SUS#2 #8: Bacarozzo

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Nicolò MarchiSerafinianus Creature

Dalla lettera di Simone Lisi ai discepoli di Sarmi Zegetusa:

“Agosto. Il mese più appiccicoso dell’anno. Siamo tutto un miele di noia e repliche di Don Matteo. Facciamo pallette di sabbia e sudore scorrendole sulla nostra pelle abbrustolita – i pescatori di Santorini ci guardano come se fossimo delle bestie rare; sarebbe bello vedere la loro faccia in caso abbaiassi nella loro direzione; abbaio, non succede nulla – le compattiamo come proiettili terrestri e poi facciamo a gara a lanciarle in direzione dell’isola di Creta. Le vediamo affondare come le nostre giornate. Quando ci svegliamo, pensiamo che Dio non possa aver creato alcunché ad Agosto, ha di certo atteso ottobre prima di alzare un dito; Agosto è fatto per pensare alle cose senza azzardarsi a farle, al massimo leggere quei libri che mai si ha avuto il coraggio di aprire. In verità, in verità vi dico che Diana stasera vuole mangiare cinese”. Amen.   

Qui in redazione di Verde è il figliol prodigo Luciano che vi scrive, primogenito di Ramses II. Ho rilevato il posto di Jimbo come stagista e mi presento a voi con l’umiltà di un cuore puro e accaldato. Oggi leggeremo insieme Bacarozzo, il racconto con il quale Fabio Cozzi ha partecipato alla quarta serata di Scenicchia una Sega #2.

L’illustrazione è di Nicolò Marchi.

Che il Polase sia con voi, andate in pace. 

Mia madre è diventata un’isola distante e inaccessibile. La mattina si alza e neanche mi saluta. Mi guarda quasi fossi una lavagna nera, di quelle che trovo a scuola. Si chiama Emma e sarebbe ancora bella se si curasse un po’; in cucina, quando fa colazione, gli occhi persi dietro ai suoi pensieri, comincia a masticare lentamente la sua fetta biscottata. Ad ammollarla con la sua lingua ancora impastata di sonno agitato e caffè annacquato (non ha mai saputo farlo il caffè). La vestaglia sgualcita le copre a stento il corpo, i seni ancora pieni che un tempo hanno accolto la mia bocca di neonato, quando la nostra vita assieme comprendeva parole come speranza e ottimismo (oggi a sentir parlare di ottimismo mi vien fuori soltanto una risata stizzita). Quando ha avuto il crollo?, chiede l’assistente sociale, un ragazzo appena laureato e subito buttato in questo deserto ingiallito e apatico di periferia romana. Indossa una maglietta con sopra scritto ANARCHY IN THE UK. Per fortuna non guarda mai lo smartphone che tiene ben infilato nello zaino (è una premura che apprezzo molto). Non ricordo la data precisa, rispondo, qualche settimana dopo la morte di mio padre in fabbrica. Da lì in poi tutto è precipitato.
Perché Emma non è crollata subito, ha tentato di resistere la mia povera stella. Non aveva nemmeno pianto il giorno del funerale di Alfio, mio padre. La sera prima della cerimonia avevamo ascoltato delle canzoni alla radio, che a mia madre piace molto la radio, perché ti permette anche di pensare mentre la senti; infatti, citava sempre la canzone di quel cantante, Eugenio Finardi, quando dice che la radio libera la mente. Mia madre ci ha sempre tenuto tanto a questo fatto di pensare, di pensare con la propria testa, perché altrimenti c’è qualcuno che lo fa al posto tuo, e non è detto che sia un bene. Ci eravamo stesi sul pavimento, sul tappeto con le schiene appoggiate al vecchio divano. Mi aveva promesso che avremmo tenuto duro, che papà alla fine ci trascurava pure per il lavoro. Io glielo dicevo di non fare gli straordinari, di non dire sempre sì, di non chinare ogni momento la testa, ripeteva seccata con la faccia che improvvisamente le s’induriva. Gli sta bene, aveva detto rabbiosa con la bocca che non la smetteva di tremare, poi aveva preso dal cassetto una piccola bustina di plastica piena d’erba. Aveva iniziato a farsi una canna, mentre continuava a dire che lei non glielo aveva mica chiesto di distruggersi la schiena per la famiglia, di sputare sangue in quel posto di merda col principale che nemmeno rispettava le regole più elementari sulla sicurezza. La famiglia comunque è una fregatura, continuava mentre faceva un tiro forte. Non sapevo che mia madre fumasse, figuriamoci le canne. Però ci sapeva fare con le mani; evidentemente se le faceva mentre io ero fuori oppure dormivo. Per questo la mattina sentivo un odore strano quando mi alzavo a fare colazione. Io comunque non ci credevo a quello che raccontava. Lo sapevo che lei ci aveva un buco grosso dentro quello stomaco che si allargava come una voragine infinita, impossibile da ricoprire. Mi sono rifiutato di fumare. Kafka, le dissi, non avrebbe mai fumato una canna. Lui aveva la forza di rimanere lucido per vedere l’orrore, il dolore che aveva davanti. Emma, sarà stato anche l’effetto del fumo, si mise a ridere e mi diede un pugno sul braccio. Ma che dici idiota? L’idiota l’ha scritto Dostoevskij, risposi subito e mi misi a massaggiare il braccio mentre lei continuava a fumare col male che intanto appestava tutta casa. Per me Kafka è un Dio, dico all’assistente sociale che non sembra prendere troppo sul serio le mie parole. È l’unico vero Dio, perché io lo so che è vissuto veramente. Non c’è nessuna foto di Gesù Cristo, altrimenti come Dio potevo fare un pensiero anche su di lui. Franz lo so per certo che è esistito. Ci sono le sue foto, le sue bellissime foto. Un giorno sono andato da Vittorio, il tipografo del quartiere. Alfio era già morto e non sapevo che fare. Mi portai una foto di Franz che avevo scaricato da Internet (una delle più famose in cui Kafka, gli occhi attenti e vigili, guarda davanti a sé ad osservare ostinatamente la nostra condanna, una condanna alla quale neanche lui può sfuggire). Gli chiesi se poteva uscirci un poster da quell’immagine. Un poster? Sì certo, ma chi è ‘sto cristiano? Non c’hai una cosa più recente?, chiese Vittorio che leggeva esclusivamente il “Corriere dello Sport” il giorno dopo una partita della Roma. È Franz Kafka, risposi con fermezza a voler intendere che fosse un giocatore dell’est europeo pronto a scendere in campo all’Olimpico con i colori giallorossi. Deve esse’ proprio uno bono coi piedi… de sicuro il prossimo anno ce lo compra Pallotta, mi fece con un sorrisetto da impunito. Dopo esser rientrato, appesi il poster alla parete della mia stanza. Kafka ora vegliava su di me e sulla casa.
Mia nonna Silvana sta oramai quasi tutti i giorni a casa nostra, visto che Emma dopo aver fatto colazione si rintana nella sua stanza con le tapparelle abbassate. Si sporge sempre impaurita dalla porta della mia camera perché quel poster la inquieta. Mi pulisce la stanza con la testa ben china a terra; si sente continuamente osservata da Franz. La prima volta le ho detto che si trattava di un famoso autore mitteleuropeo che tra l’altro ha scritto forse il più bel racconto del Novecento: La metamorfosi. La storia cioè di un uomo che una mattina si sveglia nel suo letto trasformato in uno scarafaggio. Cioè, famme capì, chiese nonna, come un bacarozzo? Esatto, proprio come un bacarozzo, le risposi felice come l’avessi messa a parte di un magnifico segreto.
Silvana dice che le cattive compagnie, e indica sempre a capo chino il poster di Franz, mi faranno crescere bacato nella testa. Un giorno è entrata pure nella stanza di Emma e le ha raccontato della storia di Gregor. Ma te rendi conto Emma mia, le disse, tu fijo c’ha ‘na passione smodata per uno che scrive de bacarozzi. Qui c’è proprio bisogno di un assistente sociale, altro che storie, co’ te poi che non fai più niente pe’ casa, che non lo segui. Vabbè, Arfio nun c’è più, ma non è un buon motivo pe’ buttasse via così. Ce stanno un sacco de omini che farebbero la fila pe’ te. Quel ragazzino te credo che se fa influenzare dai cattivi esempi, come questo Caffo, Caffa o come caspita se chiama. Ma come se po’ scrive de bacarozzi, me domando io…
Dalla mia stanza Franz osserva tutto meticoloso e attento e mi tiene compagnia. A scuola, all’Istituto Tecnico non ho amici, dico all’assistente sociale. Mi vedono come uno strano, forse perché un giorno ho parlato al mio compagno di banco di Franz e del racconto dello scarafaggio. A volte mi prende la voglia di condividere con qualcuno, qualcuno della mia età, questa passione delle storie di Franz. M’illudo che il mondo possa essere più accogliente e allora stupidamente mi lascio andare, come quella volta che mi sembrava di descrivere un videogioco invece del racconto di Gregor Samsa. Ma il mio compagno è un ragazzo insicuro e fragile che vuole piacere a tutti. Andò a spifferare la cosa a Gianni, il fuori di testa che impone la sua legge in classe. In cortile durante la ricreazione mi prese per il colletto della camicia e mi ordinò di camminare a quattro zampe per terra, proprio come fossi un bacarozzo. Feci di no con la testa. Tutti risero, tutta la classe era contro di me. Perché io sono già un bacarozzo, faccio all’assistente sociale. Iniziò così il mio processo, lì in quel cortile della scuola senza che nessuno si degnasse di difendermi. Di mettere almeno una buona parola. Alla fine Gianni mi saltò addosso e mi fece cadere a terra. Guardate che bacarozzo ho preso, diceva ai compagni che ridevano e si davano di gomito e si dicevano le cose stupide e insensate alle orecchie come fanno di solito gli adolescenti. Ho resistito per un po’, poi non ce l’ho fatta più. Pure a mio padre gli hanno sfasciato la schiena, ho preso a gridare lì in quel cortile. L’hanno trattato come un bacarozzo da schiacciare, ho detto e sentivo che sopra di me si allentava la presa di Gianni. Mi girai e guardai il suo viso che per la prima volta era sbiancato di paura. Mulinava le braccia per aria come se gli mancasse il terreno sotto i piedi. Come fosse precipitato nella voragine infinita che condivido con lei, con Emma. Un bacarozzo, l’hanno trattato proprio come un bacarozzo, ho gridato ancora e così son riuscito a buttarlo giù e ho preso a dargli calci e pugni. Non si difendeva, non reagiva. Allora ho continuato con la rabbia che m’invadeva tutte le ossa e mi faceva sputare veleno dalla bocca. Fino a quando non è riuscito a scappare, zoppicando in modo ridicolo e massaggiandosi il culo per tutti i calci che gli avevo dato. Gli altri miei compagni si erano già volatilizzati. Poi mi hanno pure sospeso, ma l’assistente sociale questo lo sa bene.
Il ragazzo mi chiede se voglio diventare uno scrittore. Non lo so, rispondo. Scrivo i miei pensieri su un quaderno, scrivo soprattutto delle mie paure. La paura più grande è che Emma continui a vivere per casa come un fantasma. Già c’è Alfio a recitare quel ruolo. Non posso sopportare di averne un altro con cui combattere. Il ragazzo mi fa una carezza sui capelli. Mi assicura che non scriverà niente sulle canne di Emma, poi all’improvviso sembra ricordarsi di una cosa. Ieri camminavo per strada e mi sono accorto di aver schiacciato con la suola della scarpa uno scarafaggio, dice sottovoce. Mi dispiace, si giustifica quasi. Faccio un sospiro profondo e allento la tensione. Quasi nessuno si accorge di quello che fa camminando, gli rispondo con una punta di ammirazione. Ora starò più attento, mi assicura. Ci credo, gli dico e lo abbraccio forte. Non vorrei sbagliare, ma mi sembra che assomigli un po’ a Franz.

Fabio Cozzi

 

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