SuS#2 #10: Barracuda

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Nicolò MarchiFungal Rebirth

Ciao, sono Luciano, lo stagista di Verde che aggiornerà il blog fino al 31 agosto (credo). Sono le 07:03 del 19 agosto, il contributo da caricare oggi dovrà andare online tra due ore ma ci sono due problemi: il link Wetransfer alle illustrazioni del mese è scaduto e non posso accedervi; sto leggendo questo blog pazzesco di Matteo Maschiari e Tony Vena intitolato La Grande Estinzione e a fronte di post come questo e questo e a liste come questa, io francamente me ne sbatto un po’ il cazzo di caricare un racconto che ha partecipato – meicojoni – a Scenicchia una sega #2 (qua il 16 finalisti). In ogni caso, recupero gli appunti che Frau e Quaranta mi hanno lasciato:
Diego Rossi è un distinto signore toscano, non già fiorentino, che abbiamo conosciuto durante una serata del fu concorso letterario più famoso di Roma. Diego ci affascinò leggendo molto bene un bel racconto (lo trovate qua) che alla fine non vinse, ma non vinse neanche Felici per dire, e se per questo nemmeno Giulio Fenelli (NB vinse Giulia Mazza e fu giusto così). Pensammo che avremmo voluto leggere altri racconti di Diego, provammo subito a chiederglielo, ma quella sera Rossi era talmente amareggiato e furioso (con Ceciarelli e Petrocchi, e con chi se no) che testualmente ci rispose:
“MAREMMA MAIALA LUPENTE ROZZA SBUDELLATA FATTA MALE IN VISO E IN CORPO! SORTI DI FRA’ I HOGLIONI E CIUCCIATI LA FREGNA!”
E bla bla bla bla bla, gli “appunti” proseguono per un inutile migliaio di battute che come al solito non fanno ridere neanche per sbaglio. Telegraficamente: Il 17 maggio scorso allo Sparwasser Diego Rossi aveva partecipato alla seconda serata di SUS#2 con il racconto Barracuda. Ha vinto? No, ma il racconto è molto buono e vale la lettura.
L’illustrazione è di Nicolò Marchi. Tra trentuno anni sarà previsto un livello di CO2 ppm per cui sarà possibile mitigare gli effetti del global warming soltanto grazie a straordinari progressi tecnologici. Come stiamo messi? 

La prima fu la testa di cinghiale. Doveva essere stata mozzata da non molto tempo, tanto che ancora grondava sangue a terra di fianco all’autovelox su cui era posata. V’era rimasta attaccata una striscia di vello, folta di bruni crini stopposi, che penzolava giù a coprire le fotocellule e stillava gocce scure a ingigantire la chiazza. La vidi attraverso il finestrone appannato del trentotto che mi trascinava sferragliando allo Stabilimento; quando ripassai a sera, alla fine del turno, non c’erano più né testa né chiazza. Presto me ne dimenticai.

Sfibrato dal lavoro e dal tragitto – centoventi minuti ogni giorno che rinunciavo a vivere, come qualsiasi turnista abitante del vecchio centro, dove gli affitti erano meno inaccessibili – la sera mi chiudevo nel mio appartamento, una porzione d’un ex quadrilocale signorile, al quinto piano di uno dei palazzi multietnici dell’antico centro storico, e cercavo di recuperare le forze su un vecchio divano, scordandomi a volte anche di cenare. Capitava spesso che mi svegliassi all’alba, al suono dello smartphone, ancora in abiti da lavoro, dopo aver passato la notte ripiegato alla meglio sul divano, con la bocca impastata e i muscoli intorpiditi. Il lavoro, almeno, ce l’avevo. Ero stato anch’io risucchiato dall’agglomerato industriale che cresceva come una metastasi nella piana in cui un tempo c’erano boschi e olivete, lontano dalla città, dove il buio ormai non esisteva più.

La seconda fu la testa di lupo. Un collega, uno svolgitore di basse mansioni, un tipo scaleno dalla voce sottodimensionata, ci raccontò di averla vista appena uscito di casa, all’alba: stava a dondolare appesa per un orecchio all’insegna luminosa d’una banca. Parlava guardandoci a turno negli occhi, come se cercasse di capire se gli credevamo o meno.

La mia fidanzata, per lasciarmi, mi aveva scritto una poesia: The Last Singing Barracuda, l’aveva intitolata, e l’aveva scritta tutta in inglese, chissà perché – forse la lingua straniera l’aiutava a prendere meglio le distanze, come se una cosa tradotta fosse meno reale. Non ricordo di preciso come faceva, ma mi era sembrato di capire che l’ultimo barracuda canterino dovevo essere io. L’aveva appesa sul frigo con una calamita di una località di mare che avevamo visitato insieme all’inizio della nostra storia: l’aveva scelta deliberatamente tra le dozzine di calamite che avevo. Dalla poesia non si capiva che aspettava un bambino; o, almeno, io non lo capii.

La terza fu la testa di volpe. La vidi sfogliando il quotidiano, nell’ultima pagina della cronaca locale: un trafiletto appena, con una piccola foto sgranata. TESTA DI VOLPE COMPARE DA S***, diceva il titolo sopra la foto. S*** era una nota azienda di moda: la testa era comparsa un mattino all’interno della vetrina del negozio, sul busto di un manichino vestito dell’abito più costoso. L’articolo spiegava che chiunque l’avesse messa lì aveva avuto cura di avvolgere le interiora della volpe attorno al collo del manichino, come una sciarpa.

I miei erano morti ancora giovani. Mio padre s’era beccato l’asbestosi dove lavorava, un’azienda che produceva pavimenti in vinil-amianto, ed era crepato sibilandomi le sue ultime disposizioni, che includevano una sepoltura decorosa, il divieto d’interrompere i miei studi e vari consigli d’ordine pratico per “tirare avanti la baracca”. Gli studi in effetti non li interruppi: mi laureai col minimo dei voti, fuori corso da anni, e non andai nemmeno a ritirare la pergamena. A mia madre invece venne un tumore rino-sinusale, ad alta incidenza nel comprensorio dove abitavamo, impestato di tannini e strani fumi che aleggiavano nei tramonti arancioni e nelle albe violacee; se ne andò in fretta, senza avere modo di dirmi altro che le dispiaceva di non aver fatto in tempo a vedermi sistemato. Mi sistemerò, la rassicurai, mi sistemerò, continuai a ripeterle via via che si faceva più leggera e inconsistente, una piuma stropicciata.

L’ultima, infine, fu la testa di cervo: quella la fecero vedere in TV. Era stata piazzata sul banco davanti allo scranno riservato al sindaco nella sala consiliare. Faceva un bell’effetto, quel trofeo grondante sangue, all’interno del vecchio salone affrescato con scene di caccia: sembrava in qualche modo al suo posto. Lo vedemmo tutti insieme al TG della pausa pranzo, nella sterminata sala mensa dello Stabilimento; mi parve di sentire qualcuno, in fondo, che batteva le mani.

***

The last singing Barracuda
Thought his fish bowl was the Ocean
And instead of jumping out
Kept on swimming round and round…

(Il barracuda canterino in realtà era un normale barracuda: in tutta la poesia non c’era nessun accenno al fatto che cantasse. Non ci avevo mai pensato prima, non mi era mai sembrato così strano.)

***

Tutto, alla fine, restò uguale: il trentotto sei giorni a settimana, il divano, lo Stabilimento che mi risucchiava all’alba e mi risputava in piena notte masticato, spossato, inerte. Il mio frigo serviva solo a reggere le calamite, ormai: i soldi per comprarmi del cibo li avevo, ma la fatica di uscire per fare la spesa era diventata intollerabile. Non avevo più una ragazza da anni, non avevo mai avuto amici, solo colleghi di lavoro coi quali ogni tanto andavo a bere nei pub del centro, quelli più economici, dove facevano ancora entrare chiunque. Il benessere e la ricchezza s’erano allontanati, forse per sempre, da questi luoghi, lungo le direttrici che portavano fuori dai vecchi abitati verso quelle campagne ormai svuotate d’animali e di piante, attorno ai giganteschi complessi industriali e commerciali che illuminavano le notti d’una luce finta e malevola. Non osavo avventurarmici, fuori dal lavoro: preferivo tornare a casa, guardare la TV o ascoltare i cinesi del piano di sotto che lavoravano a macchina, gli ispanici del piano di sopra che cantavano e si picchiavano; il più delle volte stavo in casa anche nel mio giorno libero. La poesia del barracuda era sempre appesa sul frigo.

Poi, una mattina, il collega scaleno mi parlò. Mi chiese se mi ricordavo del lupo, della volpe, del cervo. Parlava con la sua solita vocetta fioca, ma se possibile ancora più sottile, come se temesse di farsi sentire da qualcuno. Disse che era un reclutatore; disse che stavano formando un gruppo, che le prime azioni erano servite solo a farsi conoscere; disse che secondo lui ero la persona giusta, che di me ci si poteva fidare, che su di me ci aveva scommesso fin dall’inizio; disse che si stava preparando una grossa azione che avrebbe lasciato il segno, disse che dopo quell’azione niente sarebbe stato più come prima. Guarda cosa hanno fatto ai nostri boschi, disse, guarda cosa hanno fatto alle nostre campagne, come hanno cacciato gli animali, come li hanno sacrificati. Era ora di fargliela pagare, disse, era ora che gli animali riprendessero ciò di cui erano stati derubati. Ogni membro del gruppo si sceglieva il nome di un animale, disse: lui aveva scelto il licaone. M’indicò un giorno, un’ora, un luogo preciso: vieni da solo, disse, ti aspetteremo, lo vedrai con i tuoi occhi.

***

Possa davvero una volta succedere che questi palazzi s’affloscino, che le finestre esplodano e le strade s’ingolfino di macerie, che queste tubature si gonfino d’acqua, di gas, di liquami, e schizzino fuori dai muri come serpenti impazziti, che i tendini e le vene di questi grattacieli si lacerino e li facciano crollare. Questi grattacieli dove siamo imprigionati a lavorare come schiavi per sopravvivere, queste fabbriche che a perdita d’occhio divorano le campagne. Dove sono finiti tutti gli animali? Quanti ne sopravvivono? Come loro, nemmeno io ho più niente – solo uno schifo di lavoro, uno schifo di casa, uno schifo di vita. Se mi hanno scelto è perché io so riconoscere la sofferenza e la posso comprendere. Sono andato all’appuntamento, mi hanno accolto come un fratello. Qualcosa di grosso si prepara, è vero, ormai è tempo: finalmente potrò saltare fuori dall’acquario. Chiamatemi col mio nuovo nome.

Diego Rossi

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