Casual Friday #56: Caramelle

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Sergio Caruso, senza titolo

In attesa di importanti comunicazioni redazionali con cui nelle prossime ore cercheremo di fare il punto della situazione attorno a Verde e al futuro della nostra rivista, in un momento difficile per la redazione, riapriamo simbolicamente e eccezionalmente (non accadrà di nuovo) Casual Friday, la rubrica fondativa che meglio descrive la nostra storia e la nostra identità smarrite negli ultimi confusi e contraddittori tempi.
Paolo Gamerro non ha bisogno di presentazioni, diremo soltanto che è da sempre la voce distintiva della vecchia Verde, il Mister Wolf delle nostre alterne vicende. L’illustrazione non poteva che essere di Sergio Caruso, il pennello più fedele delle storie di Paolo.
Caramelle è l’ultimo racconto che Verde pubblica nel 2019, il primo dallo sciopero indetto da Nuova Edizione il 12 ottobre scorso (qua). Accoglietelo come un regalo di Natale e un segnale chiaro di ciò che si agita in redazione: per l’ultima volta vi chiediamo di scandire insieme a noi: “è venerdì, rilassati!”
Perché nonostante tutto, come recita la nostra testata, Bierde es Bierde, On recommence, on oublie tout. Appuntamento al 31 dicembre.

Si sono conosciuti a una serata open mic, in un bar scrauso dove la birra sapeva di acqua piovana e girava in loop l’ultimo degli Sleaford Mods. Hanno parlato per mezz’ora di cazzate al bancone (Che lavoro fai? Niente di che, un lavoretto per tenermi in piedi tra una serata e l’altra, in realtà faccio il comico, ma ingranare è dura / Dove vivi? Qui dietro, al terzo piano del palazzone color verde mela, sto con una coinquilina del sud che studia criminologia o qualcosa del genere / Che film ti piacciono? Amo il mumblecore, in generale), poi l’hanno chiamato per fare il suo pezzo e lui è saltato sul palco a fare battute sulle indigestioni da o sulle protuberanze di sebo che possono crescerti sulla pelle del collo. Lei era bionda, aveva dei bellissimi occhi verdi e indossava una felpa girocollo blu sulla quale apparivano spille di gruppi punk. Entrambi portavano jeans neri strappati all’altezza delle ginocchia e Vans consunte.

Verso l’una del mattino lei lo succhiò in macchina davanti al palazzone verde. Lui, Lazlo, era uno che rimorchiava spesso (vuoi per la sua parlantina o per il fatto che era davvero un bel ragazzo); lei, Milkshake, amava succhiare, semplicemente. Amava prenderlo e farsi di sostanze e le piacevano i ragazzi che facevano battute sui nani o sulle escrescenze corporee. Si misero insieme e andarono a vivere a casa di Lazlo, nel suo bilocale tutto poster di film e flyer di concerti skatecore. Lazlo non aveva poi bisogno di lavorare, i suoi erano ricchi, lui e Milkshake passavano pomeriggi interi a succhiarsi dimenticandosi di mangiare e di dormire. Di notte il cielo diventava rosa ed era cosparso di puntini gialli.

Milkshake una sera gli raccontò di quando sua madre si ustionò la cute della testa con dell’olio bollente per le patatine fritte e entrambi scoppiarono a ridere bevendo Cola o bibite o facendosi di popper. Uscivano di casa soltanto per fare la spesa non più di due volte a settimana. Milkshake seguiva Lazlo quando si esibiva in qualche circolo del cazzo; lui faceva il suo pezzo e poi andava a scopare con Milkshake nel cesso del posto. L’odore del piscio era simile a quello del bacon e ogni tanto qualcuno vomitava nei lavandini. Poi c’erano le serate al Drive in e i cheeseburger di notte presi al Drive thru. Lazlo trovava Milkshake sempre più bella e lei sentiva la stessa cosa per lui. Una sera mentre stavano facendo l’amore lui le strappò il lobo dell’orecchio e se lo mangiò. Milkshake era fatta e scoppiò a ridere. Lazlo le disse che sarebbe andato a prendere dell’alcol giù in bagno perché l’orecchio di lei spruzzava sangue dappertutto. Ma anche Lazlo era fatto e inciampò in un cartone della pizza buttato per terra. Sul cartone della pizza c’era scritto PIZZA. Lazlo cadde e picchiò la testa forte.

Si risvegliò ore dopo. Il cielo era bluastro e qualcuno aveva acceso lo stereo, suonavano le Muffs o le L7, si confondeva spesso tra i due gruppi. Si rialzò lentamente, si grattò la testa, sentì i capelli appiccicaticci dal sangue rappreso. Aveva un buco nella testa. Si guardò intorno e la sua attenzione cadde sul pacchetto di sigarette al centro tavolo sbilenco al centro nel cuore della cucina dabbasso, un pacchetto di sigarette tra piatti sporchi, bottiglie di soda verdi, lattine di birra marroni, sacchetti di patatine mezzi vuoti gialli, tovagliolini colorati quasi tutti rosa. Si mise una sizza tra le labbra e l’accese con l’accendino che teneva nella tasca della maglietta blu American Apparel. Cominciò a fumare contemplando il frigorifero piccolo bianco e tozzo. Dalla strada provenivano delle grida. Il frigorifero cominciò a parlargli in una lingua che Lazlo non poteva comprendere per via del buco che aveva nella testa.

Il giorno dopo Lazlo tornò su, a letto, da Milkshake, che nel frattempo si era strappata tutta la pelle dalla faccia. Erano rimaste solo le ossa, la carne sanguinolenta che si era raschiata via con le sue unghie era sparpagliata tra le lenzuola sporche del letto, e aveva assunto i connotati di un altro volto, liquido, molle, che disse: Sono più carina così!

Paolo Gamerro

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