentato nelle prossime settimane.

Questo è il nostro gesto di rinascita.
Bierde es Bierde no more.
Bierde ex Bierde.

La Redazione

 

*L’espressione “uomo di lettere” è stata più volte contestata nel corso della riunione per la sua mancanza di inclusività a livello di linguaggio di genere. Nel testo resta tale per scelta filologica, facendo essa riferimento sia, contestualmente, all’ipse dixit di un vecchio redattore e, in generale, a una visione di letterato/a caro alla tradizione, è da considerarsi insomma a tutti gli effetti una frase fatta. Da qui in poi caldeggiamo l’uso dell’espressione “gente di lettere”.

**SUS #4 – praticamente un cartaceo (Sparwasser, giovedì 5 dicembre 2019) fu il seguito naturale di SUS#2 – praticamente un concorso, svoltosi per tutta la prima parte del 2019. Di SUS#3 non abbiamo notizie e le poche tracce che se ne possono trovare stanno disperse in centinaia di chat di redazione che, va da sé, si contraddicono tra loro.

***O forse dovremmo dire “le cocones” come alternativa LGBTQI imposta dal Commissario: una sorta di trasposizione dei classici “attributi” in un chiave generica, astratta e non sessualizzata.

 

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