Lei pensava solo a scopare

Noi di Verde siamo, si sa, dei burloni e delle canaglie. Tuttavia il nostro primo, unico e vero amore resta il testo: del tipo che il testo dice e noi lì tutti zitti a lasciarlo parlare, noi muti o al limite lì a dire “sì certo, testo, certo, continua pure” e cose così. Tutto per il testo, noi. L’autrice di oggi, lo prevediamo, dividerà il nostro pubblico e farà mormorare i più morigerati (aiutateci a dire bigotti), resta ciononostante una figura di punta del panorama emergente e che perciò merita spazio. Vi chiediamo di lasciare da parte, per chi di voi dovesse conoscere l’autrice, eventuali antipatie politiche, come d’altronde stanno facendo alcuni noi dal momento in cui la maggioranza di redazione ha deciso di pubblicarla. Vedetela così: sarebbe un ottimo Gattini o Casual Friday (ma ve li ricordate?).

Ivana Abete nasce a Bolzano il 30 Aprile 1977. Si laurea in Scienze Politiche con una tesi sull’importanza del sottotesto reazionario negli sketch de I gatti di Vicolo Miracoli. Il suo primo bestseller, Se mi lasci chiudi il cancello (2009, Gaffi Editore) è praticamente un romanzo neonazi in cui il tema dell’autodifesa è trattato in chiave autoironica e sovranista, basato su una storia privata realmente accaduta che vede come protagonista un giovanissimo Calenda.  Ivana è oggi tra le scrittrici di punta di Altaforte Edizioni con i titoli Scusa se ti chiamo buonista, Cari amici vi scrivo e Auto blu. Altri suoi racconti brevi sono pubblicati da La Nuova Carne. Con Lei pensava solo a scopare è per la prima volta su Verde.

L’illustrazione è di Francesca Caruso.

Da quella volta che le fecero le foto nuda col cellulare mentre si stava mettendo il costume da gara per prepararsi alla finale nazionale categoria juniores, lei pensava solo a scopare. Quell’episodio fu importante, perché in realtà lei pensava solo a scopare già anche prima, ma da quel momento capì che non solo pensava solo a scopare, ma non faceva altro che pensare a quanto le piacesse farsi vedere scopare.
Tutta la vita a guardare cazzi senza incrociare mai neanche uno sguardo. Il mondo, le tipologie di persone, si distribuivano su una tavolozza di patte variopinte, dalle meno promettenti, alle più eccitanti, che la facevano sognare di stare stesa a pancia all’insù su un tavolino da fumo a fare seghe e prenderlo in bocca mentre fitti schizzi di sborra le arrivavano agli occhi stretti stretti e sui capelli.
Durante l’esame di maturità, per tutto il tempo della versione di greco, non faceva che guardare il cazzo al commissario esterno immaginandosi di chiedergli di andare in bagno a farsi sbattere in piedi con le mani poggiate sul lavandino.
Per tutto il primo anno dell’università andò regolarmente a ricevimento dal professore di chimica inorganica per poter vivere un solo istante: in cui lui l’aspettava in piedi alla porta e lei poteva guardargli il pacco. Il suo pacco preferito il professore ce lo aveva quando indossava i pantaloni marroncino chiaro perché, senza che ci fosse un motivo, quel colore la faceva pensare a lui che si masturbava dopo mangiato, ancora stordito e pieno del pranzo, lui che si ritrovava con una prodigiosa erezione tra le gambe: una di quelle erezioni circadiane involontarie. Pensava a lui che iniziava a toccarselo da sopra i pantaloni e poi apriva la cerniera abbastanza velocemente per tirarselo fuori e iniziare a farsi una grandissima sega.
Passarono gli anni. Erano cambiate diverse cose, prima tra tutte, l’assetto socio-politico europeo. I tempi stavano cambiando in maniera radicale, la destra estrema stava prendendo possesso di tutti i centri di potere strategici del vecchio continente. In Italia si stava accendendo non troppo lentamente una guerra civile tra la destra, che mandava avanti giovani inconsapevoli con la testa rasata e le Squalo ai piedi, contro una sinistra non altrettanto estrema ma sicuramente ben salda a pochi antichi valori quali, primo fra tutti, l’antifascismo. Nessuno avrebbe mai pensato che saremmo dovuti tornare a parlare di cose fondamentali finora date per assodate, come ad esempio semplicemente che cosa è bene e cosa è male. Tra le prime file di questo schieramento c’erano giovani, o principalmente giovani, alcuni intellettuali, altri semplicemente mossi dallo stupore che si ha per la vita quando si esce da una comunità per tossicodipendenti, quando completamente storditi si cerca una ragione per mandare avanti la baracca (l’alternativa? Tornare immediatamente alle pere). Il dibattito social si era tramutato in veri e propri scontri di piazza per questo amore folle per il vintage: l’idea di finire in un video di Jimi Hendrix, per quanto impossibile, era ancora una molla sufficiente a far scendere le persone in strada a gridare “Scemo Scemo”, perché è così che avevano imparato allo stadio. Quando ancora ci si poteva andare con tutta la famiglia, non come ora.
Sul giornale si leggeva dell’ennesima sventata guerriglia tra giovani neofascisti contro altri giovani generici. Una donna rom era stata aggredita e minacciata mentre tornava a casa sua e questo aveva scatenato il putiferio nella periferia romana, mentre nel frattempo tutta la classe intellettuale stava dando filo da torcere a una casa editrice dichiaratamente fascista. Il centro del dibattito: “Ahò ma manco sapete mette’ du’ parole ‘n fila e mo ve credete d’esse’ arivati”.
I social andavano a fuoco, scontri a manate, scontri a male parole, scontri ad arringhe finissime, ma lei pensava solo a scopare. Pensava solo a quanto avrebbe voluto prendere un sacco di cazzi e che forse sarebbe dovuta andare a qualche corteo, a qualche manifestazione e vedere da che parte avrebbe potuto prenderne di più. Quanto le piaceva elaborare delle analisi antropologiche spicce per decidere quale delle due parti gliene avrebbe dato di più. E lei? Da chi ne avrebbe voluto prendere? Certo ‘sti fasci c’hanno questa cosa dell’istinto, tipo animaletti sono, che se li immaginava andargli addosso con violenza e con tutto il maschilismo di cui detengono – a causa, ricordiamolo, dei loro valori retrogradi – e, in quattro contro una, strapparle la camicia, iniziare a leccarle le tette e intanto metterle cinque o sei dita nella fica obbligandola a godere. Fino a lì niente di realmente eccitante forse, ma il bello sarebbe stato reagire assecondandoli, prendendo in mano la situazione e farglielo tirare fuori e guardare i loro piccoli cazzetti, così piccoli che non si capisce neanche se sono in erezione oppure no, e a quel punto umiliarli obbligandoli a sborrare davanti ai tuoi piedi, rimanendo ferma a guardarli senza neanche dargli la soddisfazione di farsi schizzare sulla mano. E se invece avesse cercato di farsi chiavare da quegl’altri? Se li immaginava bisbigliare in una dark room: quelli ti si mettono alle spalle senza neanche farsi vedere, te non te ne sei accorta e intanto loro tirano la mano fuori dalla tasca e iniziano a sfiorarti tra l’ano e la fica, ti toccano piano e bisbigliano cose, fino a quando non ti rendi conto che è passato un quarto d’ora e tu sei ancora lì in piedi a farti palpare il culo, e allora ti giri, gli apri i pantaloni e inizi a succhiarglielo mentre loro fanno anche un po’ finta di niente, ma stanno godendo come dei cani.
Pensava a questo dalla mattina alla sera, da sempre, solo a scopare. Oltre all’assetto sociopolitico stava mutando anche il clima, non c’erano stagioni né mezze stagioni, ma solo previsioni meteo sbagliate e vacanze andate a puttane, così la gente si era messa a parlarne sempre più, anche di questo fatto. Il discioglimento dei ghiacciai, pinguini affogati, la neve a maggio, la pioggia in Liguria, da sempre.
Da sola nella sua stanza, dalla finestra guardava il tempo passare ma non c’erano più punti di riferimento, non si capiva più in che mese si era, che ore erano. Ma lei continuava solo a pensare a scopare.

Ivana Abete

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