SUS#2 #11: Toccarsi

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Nicolò MarchiMecha

Toccarsi di Graziano Gala è stato uno dei racconti della terza serata di Scenicchia una sega #2. L’autore l’ha letto con impeccabile accento ispartenopeo (omaggio a Lucia Carelli?) e ha lottato fino alla fine nella tesissima battaglia di SuS schivando colpi sotto la cintura e sabotaggi vari. Saluti a casa, Luciano vostro.
L’illustrazione è di Nicolò Marchi.

Il respiro di Placidia Verguenza era un acciottolarsi di sassi nello stomaco.
Le sue gambe, intacchettate, un rampino in continua scalata per le solitudini dell’edificio.
Avrebbe voluto servirsi dell’ascensore, ma la mamma sempre le diceva che nei momenti importanti dell’esistenza, in quelli cruciali, non bisognava affidarsi a una gabbia metallica que el diablo, e ne lo stricto, confonde melio a la vìctima. Bisognava arrivare integri, puliti e sinceri all’incontro, ma Placidia dopo un numero imprecisato di scalini, più che sincera si sentiva frullata.

VALUTAZIONE MANOSCRITTI: la scritta campeggiava lucida, prepotente, inossidabile, distendendosi poi in un ramificato corridoio fatto di sedie pieghevoli inchiodate al muro, bestemmie e rosari a seconda del piatto della bilancia scelto nella personalissima guerra civile principiata con Cristo e coi suoi corrispettivi.
Il silenzio, espanso, da prigionia limbica, il vociare accaldato scivolante dalle porte, il lamento della sedia all’adagiarsi placidiano.

Que fa tu aquì?
Trent’anni, sbarbato, con un dispiacere incastrato tra i denti a consumare le guance, a schiena piegata di paura e ricordi non fossero bastate le botte paterne a raddrizzarla: la donna si era appena accorta di avere un compagno di sventure.
No, niente, sciocchezze. Un affusolarsi di gambe serrate in pantaloni neri d’ordinanza e dita trituranti tabacco alla cieca in cartina resa inutilizzabile.
No soy la sola a colare paura dai vestiti – pensava tra sé la Verguenza ripescando l’impaginato dalla borsa.
È che, vede, io scrivo racconti – riprendeva rannicchiando la cartina tra i pollici, arroccando le gambe al petto nella paura che qualcuno potesse aprirgliele di forza, adeguando gli occhi alla planimetria del pavimento.
Placidia, distratta, non capiva, riguardando i capoversi le righe i periodi i pensieri che aveva sistemato su carta e che sperava ora fossero adeguati a scappucciare firmataria la penna imbarcata per l’occasione nel taschino interno del cappotto. La Colombia, veniva dalla Colombia. E nel partire, nel cercare altrove la fortuna, sempre teneva appuntate in petto le poche raccomandazioni della madre:
No te tocàr ne le parti intime – Jesus, te vede.
No far el mal a ninguno – Jesus, te vede.
No tradir mai i tuoi valori – Jesus, te vede.
No escavalcar la jente col embrolio, Jesus te vede y el diablo se nasconde alì.

Y me scusi – riprendeva – no se puede escribir raconti? Non voleva nel suo agitarsi, nel suo pensare due metri più in là, nel suo vedersi già a colloquio nel bene o nel male in una delle stanze sembrare poco educata.
No, non in questo paese – ingoiava dispiaciuto il commilitone prima di venir risucchiato nella stanza da un urlo delirante.

Timosssiiiiiiii! Timosssssiiiiii! Non abbiamo mica tutta ‘a cazz’e’ jurnata p’ashpettare l’entrata trionfale del signorino! Ccchi vvvuoi? I’bbbandierine? I’cccoriandoli? A’mmmusichetta e Sschempsion’s League? Assiettate, sciemunit!

Il sudore grondava maggiorato dalle ascelle piene di Verguenza ora che era rimasta sola, spaesata, intubata nell’attendere del corridoio e timorata di Dio, ma più di tutto degli uomini, nel vedere l’ingresso subito dal ragazzo che ero scopriva cognomarsi Timossi.
[I racconti, ancora? Ma allora tu ttieni problemi, ma allora t’hann violentat, shtuprato, ammazzat i’bbotte quann eri piccirill!]
L’urlare s’ovattava dalla maniglia mal accostata nel legno, cassa di risonanza e gemito delle sorti timossiane.
[Ulisse, sient’a mme, lascia perdere, tu ormai si viecch, tieni quasi trent’anni, pens a ssalute, tieni probblemi i’ccuore, si pallido, magro come l’indecenza, mangia quaccheccosa quann va’ a casa, mo però vier’i ssshparire e di uscire dalla porta con destinazione AFFANCULO meh, fallo per il bene da’a nazione].

Il panico: trent’anni, la misura della vecchiaia. Il suo passaporto s’incastrava pesante nella borsa: classe 1983, parlava chiaro. Era stato inutile il frequentare assiduamente i corsi di lingua, il destrutturare la costruzione del periodo, l’affaticarsi nella gestione delle doppie, l’ingoiare sinalefe e congiuntivi, sibilanti e sinafia. Qua, a sentire l’urlarsi sgrammaticato dalle porte dell’inferno, si era già superata la data di scadenza. Tanto valeva alzarsi, puntellarsi sui tacchetti, riprendere la fatica delle scale, sempre memori delle raccomandazioni materne, sempre attenti a non toccarsi, sempre ligi a non fare del male al prossim…

Signorina Verguenza, ddove va? Ddove va? Si accomodi, la prego – serpeggiava la lingua di Minosse Passatielli spirando fuori dalla stanza. Un trentenne annichilito gli sfilava a fianco rutilando nel corridoio, sparpagliandosi, facendosi polvere e tabacco nelle fessure dei battiscopa.
Con paura e riluttanza i tacchi placidiani guadagnavano a ritroso le speranze abbandonate.
La stanza – sciocco a dirsi – nulla a che vedere con tutto ciò che le era esterno.
Eccolo qua – il palmo batteva su copiosa serie di fogli impilati e inanellati – o ‘mmanoscritto.
Placidia Verguenza, stupita, non capiva. Il manoscritto, il suo, era adagiato dormiente nella borsa, solleticato prima dai controlli di rito esercitati dalle dita ispezionanti. Quello davanti ai suoi occhi aveva spessori colori odori diversi. Quello davanti ai suoi occhi, molto semplicemente, non era il suo manoscritto, di cui pure l’editore aveva voluto solo l’anticiparsi di numero trentamila battute.
Dottoressa Verguenza, o signora Nassi, come preferisce che la chiami? – Strisciava sorridente il Passatielli – ci siamo presi una libertà. Eccolo: lo shfogli, lo attraversi, lo caratterizzi. Mi dica, mi dica, non lo sente già suo?
Le vesciche sui talloni iniziavano a farsi valere, il vapore corporeo rivolava felice annacquando nascoste intimità, la testa era un inciamparsi di domande.
Ma, me escussi.
No signò, con tutt’il rispetto, non le shcuso un cazzo. Ecc’o mmmanoscritt, fatt’e ffinito. Lo hanno composto shcrttori veri, professionisti delle lettere, gente shconosciuta che non vedrete mai, CO-CO-CO del mestiere, cristian’a ppartita iva, persone che soffrono quotidianamente la povertà, esseri infallibili. Esce tra sei mesi, tra quattro parte il lancio. Abbiamo pure i’ffascette e a qquart’i cccopertina, e rrecensioni.
Lei deve solo mettere due firme. Che è, no tien a pppenna?
La biro infastidita protestava nel taschino. Delle dita affusolate le negavano la luce.
Ma lei ha letto le treintamila battute? Y poi porquè me llama col nombre de my marito? Colombitalianizzava la Verguenza replicante.
Signò, noi siamo una casa editrice: produciamo, promuoviamo, prolifichiamo: chi cazz’i ttiene o tiemp pe legg’e sthrunzate ca iscrivit’avvuie. Lei è Placidia Verguenza coniugata Nassi, o meggh ingegnere o’ccomun e Rroma. Chi trova un amico trova un tesoro signò, ma chi lo trova in comune trova tutt’a ffuntan i Ttrevi, monetine e japponesi inclusi nel prezzo!
La penna sfibulava da sé l’interna prigionia, accostandosi affaticata al sudore della mano.
[No tradir mai i tuoi valori – Jesus, te vede. – la voce della mamma trasaliva fuori campo.]
Y el Timossi? El hombre de prima?
Ahhhh Ulisse! Nu brav guaglione: fa il raccontista! Sso ccomm’i ppanda signò, i raccontisti, in via d’eshtinzione. Ce l’hanno segnalato a un premio letterario, ne l’amm cccarricà signò, per fare vedere che a certe cose ci teniamo. È un lavoro delicato il nostro, a tempo pieno, non si può mai sapere del domani. Ora se non le dishpiace, o ttorne’i bbburraco con gli editor delle case editrici friulane comincia alle undici, e questi sono appuntamenti importanti. Sa, bisogna tenere i contatti, fare vedere che uno ci tiene. Due firme in basso e sistemamm tutt’i ccose.
[No far el mal a ninguno – Jesus, te vede. – un rimasuglio di Super Io s’accantonava, inconsolabile, nella testa. I palmi, disobbedienti, erano andati a serrarsi. La penna, stimolata, rilasciava liquido sui documenti, tracciando e replicando nome e cognome negli spazi.]
E che ne sarà, me dica, de Ulíxes?
Un bel niente signò, sarà un bel niente, almeno fino a quando noi faremo così e voi collì, fingendo di pentirci e bisticciare per metterci sempre irreparabilmente d’accordo – il partenopeo di Passatielli era arretrato di colpo per fare posto ad una perfetta dizione di sconfitta.
Ma io …
Ma i’o ccazz signò, non c’è tempo p’i cccocccodrili, qua siam ttutti serpient e ppure velenosi. La saluto.
[No escavalcar la jente col embrolio – le raccomandazioni del passato il saluto su una lapide.]
Nel liquefarsi fuori dalla stanza, nel percepire il sudore sgocciolare da punti che neppure pensava potessero bagnarsi, nel sentirsi così sporca, bagnata e putrefatta dal ricordo di chi era, nell’aver intrapreso uno e cento compromessi, nel vedere che tutti i sogni del mondo, le speranze e le aspettative erano cosa così sciocca rispetto alla comoda realtà, nel levigare i tacchetti per tornare al pianoterra, la donna fu interrotta da un rigurgito del corridoio.
Signò, siam o’ppian diciannove, pigliate l’ascensore!
[que el diablo, e ne lo stricto, connfonde melio a la victima.]
Nell’inscatolarsi, nell’incellofanarsi in quattro metri quadri, un principio d’ansimare. Il contratto, il libro tra sei mesi, le interviste, le copertine, tutta la fortuna addosso che si era dimenticata del quartiere e della mamma. A danno d’altri sì, scavalcando la gente, tradendo i propri valori, dimenticandosi di Gesù che ti vede, della Colombia e del diavolo che ti possiede.
Le mani, a sistemare l’orlo della gonna.
Ad alzarlo poi, inspiegabilmente, volenterose di salire a principio.
Un lembo spostato leggermente, due dita uncinarsi, dei pulsanti d’ascensore a far luce solitaria.
A Placidia Verguenza, al piano diciotto, era venuta un’enorme voglia di toccarsi.

Graziano Gala

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