SUS#2 #12: Estensione del dominio della potta

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Little Points Tubetto con tutto il mondo concentrato dentro

Gomez Palazzo, massimo profeta del NOVO! PAZZESCO! ROMANO! ha partecipato con questo disgustoso concentrato di leccornie cyber-lubriche xeno-femministe al postribolo di Scenicchia una sega #2, noi ve lo proponiamo sulle nostre elettropagine. Gomez ha letto il racconto coperto da un passamontagna imitando la voce di Johnny Palomba. Ha garantito per lui la tutrice Simona Panzino. Una contessa presente alla serata, C. F. M. A., è svenuta durante la lettura.

L’illustrazione è di Little Points che esordisce su Verde. Tenete d’occhio i suoi disegni, sono realmente pazzeschi.

Si infilava l’alta tecnologia nel culo e poi la metteva all’asta online. Nessuno sapeva chi fosse la ragazza: come decine di migliaia di altri, cercavo nei suoi video un tatuaggio, una parte del viso, un indizio che parlasse dell’ambiente. Ma l’inquadratura era fissa e stretta, come se lei avesse posato la webcam sul water e ci si fosse inginocchiata dandole le spalle, di modo che davanti all’obiettivo comparivano solo le sue natiche e le mani che le spalancavano come un sipario. Era un culo giovane e relativamente sodo, non intimidiva per la sua perfezione, anzi mostrava un filo di cellulite: un culo da ragazza della porta accanto. Anche l’ano aveva un diametro comune, non assomigliava a certe voragini slabbrate dall’uso che si vedono in tanti porno, né sembrava in grado di accogliere smartphone e tablet sempre più grandi.
I video iniziavano verso le due di notte. Solo nel mio monolocale buio, attendevo l’inizio della diretta scorrendo con indifferenza le nuove sottocategorie del porno tentacolare. Su un’altra scheda tenevo aperto il suo canale, ogni trenta secondi ricaricavo la pagina. Finalmente compariva qualcosa, la scheda tecnica del gadget del giorno. Elencava marca, modello e dimensioni dello schermo, ma anche densità di pixel e specifiche del processore. Mentre leggevo quei dati a voce alta, sussurrando i numeri nell’alone bluastro dello schermo, iniziava a venirmi duro. La scheda restava lì per qualche minuto o anche un quarto d’ora: forse la ragazza si preparava coi lubrificanti, oppure era solo uno spazio pubblicitario pagato, un modo per accrescere la suspense.
Di colpo appariva l’immagine satura di giallo, dai pixel sgranati prendeva forma il suo culo, tremante. Lei stava già gemendo, spesso in maniera poco convincente, si strofinava il clitoride con furia. Questa farsa finiva presto, ed entrava in campo lo smartphone del giorno. Altri l’avrebbero infilato in un preservativo, ma lei no, come se volesse sentirsi dentro ogni millimetro quadrato di plastica e metallo. Ci voleva del tempo prima che il buco del culo, stimolato dalle dita dalle unghie corte e nere, si dilatasse abbastanza. Poi il dispositivo iniziava a entrare in lei, ed era come vederlo divorato da una bocca primordiale, poco a poco spariva nel buio più profondo esistente in natura.
La voce cambiava, non fingeva più di godere, le sue erano grida soffocate, un dolore vero, che non riusciva più a trattenere nell’istante in cui lei e la macchina diventavano una cosa sola. Io immaginavo i suoi occhi ridotti a fessure, le lacrime che le rigavano le guance, la bocca spalancata e il viso contratto come durante un parto. Ed era davvero come assistere a una nascita, perché dopo che il buco si era richiuso – si capisce, a quel punto restava piuttosto largo, a volte si continuava a intravedere lo scintillio dello schermo dentro l’intestino – la ragazza restituiva il gadget al mondo, ansimando di sollievo lo cacava fuori, non di rado insieme a un filo di merda.
In quel momento ce l’avevo duro, e molto, ma non iniziavo a toccarmi fino a quando lo smartphone ancora tiepido non compariva sul sito delle aste. Normalmente era venduto come “usato una volta sola, perfettamente funzionante”, benché la descrizione precisasse “non lavato”. Io stesso piazzavo sempre un’offerta o due, ma presto la cifra superava il prezzo del nuovo, c’erano migliaia di feticisti disposti a raddoppiare, triplicare la cifra pur di aggiudicarselo. Io guardavo il prezzo salire e salire, un istante dopo l’altro, e toglievo le mani dalla tastiera. Prima che l’asta terminasse, ero già venuto.
A volte la ragazza giocava con la nostalgia, c’erano video in cui si infilava controller di console a 16 bit, cartucce in edizione limitata di vecchi videogiochi, una cornetta telefonica in bakelite. Ma i picchi di visualizzazioni si registravano quando il gadget era l’ultimo modello di smartphone, spesso entrato in commercio il giorno stesso. Le polemiche non mancarono e a mio avviso furono strumentali, il canale avrebbe chiuso dopo pochi giorni se i colossi dell’elettronica di consumo non fossero stati conniventi. Credo che dal loro punto di vista il buco di culo fosse una manna, proprio quello che ci voleva per rendere di nuovo i loro prodotti veri oggetti del desiderio. Bisogna considerare che a quel punto il settore era in netta flessione, già da anni i consumatori avevano smesso di aspettare in fila per il nuovo smartphone, l’entusiasmo dei primi anni dieci aveva lasciato spazio a una diffusa sensazione di scoglionamento. Larghe fette di pubblico se ne fregavano di schermi pieghevoli e telecamere multiple, ma grazie ai video della ragazza venivano comunque a conoscenza di questi nuovi ritrovati della tecnica. Quell’ano celebre era insomma l’influencer perfetto, il testimonial più prestigioso, come se la tecnologia fosse stata sviluppata in primo luogo per soddisfarlo.
Per il suo culo designer californiani e ingegneri informatici indiani avevano unito i loro ingegni e le loro fatiche. Per il suo culo minatori congolesi avevano sudato sangue nelle miniere di cobalto, bambini boliviani erano scesi nei pericolosi meandri delle ex miniere d’argento alla ricerca di zinco e piombo. Per il suo culo, robot grandi quanto un appartamento disassemblavano pile di vecchi smartphone, estraendo dai vecchi modelli l’alluminio per i nuovi. Per il suo culo settantacinque diversi elementi della tavola periodica erano confluiti dalle budella sottopagate del mondo fino a fabbriche-lager in Cina, dove migliaia di operai in mascherina e guanti di lattice, pieni di tendenze suicide, assemblavano componenti sempre più miniaturizzate. Per il suo culo, navi cargo attraversavano il Pacifico e l’Atlantico, gruisti nei porti d’Europa scaricavano container su camion e tir, runner in bicicletta pedalavano nel traffico e rischiavano la vita sui binari del tram per consegnare alla sua porta il primissimo esemplare della nuova generazione di smartphone. Queste erano solo alcune delle persone che lavoravano affinché lei potesse prendere quella tavoletta di silicio e plastica, quel miracolo della metallurgia, e infilarselo nel culo.
Non mancarono imitatori più o meno goffi, ex celebrità e ragazzotte di paese sotto-occupate tentarono di rilanciarsi sfondandosi l’ano, c’erano in vendita appositi kit che promettevano di rendere più facile l’inserimento di oggetti rettangolari. L’esito fu a volte tragico – un commercialista della mia città fu ricoverato al pronto soccorso, gli si era incastrato dentro non solo un vecchio navigatore satellitare, ma anche le pinze da insalata con cui aveva tentato di sfilarlo. In altri casi i video erano più professionali, le ragazze più belle, il risultato molto più erotico. Ma per me c’era solo lei, l’originale. In un mondo di porno tentacolari, scopate in VR e vagine sintetiche, questa anonima eroina aveva mostrato come il corpo umano potesse ancora sorprendere e avere ragione della macchina. L’apogeo, per me, lo raggiunse la notte in cui presentò il dispositivo più costoso fino ad allora: un ano biomimetico, con tanto di sensori, filamenti, controller e batteria al litio. Insomma, un buco di culo elettronico; vederlo sparire dentro un buco di culo organico mi sembrò il più grande spettacolo del XXI secolo.
Il sipario calò il giorno in cui il colosso coreano lanciò lo smartphone in cristallo, sottilissimo; a schermo spento diventava trasparente – salvo che per una tacca di plastica nera in alto. L’evidenza del pericolo non bastò a fermare la ragazza: la diretta iniziò la notte stessa, alla solita ora, e io la seguii senza nemmeno eccitarmi, fino al momento in cui iniziò a sanguinare. Non dimenticherò mai come gridava, come si contorceva. Il dispositivo si era spezzato dentro di lei, ma la diretta non si interrompeva, nemmeno quando un calcio disperato rovesciò la webcam su un fianco. Nell’inquadratura sbollata, la ragazza era riversa a terra, come accartocciata, le mani sul ventre. Il dolore la paralizzava, non riusciva ad alzarsi. In quel momento giuro che sarei corso da lei, avessi dovuto percorrere mezzo mondo. Ma nessuno sapeva chi era, dove si trovasse: duecentomila persone assistevano alla sua agonia, e non c’era modo di chiamare i soccorsi. E per un attimo, il tempo di uno spasmo, la vidi, e lei sembrò guardare me, lo sguardo dritto verso l’obiettivo. Aveva gli occhi verdi e il naso adunco. Mi scollegai dal canale, ma fui uno dei pochi. A quanto lessi il giorno dopo, un milione di persone l’aveva guardata morire.
Nei giorni seguenti la sua identità fu rivelata: era un’insegnante di diritto, precaria, viveva da sola in una casa isolata nella più desolante delle province, trasmetteva le sue dirette dal bagno. Con i suoi video aveva accumulato una piccola fortuna, di cui apparentemente non aveva speso un centesimo. La famiglia vendette i diritti della sua storia, che presto diventerà un romanzo, un’esperienza VR e una serie TV. Quanto allo smartphone di cristallo, fu un flop e in pochi mesi uscì dalla produzione. I frantumi dell’esemplare che la uccise, estratti dal suo intestino durante l’autopsia, sono stati battuti all’asta in una casa di Londra, superando il prezzo di un Basquiat venduto lo stesso giorno.
Per settimane ho passato notti insonni, anche quando riuscivo ad addormentarmi mi risvegliavo alle due e non sapevo che fare. Riguardavo le sue registrazioni, ma non era la stessa cosa, e perfino quando uno dei suoi gadget veniva rimesso in vendita, l’asta non mi eccitava più. Ma negli ultimi giorni ho frugato nei vecchi cassetti e riesumato i miei vecchi telefoni, generazioni di smartphone ammaccati, schermi incrinati, relitti coi tasti e le antenne sporgenti. Inizierò dal più compatto: il lubrificante che ho ordinato è arrivato oggi, ho già predisposto la webcam sull’asse del cesso, e quando l’orologio segnerà le due, mi inginocchierò sulle piastrelle fredde e ricorderò la ragazza nel modo più giusto e doloroso. Sarà come una lettera d’amore, una preghiera.

Gomez Palazzo

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