NOVO! PAZZESCO! ROMANO! #9 Brasilesss 3/3: Showdown at the House of Blue Leaves

C’è poco da dire: è tornato Er Felici e lo fa con l’ultima parte della saga del Brasiliano. Qui la prima e la seconda puntata. Lo capite da voi che non si scherza più un cazzo perché ci sono addirittura cinque opericchie di Pink Lodge in un solo racconto. Racconto a cui vi lasciamo immediatamente perché la formattazione ci ha tolto ogni capacità di articolare un editoriale all’altezza. Diremo solo che Stefano è uno dei motivi per cui una rivista come Verde non fa palestra per l’editoria tradizionale, ma cerca di sviluppare un proprio linguaggio per tiraje la gonna a questa editoria tradizionale e dirle “uè, allora?! ce la diamo una vegliata?” 

Brasiless e il NOVO! PAZZESCO! ROMANO! sono tuttalpiù la palestra per i lettori di domani. Eh eh eh. 

Mannaggia ar cazzo, Brasi’. Ma che me combini?
Te semo stati dietro tutto ‘sto tempo. Con amore, come co’ un pupo.
I social. Er negozio. La marca de vestiti, er barbershop, i pischelli che volevi acchiappa’ via Instagram pe faje fa’ i modelli. I tattuaggi pe copri’ er Duce e Hitler, l’attrezzi per il canale di YouTube che nun hai mai fatto, i cazzi, i mazzi… Ci hai fatto caccia’ un sacco de sòrdi. E poi? Ce scompari così.
No. Proprio no, mio caro Brasile: stocazzo. Mo te venimo a prènne a casa, all’ospedale, drent’a ‘n convento, nello scantinato, in capo ar mónno: do’ cazzo stai, noi te stanàmo. Hai finito de fa’ er regazzino. Le cazzate se pàgheno. Ci hai cinquant’anni, porcoddio. Capito?, Brasi’? Capito?
Stamme bene. Si vediamo presto.

Fabbietto elettrauto boccea

*

“Entro nei negozi, faccio shopping
Quanti soldi vuoi? Ne voglio molti
Tutte queste merde ci vogliono morti
Dentro quattro mura vengono solo in pochi”

Gallagher – Shopping

“Tutto compresi e tutto abbracciai col mio genio.
A nulla valse.
Vano fu il tutto. Ho aiutato gli uomini
E qualcuno perfino mi aiutò.
A nulla è valso…

Bene, Male, Passioni, Energia, Vita;
di che son fatti gli altri,
sono per me una pioggia sulla sabbia
– dopo quella mia ora innominabile.”

Lord George Gordon Byron – Manfred

Ora mi alzo e faccio colazione con quella fettina di carne che è avanzata ieri sera. Ci stanno pure due patatine arrosto. Me le ha fatte M. con tanta cura, con tanto amore. Sta qua che mi dorme vicino. Pare una ragazzina. Ci ha quarantadue anni ma la pelle liscia liscia, rosa, bella soda. Pure se sta in sovrappeso di quella quindicina di chili che un po’ le sformano i lineamenti del visetto. Sarebbe proprio caruccia con quindici – facciamo venti chili di meno.
Mi mangio la carne fredda, tirata fuori dal frigorifero, piegata e metà, in mezzo a due fette di pancarrè. Mi tocca dare bei morsi e strappare via con forza, perché la carne è tosta. Però buona. Bella rosolata, sfumata col vino, una nocetta di burro, sale e pepe… M. se ne è mangiate due, Oh, m’ha detto, a me me piace magna’, numme caca’ er cazzo, e s’è messa a ridere. Bella, M. Ridi, dormi, mangia quanto ti pare. T’accarezzo il culone farinoso e pieno di buchi. Pare una pasta per la pizza lievitata una settimana, tutta strabordata. Do un morsetto, con la bocca unta di fettina. Con un bacetto ti lascio le labbra d’olio. Tu ti giri dall’altra parte e ti lamenti come un gattuccio.

Me ne sto nascosto in questo appartamento, a pianterreno, a Roma sud, in via Pession. La finestrella dà su questa stradina che se mi affaccio guardo negli occhi chi passa. Tutte facciacce storte. Ogni volta. Mica l’ho capito perché. Mi sento un mostro in gabbia. Tipo al circo, tipo fenomeno da baraccone. ‘N avete mai visto er Brasilesss da così vicino, ve’? Penza simme metto a cazzo de fòri, wuuuh…
Però la verità è che me ne voglio stare tranquillo. Basta. Mi sono rotto il cazzo di tutto.
Lo so, lo dico tante volte che voglio fare basta, che sono stanco e nauseato da questo mondo, dal mondo proprio, ma poi mi rompo il cazzo pure a stare solo e non fare nulla. Diciamo che poi con le mani in mano non ci so stare. Però stavolta è diverso. Ho conosciuto M., che mi fa stare tranquillo. Non ci ho bisogno di nulla. Mi sono tolto dai social.

La mattina sto qua bello bello sul divanuccio. M. esce a prendermi il giornale e me lo porta, poi dopo si dà un’acchittata e va a lavoro. Fa la segretaria da un medico di base qua vicino. Chi l’ammazza. Sta in banca.
Er giornale ‘o devi lègge, mi dice, perché così diventi meno capra de quello che sei. Ché poi te ‘nviteranno in televisione, continua, e eviti de di’ quee stronzate sui zingari e i neri. Vergògnete, chiude sempre, e mi mette il broncetto, ma per finta.
Qualche volta, la mattina esco pure. Mi metto il berretto nero dei New York Yankees, il New Era 59FIFTY, e i carreroni tartarugati. Non mi riconoscerebbe nemmeno mio padre. Infatti conciato così vado dove mi pare e nessuno mi rompe il cazzo. Mi tocca mettere pure maglie XXL, soprattutto più larghe che lunghe, perché così dissimulo il fisico, altrimenti pure da quello mi si potrebbe riconoscere.

Il pomeriggio, mezzo se ne va via dormendo sul divanuccio. Caffettino, una letta al giornale, Clash Royale sul telefono, ne vinco una su cinque, dopodiché m’affaccio e vedo sempre quei poveri quattro stronzi del negozio di antenne paraboliche e installazione di Sky, sempre a fumare, a fare finta di ridere per ogni cazzata che dice il più vecchio, che sicuro è il proprietario.
Alle cinque torna M. Appende la borsetta all’attaccapanni e poi mi si fionda addosso. Mi sbraca sul divanuccio e mi mette subito la mano sul cazzo. Tocca fare la scenetta che non me l’aspetto. Lì per lì il cazzo non mi si alza subito, perché M. fisicamente non è proprio il mio tipo. Ma poi passiamo davanti allo specchio lungo dell’armadio e mi vedo nudo a cazzo di fuori e penso a quanto faccio godere M. quando me la scopo. Allora lì mi comincia a tirare e la afferro per i capelli e la faccio inginocchiare per farmi un bocchino.

La sera ci vediamo Reazione a catena in cucina, mentre lei fa da mangiare. Una sera è pasta, un’altra è carne. È una brava cuoca. È brava pure a mangiare.

*

L’altra sera mi affaccio al Birrificio Marconi. Ci stava Roma-Real Madrid di precampionato. Maglia XXL, New Era e occhiali da vista finti, belli spessi. Mi sono sbarbato e rasato. Proprio completamente, a pelle. Mi sembro un bimbetto. Allo specchio mica so’ io.
Da solo a un angoletto tutta la sera, senza fiatare. Due birrette e una patatina.
Mancavano tre minuti al novantesimo, uno a uno. Ci sarebbero stati i rigori ma avevo deciso di andare via. I rigori mi stanno sul cazzo, non mi piacciono. Così mi alzo e vado in cassa a pagare. Dal tavolo alla casa ho tenuto la testa bassa. Urto con la spalla un tizio. Alzo lo sguardo e vedo un cristone alto alto e secco. Biondino. Che cazzo ce stava a fa’ lì a Marconi? Fa una faccetta che sbianca per la paura. Gli escono gli occhi di fuori, poi tira dritto e esce di corsa. Pareva impaurito. Pareva. M’ha riconosciuto, quer fìo de ‘na bocchinara. Porca madonna: era Bambù.

*

Cara M.
perdonami devo andare via SCAPPARE VIA mhanno trovato…. sono stato benissimo con te dico sul serio però adesso devo andare
Ti spiego tutto un giorno
Giuro non sono un pezzo di merda ci rivedremo….

MEME.jpeg

*

Giuliano er falegname, un negro che quanno te pìa a destri pare che sta a martella’ i chiodi su ‘n pezzo de legno. Poi, quell’altro, Patrizio detto Bitcoin$. Un ciccione. Fa le canzoni trap su YouTube.
Mi hanno mandato loro a cercarmi. Cani bashtardi. Devono prendermi e portarmi da quer boia dell’elettrauto. Li mortacci sua e de chi lo campa. Possa mori’ ammazzato sotto ‘na màghina. Deve soffri’, deve shputa’ er sangue. ‘Shto pezzo demmerda.

Stavo aspettando il 170 per andare alla Stazione Termini. I carreroni tartarugati, un New Era sempre dei NYY, ma bianco. Magliettona gialla larga con non mi ricordo quale scritta. Una preghiera e una bestemmia. Quel cazzo di autobus non passava e a me toccava sbrigarmi. Erano le sette di mattina. Proprio mentre lo vedo in lontananza, la scritta luminosa arancione, dall’angolo sbucano ‘sti due, il negro e il buzzicone. Li riconosco, li ho visti un sacco di volte a Boccea da Fabbietto. Non ci penso due volte: nel borsone ci ho due straccetti e l’accappatoio, lo lascio per terra e comincio a correre per tutta viale Marconi. Che alle sette de mattina è tipo deserta.

Corro male, davvero male. Non sono un corridore. Io alzo i pesi, so dare i destri, i calci, le capocciate. A correre sono lento e scoordinato. Pure quella montagna di merda di Bitcoin$ è più veloce di me.
Ci ho una ventina di metri di vantaggio, ma ogni secondo che passa me màgnano du’ metri.
A una fermata vicino piazza della radio ci sta un gruppo di pischelletti delle superiori. Sto con la lingua di fuori. Mi viene da rallentare. Uno dei pischelli, quando passo vicino a ‘sto gruppetto, mi comincia a fissare. Ma male. Proprio male. Pure da sfiatato, mi esce un A testa de cazzo, ma che cazzo te fissi, col vocione mio, quello cavernoso: e niente: mi riconoscono. A BRASI’, MA SEI TE!, mi urlano, mi si fanno incontro. NO, VABBE’ AO, PORCODDUE, ER BRASILE… Tutti intorno, in cerchio. Circondato. Mi toccano. Pacche sulle spalle, tastate di bicipite. Sono tutti maschi. Uno alza la mano per toccarmi il petto; lo capisco subito, lo fulmino con gli occhi nonostante i carreroni. A BRASI’, SEI SPARITO DA INSTAGRAM, CHE CAZZO HAI COMBINATO, CHE CE RICCONTI. E che vi ricconto, ragazzi miei, mi sono un attimo preso una pausa. Ao, mi viene poi da pensare: ma er negro e er ciccione ‘ndo’ cazzo so’ finiti? Allungo il collo e mi volto indietro: ci sta Bitcoin$ che praticamente s’è fermato a parlare con una che l’ha riconosciuto. Una buzzicona come lui. Si saranno messi a parlare di trap e di stronzate loro. Giuliano invece punta dritto verso di me. I ragazzetti però mi fanno da muraglia. A riga’, ‘shto negro demmerda ce vole veni’ a rompe er cazzo, dico. E non faccio in tempo a fini’ de parla’ che in due gli vanno sotto, cominciano a strillare di lasciarmi in pace. Er negro rimane de stucco, spiazzato, tipo. Uno di quelli che è rimasto vicino a me mi chiede se voglio un caffè, se si può fare una stories mentre in camera dico che è un fratellino mio…
Mi intrattengo un altro po’ con loro, vedo i due pischelli che stanno ancora a battibeccare con Giuliano, e allora penso che è arrivata l’ora di andarmene, proseguire la strada verso la stazione, ma magari passando per le stradine interne. Insomma, me li devo levare dal cazzo, quei due. Anzi, famo solo uno, er negro; perché Patrizio ‘ndo’ cazzo vole anna’, quer tocco demmerda che nemmanco se riesce a piega’ pe’ allacciàsse un par de scarpe.

Alla stazione mi sento al sicuro. Me ne sto davanti ai tabelloni principali, col telefono in mano. Faccio finta di vedere alcune cose importanti, ma in realtà apro e chiudo la galleria delle foto. Ce ne stanno un sacco del cazzo mio. Tutte in fila mi fanno impressione. Tutte a cazzo dritto. Pare che fanno er saluto. Ehehe. Ci ho er cazzo fascista. Pure questo. Fascio cento per cento.
Apro la rubrica dei contatti senza che me ne rendo conto. Scorro la lista, così, per perdere tempo. L’occhio mi cade su “Paolo del debbio”. Mortacci sua. Paoletto. Non m’ha più chiamato, ‘sto pezzo di merda. Frocio. Ma se lo chiamo io? Si je dico che sàrgo a Milano e je faccio tutte le seghe che vole? Me ne vado a vive lì, lontano da ‘shti pezzi de fango, e vado a fare l’opinionista a tempo pieno. Mi faccio pagare bene. Mi metto pure a studiare le cose. Mi leggo ogni giorno due giornali, mica uno. Mi piacerebbe fa’ ‘sta vita. Ma perché no? Vie’ qua, Der De’. Fatte chiama’.

Alla sesta chiamata a vuoto, tiro giù un par de santi e metto via il telefono.
Non so dove cazzo andare.

*

Nel mio Eastpak ci sta un Eastpak
Dentro all’Eastpak ci ho la Bibbia.

Goya – Motorola

Donatella Di Cesare (Roma, 29 aprile 1956) è una filosofa, saggista ed editorialista italiana che insegna Filosofia teoretica alla Università “La Sapienza” di Roma. Tra le voci più significative del pensiero critico italiano, è molto presente nel dibattito politico. Collabora con diversi giornali e riviste tra cui «L’Espresso» e «il Manifesto». I suoi libri e i suoi saggi sono tradotti in inglese, francese, tedesco, spagnolo, danese, croato, polacco, finlandese, norvegese, turco, cinese. Nella prima fase dei suoi studi, compiuti soprattutto in Germania, prima all’università di Tübingen, poi a quella di Heidelberg, dove è stata l’ultima allieva di Gadamer, si è occupata di fenomenologia ed ermeneutica filosofica, offrendone una visione originale, vicina alla decostruzione di Jacques Derrida. Ne sono scaturiti molti saggi e i due libri: Utopia del comprendere, il melangolo, Genova 2003, in inglese: Suny Press, Albany 2013. Gadamer, Il Mulino, Bologna 2007, in tedesco: Mohr Siebeck, Tübingen 2009; in croato: Demetra, Zagreb 2010; in inglese: Indiana University Press, Bloomington 2013.

Mi guardo Rete 4 a casa del Pappetto.
È guarito. Il braccio che gli ho spezzato è tornato come prima. Un po’ più sgonfio dell’altro, ma sano.

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La cosa miracolosa, però, non è tanto che il braccio è tornato come prima: è che io e er Pappetto siamo ritornati amici per la pelle.
Un giorno ero disperato, stavo in giro per strada da tre giorni, senza casa, senza meta, lo chiamo, er còre a mille, pensavo di regalare un bel motivo pure a lui per darmi la caccia, e invece no. M’ha salutato come niente fosse, mi ha detto Che c’è fratellino, dimmi tutto.
Certo, poi ne abbiamo parlato. Ma tranquilli proprio. Che hai fatto, Pappe’, gli dico, sei diventato un prete che me perdoni nonostante tutto? Mo me confessi? E lui risponde No, me so’ messo a medita’, mo sto in pace co’ tutti, co’ tutti proprio, co’ tutti e co’ tutto. A Pappe’, vie’ qua, fatte abbraccia’, dico io. E me lo abbraccio, bello bello, come ‘n orsetto de peluche, er Pappetto mio. Mi sono pure messo a piangere. Lui invece calmo calmo, un sorrisetto di pace, gli occhietti chiusi… Er Pappetto mio è diventato ‘n monaco zen.

È un mese che sto a casa di Pappetto. Mi tiene nascosto, mi porta tutto quello che ho bisogno. Non mi fa uscire. Te spàreno a vista, Brasi’, mi dice. Stattene a casetta. Famo passa’ un po’ de tempo. Poi… Si ferma. Sta mettendo il caffè nella moka. Poi penzàmo a come rompeje er culo. Sbo’. Er Pappetto l’ha buttata lì, così. Monaco zen un par de cazzi. ‘N pazzo scatenato. Che cazzo j’è successo? Che pìa?, chi ha conosciuto?
Pappe’, ma sei sicuro che mediti e basta?, gli chiedo. E lui, piano piano, con la testa, mi fa sì-sì. Fine. Si va a rimettere seduto. E io non indago. Non chiedo oltre. T’ho ritrovato, Pappetto. E stai dalla mia parte. Io con te mi sento sicuro, adesso. Faccio guera a tutto er mónno, co’ te vicino.

‘Sta cazzo de filosofa mica lo molla l’osso. Se ce stavo io in studio, gliela mollavo una castagna fatta bene. Invece ci stanno quattro froci che tra un po’ gli danno pure ragione quando dice che l’orgoglio di sentirsi italiani è una cosa insensata e pericolosa. Ce vole fa’ invade dai negri, ‘shta troia. AO, sbrocco, MO TE PORTO CENTO NEGRI A CASA TUA E TE CE CHIUDO A CHIAVE DENTRO, PORCODDIO, PORCO. Pappetto si mangia le patatine accucciato sul divanetto. Méttite a sede, mi fa. Guarda che questa nun ci ha tutti i torti. A Pappe’, gli rispondo, ma che cazzo ssai a di’. Pappetto è serio. Me comincia a di’ che la nazionalità è un concetto superato e serve solo a farci sentire, o almeno, dice proprio, ci dà l’illusione, di stare più sicuri in un mondo che si sta accartocciando su sé stesso. Io me lo guardo. Pappetto, io non ti capisco. Poi a un certo punto, questa filosofa, Donatella Di Cesare, comincia a fare discorsi che non gli sto dietro; capisco una parola sì e dieci no; io co’ la capoccia me ne sto da ‘n’antra parte; “Brasiliano”, sento all’improvviso; “…quel Brasiliano che ogni tanto invitate, ecco, quello è l’esempio di quanto in basso può arrivare il pensiero di un nazionalista; di quanto l’attitudine critica…”, e poi va avanti co’ discorsi che non capisco.
Ao: er Brasilesss citato dai filosofi. Sto ancora sulla bocca de tutti. Ma ‘o sai che te dico? Wuuuh…

La voglia di rimettermi sotto ai riflettori, vi dirò, un po’ mi è tornata. Penso di rifarmi un account Instagram. Riparto da zero. Mi chiamerò solo: Massimiliano. Er nome mio vero. Basta personaggi. Non che sia mai stato tanto diverso da quello sono realmente, ci mancherebbe. Però levarmi questa maschera, il Brasile, sarebbe un bel sollievo.
Poi però aritorno coi piedi sulla terra: me se vonno fa’, non posso usci’ de casa. Devo prima risolvere ‘sta merda.

Pappe’, dico. Vie’ qua. Ci ho un’idea.

*

House of Blue Leaves

Eccoci.
Entriamo a petto in fuori. Tavolo per due.
Er primo che vedo? Nemmanco a fallo apposta: è Bambù.
A Bambù, gli faccio, è la seconda vorta che te vedo e fai finta de nu riconósceme. ‘A famo finita co’ ‘sta pantomima?, e gli sorrido a trentadue denti. Wuuuh…
Sto co’ la camicetta bianca, er pantalone di lana di tasmania e il gileino grigi. Sto gonfio de muscoli. Me so’ allenato. Niente ar caso. Er Pappetto invece je dà de felpa Supreme rossa, edizione limitata. Ci ha sempre quel sorrisetto suo. Ogni tanto ci guardiamo, e pure io sorrido.
Bambù, vie’ ar tavolo co’ noi, che stai a fa’ qua da solo? Non risponde. Rimane impalato vicino al bancone del bar. Pappetto gli fa segno di venire. Lui niente. Bianco come un lenzòlo. BAMBÙ, E PORCO CRISHTO, T’AMO DETTO DE VENI’: SE DÉMO ARZA’? Al che Bambù si smuove, comincia a venire verso il tavolo, trema, suda, ci ha gli occhi sbarrati. Tra un po’ si caca sotto.
Bambù, lo sapemo che stai a cena co’ Fabbietto e i tipi de Boccea. Lo sapemo perché avemo organizzato tutto noi. Damme er telefono. Bambù mi dà il telefono. Su Whatsapp ha già avvisato Fabbietto e un altro par de persone: ce sta brasile. Così, secco.
Ecco, gli dico, mo che hai scritto che ce sto pure io, vorei sape’ che cazzo ve ‘nventate. Ve penzate de famme la festa?
Proprio in quel momento, nel locale entrano due vecchi gobbi vestiti tipo da funerale, un completo largo, due taglie in più almeno, e dopo di loro entra la filosofa Donatella Di Cesare, con due libri sotto il braccio. Parto a ridere. Bambù suda, Pappetto si deve mettere una mano davanti alla bocca per non scoppiare.

Il tavolo di Donatella Di Cesare si riempie di altra gente. Un sacco d’altri vecchiacci. Di donne, solo lei e una ragazzetta castana che sta seduta per cazzi suoi e non parla con nessuna. Bella cavalla. Un pensierino mi viene da farcelo. Ma stasera tocca porta’ a termine ‘n’antra missione.
Bambù ormai è liquefatto. Sono le nove in punto. Eccoli: Fabbietto… i soci sua der biliardo… Giuliano, Patrizio… Luchetto er nano, De Sanctis er monco, Zippetto, Vinicio, Er Marchiciano, Gennaro er fogna, l’amici sua mezzi napoletani… Venite, venite a me.

Da sotto al tavolo, Pappetto tira fuori un Eastpak. Dentro all’Eastpak ci stanno due tirapugni dorati con gli spuntoni e una catena da motorino. I tirapugni sono per tutti e due, la catena per me. Er primo che va lungo è Bambù. Me ‘spiace, regazzi’!, je urlo, e j’ammollo un gancio che porcoddio j’esplode lo zigomo, l’occhio je vola via dall’orbita, m’arivano li schizzi in faccia, lui non emette fiato, casca giù de capoccia sur pavimento, è ito. Me sa che ssate pari, urla Pappetto. E s’accascia a ride.
Er secondo è quer negro demmerda de Giuliano. Me voleva addirittura veni’ sotto, a mani nude. Ma ‘ndo’ cazzo vai, a mongoloide: je tira ‘na catenata piegata in due, la faccia je se smonta, proprio letteralmente. Pare fatta coi lego. Giù pure lui, co’ l’occhi all’indietro.
Er terzo dovrebbe esse Bitcoin$, ma se ‘nginocchia e me chiede pietà; j’afferro un polso e je dico Vabbè, te me fai shchifo, me fai pena. Je spezzo la mano e co’ una pedata me lo levo dar cazzo. Strilla come un capretto.

Bello, Fabbietto. Te ne scappi via dal locale. T’ho visto. Me manni sotto Gennaro e i napoletani. Me vie’ da ride. Er Pappetto s’avventa su un cazzo buffo alto ‘n metro e mezzo. Lo massacra. Je stacca pure ‘na recchia a mozzichi. Io, co’ una catenata, spacco er viso de ‘n antro napoletano e er naso der Fogna. Altri napoletani?, chiedo, sorridendo. Tutti zitti.
Nel frattempo il locale s’è ammutolito. Tutti imbalsamati. Ate chiamato i carrabbigneri?, chiedo, ma senza urlare. Silenzio. Il tavolo della filosofa? Tutte mummie. Solo la pischella la vedo un po’ su de giri: Da te passo dopo, je dico. Lei me manna un bacio. Io sento er cazzo che me comincia a tira’.

Ve ricordate quer giocatore argentino della Roma, Claudio Caniggia?, quello che ‘n antro po’ pippava più de Maradona? Entra ner locale, co’ un travestito. Proprio in quer momento. Ci ha ancora i capelli lunghi come a vent’anni, solo che je ne so’ rimasti tre. Appena vede la scena, la gente in coma per tera, er sangue, io e Pappetto coi tirapugni e la catena, rimane de pietra; A Cani’!, fa Pappetto, porcamadonna, ma sei te! Ma come cazzo te sei ridotto, ao! Caniggia fa per uscire, ma io me ce avvento sopra: je metto una mano sulla spalla e je dico se si fa una foto con me. A quer punto chiude l’occhi e casca per tera: svenuto. Er travestito che è entrato co lui, pìa e scappa.

Mi giro verso il tavolo di Donatella Di Cesare. Mi rivolgo verso di lei e urlo: Te vieni co’ me. Dovemo fa’ un discorsetto. Lei, senza che je dico nient’altro, si alza e mi viene incontro. Ha gli occhi spiritati. La regazzetta castana fa ‘na faccia brutta. S’arza pure lei e la segue. Me le ritrovo tutte e due davanti. Je sorido. Luchetto er nano me saluta e se ne va. Così pure Vinicio. Nun sapevamo niente, noi nun ci avemo niente contro de te, dice Er Marchiciano. Zippetto scoppia a piagne. Io scoppio a ride de gusto. Pappetto se sfila er tirapugni e va in cucina.

*

Cara M.,
il Brasilianuccio tuo sta bene. Ci vediamo presto lo prometto
mi manchi tanto
me mancano le zinne tue dove ce mettevo er cazzo e stavamo lì mezz’ora a fa’ la spagnola e quando sboravo te facevo la maschera per viso. Ci vediamo te lo prometto
Ciao

*

Mi becca mentre sto prelevando al bancomat delle poste. A guardia che dico abbassata, praticamente nulla. Una cortellata ai reni. Fabbietto. Complimenti. Hai lasciato passa’ er tempo giusto. Mi ero scordato. Complimenti, davero.
Me piaceva studia’ filosofia, la sera, co’ Donatella. Me piacevano le cose che facevamo insieme co’ quella regazzetta, tutti e tre. Me piacevano le serate nuove co’ Pappetto, a parla’ de Kant e Heidegger. Me stava a piace’ tutto de ‘sta vita nova.

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Aiutami, M. Aiutami tu. È vero che in paradiso ci stai tu che mi prepari le patate ar f… Nun ci ho più fiato. Donatella!, do’ vado mo che mòro?
Vedo una palestra. È piena de specchi. Sto nudo. Ci stanno un sacco di regazzini. Tutti col grembiule, come quanno annavvo alle elementari. A Brasi’, dice uno, te ricordi de me? T’ho fatto scopri’ che nun ci hai er cazzo, ma un bocciolo de rosa. Abbasso lo sguardo, e ar posto der cazzo ci ho un bocciolo de rosa. Mi commuovo. Vieni qua, ragazzi’. Gli spalanco le braccia. Lui corre verso di me. Mi piego su di lui, lo abbraccio. Lo stringo forte. All’orecchio mi fa: ci avevo nove anni: te seguivo su Instagram. Volevo famme er Duce sur petto, come te. Che vuol dire che ci avevi nove anni?, je chiedo. Ce li avevo perché so’ morto. So’ morto, Brasi’. Semo tutti morti, qua. Però se divertimo: wuuu!
Tutti i ragazzini pìano a fa’ wuuuh!…

Mi ritrovo davanti al monitor de un portatile. Ce sto io che faccio le pose da bodybuilder. Nel pubblico, ogni tanto inquadrano Donatella Di Cesare, co’ l’occhi lucidi. È fiera de me. Mentre contraggo l’addome e le cosce, ripeto la critica della ragion pura. A voce alta. La gente esulta.
Inquadrano Del Debbio: è sulla sedia a rotelle. Sotto alla faccia je compare una grafica: Condannato a morte. Poi il video si interrompe. Parte il buffering. Er cerchietto gira, rigira, gira, rigira, gira, rigira, gira, rigira, gira, rigira…

Sono Pierluca D’Antuono di Verde Rivista. Rivista letteraria, pubblichiamo racconti. Un nostro “scrittoricchio”, ehehe, così li chiamiamo noi, ha scritto una cosa su di te. Eccoti il link.

Stefano Felici

Post credit scene:

BONUS.jpeg

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