Scelti da voi #3: Il fidanzato di mia nipote (è il mio cazzo)

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E invece refusi e sviste ce n’erano eccome, “caro” “Lapo” (…) D’altronde, Scelti da voi, mica da noi.

C’è un importante *UPDATE*, come dicono quelli, sull’Affaire Cazzimbocchio AlloSpiedo, sì, quella/quello di questo sgorbio qua, già fenomeno nel gruppo Facebook non ufficiale di Verde (ma ormai non ne restano tracce, Classic Zucky Fascism senza manganello ringraziando. Quando cominceremo a interrogarci seriamente sull’opportunità di produrre contenuti per Facebook?).
Il 22 agosto scorso abbiamo ricevuto questa email (che per amore di filologia riportiamo includendo gli errori sintattici e grammaticali):

“Pargoli,
Cazzimbocchio AlloSpiedo è morto (decesso n. 3). Le cose sono andate nel modo seguente e, se vorrete darne notizia per onorarne la memoria, la strenua coerenza, l’inscalfibile coraggio, ve ne sarà incoscientemente grato.
Dopo aver ricevuto dall’Inquisizione di Facciaculo notifica di imminente condanna, il cazzimbocchio ebbe in realtà un’opportunità di salvarsi: fornendo i documenti d’identità.
Non avendo alcuna intenzione di chinare il capo schiavo di Roma, il cazzimbocchio colse la vile proposta come occasione non di rinnegarsi e avere salva la “vita” (chiamiamola così) ma di sferrare l’estremo atto di spregio contro l’identificazione sommaria e brutale. Egli ERA Cazzimbocchio AlloSpiedo, quant’è vero che Marino Lucarielli è Marino Lucarielli. Solo, con un nome meno convenzionale e meno – in sostanza – paraculo, codardo, co’ nu per arind e nu per a for.
Pertanto, il cazzimbocchio inviò a Facciaculo SECURITY i suoi VERI documenti (qui allegati, insieme a ulteriori testimonianze dell’estremo atto) e fu annientato dopo all’incirca… un minuto.
Cordialità
C. AS.

(I documenti allegati altro non erano che “buffi” “meme” artigianali che non farebbero sorridere nemmeno gli amici di Crack Rivista. Ve li risparmiamo).
Carissim, che dire? Ci siamo passati anche noi e la cosa ci tocca profondamente. Non ci mancheranno le tue opere d’ingegno, ma eravamo ormai affezionati alla tua sofferta presenza spettrale e alla tua affascinante commistione linguistica calabro/casertana. Da oggi per noi il 22 agosto sarà il Giorno del Cazzimbocchio, racconteremo la tua storia e faremo in modo che tu possa essere ricordat* e la tua memoria onorata nel migliore dei modi.
Che la terra dei refusi e dei COS deformati ti sia lieve.
Tanto era dovuto. A noi, adesso, anzi, a voi. Il racconto che pubblichiamo oggi fa veramente schifo, e tanto basterebbe per chiuderla qua. Se Cazzimbocchio proponeva un non testo (o del non nulla se preferite) e la Sovrana Giada un’imperfetta costruzione antiestetica eppure estetica, Il fidanzato di mia nipote (è il mio cazzo) è una inconsapevole resa all’istintività primordiale dell’assenza di gusto e del narcisismo patologico INSELf. Insomma, pane per i vostri denti, o se preferite un nuovo macabro episodio di Scelti da voi, lo spazio di Verde pensato per tutti i diversamente narratori che là fuori lottano contro le CONVENTIGOLE E LE COOOOOOOPOOOOLE MAVIOSE EDITORIALI (i novocarnisti della domenica, per intenderci).
Chi è Lapo Marini è presto detto: “Vivo a Strettura. Faccio il pane e vivo accanto a un allevamento clandestino di chupacabra. Ho sofferto della sindrome di Koro. Nel tempo libero vado a funghi. Avevo un cane.” Anche noi, caro Lapo, anche noi e manca, tanto.
Venerdì finirà il Caldo, poi verrà settembre. Viva (e Firenzerivista si avvicina).

Non so bene come spiegarlo, perché credo ci sia poco da spiegare senza passare per matti, quindi cerco di andare dritto al punto: il fidanzato di mia nipote è il mio cazzo.
Ecco, sono sicuro che ora sarete già lì a darmi del pazzo o, peggio ancora, del pervertito, ma lasciatemi spiegare.
Oggi è il compleanno di mia figlia Paola, così mia moglie ha deciso di festeggiare con un pranzo da noi. Paola venuta insieme a sua figlia Lara e a questo tipo che mi è stato presentato come suo fidanzato.
Appena l’ho visto, ho avuto la sensazione di conoscerlo già. Quando gli ho dato la mano poi – Cristo! Ho stretto la mano al mio uccello! – ho avvertito qualcosa di strano, di sbagliato. Un po’ come se mi fossi dato la mano destra con la sinistra, o toccato la punta del naso con la lingua.
Certo che lo conosco, questo qua è il mio cazzo! ho pensato appena ho lasciato la sua mano.

È un tipo tozzo, senza collo, pelato e con un paio di baffetti castani tendenti al rosso. Indossa due grossi estensori in entrambi i lobi delle orecchie.
Lo accompagna un pitbull nero, dal corpo compatto e muscoloso, che si è accucciato sotto al tavolo ai piedi del padrone, appena questo si è messo a sedere – dall’inizio del pranzo, quindi, sto con i piedi tirati indietro sotto la sedia per paura di urtare il cane, e trovarmi a fine pasto con un moncherino.
Non ha lo sguardo cattivo, il fidanzato di mia nipote intendo. Io gli stronzi li lampo dallo sguardo, e questo non sembra una testa di cazzo, anche se fa effetto dire così vista la situazione. Non saprei dire perché mi ricorda così fortemente il mio uccello – Forse perché è corto, tozzo e con i peli rossicci? – so solo che se il mio pisello dovesse avere una forma umana, avrebbe esattamente le sembianze di questo ragazzo. Ogni volta che lo guardo, non faccio che confermare questa mia bizzarra convinzione – e, in automatico, mi do una tastatina qua sotto, per avere la conferma che il mio pene sia ancora tra le mie gambe e non seduto a tavola con me e la mia famiglia.

Per quasi tutto il tempo, mia moglie e nostra figlia Paola parlano con Lara dell’università e di come si trova nella città dove studia. Io parlo poco invece, teso come sono dal sedermi a tavola col mio stesso membro e dall’avere a pochi centimetri di distanza una macchina da guerra pronta staccarmi un piede. Neanche il tipo dalla forma fallica parla molto, sento solo che ha un accento toscano. Ed è solo tramite mia nipote che riesco a capire che è delle parti di Grosseto.
Molto bene, penso, il mio cazzo ha le sembianze di un punkabbestia maremmano.
Ho sentimenti contrastanti: da una parte provo simpatia per lui, perché lo associo a una parte di me, dall’altra, invece, provo antipatia perché non vorrei un tipo così per mia nipote. Non riesco a sopportare l’idea che stia con la rappresentazione vivente del mio pene.

Poi gli va di traverso qualcosa, il punkabbestia toscano diventa tutto rosso, si porta le mani alla gola e si alza in piedi. Paola, Lara e mia moglie gli sono subito addosso, cercando di fare qualcosa. Io invece resto immobile, ipnotizzato: con tutte quelle vene in evidenza e quel colore tendente al viola, ora più che mai il fidanzato di mia nipote sembra il mio cazzo. Ora lui è il mio cazzo. Il mio cazzo sul punto di esplodere. Sono incollato alla sedia, in attesa di vedere un getto di sperma eruttare dal centro di quella sua testa pelata, quando mia moglie mi dà una botta sul braccio e mi urla di fare qualcosa e allora mi ricordo che sono un medico. Così vado da lui, lo abbraccio da dietro – Sto abbracciando da dietro il mio cazzo! – ed eseguo la manovra di Heimlich. Alla terza spinta, qualcosa, credo un pezzo di roast beef, vola fuori dalla bocca del ragazzo che riprende a respirare.

Sulla porta di casa, il ragazzo di Lara mi ringrazia di nuovo per avergli salvato la vita, mia nipote non fa che ripetere che sono stato un eroe, mentre mia moglie e mia figlia mi guardano orgogliose. Io fingo falsa modestia, dicendo che non ho fatto nulla di che, ma che sono contento che si sia risolto tutto nel migliore dei modi.
Prima di andare, il punkabbestia prova a darmi due baci sulle guance. Io non so come impedirlo, così lo lascio fare, cercando solo di evitare il contatto diretto. Mentre lo sfioro, sento qualcosa che prima non avevo avvertito: è odore di pesce, forse tonno.
È solo suggestione, mi dico mentre il pitbull mi guarda minaccioso.

Una volta rimasti di nuovo da soli, mia moglie fa:
«Quel ragazzo» e si interrompe. L’ho vista guardarlo più volte durante il pranzo con gli occhi strizzati e la fronte corrugata.
«Bello spavento, eh?» faccio io, chiudendo la busta dell’indifferenziata.
«Sì, ma non è quello».
«Cosa allora?» chiedo, sapendo già dove vuole andare a parare.
«Ho avuto per tutto il tempo la sensazione che fosse qualcuno che conosco, ma non riesco proprio a ricordare chi».
Io non dico nulla.
«Qualcuno» continua lei, «che conoscevo anni fa e che non vedo da tempo, ma mi sfugge».
«Forse è meglio così» le dico uscendo a buttare l’immondizia.

Lapo Marini

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