Caldo #3: Un canto dello Skopelitis

Cari amici, che sollievo lasciarsi ferragosto alle spalle e sentire ormai il primo settembre, il nostro capodanno, nell’aria. Quali sono i vostri buoni propositi per il nuovo anno? In questi giorni Simone Lisi, che tra le altre cose fa un’ottima Instagram (seguitelo), lo sta chiedendo al suo numerosissimo e fedele pubblico social, peraltro coincidente nella pur sporadica parte peggiore con il nostro. Dove vanno le stories Instagram quando il sole gela all’orizzonte? Qualcuno di voi lo sa, per caso? Ci chiedevamo, non è che magari un tizio arriva con un cloud e le porta in un server o qualcosa di simile? O magari semplicemente triggerano via. Non ci crederete, ma sembra che questa sia una delle domande più frequenti che il pubblico di Simone pone a Google durante l’estate, insieme a questa, questa e questa. Noi preferiamo non scoprirlo e immaginare che esista un posto dove le nostre stories continuano a fare quello che normalmente fanno sulle nostre Instagram. Tipo i calzini. Sì, Calzini.
Non vale la pena ricominciare con questo Caldo, o forse sì. E allora prosegue la nostra rubrica di racconti estivi con il Diaframma aperto (qua tutti, li state leggendo?): Simone ha scelto la versione demo di una grande canzone di Boxe e ha consegnato in redazione l’avventura Un canto dello Skopelitis, praticamente lievissimi inconvenienti in nave tra Schinoussa e Donoussa (o una pagina del consueto quaderno greco) che tra le altre cose ricorderemo perché per la prima volta Carla, già Diana (PZZSC).
Giorgio Biferali intanto ha segnalato su Il Messaggero di ieri (qua) il nostro Vocabolario minimo delle parole inventate (qua). Siamo contenti.
Che belle parole, soltanto da pensare, “Ti cercherò dall’alba al tramonto in tutti i miei castelli per aria e fra sabbia e conchiglie in un mondo sommerso tu sarai la mia spiaggia”, non trovate? A noi piacciono molto, e così speriamo di voi.
A lunedì.

Liberami da questi scogli, da questi sassi aguzzi sul
fondo. Liberami dagli spruzzi dell’acqua, da un sole
troppo spesso a sprazzi, da un cielo che ormai non
mi appartiene più
Diaframma, Liberami dal mare (Demo)

Il tragitto da Schinoussa a Donoussa dura circa due ore. Fa tappa a Koufonissi dove salgono moltissime persone, per lo più ragazzi giovani francesi zaino in spalla e altri ragazzi greci fricchettoni che vanno nelle isole a campeggiare. Sul tetto della barca su cui viaggiamo (Skopelitis il nome dell’imbarcazione, un servizio famoso nelle Cicladi per essere quasi l’unico collegamento quotidiano tra le isole e per la conduzione familiare), siamo solo io Carla e altre coppie. Una per l’abbigliamento e i tatuaggi scritti nel loro alfabeto li identifico come greci. L’altra coppia invece non so dirlo perché parlano piano, ridono guardando foto sul cellulare, si abbracciano e si appoggiano completamente l’uno sull’altra come una di quelle coppie recenti che non conoscono la gravità. E un uomo con una camicia color salvia che ha tolto le Stan Smith perfettamente bianche, sui sessanta forse meno che sta là a leggere un libro come se correggesse il compito di un alunno bravo, ma sterile. Carla mi dice: voglio proprio vedere dove scenderà quel tipo, e sottintende che scenderà dove scenderemo anche noi, perché noi siamo gli eletti delle isole greche che sanno dove andare e dove no. L’uomo con la camicia color salvia lo perderemo poi di vista nel corso della traversata e degli eventi che si verificheranno, quindi in conclusione la domanda di Carla è rimasta senza risposta. Dove andava quell’uomo?

A Koufonissi – il golfo, le barche dei pescatori e quelle per le brevi escursioni in mare come sospese nel nulla dell’acqua trasparente, davanti a una spiaggia punteggiata di tamerici, dietro a semicerchio le case bianche, le finestre blu e quelle che ancora devono essere finite, quasi una promessa di estati future, di ancora più turisti, di nuovi affari – e così il tetto della nave si riempie di studenti francesi caotici, belli, brutti, coi loro ormoni che affiorano dai pori, come un sudore nuovo, zainetti, rumori, grida, magliette colorate, magliette di squadre francesi, che si siedono tutt’intorno a noi confermando così la classica psicologia delle masse: accalcati in un angolo, come pecore, per proteggersi l’un con l’altro. Ed è per questo che io e Carla decidiamo quasi tacitamente di spostarci in una zona più tranquilla. I nostri anelli recenti alle dita dicono in fondo questo: siamo io e lei sul tetto di un’imbarcazione, in luna di miele, l’estate dei nostri trent’anni, forse con meno pensieri del solito (i soldi delle vacanze sono di più di qualsiasi estate precedente perché questo è un viaggio di nozze) e così senza farci neanche caso ci ritroviamo circondati da adulti (gli adulti siamo noi).

Ci sono tre davanti a noi, francesi anche questi, un uomo con una maglietta sui c’è scritto G u a d a l u p e e io penso a come lo descriverebbe Doris Lessing nel libro che sto leggendo in questo momento: un tira-baci. Muove le mani a evidenziare la sua sessualità e parla con due donne (chi sono? quale il legame che li lega?), a turno si scattano foto coi telefonini davanti alla baia. Il mare è calmo. Carla mi guarda e io guardo lei e ci diciamo che forse abbiamo un problema con le persone, che odiamo tutti, che tutti ci sembrano orribili e io le dico: proviamo a non concentrarci troppo sulle persone.
Ti va?
Sì, dice lei. E poi aggiunge che siamo molto fortunati, lo siamo in assoluto, ma in particolare perché il mare è piatto, non c’è una sola onda quindi la traversata si preannuncia piacevole. Si va verso il mare aperto, i ragazzi francesi dal mucchio cominciano a distendersi e arrivano a occupare quasi tutti i posti presenti sul tetto della nave. Con Carla guardiamo la giovane donna che ha il compito di responsabile di quei ragazzi e ci sembra stravolta. Non è abbronzata, forse la vacanza per loro è iniziata da poco o forse semplicemente il suo lavoro è durissimo. Sì, ci diciamo con Carla, forse il suo lavoro è tremendo e le isole, la prospettiva di mare, di staccare alcune ore ed essere libera e pagata in posti magnifici, illusorio. Poi di nuovo con Carla facciamo quel solito sguardo che significa: proviamo a non fissarci troppo sulle cose.
Ti va?
E passiamo oltre.

La navigazione procede, senza fatti di rilevo. Nella mia sacca di tela ho una maglietta nuova, comprata al bar della barca su consiglio di Carla. Skopelitis Express c’è scritto sopra. Qualcosa che ritornati in Italia capirà solo chi c’è stato, un messaggio per iniziati. Carla sta vicino a me e ci abbracciamo come due ragazzi, abbronzati, ci sussurriamo all’orecchio qualcosa, sui progetti per l’anno che viene, parliamo degli amici, di mio nonno a cui l’ultima volta che ho visto prima di partire era caduto forse rotto o spezzato un incisivo e la foto che mi ha mandato mio padre questa mattina, con il vecchio e un sorriso dove il dente è tornato al suo posto.

C’è speranza, va tutto bene, sembrano alludere i nostri movimenti e le nostre parole. C’è anche vento. Si è alzato il vento. Il francese col viso da Belmondo si copre un sorriso da seduttore con il cappello che a me italiano sembrerà solo un brutto cappello, ma ai suoi occhi, lo intuisco, un elemento di stile. Arrivano degli schizzi d’acqua, i ragazzi giovani francesi ridono, sono felici. Stiamo là sul tetto della nave e non pensiamo quasi a nulla. Solo che poi il vento aumenta ancora e gli schizzi d’acqua ci bagnano un po’ troppo, e allora io e Carla tra le risate e le urla dei francesi ci diciamo: che dici? Scendiamo giù? E così scendiamo. Altre persone ridono per gli schizzi, sono tutti molto divertiti, ma ora gli schizzi si fanno secchiate, e io mi ritrovo completamente fradicio. Carla mi guarda con la sua faccia un po’ allarmata. Perché quel giorno sono stato male, ho avuto mal di pancia, poi non ho pranzato e salito sulla nave, oltre alla maglietta Skopelitis Express, ho pensato bene di prendere un caffè shakerato (Freddo espresso lo chiamano in Grecia, senza sospettare che in Italia non significhi nulla). Così Carla sa che io ormai per questa vacanza prenderò solo freddo espresso perché sono fatto così: scelgo una cosa e mi ci attacco, per sempre quella.

Forse prima di un viaggio in mare qualcosa di solido sarebbe stato da preferire, e invece io col mio nulla e poi freddo espresso nello stomaco, le onde e lo sguardo di Carla preoccupato per me, quel suo sguardo che in fondo io amo: non ti lasciare andare perché io come te sono in balia dei miei demoni. La guardo e mi dice: metti la maglietta asciutta. Io all’inizio rifiuto, poi la metto ed è la maglietta Skopelitis Express, uguale a quella dei membri dell’equipaggio, così che sembro un marinaio anche io, o almeno così mi sento. Per questo non volevo metterla, perché non volevo sembrare un maledetto turista o un marinaio infiltrato, come un russo che prima di me al bar – ma non è russo, è un greco con una moglie slava – ha comprato per loro magliette uguali alla mia che hanno subito indossato, facendomi un po’ vergognare del mio acquisto identico. Indosso la maglietta asciutta e mi sento subito meglio. Ma la barca è in mezzo a una mareggiata. I ragazzi francesi sono fradici e passano tra di noi sovraeccitati e isterici. Io sento di non sopportarli (il rumore, la giovinezza). Entro in una piccola stanza dove altri ragazzi del gruppo dei francesi siedono per terra e adulti greci sulle poltroncine. Un uomo con la maglietta uguale alla mia, che non è il russo-greco, ma uno dell’equipaggio, ci invita a sedere e stare tranquilli. Io e Carla sediamo per terra tra i ragazzi adolescenti, lei ha il suo Travelgum che mastica e di cui stringe la scatola come un santino, come un’icona greco-ortodossa. La offre a una ragazza francese che dà segni di stare parecchio male, ma lei rifiuta dicendo che ha già il suo talismano. Quello che più mi da noia di questi ragazzi è che nelle oscillazioni, nei balzi e nelle cadute della nave, si alzano continuamente e escono e entrano dalla stanza, impauriti, eccitati, camminandosi addosso, ridendo, piangendo. Vorrei che semplicemente stessero calmi, seduti, in silenzio, ma allora Carla mi guarda e mi dice: come va il caffè nella pancia, come ti senti, e io le rispondo: niente, starò seduto là e starò bene, mi danno sui nervi questi francesi, dove vanno continuamente? Anche io devo uscire di qui, mi dice Carla, qui dentro il rollio è tremendo, hanno ragione i giovani, hanno ragione loro, fuori si sta meglio.
Ti spiace se vado?
E così ci separiamo, io prendo posto tra alcune donne greche di mezza età, una ragazza immobile con occhiali da sole e una fotocopiatrice appoggiata per nessun motivo sul divanetto. E poi le cose semplicemente degenerano.

La nave è sempre più scossa dalle onde, mentre quelli con le magliette come la mia portano sacchetti di plastica e carta igienica. Io mi dico che è sciocco quello che loro stanno facendo, che la loro unica preoccupazione sia che la gente non vomiti sulla moquette. Ma questi marinai hanno visi stanchi. C’è una ragazza che ha un attacco di panico, e si siede per terra, col fidanzato in un angolo, piange piano, gli occhi sbarrati, ha paura di morire. Il marinaio sta in mezzo alla stanza e non fa niente, ne arriva un altro, anche lui non fa nulla, aspetta. Io chiedo: quanto manca? Tanto per rompere il silenzio. Mi risponde qualcosa che io non capisco, un’altra persona traduce: thirty minutes. Le donne greche che mi erano sembrate così calme e mature in confronto ai francesi vomitano nei sacchetti, una dopo l’altra. Il marinaio che è rimasto nel mezzo della stanza prende i sacchetti e li butta gialli dentro a un cestino nero. Ha gli occhi fissi sulle cose. Poi le donne greche vagamente almodovariane escono fuori dalla stanza e rimane l’isterica che piange e trema, a terra, un padre e una figlia la mani dell’uomo sugli occhi della ragazza, la ragazza silenziosa e immobile che mi è seduta vicina e naturalmente la fotocopiatrice. Io penso che moriremo, che la barca si ribalterà, mi chiedo se sarò in grado di nuotare. Lascio con la mano la mia sacca di tela con dentro portafogli e documenti, non mi serviranno mi dico, si muoverà l’ambasciata italiana e poi penso anche che perderò mia moglie, chissà dove si è andata a cacciare Carla, sarà sicuramente caduta dalla nave, uscire fuori da qui pessima idea. Io dico alla sconosciuta silenziosa che ha gli occhi chiusi accanto a me: I think is something quite psycological. Don’t you think? Lei apre lentamente gli occhi e mi dice: I don’t know. Poi dopo un po’ vomita in un sacchetto. Io l’aiuto, il marinaio non c’è e in fondo ho quella stessa maglietta indosso. Le passo un altro sacchetto, lei lo prende e vomita di nuovo, io lo prendo e lo butto nel solito secchio.

Altra gente vomita, la bambina e il padre escono. La bambina viene presa in braccio dalla greco-russa con la solita maglietta che ho io. E poi il tempo si ferma e tutto si prolunga e io penso di nuovo: perderò mia moglie, non riuscirò a finire di scrivere il mio nuovo romanzo. Il marinaio torna dentro e guarda la ragazza isterica che piange e pensa che stiamo morendo. La ragazza al mio fianco apre gli occhi e mi dice: thank you. Il marinaio sposta la tendina e guarda quanto manca al porto, fuori ci sono un sole e una luce accecante, sono le sei di pomeriggio e noi stiamo affondando. E poi niente. Un segnale registrato in una lingua incomprensibile, solo una parola, Donoussa, stiamo entrando nel porto. Si affaccia nella stanza un ragazzo moro che dice: amore, come stai? rivolgendosi alla sconosciuta seduta accanto a me. Lei dice: sto bene, ma tu non ti muovere. Io mi alzo e li saluto in italiano, ed esco, sperando che quel ragazzo fosse con Carla e che lei non sia morta. La vedo subito poco lontano. Sta attaccata alla balaustra, trema per il freddo in quel pareo da mare che le ho regalato a Loutro, due estati fa. Trema, piange piano, l’abbraccio e le metto il mio telo da mare addosso. Non c’è tempo, recuperare le valigie, uscire dalla barca che ha smesso di basculare, Carla è così terribilmente indifesa che quando scendiamo al porto sembra impossibile ci siano uomini e donne seduti ai tavolini dei bar sorseggiando un vino rosé che ci guardano come se niente fosse stato. Il viaggio è finito. L’uomo dell’albergo prende le valigie, Carla vuole andare un po’ a piedi, così camminiamo sulla spiaggia che vive un tardo pomeriggio di sole nella completa indifferenza a quanto appena successo.

Poi la mattina dopo sulla spiaggia di Donoussa incontriamo di nuovo a passeggiare sul bagno asciuga la coppia, la ragazza silenziosa e il suo compagno, ma tutti e tre quasi per un tacito accordo facciamo finta di non riconoscerci.

Simone Lisi

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