Outland Juarez

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Littlepoints… – Tea copy

Ebbene sì, esce il libro di Luca Mignola. Non è passato più di un anno e mezzo da quando il fantasista campano con il vezzo del goal da calcio d’angolo organizzò quell’incursioncina punitiva a casa al mare del commissario (o per meglio dire, la casa che il commissario ha comprato con i fondi europei sbloccati dalla redazione per il progetto “impara le derivate con Verde Matematico”) che tra una bomba Maradona e quella merda dall’odore non da bestia vegetariana (cit. del quasi-biologo l’ufficiale-nostromo Francesco Quaranta) mise a ferro e fuoco quel suo week-end al Circeo. Non più di un anno e mezzo, e guardali ora? In redazione si sperava che al matrimonio del “faraone” (a proposito, si celebrerà a Maggio con rito Klingon nella maestosa arena Pietro Micca costruita nel capoluogo Sabaudo per gli indimenticati mondiali di pog del 2008 – maggiori informazioni qui) ci fosse spazio per dei testimoni d’eccezione, i suoi redattori, i suoi amici.

E invece sembra proprio che sarà l’autore di “Racconti di Juarez del Sud” – questo il titolo del suo libro in uscita per i tipi di Wojtek Edizioni, lo trovate già qua – il testimone di nozze.

Non ce ne facciamo un cruccio, né potremmo mai prendercela con il buon Mignola, a cui d’altronde auguriamo di disertare per tener fede a più alti impegni. Proprio a proposito di impegni non stiamo più nella pelle per la prima di domani nell’amata Pomigliano, città dell’orso mordvino-marsicano e di Luigi di Maio. E proprio la curiosità – devastando in noi la capacità di resistere all’imposizione commissariale di non leggere l’intero libro per poter sparare il classico “a colpo sicuro” – ci ha spinto a chiedere a Ciro Marino, editore, libraio e stuntman personale di The Rock di concederci, oltre all’estratto che qui vi proponiamo, una piccola anticipazione del libro. “Oltre a essere fatto di carta, è fatto di carta, uagliò”, questa la sua risposta. Classic Ciro. A noi non resta che leggere l’outtake, come dicono quelli, Outland Juarez.

Illustrazione di Littlepoints…

1988
Dondola, dondola l’altalena del dispiacere.
A essere medio si sta a terra su un piede.
Nella piazza della Rivoluzione è giorno di mercato.
La Ninfa e Vasyl passano in silenzio tra le voci e i corpi della gente. La Ninfa si guarda intorno. «Andiamo al Cafè de l’aède», dice.
Passano attraverso i tavolini esterni disposti in fila. Entrano e la Ninfa fa segno a Vasyl di guardare verso il fondo del bar: un uomo con gli occhiali da sole è seduto nel punto più oscuro della sala.
Vasyl s’accorge che la Ninfa sta tremando.
«Hai paura?», le domanda.
“I tormenti del giovane W. C. A. Hegel” in Nilo, capitolo 19, paragrafo 12

All’ingresso della sezione Esecutori Puri della Clinica Salieri, si può ascoltare una voce femminile venire fuori dagli altoparlanti stereofonici installati nelle camere degli ammalati e annunciare: «La Clinica Salieri è lieta di accogliervi!». (Silenzio). «Nel corridoio ripetete continuamente la cadenza dei passi, perché non crediamo nella scomposizione, nella sincope o in qualche altra sporgenza delle ginocchia oltre l’asse del bacino». (Silenzio). «Il rospo appartiene al dottor Salieri, è il suo animale guida, il suo totem». (Silenzio). «Quell’uomo in camice verde, mediamente alto, capelli castani che digradano in un grigio tenue sulle tempie, lo sguardo compiaciuto, la voce ferma, il portamento aristocratico, il dottor Salieri vi ripugnerà e godrà nel percepire la vostra ripugnanza, egli sa di rappresentare per voi la pietra spaziale della Mecca, la piramide di Cheope, la Croce di Cristo, la Casa Bianca e la notte in cui San Pietroburgo fu espugnata dalla Rivoluzione». (Silenzio). «E sputare verso i propri subordinati, coloro che sono capaci dell’odio più vero e incondizionato di chi è senza memoria, e vedere questi uomini non poterlo ricambiare con la stessa amara medicina, lo riempirà di gioia».

«Nessuna sovrastruttura?», chiede all’improvviso il Mago, quando io e Zelda attraverso la luce siamo arrivati dove forse avremmo dovuto essere da sempre: nella stanza più interna della memoria. «Prendete per esempio il cervello – il più solo di tutti gli organi, il più dislocato e sottoposto alla forza di gravità», il Mago ha un suo modo di slittare nel pensiero. «L’uomo ha iniziato a calcolare prima di scrivere il canto, la scrittura – ne consegue – è un innalzamento a potenza del calcolo. Al tempo stesso il rapporto tra calcolo e canto è un equivoco, e se vi inoltrerete al suo interno, non tornerete più indietro».
Quando Zelda ci lasciò soli, il Mago mi mostrò ciò che aveva trovato. Il Mago chiamò il ritrovamento: Manoscritto di due pagine e un retro in cui è omesso esplicitamente il soggetto:

[Pagina 1. Le prime righe, forse 3, sono illeggibili] aprì gli occhi, era notte e il rumore, che ricordava il ticchettio di un orologio a molla, perseverava. Si guardò intorno, gli occhi cominciavano ad abituarsi al buio e gli oggetti della stanza in cui si era rifugiato, per sfuggire agli emissari della Torre Ovest, si plasmavano di nuovo, fuoriuscendo dall’oscurità, davanti a sé: una branda, un tavolino e una sedia. Una scodella per le eiezioni.
Dall’invenzione al disfacimento della zona in trasparenza non sono trascorsi che pochi anni, e continua a valere soltanto il presente, si disse.
Il rumore aumentò fino a occupare per intero lo spazio dei suoi pensieri. A questo fece seguito – Ô tuono precursore del lampo! – una luce rossastra, intermittente, che fuoriusciva da un asse del pavimento appena sollevato dal suolo. L’asse pulsava o era ciò che stava accadendo al di sotto dell’asse, dentro quella luce rapsodica, a creare l’illusione del movimento?

[Sul margine destro del foglio.] Chi domanda? Io o la voce? Inizio a confondere le due cose o forse soltanto ora capisco che non c’è alcuna differenza?
Si avvicinò cautamente all’asse. Si piegò sulle ginocchia con lentezza, fino a trovarsi carponi sul pavimento, il volto aderente al suolo. Per un istante socchiuse gli occhi, provò un fremito di paura. Si guardò di nuovo intorno cercando conforto nel vuoto della stanza, provando a convincersi che egli fosse il solo abitante di quello spazio.
Dal buio trasformatosi in penombra comparvero volti di gente sconosciuta. O che la voce non sa nominare?
I volti si agglomerarono in quattro maschere. Poi il rumore e la luce intermittente svanirono.
[Due righe cancellate pesantemente, le parole sono distrutte, non resta niente neanche sul retro del foglio.]
Le maschere avevano fatto il loro lavoro. Rimasero per un po’ a guardare, avvolte nel buio, il volto scarno, le sue nuove orbite cavate, gli zigomi scorticati, la sua schiena sferzata, i polsi segati dalle cinghie, rimasugli di pelle animale nelle ferite da estrarre con i denti biancosmaltati, sfolgoranti, soltanto i denti non furono toccati dai carnefici – non una pinza li aveva morsi, né un bisturi scheggiati, né un trapano bucati, ma il resto della bocca livida faceva schifo.

[Pagina 2.] Il fatto è come l’albero che cade nel bosco: inaudito e invisibile. C’era altro, come c’è sempre dell’altro.
«Se si ha un piano, è conveniente tenerlo nascosto. Non parlarne troppo. Un piano è un peso, un freno, ma anche uno stimolo. Fuori, però, mentre viene precipitato qualcuno, tu guardi e non vedi le ombre, scorgi solo i corpi proteici, atrofizzati, stanchi, che desiderano lo schianto». Così per ogni iniziato alla zona in trasparenza il sermone del Gobbo e del rospo. «Chi vede il luogo dov’è nascosto, cade. Chi lo intuisce, cade. Chi ride, cade». [Sostituire “cade” con “è defenestrato”]. «A fare le domande giuste», insisteva il Gobbo, «sai sempre come ti devi muovere». Gonfiava il petto come il rospo, l’animale totem. «Il fatto è come l’albero che cade nel bosco: inaudito e invisibile o, se proprio non è invisibile, almeno occultato dalle parole, e così neanche del tutto inaudito». Il Gobbo e l’esecutore camminavano nel giardino interno della Clinica Salieri. L’esecutore non osava girare gli occhi verso il Gobbo, che si era messo a spiegare la teoria: «1. inventare ogni volta un percorso per distrarsi; 2. divenire progressivamente dissociati; 3. lunghe passeggiate nei corridoi da preferire alla stasi; 4. camminare fino a torcersi dalla stanchezza durante le lunghe pause tra un’esecuzione e l’altra; 5. mente svuotata». Gonfiava il petto come il rospo, l’animale totem. «Ciò che ci aspettiamo è un’abitudine. Sentirsi sottoposti a qualcosa in cui si può credere ciecamente. Principio del comando: il fatto che si dia un ordine, per cui non importa chi lo determina e lo gestisce, quanto il fatto che sia ancora possibile e che, segretamente, si possa pensare questo ordine eterno. I pensieri più forti, più resistenti, sono quelli liberi di gettare le loro radici dove trovano più nutrimento, inventando ossessioni segrete pur di andare più a fondo, costantemente più a fondo, e poi veder sbocciare fiori ibridi, che a seconda del vento profumano o non profumano, corazzati con spine acuminate per difendersi, non conoscendo altro che la difesa a oltranza, la resistenza fino alla sete, all’arsura, in attesa della pioggia, colmi di speranza? Io dico: bisogna recidere questa speranza».

[1988]
Dondola, dondola l’altalena pendula
e mai tocca il fondo dove oscilla l’ombrula.
Nella piazza dei Signori è giorno di giustizia.
La Ninfa e Judas, passano in silenzio nel gelo della piazza. La Ninfa si guarda intorno. «Torniamo al Cafè de l’aède», dice.
Passano attraverso i tavolini esterni disposti in fila. Entrano e la Ninfa fa segno a Judas di guardare verso il fondo del bar: un uomo con gli occhiali da sole è seduto nel punto più oscuro della sala.
«Lui è qui», dice la Ninfa, tremando, ma Judas ormai è già lontano.
“I tormenti del giovane W. C. A. Hegel” in Nilo, capitolo 19, paragrafo 11

«Perché non mi guardi?», gli chiese la voce della bambina bianca.
Se avesse potuto guardarla, avrebbe notato che la voce apparteneva a un corpicino e che la testa grande quanto la capocchia di uno spillo si era abbattuta sul petto e gli occhi della bambina fissavano le sue mani storte e slogate.
«Che cosa pensi che sia accaduto?».
Havor Treblinka non rispose.
«Vuoi che me ne vada?», insisté la voce della bambina bianca.
Havor Treblinka sentì il corpicino spostarsi e tentò di afferrarla, la bambina si lasciò prendere e Havor Treblinka la strinse con una leggera pressione intorno ai fianchi. Volle amarla là su quel limite che si desidera immaginare esista tra Juarez del Sud e l’altra, l’impronosticabile.

Il dottore fece il suo ingresso nella camera 23 al settimo piano della Clinica, cui aveva dato il suo nome, seducente, altitonante, Salieri. Monologava di pianificare operazioni, di tessere strategie per la notte, di portare un silenzio ancora più profondo dentro il silenzio, già obnubilato dai medicinali, degli ammalati con i loro occhi spalancati come fari bianchi. Si sarebbe potuto misurare il languore di quelle bave fluttuanti al passaggio del dottore della ripugnanza, bavette che non desideravano nient’altro che cibo e sonno, e si sarebbe potuto notare anche che il suo passo, man mano che avanzava, diventava più eloquente nella manifestazione festante della sua mancanza d’indulgenza, l’occhio cristallino fisso sul suo compito e sulla sua visione.
Salutò facendo roteare il palmo della mano, sollevato fino alla spalla. Allora la sua voce risuonò nella sala: «Penultimo è il silenzio e in questa sala va rispettato». Si fermò al centro, contò dodici file di letti alla sua destra, dodici file di letti alla sua sinistra. Ghignò e si passò la destra tra i capelli, riprese con la sua prosopopea: «Non ho molto tempo da dedicarvi, anche se in fondo non smetto mai di dedicarmi a voi. Ammetto, di fatto, che avete avuto tutti un coraggio ammirevole, ma bisognava spezzare in voi la speranza, poiché noi non agiamo rumorosamente, non marciamo o raduniamo le nostre forze, le nostre innumerevoli forze, in cortei a perdita d’occhio, non urliamo o diffondiamo con veemenza il nostro piano. Noi non siamo una qualsiasi specie di vetero-transumanisti. Non ci facciamo etichettare, perché nessuno ci conosce veramente, nessuno sa che il nostro è il più importante esperimento di pulizia che mai sia stato concepito. Aldilà delle razze e dei generi, noi ripuliremo tutto quanto la nostra ricerca medica riterrà pericoloso. Tuttavia, il futuro non ci interessa. È l’oggi che vogliamo soggiogare, poiché non conosciamo altro che l’oggi, costantemente, dolorosamente. Abbiamo inventato la zona in trasparenza, riempito Juarez del Sud di subordinati, incrementato l’utilizzo dei treni Loop, facilitato le pratiche di lobotomia, fondato l’Istituto per le Versioni Non Ufficiali, sperimentato il farmaco Mnemo-1000, affinché tutto segua il corso che noi vogliamo imporre a questo Maelström. Siamo noi a decidere le regole del cambiamento. Noi diamo la vita e noi la purghiamo». Era arrivato alla fine della stanza e del discorso, di spalle alla platea silenziosa, annichilita degli ammalati.

«Soffri?», le chiese all’improvviso Havor Treblinka, allorché ebbe ritrovato la voce.
«Sì», rispose la bambina bianca.
Havor Treblinka poteva sentire il suo corpicino, penetrarlo, violentarlo, illividirlo, staccarne minuscoli lembi di pelle a morsi, graffiarlo, sondarlo col suo membro telescopico, ma non ancora vederlo.

*Incendio, 17 dicembre 1988*
Intanto dondola l’altalena, bascula
il peso della massa nella mano tremula.
Nella piazza la Ninfa si guarda intorno. «Cercherò al Café de l’aède», dice.
Entra e verso il fondo del bar vede il Gobbo seduto nel punto più oscuro della sala.
Perché tremo?, ride di sé. Perché io e lui siamo qui.
“I tormenti del giovane W. C. A. Hegel” in Nilo, capitolo 19, paragrafo 10

Siamo fuori nella luce accecante, ricostruita attraverso i terminali perfetti e immessa nel flusso. Diveniamo noi stessi ciò che siamo stati, Zelda e io, quando muoviamo qualche passo – dove? –, finché gli occhi non si adattano alla luce e il flusso si trasforma in punti linee cerchi e ogni cosa torna a essere governata dall’inganno della prospettiva. Ci guardiamo intorno, riprendiamo a camminare, nuove forme e sconosciute sbattono sulle pareti del cervello risalendo i filamenti fino ai terminali nervosi degli occhi e vediamo – o così ci sembra –, ma non parliamo, anche se mi scopro a rivelare segreti a Zelda senza che la mia voce oltrepassi il recinto dei denti. Ho paura di qualcosa, ma di cosa? Vorrei fermarmi ma Zelda continua a camminare trascinando con sé il mio braccio sinistro, che si allunga e quasi lo sento staccarsi dal corpo. Ho paura, mi scopro a dirle a recinto serrato, paura di andare avanti, paura di scoprire che cosa sono stato, di ricordare, di ricominciare da dove mi sono fermato e capire se ho voluto dimenticare, se ho voluto cancellare e piangere e infliggermi dolore. Perché dovrei ripetere di nuovo ogni cosa, scavare dentro questo vuoto ora che sono fuori, ora che non ho più nessun riferimento e potrei concedermi la vaghezza, che ho sognato, e senza freno impazzire?
Zelda che mi parla, dice: «Dove stai andando?».
«Non lo so», le rispondo.
«Perché vedi e dici di non vedere?».
«Perché vorrei vedere fuori e invece vedo dentro?», le domando in risposta e sento che la luce mi sta penetrando e quasi ondeggia e insieme alla luce ondeggiamo e scompariamo nei riflessi e appariamo di nuovo in altri riflessi entrando definitivamente nel regno della memoria pura – dove i volti recano i sigilli delle azioni degli uomini e le rughe, che quelle facce austere e in posa avevano avuto in vita, sono plasmate nella pasta oleosa del colore invecchiando anche i più giovani, morti prematuri, «E ogni cosa parlava di vecchiaia di consunzione di morte di eternità. Delle premure mancate, dell’abbandono che la memoria impone ai ricordi sui quali l’uomo di ogni nuovo oggi ha fondato il proprio passato», provo a spiegare, ma che cosa posso spiegare? Niente.

[Sul retro di pag. 2.] Non so se è vero o se è invenzione, e se invenzione è menzogna – e come ho imparato e quando a distinguere le parole rifiutandomi di accettarle come segni, nient’altro che segni dica sì, lo voglio e la mia voce ripete lo voglio!
Non riconosco il ricordo, le sue parti, non lo so nominare – che sono i nomi? In pratica, quasi un involucro, un cartoccio.
Non ho mai pianto, ma ora lo sento venire. È così che si piange? È così che accade di ricominciare, piangendo, gemendo, come quando si esce dal ventre materno e c’è tutta l’aria asettica della sala parto, le luci, la mano del dottore, che stringe il corpo del neonato e lo sculaccia con l’altra, perché venga fuori la voce e le lacrime e la madre dice È mio figlio, è la sua voce, la riconosco? E come può una madre riconoscere la voce del proprio figlio se prima della nascita non l’ha mai ascoltata, perché il feto si stava formando nel suo ventre, stava crescendo e maturando come un frutto, più lentamente di un frutto? Come può una madre conoscere la voce del proprio figlio, se neanche il proprio figlio, una volta fuori dal suo utero l’ha mai sentita, anzi è la prima volta che la produce, la dischiude? E come accade per la voce, così accade per il pianto? Perché le due cose devono essere venute insieme.

«Che facciamo?», domandò la voce della bambina bianca.
Havor Treblinka le afferrò la faccia con tutte e due le mani e spinse le sue labbra contro quelle di lei.
«Fammi entrare!», le disse.
«Dove?».
«A Janka sul confine, attraverso la tua bocca».

†1988†
Ô dispiacere, ondula l’altalena pendula,
e ghiandola di bilioso umore stimola!
La Ninfa si guarda intorno.
I condannati passano in silenzio tra le voci e i corpi della gente, tranne uno.
“I tormenti del giovane W. C. A. Hegel” in Nilo, capitolo 19, paragrafo 9

Per la prima volta è il mare che nasconde quello che mi sta davanti. La sua onda sonora si rifrange con ostilità. Per la prima volta non mi sono sentito Havor Treblinka, che finalmente rientra a casa, poiché il tempo mi è parso ananche, lo spazio nemesi.
Forse confondo questo mare: per un istante mi è parso fecondo e già ora mi si rivolta contro.

Luca Mignola

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