Le vespe di agosto

Ciao ragazzi, siamo molto stanchi. È stata una stagione abnorme, iniziata con il ban da Facebook che ha portato alla fondazione della nuova pagina. E poi l’idea folle insel di organizzare un concorso tutto nostro in quattro serate (la finalissima a settembre), le amicizie rifiutate dai grandi di questo mestiere, che pure rispettiamo (non troppo, il giusto). E che dire del Dizionario minimo delle parole inventate? Un bel colpaccio pure quello. E ora? E ora ci troviamo alle prese con la gravidanza tripla di Sabelli e francamente dopo essere stati cacciati fuori dal coworking di Pesaro, be’, non sappiamo dove alloggeremo questa famiglia allargata. Quindi concedeteci qualche ritardo, ma state in campana che arrivano cose, as always, pazzesche. Besitos. 

Francesca Mattei ci manda un racconto che parla di dieci brutti presentimenti, di un abito comprato per un qualcuno che non si siede più a tavola per cena, di tanti piccoli modi per convincersi di essere felici. Ma anche di quel prurito che non se non se ne vuole andare mai. Con Le Vespe di Agosto è al suo esordio su Verde.

L’illustrazione è di Francesca Caruso.

Stamani mi sono svegliata con dieci brutti presentimenti: il primo aveva a che fare con la pioggia, il terzo e il quinto riguardavano il mio gatto, il secondo non era importante, il quarto non me lo ricordo, il sesto è svanito con il primo sorso di caffè, il settimo, il nono e l’ottavo erano piuttosto comuni, ma il decimo era a proposito di Alessandro. Prima di andarsene, la scorsa settimana, ha detto che dovevamo lasciarci, lasciarci più delle altre volte. Senza ripensamenti, tragedie o esitazioni. Senza tornare indietro, senza cambiare idea. Quando lo ha detto c’era una bella luce nella stanza, quel genere di illuminazione naturale dei tramonti settembrini che i fotografi aspettano per ore in riva al mare. Mi sono concentrata sulle ombre, sulle prospettive e i riflessi del vetro della finestra. Ho fatto finta di essere una stella marina in un acquario e che lui fosse un pesciolino rosso, di quelli che crescono a seconda dello spazio che hanno a disposizione. La sua bocca che si muoveva senza che io riuscissi a sentire le parole. Solo che non eravamo pesci in un acquario, non eravamo neanche fotografi in riva al mare. Eravamo due umani in una cucina troppo piccola con il caffè sul fuoco che fuoriusciva dalla moka. L’ho accompagnato in stazione perché non voleva rischiare di passare una bella serata con me. A letto ho pianto un po’ poi mi sono lavata la frangia. Ho pianto ancora mentre mi spazzolavo i denti e poi di nuovo sul letto. Ho preso alcune pillole e fatto qualche chiamata. Sulla sedia avevo preparato il vestito che piaceva ad Alessandro. Solo che Alessandro non c’era più, allora ho pianto per un altro paio d’ore e l’ho messo al suo posto nell’armadio.
Questa sera l’ho indossato. È un abito verde bottiglia che lascia scoperte le ginocchia, ha uno scollo moderatamente profondo e tondeggiante come il fondo di una barchetta di legno. Le spalline sono larghe e la zip sulla schiena arriva fin quasi alla nuca. Ho strappato l’etichetta interna con sopra scritte le istruzioni per il lavaggio in tre lingue diverse. L’ho fatto malamente e di fretta, usando i denti perché ho perso le forbici, per questo adesso il residuo di carta mi dà prurito sul fianco sinistro e il mio rossetto è rovinato. Tutto questo, però, non è importante perché sono in ritardo: ho dimenticato il compleanno di Angela, la cena è iniziata da mezz’ora e io mi presenterò a mani vuote. Ho solo i miei palmi e sopra quelli delle righe. Sono come rughe eloquenti. Mentre cammino le guardo e penso a quante cose parlano di noi agli altri. Quando Angela mi vedrà arrivare il mio passo veloce le parlerà della mia sicurezza, i capelli ordinati della cura che dedico alla mia frangia e il mio abbigliamento elegante di quanto tenga alla sua festa, alla celebrazione della sua nascita, al suo giorno. Con un po’ di fortuna, non noterà che il mio incedere è regolarmente interrotto da un passo zoppo, che la frangia è ancora umida e che questo vestito non è per lei.
Cammino il più velocemente possibile, al semaforo attraverso le strisce pedonali con il rosso e continuo a grattarmi il fianco sinistro. Non riesco a pensare ad altro che a questo prurito. Mi gratto velocemente con la punta delle dita, poi sposto la cucitura in modo che aderisca meno al corpo. Forse l’etichetta non c’entra. Forse è per via del presentimento sulla pioggia: cammino da quasi dieci minuti e le nubi non fanno che ingrossarsi. Guardo in alto e ne vedo una che somiglia a una donna con gli occhi cuciti che somiglia a me. Allora immagino qualcuno con una maschera che cuce le mie palpebre tra loro, immagino il mio respiro interrotto e il mio carnefice che mi accarezza piano la nuca umida di sudore con una mano, mentre con l’altra continua a cucire. Ho spesso fantasie di questo tipo, un’amica psicologa mi ha spiegato che si chiamano pensieri intrusivi: delle immagini che si insinuano nella mente contro la nostra volontà e che non riusciamo a gestire o eliminare. Non posso farci niente, sono ologrammi fulminei dal risvolto catastrofico. La mia amica psicologa mi ha detto anche che noi non siamo i pensieri che facciamo: l’errore più comune è quello di attribuire loro un significato reale, quando la realtà è che non hanno alcun significato. Io, invece, credo proprio il contrario: tutto quello che pensiamo è reale e che nessuno esiste al di fuori dei propri pensieri. Comunque sia adesso ricordo che l’immagine degli occhi cuciti era il quarto presentimento.
Quando arrivo nel vialetto di Angela vedo una lucertola senza coda che mi passa in mezzo alle gambe. Busso al portone con un po’ di tachicardia. Angela apre e mi guarda come se vedesse un fantasma. Potrei esserlo.
«Ehi, dove eri finita? Ti ho chiamata almeno dieci volte! Entra, stiamo mangiando». Si sporge e mi dà un bacio sulla guancia. «Ma piove? Hai la frangia bagnata» mi dice.
«Auguri» dico io.
A tavola gli invitati sono solo quattro. C’è Cristina, la collega di Angela che porta sempre orecchini pendenti e dolcevita. Alla sua sinistra è seduto suo marito Lorenzo, un tipetto minuto e silenzioso che starnutisce spesso, di fianco a lui Matteo, il ragazzo di Angela, scatta in piedi per pulirsi una macchia di olio dai pantaloni. L’altro capotavola è occupato dalla festeggiata e infine c’è Bruno, quello che qui dentro si fa di coca più di chiunque altro e ride rumorosamente. Mi ci siedo accanto perché è l’unico posto vuoto e Matteo rovescia un po’ di pasta nel mio piatto. I commensali riprendono subito a parlare fitto fitto, ma non riesco a seguire il filo del discorso.
Tutto quello che noto è che tra di loro non c’è Alessandro. Anche se indosso il suo vestito, anche se ho la frangia perfettamente pettinata e le labbra dipinte di rosso.
«Insomma non ti piace la pasta? È troppo piccante per te?» È la voce di Matteo che mi raggiunge quasi per caso.
«Devi scusarmi, sai, esagero sempre con il peperoncino. Angela mi sgrida ma io dico: ehi fa bene alle vie respiratorie… e non solo!»
Ridono tutti prontamente, mentre Angela gli dà uno schiaffetto sul dorso della mano. Io non capisco, arrotolo una forchettata di spaghetti e me la infilo in bocca, mastico senza sentire il sapore, poi intuisco di dover dire qualcosa, perché è caduto un improvviso silenzio e tutti mi guardano.
«Che bella stampa!» dico guardando il quadro appeso alla parente davanti a me.
Nessuno risponde niente per un po’ di secondi.

Alla fine Angela dice: «Sì, è quella che abbiamo comprato insieme la settimana scorsa al festival, ricordi?»
Io non ricordo e non rispondo per non mentire, ma non posso non notare gli sguardi allarmati e perplessi che tutti si scambiano a vicenda, mentre Cristina beve un lungo sorso di vino rosso. Qualcuno tossicchia, Bruno rutta silenziosamente e poi appoggia i gomiti sul tavolo guardando in basso.
«Insomma, qualcuno vuole il bis?», Matteo si alza facendo traballare il suo bicchiere vuoto, poi raccoglie i piatti velocemente senza aspettare una risposta e va in cucina.
Sento un prurito fortissimo sul fianco sinistro, allora me lo pizzico con il pollice e l’indice, ma non serve a niente. Bevo la birra che qualcuno mi ha versato nel bicchiere e per un po’ mi dà un fresco sollievo.
«Questa pasta era ottima, davvero!», squittisce Cristina, dopo aver appoggiato il bicchiere vuoto. «Per non parlare del vino!», continua, “Ma dove lo hai preso questo rosso, Angy?»
«All’enoteca sotto il nostro ufficio».
«A volte ce ne vorrebbe davvero una bottiglia nella pausa caffè…» sghignazza Cristina, versandosene un altro bicchiere.
Lorenzo starnutisce.
Matteo torna in sala portando un vassoio di arrosto di maiale già affettato disteso su un prato di patate al forno. L’ingresso genera un entusiasmo collettivo e un altro brindisi. Angela inclina la testa di lato e si porta entrambe le mani sul petto. Io vorrei applaudire come gli altri, ma mi accorgo che mi sto grattando e sento pungere e bruciare e forse non riesco neanche a sorridere. Cristina si alza in piedi facendo oscillare il bicchiere quasi vuoto.
«Un altro brindisi al cuoco!», dice in falsetto.
Lorenzo le si accosta all’orecchio tenendole gli occhi sulla tempia. Lei ride sguaiatamente e risponde a mezza voce: «Io invece direi che non è mai abbastanza!»
Mi volto e vedo che Bruno non c’è perché è andato a tirare in bagno, allora mi verso un po’ di birra da sola sperando che allevi il prurito. Vuoto il bicchiere tutto d’un fiato, a occhi chiusi e ogni volta che deglutisco mi rimbombano le orecchie. Quando riapro gli occhi, il mio piatto è pieno di arrosto e patate. Qualcuno propone un altro brindisi: «Fanne uno tu!» mi dicono, «non essere timida: siamo tra noi!» Io scuoto la testa, ma Angela insiste e mi sorride. Allora bevo un altro po’di birra, prima di alzarmi in piedi.
Rido nervosamente, sento i loro occhi su di me, insistenti come il prurito. Questo prurito irrimediabile. Qualcuno starnutisce, probabilmente Lorenzo.
«Allora» balbetto, «Allora… Auguri Angela! Un brindisi e grazie per averci invitato».
Il fianco mi brucia sempre più. Quando mi siedo mi accorgo che Bruno è tornato dalla sua mano appoggiata sulla mia sedia con il palmo rivolto verso l’alto. Mi tocca il culo, poi fa scivolare via il braccio. Anche lui ha lasciato tutto nel piatto.
Intanto Matteo, Angela e Lorenzo mi guardano come si guarda il bambino strano della classe dopo che ha mangiato la colla. Abbasso il mento per cercare la forchetta. Le luci sono confuse e la pelle si sta staccando dal resto del corpo. Faccio finta di essere un crotalo e penso che Ale farebbe lo stesso se fosse qui con me adesso.
All’improvviso mi accorgo che Angela è alle mie spalle, chissà da quanto tempo. Si sporge verso il mio orecchio e dice: «Ehi, dunque? Mi rispondi? Tutto bene? Perché continui a grattarti in quel modo? Non è che hai la dermatite, vero? O magari sei allergica a questo tessuto. Ho un’ottima crema al cortisone, se ne hai bisogno. Ma cosa cavolo ti sei messa addosso? È tutto sintetico e scommetto che dopo due lavaggi stinge». Forse mi stringe per una spalla, o forse è solo la sua voce.
Volto la testa di scatto alla mia sinistra, ma Angela è alla mia destra. Anzi, non c’è più. Si è già allontanata verso il centro della sala, o forse non è mai stata qui. Mi guardo le mani e scopro che sono entrambe impegnate a grattare. Grattare, grattare, grattare. Sento che sto impazzendo e questo prurito incessante mi butta di fuori.
Cristina sta brindando di nuovo. Ha uno sguardo accigliato, quasi cattivo, intenso da far paura. O forse è solo per via del trucco nero, che è tutto colato sugli zigomi.
Lorenzo è in piedi accanto a lei, con un braccio le cinge la vita e sembra quasi che la stia consolando o proteggendo dal vento. Di colpo riesco a sentire la sua voce acuta che dice: «…Sono così contenta, così contenta! Non bevo da… Quanto, tesoro? Sì sette mesi, esatto. Oh mio Dio! Sono già passati sette mesi? A pensarci bene sono stati una merda. Adesso, con questo buon vino… Dove hai detto di averlo preso, Angela? Oh comunque sia è delizioso, delizioso! E sono contenta, davvero contenta, sapete? Ve l’ho detto quanto sono contenta? Auguri, cara!»
Si lancia sulla sedia con gli occhi chiusi. Lorenzo la rimprovera con lo sguardo. Sembra un brav’uomo, quel Lorenzo, ma si vede lontano un miglio che non potrà mai rendere sua moglie così contenta come quel vino. Si capisce che lui lo sa.
Ma chi potrebbe competere con l’etanolo, con la coca o con i barbiturici, in fondo?
Sbatto le palpebre e realizzo di avere una forchetta nella mano destra. Sto masticando una patata fredda che sa di farina. Potrei sputarla nel tovagliolo, invece la butto giù e ci bevo dietro un po’ di birra. Vedo tutto nero e in testa sento una musica lontana, la stessa che ascoltavo sempre con Ale. Vedo la mia casa acquario e mi sembra di essere lì con il vestito verde, a ballare nelle sue braccia. Non mi stavo immaginando la musica: Matteo ha messo su un disco e tutti si sono spostati in sala. Sono rimasta sola al tavolo.
Sbatto le palpebre più volte e sono di nuovo tutti seduti intorno alla tavola, non c’è nessuna musica, solo il brusio delle chiacchiere.
Cosa sta succedendo?
Cerco di calmarmi, faccio un respiro profondo e la stanza torna stabile, le persone intorno sono nitide e le luci e i suoni normali. Bene, penso, ho ripreso il controllo. Anche il prurito mi sembra migliorato.
Quasi nessuno ha toccato l’arrosto, nonostante abbia un profumo delizioso e un aspetto invitante. Matteo inizia a sparecchiare. Bruno si alza di nuovo per andare in bagno e mi fa l’occhiolino allontanandosi.
Sono finalmente in grado di sostenere una conversazione, ed è una vera fortuna dal momento che Angela mi guarda e mi chiede: «Allora, cara, la vuoi quella crema al cortisone? Ti stai praticamente scorticando».
«Quale crema?», dico.
Ma per fortuna qualcuno spegne la luce, Bruno torna dal bagno con la faccia tutta digrignata, come quella di un cattivo dei fumetti e ride forte quando vede entrare Matteo con la torta con sopra le candeline.
Intonano “Tanti auguri”.
Cristina beve e bestemmia e per un attimo non riusciamo a far finta di niente, ma poi Lorenzo risolve tutto con una risatina isterica e una battuta ironica, così che tutti possano sentirsi autorizzati a ridereridereridereridere, come se fosse davvero divertente.
Vedo tutto a scatti e, sarà il buio, ma mi viene una gran voglia di vomitare. Sotto il bagliore delle candeline sembrano tutti marionette che recitano una parte. Sulla maschera di Cristina risplende una lacrima piccolissima, ma limpida limpida.
Mi giro dall’altra parte per non guardare. Vedo invece Angela, che con un solo soffio spegne tutte le candeline. Bruno approfitta del buio per strizzarmi una coscia. Salto dalla sorpresa, ma non dico niente perché non mi interessa. Anzi, spero quasi che infili le dita sotto il vestito, ma non lo fa.
La luce rimane spenta più a lungo del previsto. E allora mi sembra che sia calato il sipario, che ci sia un attimo di riposo. È più rilassante così, allenta la pressione. Sembra che anche gli altri tirino un sospiro di sollievo, smontino il sorriso e si concedano un gesto di stanchezza. Ma con la luce si riaccendono di colpo le voci. Angela stappa lo spumante. Il tappo salta e vola via, va a finire per terra sotto la stampa che mi piace e lo spumante schizza dappertutto e Angela si agita e scuote la bottiglia e preme il pollice e l’alcool esce come se fosse in un irrigatore.
Cristina è in visibilio, sgrana gli occhi come un bambino la notte di Natale, poi li richiude perché non riesce a tenerli aperti per troppo tempo e quando barcolla c’è sempre Lorenzo che la sorregge per le spalle.
Mi sento cadere in mezzo a questo turbine di risate e applausi. Matteo si fa da parte e questa volta mette per davvero un disco. Parte una canzone pop a tutto volume e la festa si sposta in sala. Angela sta ancora versando lo spumante nei bicchieri, quando arriva il mio turno esita per un attimo e mi sorride. La musica è sempre più alta e movimentata e non so come mi ritrovo al centro della stanza a ballare. Tengo in alto il bicchiere per non farlo cadere e forse sono io a muovermi o forse sono le pareti. Il prurito mi destabilizza, mi fa perdere l’equilibrio.
Cristina e Lorenzo si abbracciano e si direbbe che stiano ballando un lento, stretti l’uno all’altra come se si raccontassero un segreto. Qualche volta mi sembra di aver abbracciato anche io Ale in quel modo. O forse era Marco o Luca o Andrea o Pietro o Nessuno, nessunonessunonessuno di questi né dei prossimi che verranno.
Apro gli occhi e ad abbracciarmi è Bruno. Mi prende da dietro, mi accarezza la pancia. Sento il suo respiro velocissimo dentro l’orecchio e sembra quello di un cane che ha corso. Vuoto il bicchiere in un sorso.
Mi gira la testa, mi allontano da Bruno e mi appoggio allo schienale del divano per non cadere. Le dita sono di nuovo impegnate a grattare e non so più se là sotto c’è ancora la pelle o forse scaglie o piume o ossa o solo sangue. Vedo di nuovo la nuvola a forma di donna che mi somiglia e mi viene da piangere, ma mi trattengo egregiamente. Prendo dell’altro spumante e mi rendo conto di aver lasciato cadere il mio bicchiere a terra, bevo direttamente dalla bottiglia e nessuno se ne accorge. Sono tutti ubriachi, drogati o felici. Come sempre.
Come nei giorni di festa quando non ho voglia di ridere e mi annoio, quando se bevo troppo piango di nascosto e non lo voglio fare, non lo voglio fare il giorno di Angela con la A maiuscola. Come alle cene durante le quali non riesco a divertirmi, ma vorreivorrei, così tanto lo vorrei che mi viene voglia di prendermi tutte le pillole che ho in casa e poi sembrare allegra come loro che ci riescono con così poco sforzo. E io li invidio in silenzio: invidio i tristi sinceri, i soddisfatti e chi riesce a consolarsi con qualcosa, qualsiasi cosa che sia anche un farmaco o lo spumante o il vino.
Sono di nuovo in pista e tutti si stringono in cerchio intorno a me. Ballo al centro di questo circolo come se fossi un falò. Poi il cerchio si stringe e si stringe ancora, mi sembrano tutti così grandi e alti, come se fossero alberi o ghigliottine. E le loro facce sono sformate dall’alcool e qualcuno urla il mio nome e ride, come per incitarmi a scatenarmi. Il cerchio è davvero troppo piccolo e mi sembra di soffocare e vorrei aver voglia di ballare ancora, vorrei che mi andasse bene tutta questa festa, io lo vorrei davvero amici, ma questo prurito, questo prurito non si placa.

Corro in bagno e chiudo la porta a chiave. Apro un cassetto dopo l’altro, ci frugo dentro e tiro fuori tutto quello che trovo: spazzole, spille, saponette. Apro l’anta dell’armadietto pensile e butto tutto all’aria. Ci sono decine di pillole diverse e vorrei prenderle tutte, ma invece trovo quello che stavo cercando. Afferro le forbicine da bagno e faccio un buco nel vestito all’altezza dell’etichetta. Continuo a tagliare tutto intorno alla vita e poi ancora lungo il busto e la gonna sulle gambe. Mi levo le scarpe e taglio i collant, taglio le mutande e il reggiseno. Riduco tutto a brandelli e presto non ho più niente da tagliare, così prendo la stoffa caduta a terra e taglio quella in minuscoli pezzettini. Mi accovaccio e faccio dei coriandoli quasi invisibili e mi sembra di essere seduta sul muschio. Il vestito di Alessandro non esiste più e sono nuda come quando faccio la doccia. Guardo lo specchio e vedo un cadavere grigio.
La pelle del fianco è completamente distrutta e lacerata, come se l’avessi sfregata con la carta-vetro. C’è un piccolissimo rivolo di sangue che continua a uscire. Ma non prude più.
Porto le forbici sulla fronte e taglio la frangia. I capelli cadono sottili nel lavandino e sembrano peli di gatto. Vado avanti così per tutta la testa e poi sulla nuca. Accorcio sempre di più i capelli fino a che non riesco più ad afferrarli bene con le dita.
Nello specchio è riflesso un umano irregolare. Sul pavimento ci sono frammenti di nylon e di mutande. Nel lavandino ci sono residui organici.
Apro la porta del bagno e cammino attraverso la stanza. Tutti si muovono a rallentatore e pare che non mi notino o forse non mi vogliono vedere per non dover intervenire. Avanzo piano sfiorando i mobili a cui passo accanto e vado verso l’uscita. Forse qualche pezzo di vetro è entrato nella pianta del piede, ma non ho sentito niente. Non sento niente, sono tutti muti e lenti e invisibili e io cammino senza capelli e senza vestiti e raggiungo il portone.
Quando esco dal cancelletto avverto il cemento, come quando da bambina correvo fuori per raggiungere la mamma che tornava da lavoro.
Respiro piano. Per strada non c’è nessuno e neanche un rumore. La luna in cielo è anacronistica come due gocce di profumo su una lettera scritta a mano.
Metto un piede davanti l’altro senza fretta e penso che dovrebbe essere sempre così.
Il prurito è scomparso.

Francesca Mattei

Annunci

One thought on “Le vespe di agosto

  1. Pingback: Una settimana di racconti #86 | ItaliansBookitBetter

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...