Sus#2 #3: Eterni bambini

 

 

Oggi pubblichiamo Eterni bambini, un racconto di Federica Patera. Il racconto ha partecipato a SCENICCHIA UNA SEGA #2 (qua i 16 racconti finalisti) ed è stato letto dall’autrice durante la terza serata del concorso. La sua lettura, monocorde e spietata, ci ha fatto accapponare la pelle. Sappiate che letto a voce alta, dall’autrice, è un racconto terrificante, spettacolare. A nulla sono valsi l’endormsent pubblico di Frau, irrituale ma sentito e il magheggio sotterraneo di Ramses II, la sua opera di moral suasion e persuasione, ovvero: classic corruzione mediterranea. Il pubblico, specie i millennials, non hanno apprezzato. Spiace per chi se l’è perso, sappiate che così ve lo godrete a metà. Ma, in cuor vostro, pensate di meritare di meglio? Guardatevi dentro e siate sinceri. L’illustrazione è di Francesca Caruso.

Avevo venticinque anni all’epoca, e non trovavo divertenti i miei coetanei, o gli adulti, da tempo. A me piacciono i bambini da quando io ero bambino. Il giorno in cui ho incontrato Michele era un giorno di tarda primavera, il sole dava fastidio agli occhi; mi ero messo su una delle panchine verdi di legno che girano come un recinto attorno alla zona giochi del parco. Seduto riuscivo quasi a essere alla stessa altezza dei bambini che avevo davanti. C’erano tre gruppetti misti e un paio di maschi solitari; uno stava nella sabbia, l’altro credo avesse sette, sei o sette anni, e trafficava con il seggiolino dell’altalena per i bambini di due o tre. Mi fermai su di lui, pensai che mi assomigliasse, gli piacevano le cose fatte per i più piccoli. Lo guardai con pena, e con comprensione, sebbene il mio sguardo fosse truccato con il disappunto, il viso rappreso e la bocca socchiusa in un fischio silenzioso; nella mia mente volevo attirare la sua attenzione. Strattonava la cintura di sicurezza, che di certo era il pezzo che gli impediva di infilarsi sul seggiolino. I colpi erano irregolari, forse perché non voleva essere sgridato. Strattonava piano e si fermava dando un’occhiata intorno, e di nuovo riprendeva, forte, per quanto potesse essere forte. Aveva già iniziato a nascondersi, abbassava gli occhi per spiare in giro, come li abbassavo io per spiare lui, e cercare di capire se qualcuno lo stava fissando mentre tentava di tornare quello di prima. Agivamo con lo stesso metodo. Le mie mani si appoggiarono ai lati delle mie gambe, posizionate per aiutarmi ad alzarmi. Ero indeciso se raggiungerlo e strappare al posto suo la cintura oppure ignorarlo e andarmene via. Avrei preferito non averlo sotto gli occhi quel momento, il momento in cui si capisce che è vietato avere a che fare con qualcosa nel modo in cui si desidera e che quindi quel qualcosa non esiste. Stetti seduto, riunii le mani tra le ginocchia, formavano la punta di una freccia in direzione del bambinetto. La mia mano sinistra si staccò, si ritrasse di soppiatto, come se avesse volontà propria; dalla tasca della giacca tirò fuori il cellulare; l’obiettivo era a fuoco sulla scena, sul corpicino; cinque foto, una dietro l’altra. La mano destra tornò a incrociarsi con le dita della sinistra subito dopo, quando arrivò il padre, suppongo, che strattonò il bambino, Michele lo chiamò, come Michele aveva fatto con la corda. Se avesse avuto la stessa potenza del padre, sarebbe riuscito a rompere il sostegno e a mettersi sull’altalena. Mi alzai e raggiunsi il genitore con il figlio, rimasi a una manciata di passi di distanza, volevo sentire la voce. Sempre la mano sinistra prese ancora il cellulare, me lo mise all’orecchio; facevo finta, nella mia testa, di sentire qualcuno parlare, di essere un buon interlocutore, mentre in realtà il registratore vocale era acceso. Dicevo piano, senza far uscire le parole dalla bocca, pregavo; pregavo e dicevo: Dai parla Michele, fammi sentire la tua voce, solo la voce, non importa quale sia la frase, puoi anche solo piangere e lamentarti, fare i capricci come è concesso all’inizio. Non mi interessava il senso del suo suono adesso. Il pianto non tardò ad arrivare, come la rivendicazione di un diritto, di non distinguere ciò che si può fare da ciò che non si può fare, il bene dal male; come la responsabilità relegata tutta in blocco su un’altra persona. Ci saremmo divertiti insieme, io e Michele, avremmo fatto in modo di dimenticare quella frustrazione. Lui avrebbe potuto spaccare l’altalena e io avrei potuto starmene seduto a terra con le gambe incrociate; starmene sdraiato a guardarlo con approvazione, così non avrebbe dovuto nascondersi o altro.
Tossii e il padre si voltò; dall’espressione del viso si stupì di trovarmi tanto vicino, non se lo aspettava, proprio dietro alle sue spalle. Cercò una conferma dell’eccessiva vicinanza buttando gli occhi sul sentiero, sulla linea del sentiero che gli dava un’idea del metro, gli dava un’unità di misura. Decisi di fermarmi, di fingere di dover tossire ancora; mi piegai col busto, tornai all’altezza di Michele, proiettandomi come un braccio meccanico. Lo stesso il padre s’incamminò accelerando il passo, anche vedendomi fermo e piegato. Sentii il cellulare contro la gamba, penzolante nella tasca della giacca sfoderata. Avevo le foto e avevo la voce. Li lasciai andare, li vidi sempre più lontani, sempre più piccoli. Fu il mio regalo per entrambi, lasciarli tornare piccoli nel mio sguardo. Distrattamente alzai gli occhi al cielo; il calore picchiava sulla mia fronte e il sole insisteva a battere e mi impediva di identificare il cerchio che lo delimitava. Strizzai le palpebre, restituii al buio vero e proprio il nero della luce accecante di quel pomeriggio, e andai a casa, a testa china.
Sapevo già cosa mi aspettava e una piccola parte di me cercava di ignorare quello che di certo era evidente. Cantai sopra il non lo fare che mi punzecchiava; io non volevo fare niente, io ero così. Ero pieno di nostalgia, già gonfio di malinconia come fosse sangue inoculato, nonostante i vent’anni: la memoria lucida dell’infanzia mi ricordava il sole di quel pomeriggio, mi ricordava di chiudere gli occhi. Le chiavi metalliche suonarono a campana mentre le giravo nella toppa per aprire la porta. Le abbandonai sul mobile accanto all’ingresso e in maniera secca smisero di fare rumore, tranciate nell’oscillazione dal taglio piatto del ripiano in legno. Le tapparelle erano quasi completamente abbassate; lo facevo sempre prima di uscire, quando il caldo iniziava a essere ingombrante, per tenere l’appartamento al fresco, proteggerlo. La luce filtrata dalle fessure tra le bande di plastica creava la solita confortevole penombra, tanto che anche il mio corpo sembrava un’ombra. Azionai la stampante e feci uscire le immagini a colori di Michele, su fogli A4; le foto non erano venute male. Le disposi sul tavolino basso della sala e io mi misi sul divano, la mia panchina personale. Mi sembrava di essere tornato al parco, attorno all’area giochi, con la differenza che nessun padre avrebbe tentato di convincermi che ero fuori luogo. Ero mangiato dalla nostalgia. Sollevai i fogli, preferivo stessero verticali; usai dei libri come sostegno. Era come se fosse davanti a me, mi camminava davanti Michele e io gli ero alle spalle pronto a entrargli dentro. Le mie mani tornarono aperte di fianco alle mie gambe, poggiate sui cuscini di pelle del divano. Mostravano educazione e ammirazione. Anche se desideravano soltanto toccare. Non toccare era il primo avvertimento del pericolo. Le dita si mossero in avanti, piano, a piccoli scatti, una alla volta; nella testa mi giustificai col fatto che il palmo sudava, che la pelle della fodera dei cuscini mi bagnava le mani. Quando le staccai si congiunsero in un attimo, le sfregai con gli occhi inchiodati su Michele; non resistetti a lungo. Gli accarezzai i capelli, la nuca, con la punta dell’indice seguii la sua sagoma, per cinque volte, per ciascuna fotografia. Aprii l’applicazione del cellulare con cui avevo registrato il suo lamento e misi il mio dito sul disegno del play. Rimasi immobile sul divano fino a quando la luce scomparve dalle fessure. L’immagine di Michele davanti a me divenne più lucida; continuai a fantasticare su di me dietro di lui; smembrai la sua voce fino all’eccesso, fino a farla ridere. Nessuno poteva interrompermi in casa mia, nella mia mente, al buio. Non cambiai comportamento rinunciando a ciò che mi veniva naturale per stare con lui; è con gli adulti, i miei coetanei, che cambio, che fingo. Lo volevo dentro di me, e volevo me dentro di lui, per essere uguali; mi mancava l’aspetto fisico di un bambino, lo invidiavo colmo d’amore.
Fu allora che decisi. Fino a quel momento il mio incontro con Michele fu simile a tutti quelli che erano avvenuti in precedenza, con altri bambini; progettato nella mia testa, anticipato, solo privato: senza rischi, senza coraggio vero. Ma lui era come me; prima o poi lo avrebbe capito. Tornai al parco, era notte, quando il lato oscuro del luogo è conclamato ed evidente; mi sentivo a mio agio a essere una delle persone che non si vogliono incontrare, una delle persone oscure. È una buona scelta per smettere di avere paura, diventare chi non si vuole incontrare; è tecnica. Arrivai all’altalena, e come avrebbe potuto fare il padre, strappai la cintura, la tagliai. Sul seggiolino scrissi con un pennarello il nome di MICHELE, chiaro, largo; gli lasciai un messaggio, dovevo condividere con lui quello che sapevo.
Da quel giorno, i bambini come Michele li portai a casa con me, uno alla volta. Michele mi convinse ad andare oltre.

Qua i 16 racconti finalisti a SUS#2

Federica Patera

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