Operazione 20C/post 3 #1: Il dramma e la chimica

Rupert Salo (1961) vive a Varese. Ha pubblicato il romanzo E nemmeno tra un milione di anni (Stampa Alternativa, 1992) e la raccolta poetica Levico (Anima Mundi Editorial 2018).
Nel 2009 ha partecipato alla prima edizione del concorso letterario 8×8. Suoi racconti sono apparsi su Ammatula, Colla, Narrandom. È sposato, ha quattro cani e quando non scrive fa il consulente finanziario.
Il suo racconto Il dramma e la chimica apre l’ultimo numero di Cadillac (20C/post3, qua tutto, qui i racconti, copertina di Antonio Ufarte).

Il piccolo nomade poteva passare le ore sulla riva del lago a osservare le anatre. Si muovevano in cerchio, lui le seguiva con gli occhi, concentrato su quella mandarina, ripeteva il suo starnazzo nella mente, in loop, lo trovava un linguaggio affascinante.
Ulrike badava a lui e ogni tanto si girava a guardare la macchina, una proto Trabant azzurrina, si assicurava che non ci fosse nessuno nei paraggi, il piccolo le faceva una tenerezza che la spaventava. Non era suo figlio, non doveva affezionarsi così tanto. Lo chiamava testolina rasata, lo portava in macchina dove girava fisso il disco dei Tommy and June e loro giravano in una città illuminata da un iridescente sole agostano, si fermavano al market, Ulrike scendeva con il piccolo, a lui piaceva guardare lei fare la spesa, quel carrello che si riempiva di confezioni colorate di cartone, adorava i colori pastello dei prodotti: dai cereali alla gommosa di latte nei tubetti blu, dai cracker ai pacchetti di sigaretta ocra, consumati in quantità, nella casa dove lui, Soren, il nomade, viveva con la ragazza.

Ulrike indossava una felpa dei Suicide Boys come pigiama, la mattina all’alba svegliava il nomade accarezzandogli la testa, riportandolo al mondo con tenerezza, gli occhietti si aprivano e si chiudevano, lei lo coccolava, lo faceva alzare, gli preparava la colazione, lo lavava. La casa non aveva mobili. Si dormiva su dei materassi. La casa trasmetteva a entrambi un senso di pulito e di protezione, anche se altro non era che il set. Soren era il programma. Ulrike seguiva il protocollo. C’erano computer stracolmi di dati, faldoni di carte, documenti ingialliti in uffici che non si potevano nominare.

Le telefonate tra la ragazza e gli uomini dei servizi si presentavano in una successione carica di agitazione, a volte non esistevano nemmeno frasi intere ma frammenti di parole, puntini in uno schema apparentemente indecifrabile, se non da chi doveva sapere. C’era un uomo che lei chiamava Professore. A lei non piaceva che la salute del piccolo nomade venisse sempre all’ultimo posto. Soren intersentiva qualcosa, ogni tanto, e provava una sentimento vicino alla preoccupazione.

Quando lei lo vedeva sperduto in quella grande casa le veniva l’istinto di stringerlo forte. Avrebbe forse pianto per la prima volta sul lavoro? Dopotutto era una missione, soltanto una missione da portare a termine, come tutte le altre. Alcuni uomini si presentarono una sera, bevvero alcolici in piedi, tra il frigidaire e un deumidificatore color verde smeraldo, gli uomini erano grassi e fumavano, portavano impermeabili, in queste zone fa freddo anche d’estate a volte. A Ulrike non potevano concedere altri giorni, quasi pianse quando glielo dissero, trattenne un urlo in gola. Dopotutto aveva sbagliato lei, non doveva affezionarsi.

Il pomeriggio successivo guardava testolina rasata nella sala insonorizzata, seduto a gambe incrociate sul tappeto. Davanti a lui un grande teleschermo, tra le sue mani una lavagnetta. Gessetti rossi e blu. Davanti ai suoi occhietti passavano immagini di guerra, torture, filmati top secret. Il nomade guarda la scena: non si capisce dove siamo. In parte, in una camera da letto, ci dorme una bambina. Poi un corridoio o un’altra stanza della casa, che non sappiamo se è una casa, le immagini sono sfocate, l’intro ti destabilizza, poi riconosci le quattro sagome di un gruppo anche se non si vedono nitidamente. Un uomo spolvera un fucile, l’uomo è nella stessa casa dove si muove il gruppo? Al minuto uno e zero cinque secondi vediamo l’uomo dietro a un tavolino, sembrano istantanee vecchie. Dietro all’uomo invece un crocifisso e alla sua destra qualcosa, come un corpo senza testa. L’uomo è sfatto e sul tavolino ci sono bottiglie che danno un senso di insalubre. Ora la bambina si è svegliata. Sta per succedere qualcosa. Si vede una donna sotto al casco del parrucchiere, sembra così. Dialoga con delle immagini. Porta una maschera, se la toglie. Il suo volto truccato pare deforme. Sangue, viscere, vermi, mitraglie. La bambina sembra giocare sul letto, forse con un pupazzo ma non è chiaro. Si avverte però una cosa, la cosa è che l’uomo sta per fare qualcosa di brutale. La donna con il vestito rosso si trucca, sembra che abbia sulla faccia il Domopak. L’uomo prende una pistola e il mid tempo sonoro di sottofondo aumenta di groove. L’uomo con la mitraglia sembra stia puntando la donna. Dov’è la pistola? Nessuno è sconvolto. Lei non riesce a togliersi la plastica dalla faccia, sono troppi strati, è diventata la sua pelle. Poi invece ce la fa, liberando particole nere, cosa sono? Sembrano insetti. Tanti occhi nel cielo nero della notte. L’uomo spara.

Dopo ogni visione il piccolo si addormentava, gli venivano somministrati farmaci e sostanze da due infermiere bionde e giovani, vestite di bianco, una di loro con una benda nera sull’occhio. Ulrike pensava che questo fosse troppo, il corpicino di lui si faceva sempre più esile; il suo viso più triste, più smunto. Ma c’era un protocollo. C’era un programma, faldoni ingialliti in uffici al di là di quella che una volta era chiamata la frontiera. C’erano degli uomini estremamente grassi, sempre intabarrati, occhiali e barba, volevano sorvegliare la casa di notte ma la ragazza non glielo permetteva e scoppiò a piangere in una stanza completamente candida che odorava di disinfettante. Soren fu riportato a casa da uno degli uomini su un camioncino verde minestrone sul quale non passavano i Tommy and June. Mi chiamo Zumbung, disse qualcuno, forse la figura sfocata e pingue che guidava, un uomo bolso, vestito anni Settanta, con una paio di bizzarri occhiali da sole. Mani grosse, carnose. Unghie annerite, dita ingiallite dal fumo.

Soren non voleva vedere la ragazza piangere, le chiedeva di andare al lago a osservare le anatre. Lei non voleva farsi vedere piangere dal piccolo. Lui vedeva in lei una madre, lei si sentiva una madre ma non lo era. Correva in bagno a vomitare ogni volta che siringava il braccino dolce di lui, prima di farlo dormire. Avvertiva costantemente presagi oscuri.

Lo abbracciò sulla riva del lago al tramonto sotto il cielo viola. Gli disse ti voglio bene anche se lui non capì. Lei sorrise quando quel pupazzino, così fragile e così caro, tentò di asciugarle le lacrime con le piccole mani.

Continuamente arrivavano telefonate, nella casa.

Ma lei non era in casa quando Soren sentì il vetro di una portafinestra frantumarsi. Il piccolo cominciò a correre impaurito. Vicino al deumidificatore vide un ragazzo alto, vestito da skate. Portava Vans Classic Era, pantaloni neri della Volcom strappati all’altezza delle ginocchio, una felpa della Santa Cruz, un giubbino jeans, nero, e un cappellino da baseball all’indietro.

«Ciao piccolo» gli disse sorridente, «mi chiamo Donatello e sono qui per aiutarti. Vengo da Venice Beach e sono rimasto uno dei pochi che non ascolta trap, ma il buon vecchio skate-core».
Soren era confuso ma sentì qualcosa, come un flusso radiale che lo pervadeva, caldo, accogliente.
«Sono qui per salvarti, andiamocene di qui, ti va?» gli chiese Donatello, «ti va di diventare amici? Ti devi fidare, piccolo. Seguimi…»

Quando Ulrike tornò Soren non c’era più. Ma in compenso trovò i cadaveri di due poliziotti, vicino a un materasso. Avevano le interiora fuori. Non c’era più il programma, quindi. La cosa era estremamente grave. Non c’erano più i protocolli, non c’era più il suo lavoro. Il Professore sarebbe andato su tutte le furie, lei non avrebbe più avuto un posto speciale nel progetto, almeno non qui. Si mise a piangere e tirò un sospiro di sollievo. Ovunque sarebbe stato, Soren ora era al sicuro. Ovunque lo avrebbero portato, la sua testolina rasata sarebbe stata protetta. Il piccolo nomade non lo avrebbe più rivisto, tutto ciò che rimaneva di lui era un disegno di qualche settimana fa, il disegno di una bellissima anatra mandarina in un lago verde. Ulrike si toccò la pancia, il desiderio tornava spesso forte. Si sentiva grande, ormai.
Quella notte non rispose al telefono, guardò la luna piena, cianotica, appesa in cielo. Si chiese se un giorno Soren avrebbe mai conosciuto la sua vera mamma e pregò per lui.

Qua tutti i racconti dell’operazione 20C/post3

Rupert Salo

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...