SUS#2 #13: 100CELLE CITY ROCKERS

Mimesis#2

Littlepoints… – Mimesis

Oggi pubblichiamo il racconto di un grande amico di Verde, Stefano Sicignano, aquilotto europeista e federalista come noi, Suor Paola e Dario Argento. Stefano ha vinto la prima serata di Scenicchia una sega #2 con il suo 100celle City Rockers, un racconto di pizze dure e caps lock.  A noi è piaciuto un sacco, ve lo consigliamo di cuore!

Illustrazione di Little Points.

Il vecchio oste, che tanto vecchio non era, si ritirò nel retrobottega per un affare urgente: una polverosa bottiglia di Pastis del 1970.
«Lu meju de lu meju!» biascicò Socrate sogghignando a Martina, moglie nonché ostessa, che lo fissò per tutto il tragitto: il giro intorno al bancone lo straccio bisunto per rinettare l’aperitivo marsigliese il solito zanzaroso mugugnare sulla vita, troppo lunga per uno come lui che s’era riproposto di scavallare il millennio colla sua vineria al numero 48 di Piazza dei Gerani, sulla Lazio che da quattro anni non vinceva un cazzo sulla moglie che era lo stesso che l’ostessa sui figli di cui era meglio non parlare sulla politica di cui era peggio se ne parlava; la giravolta il vassoio i bicchieri il pastis lo sfioramento della consorte e infine il saltello con i cinque passi e mezzo per l’obbligo dell’ultimo servizio mattutino.
«Amo fatto du’ gol e amo pareggiato, porca mignotta!».
Era il giorno di pasquetta, c’era solo gnagnarella, per cui si stava all’osteria.
Nessuna scampagnata nessuna gita fuori porta, quale poi! Per lui era già tanto ritrovare la sua quando ritornava a casa la sera addobbato come un albero di natale e cercarne un’altra era davvero fuori luogo. Fuori luogo, fuori porta. Fuori piove. Osteria.
«Séte gaggi!»
«Noi gaggi? E voi?». «Un rigore che manco c’era!».
«Ah!, ammetti che nun c’era, ch’avete rubbato!».
«C’era, c’era!».
«Lopez s’è buttato, De Nadai nun l’ha manco sfiorato!».
«Grande Totò!». Gianni alzò il bicchiere sbavato di liquore e brindò al centrocampista biancoceleste che aveva causato il rigore trasformato da Brunetto al cinquantacinquesimo per il pareggio, dopo la sciagurata autorete di Clerici nel primo tempo.
Era passata più di una settimana ma sembrava ieri. C’erano stati altri due incontri capitali nella stagione calcistica 1977/78: Foggia-Lazio: 3-1; Roma-Lanerossi Vicenza: 1-1. Ma il tempo del pallone s’era fermato a domenica 19 marzo. Il pomeriggio del derby di ritorno.
Gianni è comunista complottista e antifascista. Mimmo, che in realtà si chiama Giandomenico e ha lottato per tutta l’infanzia e per parte dell’adolescenza tra farsi appellare Mimmo oppure Gianni e approdare finalmente in gioventù all’agognatissimo Mimmo, è fascista complottista e anticomunista. Tutti e due sono per la linea della fermezza.
«Mamma mia che caciara ch’hanno fatto a via Fani giovedì scorso!».
«Sti cazzo de comunisti!».
«Guarda che questi nun so’ mica comunisti. Berlinguer è comunista…».
«See! See!»
«See, see un cazzo! I veri comunisti non ammazzano così. A cazzo di cane…».
«È vero voi ce penzate prima de ammazza’. Infatti sai quanto c’hanno penzato prima de fa’ sta stragge!!!».
«Ma che stai a di’???». «Questi manco so’ brigatisti…». Una lunga pausa condita da un sospiro doppio: un anelito profondo e una densa sorsata di pastis.
«So’ americani, so’ della CIA!!!».
«So’ d’accordo puro io!!!».
I due si guardarono, si riempirono a vicenda i bicchieri, mandarono giù tutto d’un fiato. S’abbracciarono.
Il Pastis del 1970 è oramai agli sgoccioli.
Fuori continua a gnagnarellare.
«Secondo me, l’hanno nascosto a Forte Prenestino. Sta nelle grotte sottoterra che arrivano fino all’oratorio…».
«Che oratorio?!?».
«Borgo Don Bosco. A Quarticciolo».
«Spie & Salesiani».
«HA! HA! HA!». «HA! HA! HA!».
Un sincronismo perfetto che lacerò l’aria satura di fumo e ridestò Socrate, che sbottò: «Daje!». «Sbrigheteve, che devo jì a magna’!». Martina era già salita da una mezzoretta e già aveva squillato due volte al telefono a gettoni appiccicato alla parete del corridoio che portava al cesso alla turca: servizio pubblico completo: telefonata+pisciata: 50 lire.
«Per me invece l’hanno nascosto a San Felice…».
«A San Felice dove? Nella chiesa?».
«Maddeché!». «Nel dormitorio dei frati». Se ce passi davanti, ma ce devi da fa’ caso, la penultima finestra da destra all’ultimo piano è sempre chiusa…». «E lo sai da quando?».
«Nooo!». Sbadigliò Gianni.
«Da venerdì 17!!!».
«Cioè vorresti dire che ce l’hanno portato il giorno dopo del rapimento…». Ma oramai s’era abbondantemente rotto il cazzo di stare rinchiuso. Toccava uscire. Fuori continuava sempre a gnagnarellare.

Quarantottore dalla santa pasqua e dalla gita domenicale allo stadio Olimpico, negli occhi ancora i due goals del Lanerossi di Vicenza e lo scialbo pareggio della Rometta, dodici giorni dal rapimento delle BR di Aldo Moro e nemmanco cinque minuti abbondanti, giusto il tempo di una ESPORTAZIONE senza filtro, dalla settima lattina di Nastro Azzurro. Tutto procedeva secondo copione. I Punx erano tutti crestatissimi nella loro colorata fierezza, le giostre continuavano a girare noiosamente per trecento lire e trenta secondi o tre minuti a corsa. Chi cazzo mai c’era riuscito a calcolarne il tempo esatto in quella piazza di strafatti, di tossici sempre seduti sulla stessa panchina sfondata come i loro cadaveri ondivaghi, sempre insieme e sempre più soli; la statua in mezzo alla piazza stava sempre senza capoccia. Dall’altra parte non c’era niente da rilevare. Almeno per ora. Poi si vedrà.
«Tutto come Sempre». «Ever and ever!».
«Che or’è?».
«T’arisulta che c’ho mai avuto l’orologio?».
Eppoi ti chiedi quanto cazzo dura con precisione elvetica la corsa della giostrina dei bambini. MAH!
«Che c’entra! Basta guardare il sole…».
«Il sole???». «E tu riesci a vedere il sole tra le cime dei platani lo zozzo dei cieli e i nembi della metropoli?».
«Io no! Ma tu che sei uno stregone dovresti…».
«Io sono S3GA. E BASTA!».
«…». «…».
«Hai visto Gimbo?».
«NO!».
S3GA (STREGA) è il leader indiscusso dei Punx di Geraniums Place (Piazza dei Gerani). È basso atletico (!) agile e intelligente. Brutto. Affascinante. Con gli anfibi gialli e la cresta arancione.
Gimbo, Jimmy per i suoi camerati, Jimmy Boy per le ragazzine centocelline, è il capo dei pelati: i fascistelli di zona.
È alto bello cogli occhi blu.
I pelati sono naziskin borgatari: gli anfibi dell’esercito italiano i jeans stone-washed (scoloritissimi) e i giubbetti corrispondenti.
Non hanno un cazzo a che vedere coi loro omologhi europei.
Imbarazzanti.
Si muovono in gruppo, obviously!, tra il BAR Pigliacelli, il parchetto adiacente il campo di pallone della Libertas Centocelle e piazza dei Gerani: nell’area riservatagli, evidentemente. In fondo, dall’altra parte. A sinistra.
Uno scherzo macabro del destino burlone.
Imbarazzante.

«Tacci tua, te sfonno, fascio de mmerda!».
Bonzo, mai appellativo fu più inadatto a un giovane PunK romano, sferrò un calcio all’aria un gancio destro all’Uomo Invisibile e una testata feroce allo stomaco possente del nazi Fabio Massimo il Nebulizzatore, affetto da asma bronchiale sin dalla tenera età.
«Sfooo-n-n-i stooo caz-zo!!!».
S3GA intervenne da dietro, all’improvviso. Un po’ cobra, un po’ sciamano. Una manata sulla nuca che rimbombò fino a Piazza dei Mirti.
«…’cci tuuua…». Il pelato ansante stramazzò al suolo con rigida pesantezza. I suoi camerati fuggirono via, chi di qua dalla siepe, verso l’agenzia di pompe funebri (…) 28.28.28, chi di là oltre la siepe, con balzi disarticolati, verso il capolinea del tranvetto: chi riuscì a salirci sopra, chi altresì infrociò sulle porte chiuse artatamente dal compagno manovratore.
S3GA accartocciò l’involucro verdognolo con un paio di paje ancora dentro e lo lanciò in faccia all’ultimo hitleriano borgataro, troppo giovane e troppo stupido da non essere scappato in tempo.
«Mo che te dovrei fa’???». «Vattene pise’… E domani manname er capo tuo… Che allora sì che se divertimo!»
«Sto qui, stronzetto! Non devi aspetta’ un cazzo. Vie’, vie’!».
Gimbo scattò verso S3GA, con gli occhi blu come la paura.
«Vie’, vie’!».
Si diedero due diretti al volto che colpirono con fragore metafisico le facce interdette dei loro angeli custodi. Si scontrarono di capoccia, fronte contro fronte. Naso contro naso. Caddero all’indietro. Fu S3GA il primo a rialzarsi. Nonostante i venti chili meno del suo avversario, lo afferrò per il giubbetto, lo alzò di mezzo metro e lo scaraventò nella fontana.
«Fatte ‘sto bidè, fascio de mmerda!!!». «E ripassa puro domani, che te dò er resto…».
Si riproponeva una scenetta già vista e rivista. Niente applausi ma solo vacue sbirciatine da qualche massaia scoglionata e carica di buste della spesa. A Piazza dei Gerani, niente di nuovo.
S3GA tornò al suo muretto accanto alle giostre e si sedette, orgoglioso e soddisfatto, sulla A cerchiata di DEAD (PUNX NOT DE(A)D).
Gimbo scomparve come il fumo vaporoso della Tavola Calda all’angolo, soffiato via dallo scirocco di periferia.

Mercoledì 29 marzo, ore cinque e cinque della mattina. Brividi. Freddo. Foschia.
S3GA sta alleprato, a una quindicina di metri dalla fungara, sotto l’aeroporto di Centocelle. Avanza con anfibio felpato, d’emblée si stoppa: dinanzi a lui le sagome infradiciate di Gianni Mimmo e Gimbo.
«Che cazzo c’entrano mo questi???». «Mica…».
Una magia avvinazzata, una visione avvizzita. Per loro. Una visionaria stregoneria liberatrice, per lui.
Stava nascosto lì dentro, lo sapeva.
Tre passi in avanti, quelli si girarono all’unisono: due ganci incrociati e gli ubriaconi franarono all’istante, una testata micidiale e Jimmy Boy si schiantò d’incanto.
«Aldo, Aldo!» «Annamo Moro, tirate su. Te porto via!».
Se lo incollò sulle spalle del Chiodo, lo trascinò fino alla stazioncina e lo sdraiò finalmente sulla panca di travertino.

«Pronto Polizia?!?». «Ho ritrovato Moro!!!».
«Cheee?!?».
«Ho liberato Aldo Moro!!!».
«Chi è?».
«S3GA!. «100CELLE CITY ROCKERS (A)».

Stefano Sicignano

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